Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

sabato 13 dicembre 2014

RANDAGI

Tra i tanti problemi con cui i pietramelaresi si devono, per forza di cose, confrontare emerge oggi anche quello del randagismo. Non sempre è stato così! Esso ha assunto le dimensioni di “problema” solo da qualche anno. In passato un efficiente servizio di accalappiamento garantiva l’assenza totale di cani "homeless" per strada; con il passaggio di competenze alle ASL si è assistito ad un progressivo aggravamento degli inconvenienti, acuito dalla totale mancanza nei dintorni di strutture recettive per tali animali. Per chi gira a piedi o in bicicletta non è raro imbattersi dalle parti dell’area mercato, in piazza Sant’ Agostino, o nella più frequentata piazza San Rocco, in branchi veri e propri che, se prima rappresentavano solo una minaccia dal punto di vista igienico sanitario, per la diffusione dei parassiti, oggi possono trasformarsi in un serio pericolo per l’incolumità di persone e animali domestici.
Qualche ciclista o qualche pedone, in passato come di recente, ha vissuto “un brutto quarto d’ora” imbattendosi in animali affamati, o aggressivi per il possesso di una femmina. Come sempre avviene in questi casi, il problema viene sollevato solo dopo che i danni (più o meno gravi) sono stati causati; noi proviamo a sollevarlo quando si ha solo una percezione di un pericolo che, se per ora è solo latente, prima o poi può divenire serio e reale. E’ da lodare senz’altro lo spirito in base al quale qualcuno provvede al loro sostentamento, ma questi animali, si sa, hanno uno spiccato senso della territorialità e, lasciati moltiplicare senza controllo potrebbero cominciare ad attaccare i passanti, specie nelle ore serali e notturne in cui tale senso si acuisce in modo particolare.
L’amore per gli animali, specie per i cani, consacrati dalla letteratura come emblema di fedeltà, è un imperativo a cui uomini e comunità che si definiscono civili non si possono in alcun modo sottrarre, d'altro canto garantire e tutelare la sicurezza e l’incolumità dei cittadini è tra le funzioni principali di chi riveste cariche ed ha responsabilità amministrative.
Nei programmi elettorali di più di un gruppo politico si ritrova immancabilmente la realizzazione di un canile, che serva eventualmente anche i comuni limitrofi: si tratta con evidenza della soluzione più semplice, immediata ed umana al problema, capace di indurre occupazione, nonché anche l’unica consentita dalla vigente normativa in materia. E’ un fatto, comunque che, trascorse le campagne elettorali, la cosa cada sistematicamente nel dimenticatoio e, complici le solite “difficoltà finanziarie” e le ristrettezze del momento, non se ne faccia nulla.

sabato 6 dicembre 2014

UNA FESTA PER LE API

La mia terra è da sempre legata alle api, simbolo di laboriosità e coesione sociale, non è un caso il fatto che nello stemma del mio comune, Pietramelara, è raffigurato un piccolo sciame che esce da una roccia, e le api ricorrono inoltre nello stemma araldico di importantissime famiglie che hanno scritto la storia di Italia e di Europa.
Domattina, 7 dicembre parteciperò ad un evento: ricorrerà il giorno di Sant’Ambrogio, famoso protettore della città di Milano, meno noto anche perché è il protettore delle api; la tradizione vuole, infatti che al santo, quando era ancora in fasce, si posarono delle api sulle labbra. Per la ricorrenza un gruppo di appassionati apicoltori, giovani e meno giovani, ha voluto organizzare un’evento dal titolo “Festa della Biodiversità e del Miele in Terra di Lavoro”, che si terrà in mattinata, con inizio alle dieci, presso la “Oasi Regina degli Angeli”, in quel di Marzano Appio, alla frazione Ameglio. Gli organizzatori mi hanno invitato a tenere una relazione al convegno e cercherò, per l’occasione, di dare testimonianza del contributo della mia professione al mondo delle api, di quanto è già stato fatto, di quanto resti da fare per questo piccolo insetto che, da sempre, ha avuto un ruolo nell’evoluzione della civiltà umana. Altri relatori si occuperanno di illustrare aspetti vari dell’apicoltura e “a latere” assaggi di miele, prodotti apistici ed enogastromia locale.
Le api e gli apicoltori, che si occupano di loro, al di là del giusto tornaconto economico, rendono un servigio insostituibile alla natura e al mondo intero: producono alimenti ed altri prodotti di elevatissimo pregio e valore e contribuiscono alla tutela della biodiversità, grazie all’impollinazione che assicurano a piante frutticole, orticole e foraggere. Senza le api le produzioni, in ogni comparto dell’agricoltura, sarebbero notevolmente più basse e, pertanto, esse sono un prezioso alleato dell’umanità, che nel terzo millennio della storia ha sempre più fame (anche se gli alimenti da noi finiscono nella spazzatura). Salvaguardare le api diventa, oggi più che mai, un imperativo per ognuno di noi, ognuno per il proprio ruolo, specialmente per le diverse minacce che esse subiscono. All’inquinamento dell’acqua e dell’atmosfera, storici nemici delle api, ogni giorno si aggiungono nuove e più serie minacce, malattie e parassiti. La scienza fa quello che può, ma anche in questo caso la responsabilità della globalizzazione è stata importantissima: flussi di merci importate senza i necessari controlli hanno determinato l’insorgere anche qui da noi di malattie sconosciute e pertanto poco combattibili. E’ recente il caso della comparsa a Reggio Calabria, del coleottero degli alveari Aethina tumida, talmente dannoso da far considerare trascurabile il problema varroa, che tanti apicoltori ha afflitto in passato.

sabato 29 novembre 2014

IL BORGO E LA TV

Non è vero? … sembra che la tematica del borgo di Pietramelara ritorni importante e ricorrente solo nei comizi elettorali, ogni cinque anni, poi il silenzio, e ci si rivede cinque anni dopo; si, stamattina addirittura le telecamere di RAI 3 stanno riprendendo il borgo: ci sarà la solita passerella, si farà vedere ciò che si è miracolosamente salvato dallo scempio e dall’abbandono, si terrà accuratamente nascosto il degrado (vedi foto di copertina) della parte più alta, vicina alla Torre Normanna, manufatto millenario che non merita il trattamento che le è stato riservato.
Polemiche a parte, penso che il territorio vada osservato e curato nel suo insieme, il borgo e ciò che lo circonda, perché solo in tal modo , si possono evidenziare e valorizzare le relazioni fisiche, sociali ed economiche che ne legano le varie parti.
Il nostro territorio possiede la caratteristica della multifunzionalità, come tanti altri territori delle aree interne, cosa significa? … esso, fino a qualche decennio rispondeva ad una sola funzione: quella agricolo/produttiva, tale funzione unica, per fortuna non del tutto annullata, ma solo compressa nella sua importanza, va vista con gli occhi del decisore politico correlata a tutte le altre funzioni che il territorio può attualmente esplicare: quella relativa al richiamo esercitato dalle molteplici emergenze monumentali, ambientali ed enogastromiche, e quella della protezione idrogeologica esercitata a vantaggio di territori.
L’accento va posto sulla funzione di richiamo o, volendo utilizzare un termine alla moda, di “incoming”. Il Borgo, nostro maggiore monumento, può prestarsi a divenire il fulcro dell’incoming a Pietramelara? Senz’altro, ma solo dopo aver restituito allo stesso una dignità purtroppo oggi negata dall’abbandono e dal menefreghismo. I pochi pietramelaresi, eroi solitari, rimasti ad abitare nel borgo vivono difficoltà annose, ma non per questo meno dure e meno difficili da affrontare: emergenza igienico/sanitaria, carenza idrica, difficoltà logistiche varie.
Chi possiede responsabilità istituzionali, qualora non ponesse freno al fenomeno di abbandono e degrado che da circa un trentennio caratterizza il nostro borgo dovrebbe assumersi una responsabilità storica di fondamentale importanza: quella di aver rinunciato al luogo ove il valore della “pietramelaresità” ha preso corpo e si è formato, al luogo in cui si sono sviluppate le relazioni di vicinato, in cui si è evoluto il nostro dialetto,al luogo ove tutte le tradizioni che la nostra memoria collettiva conserva sono state tramandate e sono giunte fino a noi.
Molti conoscono l’episodio storico più importante che ha vissuto il nostro Borgo: il sacco con la barbara e cruenta distruzione, subita all’alba del 12 marzo 1496; indubbiamente tale fatto ha impresso una straordinaria impronta fisica ed urbanistica che, a distanza di 5 secoli, sebbene attenuata, non si è ancora cancellata.
Tuttavia pochi si sono interrogati invece sui mille e mille microepisodi vissuti da donne e uomini nei secoli, pietramelaresi comuni, ma anch’essi autori di caratteri speciali conferiti al nostro monumento più importante.
In tale concezione "Montenelliana" della storia, ogni pietra, ogni scorcio, ogni manufatto parla di loro: il forno, presente in ogni casa, la cisterna per la raccolta delle acque piovane, la stalla del maiale,ecc.
Sulla base di un’approfondita conoscenza di donne, uomini, luoghi e tradizioni si deve formare una nuova politica per il borgo, con progetti denotati da obiettivi chiari e lineari; la televisione, strumento di comunicazione più moderno e potente di tutti, va utilizzata, ma solo dopo, e per far vedere quanto siamo stati bravi!


sabato 22 novembre 2014

21 NOVEMBRE, FESTA DEGLI ALBERI

Si è celebrata ieri, 21 Novembre, in tutto il mondo (eccetto Pietramelara!) la “Festa degli Alberi”; si tratta di una ricorrenza nata in epoca moderna, rispondendo alla necessità di educare la popolazione al rispetto ed all'amore degli alberi anche attraverso una celebrazione che si concretizzò per la prima volta in alcuni stati del Nord America intorno alla seconda metà dell'Ottocento.
Anche in considerazione della scarsa attenzione dedicata, qui da noi, al problema, direi che grande importanza vada attribuita alle piante in generale, più che agli alberi in quanto tali, infatti nello svolgersi della civiltà umana è stato l’intero regno vegetale a dare una grossa mano all’uomo nel progresso e nell’evoluzione.
Per considerare l’importanza delle piante dobbiamo far mente locale a tre motivazioni principali, quella alimentare e pratica, quella paesaggistica e quella che ci difende dall’innalzamento delle temperature.
Le piante, nel corso della loro evoluzione, hanno imparato a cibarsi di aria, miscuglio di tanti gas tra i quali l’anidride carbonica e l’acqua sotto forma di vapore, mediante il celebre processo che va sotto il nome di fotosintesi clorofilliana; la bocca da cui entra questo cibo è la parte inferiore della foglia, l’ acqua e l’anidride carbonica si combinano e, con l’aggiunta di energia catturata dal sole, danno origine (direttamente ed indirettamente) a sostanze zuccherine, grassi, proteine, legno ecc. La nostra alimentazione dipende in larghissima parte da questa singolare proprietà che hanno le piante: un piatto di pasta, un pezzo di cioccolato, una fetta di pane, ma anche alimenti di origine animale, come la carne ed il latte, non sarebbero presenti sulla nostra tavola senza le piante e la funzione di cui abbiamo parlato.
Le piante e gli alberi sono elementi costitutivi del paesaggio e contribuiscono a dare armonia ad esso, anche nelle città più popolate gli alberi contribuiscono rendere la vita dell’uomo più facile, a concedere loro angoli verdi per il riposo; è questo un vantaggio di cui noi, che abitiamo in un paese, non ci rendiamo sufficientemente conto , tuttavia ritengo che vivere in un luogo del tutto privo di alberi deve essere assolutamente alienante.
Infine gli alberi, ed i vegetali in genere, ci proteggono dall’effetto serra, che è un fenomeno naturale e quindi non di per sé dannoso; ciò che è dannoso, invece è l’eccessivo aumento dell’effetto serra.
Si tratta di un problema grave dovuto al fatto che l’eccessiva presenza di alcuni gas nell’atmosfera (soprattutto anidrite carbonica) non permette alla terra di disperdere calore, tra questi gas il principale è l’anidride carbonica derivante dalla combustione di idrocarburi, di legna ed altri combustibili fossili.
Il nostro pianeta, la terra, ha caldo non tanto per eccesso di riscaldamento ma per difficoltà di raffreddamento: è come se uno portasse un pesante maglione di lana in un pomeriggio di agosto; l’aiuto che ci danno le piante consiste nell'assorbimento dell’anidrite carbonica in eccesso e, facendo questo, è come se ci aiutassero a liberarci dal pesante maglione in pieno agosto. L’importanza è tanto più grande perché le piante regolano l’assorbimento di anidrite carbonica a seconda della sua presenza: se essa è molta, ne assorbono molta se essa è poca ne assorbono poca; l’importanza degli alberi e delle piante è maggiore quindi in ambienti più inquinati.
Amare e rispettare le piante è giusto ed auspicabile, perché sono sicuro che, anche se il più delle volte non lo meritiamo, esse ci amino e ci rispettino.

venerdì 14 novembre 2014

UN'ESPERIENZA DA RICORDARE

Non sono solito pentirmi delle esperienze che ho vissuto, siano esse lavorative, politico/sociali o anche riguardanti la sfera affettiva e, tra esse, ce n’è una che mi ha intrigato in modo particolare: quella del consigliere comunale di opposizione. Certo, sarebbe stato preferibile essere eletto in una lista coronata dal successo, ma tant’è … Quest’esperienza è durata circa quattro anni, dal 2009 al 2012 e, per completezza di informazione devo dire che non sono entrato in consiglio appena dopo le elezioni, ma in seguito alla rinuncia di un mio compagno di lista. Non è facile, ve lo assicuro, il lavoro dei consiglieri di opposizione in seno ai consigli comunali, così come nelle assisi di altri Enti territoriali di importanza superiore; tuttavia sono convinto che si tratti, in sostanza, di una vera e propria garanzia offerta al cittadino, prevista tra l’altro dalla nostra Costituzione, la cui importanza di giorno in giorno cresce. Con la semplificazione amministrativa contenuta nella normativa più recente, infatti, altri organi istituzionali, che esercitavano esclusivamente funzioni di controllo sulla pubblica amministrazione, hanno visto ridotte drasticamente le proprie competenze o, addirittura, sono di fatto scomparsi; è il caso del Comitato Regionale di Controllo (Co.Re.Co), del Comitato Tecnico Regionale (C.T.R.), e di tanti altri.
E’ il caso di affermare che, a volte, anche le stesse maggioranze consiliari si avvalgono di questa funzione di controllo esercitata dalle opposizioni e, in tal modo evitano di commettere strafalcioni politico-amministrativi, anche nella considerazione del fatto che mai si permetterebbe ad essi di passare in consiglio comunale. Certo l’opera dei consiglieri di opposizione è misconosciuta e non di rado fonte di frustrazioni per chi la esercita. I sindaci ed gli amministratori di maggioranza troppe volte ignorano tutto questo e, per farsi propaganda, stigmatizzano l’intento certamente positivo e propositivo dei propri colleghi di opposizione, facendolo passare per assunzioni preconcette e dettate da imposizioni di partito.
L’azione che ho condotto in quel periodo, in seno al consiglio insieme ai miei amici, ha visto momenti di intensa dialettica, di cui vado particolarmente fiero. Ricordo con piacere l’attenta analisi dei bilanci comunali, studiati fino a notte fonda per individuare eventuali trucchi contabili, cercare di capire fino a che punto si voleva osare; come tacere, poi, dell’ intensa battaglia combattuta, entro e fuori il consiglio, contro la realizzazione dell’Ecomostro (il famoso canalone), opera che oggi, ad ultimazione avvenuta, ha confermato in pieno l’estrema inutilità, e che non pochi disagi ha causato e causa a coloro che sono stati interessati dalle operazioni di cantiere; e poi tanto altro che non sto qui a ricordare.
Combattere e lavorare per la propria terra, per il proprio paese è un onore, ma anche e soprattutto una grave responsabilità, in virtù della quale chi, con la vittoria elettorale, è chiamato ad amministrare deve farlo con dedizione e volontà, e chi è chiamato ad opporsi deve mostrare spirito di sacrificio ancora maggiore, dall’inizio alla fine del proprio mandato (intelligenti pauca!)

sabato 8 novembre 2014

PIANETA GIOVANI

E’ veramente difficile scrivere dei pregi di persone o di gruppi che vivono ed operano in paese, a quattro passi dalla tua postazione, soprattutto perché si corre il rischio di scadere nella retorica. Quando, poi, si parla di giovani tale rischio è particolarmente elevato; il vostro blogger scribacchiante potrebbe, inoltre, sentirsi in difficoltà a causa del fatto che le proprie figlie ormai da tempo interagiscono a pieno titolo con i vari gruppi giovanili pietramelaresi.
Bando ai preamboli, direi che “in primis” vada citata la forte capacità e propensione all’aggregazione che, grazie a Dio, da decenni ha voluto e saputo liberarsi delle differenze sociali. Basta osservare il gruppo che si occupa delle varie manifestazioni che si tengono nel periodo estivo, per notare con piacere come ragazzi di ogni ceto (…se di ceti è ancora permesso parlare) collaborino con entusiasmo e sinergia alla riuscita di sagre ed eventi vari. Il comune sentire, il senso di appartenenza sono doti importantissime perché conferiscono l’identità alla comunità locali; senza di esse, infatti, vi sono solo persone che vivono nello stesso luogo geografico, quasi per un puro gioco del caso, ma tra loro mancano interazioni positive.
Tale considerazione mi permette di introdurre la seconda qualità dei giovani di Pietramelara, il senso di solidarietà: non è raro vederli prodigare nelle occasioni del dolore, del lutto, di calamità piccole o grandi, per alleviare sofferenze, per provvedere ad esigenze eccetera.
Terzo, ma non ultimo, punto sul quale soffermarsi è la cultura, la voglia di sapere che da sempre li pervade. Mi riferisco ai ragazzi e giovani di Pietramelara che, in ogni tempo vicino o lontano, hanno sfidato difficoltà di ogni tipo (pendolarità, residenza fuori sede) per assicurasi un futuro migliore, per conseguire un diploma o (meglio) una laurea. Certo che oggi è tutto più facile, grazie soprattutto ai miglioramenti economici generali, alla vicinanza di sedi scolastiche ed universitarie, ma fino a qualche decennio fa i sacrifici sostenuti dai nostri giovani per studiare erano veramente ingenti ma, quasi sempre, essi venivano compensati da grandi soddisfazioni per le famiglie. In alcuni casi poi, si è visto che la riuscita professionale di un giovane era tanto più alta quanto più costui aveva affrontato difficoltà di vario tipo.
Difetti?... certamente, ma non penso che questo sia il luogo adatto; mi preme solo additare lo scarso attaccamento alle strutture sociali che la nostra generazione ha usato: la piazza è frequentata dai giovani solo come base di partenza per uscite serali, mentre a mio parere dovrebbe essere usata anche e soprattutto per discutervi ed informarsi sulle varie problematiche ed iniziative in cantiere.
Sicuramente in questa breve disamina, sarà sfuggito qualche aspetto tuttavia, sicuro come sono della benevolenza dei miei “quattro lettori” verso i dilettanti della scrittura, ciò mi sarà senz’altro perdonato.
I giovani vanno guardati con rispetto e considerazione, anche perché sono quello che siamo stati, insieme a ciò che avremmo voluto essere: in ogni loro errore si cela un nostro errore, e ogni loro successo va visto con soddisfazione, da ovunque giunga, perché un contributo, piccolo quanto si vuole, ognuno di noi l’avrà sicuramente dato.

martedì 4 novembre 2014

RIPRENDIAMOCI IL NOSTRO PAESE

La recente ondata di furti, che a volte si trasformano in vere e proprie rapine, in paese, a quattro passi da casa nostra, genera non poca apprensione in tutti noi. La domanda che ci si pone più frequentemente è allora: “quando toccherà a me, alla mia casa, alla mia famiglia?” Saperlo comporterebbe un vantaggio fondamentale: l’eliminazione dell’elemento “sorpresa” sul quale tanti malviventi fanno affidamento. Inoltre, senza sorpresa, il nemico che ti invade la casa, attenta al tuo patrimonio e viola la tua privacy sarebbe affrontato con maggior efficacia, anche dal punto di vista psicologico, oltre che fisico/materiale.
Ed allora si cercano gli strumenti più idonei per arginare, se non eliminare l’attuale flagello: c’è chi invoca un servizio di videosorveglianza del territorio più volte annunciato (ma mai reso operativo), chi arriva ad invocare le ronde, copiando una trita idea partorita in “padania” (notoria patria delle menti più intelligenti del paese), chi ha pensato ad istituire un apposito gruppo su fb,e via discorrendo!
Il vostro blogger che, come sapete, osserva la realtà con l’occhio disincantato del filosofo “del pensiero debole”, seppur convinto che le scelte politiche fin qui operate hanno finito con il favorire tale stato di cose, è costretto ancora una volta a dissentire, ad essere la solita voce “fuori dal coro”. La delocalizzazione del mercato e lo spostamento dell’asse commerciale dal centro storico alla periferia hanno di fatto privato Pietramelara di quella funzione di “assicurazione sociale” rappresentata da una vetrina illuminata, da una persona piena di esperienza che, mentre accontenta l’avventore di turno, continua ad osservare tutt’intorno, allo scopo di salvaguardare la propria attività ed il proprio tornaconto, e mentre fa ciò offre un servizio insostituibile di sorveglianza all’intera popolazione, peraltro assolutamente gratis.
Il male con cui ci confrontiamo e di cui parliamo, oggi come ieri, mi sembra evidente, è figlio di un paese abbandonato a se stesso, certamente dalla politica, ma anche e sopratutto dall’ intera cittadinanza. Chi esce dopo cena è costretto a vagare per le vie del centro praticamente deserte e, badate bene, le condizioni ambientali attuali sono tutt’altro che proibitive: le temperature anche di sera si mantengono miti e l’umidità è contenuta entro limiti più che accettabili. La mia proposta, allora, è semplicemente questa, fino a che il “generale inverno” lo permetta: riappropriamoci del nostro paese! Incontriamoci la sera nelle nostre belle piazze, dimostriamo di esserci, non facciamoci vincere dalla pigrizia e dall’isolazionismo; le “ronde” lasciamole ai padani, a noi riserviamo la frequenza degli amici fuori dalle mura domestiche, magari davanti a un fumante caffè. Ho espresso pubblicamente la mia perplessità riguardo alla celebrazione in paese di una “ricorrenza di importazione” come Halloween, tuttavia, a ragion veduta, va dato atto ai ragazzi di “Terrore al Borgo” di aver intensamente animato il centro storico per lunghe serate (tra prove e rappresentazioni); ciò ha sortito di sicuro anche l’effetto di aver tenuto lontano i malintenzionati da quei posti in quelle sere.
Certo, va preteso che le forze dell’ordine facciano fino in fondo il proprio dovere, collaborando con loro ove se ne ravvisasse la necessità, fornendo utili informazioni ma, è ovvio, senza alcuna pretesa di sostituirci a loro. I vigili facciano i vigili, i carabinieri facciano i carabinieri, ma i cittadini, dal canto loro hanno il diritto/dovere di vivere la propria comunità ed il proprio paese: chiusi ognuno nella propria accogliente casetta diventiamo sempre più deboli ed indifesi.

giovedì 30 ottobre 2014

31 OTTOBRE: UNA RICORRENZA D'IMPORTAZIONE

Secondo la signora Wikipedia, notoriamente saccente, Halloween “è una festività anglosassone che trae le sue origini da ricorrenze celtiche (All-Hallows-Eve) che ha assunto negli Stati Uniti le forme accentuatamente macabre e spesso violente con cui oggi la conosciamo e che si celebra la notte del 31 ottobre”. Già da questo si dovrebbe evincere con chiarezza che tutto l’ affannarsi di bambini e mamme ansiose, in questo periodo, è del tutto estraneo alla nostra cultura ed alle nostre tradizioni: in effetti si tratta solo dell’ ennesimo inchinarsi alla colonizzazione anglosassone. La diffusione di tale usanza dalle nostre parti verso è iniziata verso la fine degli anni ’90, e da allora si vedono aggirarsi, con il calar dell’ultima sera di ottobre, frotte di bambini ed adolescenti, che bussano e ripetono la solita domanda “dolcetto o scherzetto?” un po’ stupida, non credete… ma sentita e risentita al cinema o in TV. La domandina e l’aggirarsi per le case non hanno nulla di originale, se si pensa all’usanza del “Buonu e buonannu” andata avanti sino qualche decennio fa, e oggi quasi del tutto dimenticata (cfr. su questo stesso blog http://scribacchiandoperme.blogspot.it/2013/01/buonu-e-buonannu.html); se mi spingo ancora un po’ più in là con la mente, posso anche pensare che le due cose forse hanno radici antropologiche analoghe se non comuni.
C’è poi chi di “Halloween e dintorni” ha pensato di fare una grossa speculazione commerciale, con tanto di gadgets vari e costumi macabri per le feste “ a tema”. Inoltre, che dire delle zucche, degradate da nobile ortaggio e fonte di sostentamento, a basi per sculture di dubbio gusto? Devo aggiungere, per completare il quadro, che non mi sono mai piaciuti troppo neanche gli eventi che in qualche modo, da noi, in paese si ricollegano a tale “ricorrenza di importazione”.
La fine di ottobre e l’inizio di novembre, al contrario, per me e tanti altri (per fortuna) sono ancora i giorni dei morti, della memoria di chi ci ha preceduto e che non c’è più, almeno nella forma fisicamente avvertibile. In questi giorni le “urne dei forti”, di foscoliana memoria, dovrebbero indicare la strada a noialtri, infondendo, con l’esempio dato in vita, il coraggio e la volontà di fare “egregie cose” (cfr. U. foscolo, Carme dei sepolcri. versi 151-164) .
I ricordi di un bambino degli anni ’60 mi riportano ad un periodo tutt’altro che triste, solitamente soleggiato, con la consueta puntata in quel di Frignano per onorare i morti della famiglia paterna. In quel cimitero e in quello nostro, di Pietramelara, abituali luoghi di raccoglimento, in questi giorni si respirava e si respira un’atmosfera briosa ed allegra: fiori e luci dappertutto, una festa vera e propria, saluti di parenti ritornati in paese per rendere omaggio ad una sepoltura, sorrisi che si incrociano, abbracci e strette di mano che contrastano non poco con il dolore, recente e cocente, di altri. Ma… tant’è, è la vita! Sono questi i contrasti e le dissonanze avvertibili in una realtà, come la nostra, densa di contraddizioni, ed a volte beffarda e crudele.

lunedì 27 ottobre 2014

UN TESORO “IGNORATO”

Vi è un bene comune che possediamo, e di cui, forse, pochi di noi conoscono quanto sia prezioso: il nostro paesaggio rurale. Eh già “prezioso”… perché conferisce onore a chi lo ha generato, identità a chi oggi lo abita e ne fruisce, perché è capace di comunicare a chiunque venga a contatto con esso una sensazione di armonia, perché è un indicatore di equilibri ambientali costituiti secoli or sono. Provate a salire sulla nostra torre, nel borgo, oppure su in montagna, al Monticello o al Monte Maggiore: osservando i dintorni e ruotando lo sguardo ne potrete avere un’idea, e vedere quanto la natura sia stata generosa, e quanto i nostri progenitori abbiano fatto per collaborarla, assecondarla e, ove fossero state presenti eventuali negatività, correggerla.
Il paesaggio rurale si è generato, nel corso dei secoli, ad opera della saggia collaborazione, quindi, fra la natura e la mano dell’uomo; elementi caratterizzanti ne sono le alberature di confine, i casolari, le strade rurali, le siepi, i fossi, i rivi. Tale paesaggio, anche se allo stato attuale non può definirsi irrimediabilmente deturpato, ha subìto, specie negli ultimi tre decenni, sensibili disturbi provocati soprattutto da due cause .
In primo luogo la sistemazione delle strade rurali iniziata negli anni ‘70 che, se ha conferito indubbi vantaggi all’economia agricola del paese, è stata in seguito estremizzata ed esagerata con le asfaltificazioni selvagge di quasi tutte le strade rurali.
In secondo luogo la perdita definitiva, all’indomani del terremoto dell’80 dell’architettura rurale nelle sue forme più genuine: il ricorso indiscriminato all’abbattimento e ricostruzione dei fabbricati (previsto dalle leggi post terremoto) ha determinato la perdita di volumetrie, di soluzioni costruttive e manufatti tipici di tali costruzioni, che le giovani generazioni avranno modo di conoscere solo attraverso le immagini del passato (quando disponibili).
Vi sono, poi, gli elementi secondari del paesaggio quali le siepi, i fossi e i rivi: essi assumono un’importanza chiave nell’ambito degli agroecosistemi; la copertura dei rivi o la loro cementificazione, l’eliminazione spinta delle siepi hanno causato nella nostra zona l’estinzione di uccelli nidificanti preferibilmente in tali luoghi; inoltre con la copertura dei rivi, trasformati a volte in veri collettori fognanti, si è persa del tutto la loro efficacia drenante, con il conseguente allagamento delle zone più basse nella stagione piovosa. Al contrario, le paludi stagionali che si formavano nella zona “pantani” si son progressivamente estinte nell’ultimo trentennio, plausibilmente a motivo del notevole abbassamento della falda freatica.
Tuttavia, nonostante le negatività descritte, e questo va detto, Pietramelara può ritenersi piuttosto fortunata sotto il profilo della conservazione del paesaggio; un motivo di tale fortuna va ricercato proprio negli agricoltori, che a differenza di quanto è accaduto a Riardo o altri comuni limitrofi, sono e restano (per lo più) pietramelaresi: la loro cultura comporta l’adozione di indirizzi produttivi più rispettosi dell’ambiente e del paesaggio. Ciò ha impedito in qualche modo che si perpetrassero scempi quali spianamenti di forte impatto visivo ed idrogeologico, tipici di un’agricoltura poco rispettosa dei luoghi, importata anche a pochi chilometri da casa nostra da agricoltori provenienti dall’Agro Aversano e/o dal Giulianese.

venerdì 24 ottobre 2014

TURISTI DEL GUSTO

Agricoltura e cultura: la rima non è casuale. Oggi più che mai agricoltura e cultura sono destinate a incontrarsi, influenzarsi, contaminarsi. Offrire e far conoscere il sapore dei campi significa divulgare la storia della civiltà. Il consumatore diventa quindi “turista del gusto”, quel tipo di turista che negli ultimi anni ha scelto in modo sempre più massiccio l’esperienza dell’agriturismo, consolidata fonte di business in zone quali la Toscana, l’Umbria, la Puglia, e che in provincia di Caserta presenta esperienze sempre più interessanti per la professionalità degli operatori nonché per la particolarità e la diversificazione delle offerte.
Oggi sotto il termine “agriturismo” sono comprese varie forme di ospitalità incardinate intorno ad un’azienda agricola: la concessione di alloggio e la prestazione di determinati servizi che vanno dalla somministrazione di pasti alle lezioni di equitazione e di ecologia, fino a realtà particolarmente complesse ed attuali che prendono il nome di “fattorie didattiche”: unità produttive agricole a tutti gli effetti, che nell’ottica della “multifunzionalità” esercitano nei confronti delle scolaresche, specie di quelle provenienti da aree urbane e metropolitane, una importante funzione di riavvicinamento alla natura. Senza podere, quindi, niente agriturismo: da qui una sempre maggiore divaricazione da altre attività definibili di “turismo rurale”, all’affannosa ricerca della qualifica di “agriturismo”, per godere dei vantaggi – fiscali in primo luogo- connessi alla cosa.
Ed è proprio nella multifunzionalità, parolina magica, che si esplicita l’agriturismo come fenomeno di massa e di elite: un concetto di unità produttiva agricola non dedita esclusivamente alla produzione di alimenti, ma che comincia ad erogare, con soddisfazione economica crescente, anche e soprattutto servizi.
Certo molto tempo è passato dai primi anni ’70, che videro la nascita del fenomeno: allora operai, studenti ed altri vacanzieri di limitate possibilità ricevevano spartana ospitalità dai contadini in qualche camerone senza servizi, o addirittura nel fienile, per poche lire a notte; oggi si stanno progettando i primi eliporti a servizio di aziende agrituristiche per consentire lo sbarco di avventori, evidentemente di ben superiori possibilità finanziarie. Chi scrive ha potuto per motivi di lavoro, o per semplice diporto, visitare un gran numero di aziende agrituristiche della provincia e, anche se, come si diceva all’inizio, il panorama non si rivela particolarmente desolante, ancora molta strada va percorsa nel cammino verso la vera qualità totale dei servizi offerti, strategica per uno sviluppo foriero di soddisfazioni economiche e professionali. Prima di tutto gli operatori agrituristici veri dovrebbero isolare e relegare in un angolo il gruppo di coloro che, ritenendosi furbi, propinano ai propri avventori prodotti da supermercato o, peggio, da “hard discount”, cucinati in assenza di norme igieniche e per i quali vengono presentati conti salatissimi. Un ruolo fondamentale lo hanno i comuni: ad essi la legge regionale in materia delega il rilascio delle autorizzazioni all’esercizio dell’attività e il controllo sull’osservanza delle norme.
Sono del parere che, inoltre, vadano sempre di più incrementate le sinergie esistenti fra aziende agrituristiche produttrici di alimenti e servizi diversi: in virtù di ciò, ad esempio, il viticoltore cederà il proprio vino al pastore che lo ripagherà con i suoi formaggi, l’azienda con maneggio potrà offrire lezioni agli ospiti del vicino a condizioni concorrenziali, e via discorrendo sino alla costituzione di una vera e propria rete che, tra i fini perseguiti, metta al primo posto la valorizzazione del territorio e delle sue produzioni tipiche.

sabato 18 ottobre 2014

SINDROME DEL NIMBY

Secondo wikipedia NIMBY è un acronimo inglese che sta per “Not In My Back Yard”, lett. "Non nel mio cortile" : con esso si indica un atteggiamento che si riscontra nelle proteste contro opere di interesse pubblico o non, che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui verranno costruite, come ad esempio grandi vie di comunicazione, cave, sviluppi insediativi o industriali, termovalorizzatori, discariche, depositi di sostanze pericolose, centrali elettriche e simili. Chi ne viene affetto si dice abbia la Sindrome di Nimby. La cosa curiosa è proprio questa: si riconosce l’utilità dell’opera ma la si vuole comunque lontana.
Tornando al mio piccolo borgo rurale, fanno molto rumore le odierne vicende delle proteste nei confronti di chi, fuggendo da terre meno fortunate caratterizzate da guerre e carestie, dovrebbe trovare ospitalità in un determinato fabbricato sito in via Sanniti. Non entro nell’opportunità delle proteste, comunque una cosa balza agli occhi: esse sono state suscitate e portate avanti da personaggi vicini allo scenario politico, abitanti da quelle parti, e che navigano nell’universo della sinistra, partito democratico o anche più in là . Costoro sono stati sempre, ed evidentemente a parole, paladini dell’accoglienza, della solidarietà, dell’ecumenismo etnico e transnazionale ma… appena la cosa sembra toccarli da vicino, ecco che vengono colpiti dalla “sindrome del nimby”. Non ci sono opere pubbliche da tenere lontane, solo persone diverse ma la sostanza è la stessa. La coerenza, si sa, non è stata mai patrimonio comune a Pietramelara, soprattutto in politica ma che dire di sedicenti uomini di sinistra, arrivati ad organizzare vere e proprie “riunioni condominiali” anti rifugiato? … per me il comportamento è similpadano, alla stregua dei più integri seguaci di Gianfranco Miglio, fondatore e teorico della Lega.

giovedì 16 ottobre 2014

TANTA VOTE

Avete mai sentito dire: “tanta vòte” (trad.lett.:tante volte)? Esso è un modo di dire tra l’augurale e lo speranzoso, usato alle nostre parti: “tanta vòte me sposu”, risponderebbe una ragazza in età da marito a chi le chiede perché prepara il corredo. L'espressione sta ad indicare qualcosa di estremamente probabile e in qualche caso imminente; la stessa risposta “tanta vòte me sposu”, sulla bocca di un’acida zitella ultracinquantenne non assume ne lo stesso significato ne la stessa valenza, indicando qualcosa di molto meno probabile.
“Che c’è fa cu sta machina”? “tanta vòte pigliu nu postu, ce vac’ a faticà”, è la risposta di un giovane in attesa di prima occupazione. A Roma direbbero: “Hai visto mai?” che significa esattamente la stessa cosa.
“Tanta vòte” racchiude un concetto basilare della statistica, cioè che la probabilità che un fenomeno assuma caratteristiche positive aumenta all’aumentare delle volte in cui il fenomeno stesso si ripete. Faccio un esempio per essere più chiaro: se non giochiamo mai alla lotteria le probabilità di vincere sono nulle, ma se lo facciamo una o due volte nella vita la cosa non cambia granchè. Se giochiamo frequentemente (un gran numero di volte, tante volte, “tanta vòte”) le probabilità di vincita sono molte di più! Chiaro, adesso?
“Tanta vòte”, allora assume un significato ben preciso che è questo: “vuoi vedere che questa, tra le tante volte, è quella buona?” La speranza di vivere una situazione positiva che potrebbe comportare ricchezza, amore, fortuna, è insita ed innata fra la nostra gente, notoriamente avvezza nel passato ad una vita grama, ma non per questo disperata. La filosofia di vita di costoro, positiva anche quando le condizioni ed il contesto indicano il contrario, si è riflessa in questo modo di dire così curioso e denso di significato: “Tanta vòte”.

martedì 30 settembre 2014

1964, PRIMO OTTOBRE

Allora, in quel tempo lontano, le vacanze estive dalla scuola erano veramente lunghe, quasi tre mesi e mezzo, e finivano insieme al mese di settembre. Il primo di ottobre, San Remigio, si ricominciava ed i bambini che per la prima volta varcavano la soglia delle elementari venivano pertanto detti “remigini”; questo fino a quando, in Italia, non fu approvata la legge n.517 del 4 agosto 1977, e l’inizio delle scuole fu anticipato a metà settembre.
Il mio primo giorno da remigino, appunto, cadde esattamente mezzo secolo fa, 1 ottobre 1964! … non ricordo molto di quel giorno, avevo solo cinque anni appena compiuti; immagino che mi accompagnarono in classe i miei genitori, insegnanti, quindi presenti in quel luogo anche per motivi di lavoro, che mi consegnarono al collega a cui ero stato destinato, il carissimo e compianto Maestro Francesco Broccoli, raccomandandomi di fare il bravo, stare a sentire il maestro con attenzione e bla, bla, bla… intanto per me nell’arioso edificio di via Marconi era iniziata una nuova era, una nuova fase della mia giovane esistenza, destinata a concludersi circa vent’anni dopo con l’esame di laurea nella Reggia borbonica di Portici.
Classe rigidamente maschile, come si usava allora, i caratteristici banchi di legno (monoblocco seduta e scrittoio) che recavano ancora il tipico buco destinato ad accogliere il calamaio, nonostante si fosse già da tempo diffuso l’uso delle biro; e tra i banchi i miei compagni, conosciuti in quel lontano primo ottobre di mezzo secolo fa: e quelli sì, che li ricordo ad uno ad uno! … di ognuno ricordo il volto da bambino , e nelle attuali sembianze degli uomini maturi che sono diventati, riesco ancora a scorgere quelle gentili fattezze, anche se in parte corrotte e cambiate dal tempo. Vestivamo in modo semplice: calzoni corti anche in inverno, scarpe lise dall’iperattività frenetica e dai giochi, grembiule nero e fiocco bianco; chi abitava in campagna recava quasi sempre con se un forte e caratteristico odore di stallatico, ma nessuno ci faceva caso: la cosa veniva considerata più che normale. Sono oggi diventati padri di famiglia, imprenditori, operai, professionisti di successo, ma comunque tutti “uomini”, persone cioè in grado di interpretare ed assumersi responsabilità a vari livelli, sempre onerose e connotate dal sacrificio: come si usa dire dalle nostre parti “hanno fatto una buona riuscita”.
Pensate che con tre di loro: Vinicio, Enzo e Fernando il cammino comune è durato fino ai tempi della maturità … Quanti ricordi, quante storie allegre, quante fragorose risate che ancor oggi ci coinvolgono quando (raramente) ci ritroviamo insieme a raccontarci e raccontarci ancora i ricordi di quel tempo felice.
Tra noi, due o tre ci hanno già lasciato da tempo per una malattia, per un incidente sul lavoro, o per altro e sempre perché la Dea Bendata quel giorno si era distratta e non era rimasta accanto a loro: li rimpiango, e sono triste quando ci penso, perché con essi è andata perduta una parte del mio essere fanciullo.
La scuola: un mondo di cui ho respirato profondamente l’aria e il cui retaggio di valori, insegnamenti, sentimenti, regole e sistemi ancora scandisce i miei giorni, da quell’inizio cinquant’anni fa, fino ad oggi.

sabato 27 settembre 2014

SAGRA: PRIMUM PHILOSOPHARE DEINDE EDERE

La Sagra al Borgo, per le peculiarità insite nell’evento e per l’importanza ai fini della valorizzazione e lo sviluppo del territorio, rappresenta un momento clou dell’estate pietramelarese, e pertanto merita sicuramente attenzione ed approfondimento.
“PRIMUM EDERE DEINDE PHILOSOPHARE” (prima mangiare e poi pensare, ndr) sentenziavano i nostri progenitori latini, ma sono convinto che, al contrario, qui si debba prima di tutto “filosofare”, ed allora.. quale la filosofia su cui basare i menù da proporre ai numerosissimi avventori attesi?
Essa è molto semplice, se non addirittura ovvia: focalizza l’attenzione sulla riscoperta e riproposta dei piatti della tradizione contadina sette - ottocentesca, tradizione che è andata sempre più affievolendosi con le migliorate condizioni economiche generali, ma anche grazie all’avvento ed alla diffusione di nuovi modelli alimentari “di importazione”, proposti dai mass-media. La cucina dei nostri nonni, povera, ma allo stesso tempo ricca per fantasia e sensazioni indotte, non ricalca in tutto e per tutto la tanto celebrata “alimentazione mediterranea”, per vari motivi: in primo luogo per il clima, a volte rigido e freddo, mancano, perciò, preparazioni a base di pesce fresco, è forte, invece, la presenza di piatti basati sulle carni suine, molto di più che nel napoletano e dintorni; non va dimenticato, a tal proposito, che ci troviamo nella zona di origine della nobile razza suina “casertana”, sempre più alla moda fra allevatori, ristoratori e consumatori. A causa di quel freddo pungente nelle giornate d’inverno e della forte calura nelle lunghe giornate estive, dalle nostre parti l’alimentazione assumeva in passato connotati di spiccata stagionalità: la pasta, le carni, i salumi durante l’inverno, accompagnati da generosi rossi, insalate di pomodoro, cetrioli e fagiolini per l’estate con qualche bicchiere di un frizzante e leggero bianco.
Ciò premesso, la nostra Sagra non può fare a meno di presentare e proporre ai suoi ospiti “cavati” al sugo, pasta semplice a base di acqua e farina, fatta in casa e condita con ragù consumato per ore nel tegame di terracotta, “carna saucicciara”, polpa di maiale tagliata a tocchetti e conciata come per il ripieno delle salsicce, con l’aggiunta di sale, peperoncino e finocchietto selvatico, non possono mancare, inoltre, spezzatini di bufala, in bianco ed al pomodoro, e la mozzarella, in ossequio al comparto dell’allevamento bufalino, robusta realtà economica del territorio, interessante ed in espansione.
Visitando la nostra sagra mai a nessuno dovranno essere proposti wurstel, hot dogs, birra ed altre assurdità del genere, come se ne vedono in giro in abbondanza, perché la manifestazione deve essere e funzionare prima di tutto come volano di sviluppo per l’intero territorio e valorizzare le risorse ambientali, monumentali e agroalimentari insite in esso.
Una filosofia molto “slow food” – allora – in linea con le più attuali linee di tendenza della moderna enogastronomia.

sabato 20 settembre 2014

DA MOZART AGLI ALUNNI DEL SOLE

Esiste la musica classica, la leggera e quella pop? O molto più semplicemente, come ha sottolineato un politico presente alla serata, esiste la “musica” ? Saranno stati questi i pensieri del Maestro Caiazza, nel momento in cui ha elaborato il programma del concerto a cui abbiamo assistito ieri sera.
Emozioni, divertimento, bella musica, parterre importante, questi gli ingredienti della serata vissuta nell’antico borgo di Riardo ieri sera, tra cultura, socialità e rilancio del nostro territorio; il sagrato della chiesa di Santa Maria a Silice, location quando mai indovinata ed insolita, si è trasformato in un magico palcoscenico dotato di caratteristiche acustiche che pochi tra i presenti si aspettavano. Il programma ha spaziato tra domini musicali distinti e distanti fra loro, ma fusi insieme con sapiente armonia e seguendo il filo rosso dell’amore, declinato in ogni diversa accezione, insieme ad una particolare attenzione alla musica napoletana e della terra campana. Musica da camera, lirica, fino a giungere, senza apparenti soluzioni di continuità, alle colonne sonore di grandi film e persino agli intramontabili Beatles e… per finire un gruppo italiano del passato forse immeritatamente dimenticato come “Gli Alunni del Sole”. Questo particolare è stato molto gradito a chi - come me- ha più di un capello bianco sulle tempie: ascoltare “Concerto”, di quel gruppo, è stato come rivivere un emozione legata ai bei giorni dell’adolescenza e della gioventù; ed è evidente che della cosa se ne sia accorto il maestro che, al momento di concedere il bis, ha pensato a riproporre tale brano, già in scaletta.
Protagonista indiscusso della serata, il Maestro Ivano Caiazza, vanto della sua Riardo e grande risorsa culturale attinta a quel ricco giacimento chiamato Alto Casertano: si tratta di un compositore, direttore d’orchestra, violinista, ricercatore e musicologo di scuola napoletana. Un percorso di contaminazione, quello tra classico e moderno, intrapreso già da tempo, insieme ai suoi talentuosi musicisti, che anche ieri sera hanno seguito con intensità e concentrazione ogni minima vibrazione della bacchetta che li dirigeva.
L’evento, di singolare suggestione, è stato concluso dai saluti di politici locali e regionali, e dal direttore della Ferrarelle, Ingegner Cerbone, azienda leader del nostro territorio, che ne è stata anche principale sponsor. Alla prossima, dunque, con Ivano e la sua musica!

mercoledì 17 settembre 2014

LA PARTE PIU' IMPORTANTE DI PIETRAMELARA

A volte, quasi per gioco o per curiosità del passato mi metto a scartabellare fra le varie cartelle e sottocartelle del mio Hard Disk; l’ho fatto anche oggi e… per puro caso, mi sono balzati agli occhi vecchi pezzi dedicati al tema dell’edilizia scolastica nel nostro comune, pubblicati nei bollettini del gruppo “uniti per rinascere”, in seno al quale il sottoscritto si occupava della comunicazione; con il senno di poi e, a distanza di quasi un decennio, mi sembra che mentre li scrivevo qualche forza sovrannaturale mi abbia conferito il dono della profezia, leggete un po’ la parte conclusiva di un articolo, datato 30 novembre 2006:
“(…) La recente scelta di realizzare una nuova scuola elementare, solo apparentemente condivisibile, genera perplessità in chi approfondisce la conoscenza della problematica. La spesa per realizzarla in tempi brevi non è sostenibile, basta vedere in che condizioni versano le finanze comunali, pertanto i ragazzi continueranno ancora per decenni a frequentare l’edificio di Via Marconi, le cui condizioni peggiorano sempre più. Per sistemarlo basterebbe solo una piccola parte della spesa occorrente per la nuova scuola, e nelle aule in soprannumero si sarebbe potuta ospitare anche la tanto attesa scuola superiore”
Che dire poi di quest’altro passaggio tratto da un pezzo datato 2008 :
“(…) Ciò che preme comunicare, purtroppo, è che i nostri bambini saranno costretti, se tutto va bene, a frequentare ancora fino al 2010-2011 edifici scolastici fatiscenti e privi degli adeguati standard di sicurezza”. Come avrete costatato le stime temporali di allora si sono dimostrate anche troppo ottimistiche e fiduciose, visto che l’anno scolastico 2010/2011 si è chiuso da un pezzo, e che oggi a pochi giorni dall’apertura dell’anno scolastico 2014/2015 la situazione ristagna sempre allo stesso modo! Le scelte politiche sbagliate hanno condizionato più e più volte la vita della nostra comunità e, nel caso di quelle operate per l’edilizia scolastica, hanno inciso anche sul futuro delle generazioni di scolari e studenti, la parte sicuramente più importante di Pietramelara.


giovedì 11 settembre 2014

TEOREMA... DELLA RAGNATELA

Una questione anima con frequenza crescente tanto i capannelli della piazza quanto le discussioni più impegnate: quali sono le vere cause del declino del nostro paese?
L’analisi storica di un settantennio, quello che ci separa dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale, ci consegna un paese dalla straordinaria voglia di risorgere, che si esprimeva con uno sviluppo dei commerci e dell’economia reale senza precedenti, insieme ad un parallelo ad un diffuso innalzamento culturale.
Date tali premesse, era facile prevedere, negli anni sessanta e settanta, che, di li a poco, Pietramelara si sarebbe dotata di infrastrutture, servizi per il cittadino, scuole e tutto quant’altro distingue una piccola città da un paesone cresciuto disordinatamente. Quali sono, allora, le cause che hanno ostacolato il concretizzarsi di quelle verosimili aspettative? Sono frequenti le risposte riferibili a una posizione geografica defilata, o al ridotto peso del corpo elettorale, o ad ambedue le cause combinate. Ritengo che si tratti di motivazioni semplicistiche, che solo in parte sono in grado di spiegare il fenomeno. La vera “chiave di volta”, a mio parere, risiede nei comportamenti di una classe politico amministrativa che, se nell’ultimo decennio ha dato il peggio di se stessa sotto ogni profilo, già da molto tempo prima mostrava scelte ed obiettivi lontani dall’interesse comune. Inoltre, se si esclude qualche raro quinquennio di interruzione, non si può ignorare che, in pratica, l’oligarchia al potere è rimasta sempre la stessa. La fitta ragnatela di parentele, ascendenze e collateralità fra amministratori del passato e del presente, è stata il vero freno allo sviluppo!
Il ricambio reale nella classe dirigente, bloccato di fatto dalle dinastie che hanno retto il nostro Ente Comunale, non è stato tale da assicurare quella alternanza democratica che ovunque è garanzia di progresso. Due le considerazioni a margine del ragionamento. La prima riguarda la grande responsabilità storica di partiti e gruppi (in particolare quelli riferibili al centro-sinistra pietramelarese): aver assecondato e favorito tale stato di cose. La seconda richiede un’impellente voltar pagina, un segno netto di discontinuità col passato che costituisca il punto fermo da cui ripartire.

domenica 31 agosto 2014

SAGRA: STORIA DI UN QUARANTENNIO

Lo ricorderà chi ha vissuto più o meno i miei anni: la “Sagra al Borgo” nacque intorno alla metà degli anni ‘70 ad opera della nascente Pro Loco Pietramelarese. Il progetto, l’idea giunse dal primo gruppo che coordinò l’associazione. Tanto per fare qualche nome: Carmelo Marsocci e Gabby Bassi, compianti presidenti, Domenico Caiazza, storico locale a tutti noto, Elio Barriciello, studioso di gastronomia e tradizioni contadine., e tanti altri uomini e donne che collaborarono al decollo dell’evento. In tempi in cui “enogastronomia” era un termine sconosciuto ai più, a latere, una vera e propria scuola di cucina tradizionale tenuta dalle due maestre zì Cuncettina e zì Catarina; ed ancora il recupero dei canti e dei balli della tradizione contadina che videro protagonisti gli indimenticati ed indimenticabili Peppino Casillo e consorte, Gioconda, Putenzina. Partita bene la prima edizione, le successive furono ancora più articolate e visibili, recensite nelle TV locali e anche in numerose testate giornalistiche, con iniziative rivoluzionarie a corollario (per i tempi), come ad esempio il campo di lavoro allestito per svuotare la torre dei detriti che la riempivano e per renderla visitabile.
Il cosiddetto boom economico era terminato, e l’Italia stava per entrare in quel periodo buio denominato “anni di piombo”. Gli echi di tali negatività, tuttavia giungevano in paese abbastanza attutiti e regnava ancora un clima abbastanza sereno, di forte coesione sociale: in tale contesto la Sagra finì con il divenire uno delle tante cose di cui il popolo pietramelarese a buon diritto poteva definirsi orgoglioso. In pochi anni le varie sagre paesane cominciarono a spuntare qua e la, nei dintorni come altrove e gli organizzatori di tali eventi guardavano al nostro come un sicuro punto di riferimento. Tale nota storica per quanto sintetica permette un confronto abbastanza agevole con quello che la sagra è diventata nell’arco di un quarantennio, fino a giungere alla novità di ieri sera con una sagra che continua a chiamarsi “al Borgo” ma che, ormai, dal Borgo è del tutto slegata. Ritornare sulle motivazioni del “trasloco” sarebbe ripetitivo e poco piacevole piuttosto, a beneficio dei miei “quattro lettori”, ed anche allo scopo di iniziare un dibattito, ritengo opportuno illustrare il mio modo di vedere la Sagra al Borgo.
Nulla di nuovo, va benissimo il modello adottato tanti anni fa, però con un solo obiettivo da tenere presente in ogni modo e ad ogni costo: alleviare il degrado estremo di alcuni punti del borgo e rilanciare la funzione di valorizzazione dell’enogastronomia e dei monumenti del centro storico. Al conseguimento di tale obiettivo dovranno tendere tutte le forze in campo, grazie ad una sorta di “accordo di programma” fra Comune, Pro Loco e le varie Associazioni che operano sul territorio e che, proprio in questi giorni, hanno dimostrato di saper far bene il proprio lavoro. Non bisogna essere puristi: la sfilata in costume, il bando della festa ed altri adempimenti possono essere benissimo tenuti fra Piazza Sant’Agostino, il Palazzo Ducale e Piazza San Rocco, ma il fulcro della manifestazione deve essere e restare il borgo. Pertanto va pensato un itinerario guidato che si svolga fra gli appartamenti del Palazzo Ducale, le cucine nei tradizionali punti (muro scassato, ‘ncoppa a corte, ecc.) e la Torre Normanna che da sempre ha rappresentato il baricentro del millenario borgo. La sagra deve rappresentare la celebrazione e la riscoperta della civiltà contadina che ha regolato la vita di queste terre fino a un cinquantennio fa; pertanto le preparazioni alimentari, i costumi, le esposizioni di artigianato tipico e quant’altro vanno sempre riferite ad essa, in un quadro di coerenza storica che non dovrebbe guastare. Ben vengano allora le attività della vita contadina di un tempo, le botteghe degli antichi mestieri, il tutto assicurando grande e diffusa visibilità dell’evento, e coinvolgendo la stampa, il Web e tutti gli altri strumenti di comunicazione.

venerdì 29 agosto 2014

DEGRADO DEL BORGO: CAUSA O EFFETTO?

Non condivido del tutto l’articolo apparso su paese news dal titolo “Crolla il Borgo Antico…” (http://www.paesenews.it/?p=44612), anche se mi trovo d’accordo con la scarsezza di attenzione, generalmente riservata dalle varie amministrazioni comunali al problema. Ma… andiamo con ordine! E’chiaramente una nota di colore giornalistica la notizia che il Borgo si stia sbriciolando; il verbo sbriciolarsi sta ad indicare una situazione di precarietà e degrado diffusa e generalizzata, mentre, a rigore, i fenomeni di degrado sono concentrati nella parte più alta del Borgo e interessano un certo numero di immobili di cui si conoscono i proprietari in maniera certa. Tale parte del borgo, per intenderci quella che va dalla Torre Normanna alla piazzetta “ncoppa a corte”, è interessata ormai da circa un quarantennio da un fenomeno di abbandono e spopolamento totale, ma … qui come altrove, non giova a nessuno il catastrofismo mediatico. Il nostro borgo vanta una storia più che millenaria: non si è sbriciolato sotto i colpi degli stradiotti veneziani nel marzo 1496, che pure lo misero a “ferro e fuoco”, non si è sbriciolato con i bombardamenti subiti durante l’ultimo conflitto mondiale, non si è sbriciolato, infine, con il nefasto terremoto del Novembre 1980.
Eppure a voler sentire la stampa locale (senza eccezioni), sembra che ormai i problemi del nostro paese si esauriscano in qualche lesione o in qualche cornicione che va messo in sicurezza. Lo zelo di chi “dovrebbe” controllare il nostro territorio si ferma tra i vicoletti e gli angiporti del borgo; quale attenzione viene dedicata, ad esempio ai fuochi che con cadenza quotidiana vengono accesi in periferia, diffondendo dappertutto un odore acre e serie minacce per il nostro apparato respiratorio? Qual è stato l’ impegno per contrastare l’andamento dell’economia locale, a dir poco disastroso? Tanto, per citare solo qualche problema tra quelli di più stretta attualità.
Per tornare al borgo sono del parere, e smentitemi se sbaglio, che la causa sia stata confusa con l’effetto, mi spiego: dall’articolo citato leggo testualmente “Anche la tradizionale Sagra al Borgo sentirà gli effetti tanto che una parte della manifestazione potrebbe svolgersi nella parte bassa del paese”; mi chiedo allora: atteso che dopo le tante negatività che ho elencato sopra e a distanza di circa un quarantennio dall’inizio dello spopolamento del borgo, nulla di nulla è successo (mai un’ordinanza di sfratto, mai per fortuna un ferito), non è che il degrado del borgo sia stato preso a pretesto più opportuno per spostare la Sagra altrove, annullandone del tutto ogni funzione di valorizzazione e recupero del borgo?
La Sagra pietramelarese (non vale più nemmeno la pena di chiamarla “al borgo”) ha fatto storia, è stata la prima nell’alto casertano a coniugare le locali eccellenze enogastronomiche con quelle monumentali; sembra che questo concetto sia sfuggito ai vertici della locale Pro Loco. Pertanto chi minimizza affermando che ci saranno comunque le visite guidate al borgo o è in malafede, oppure ignora che l’evento in ogni sua parte deve essere celebrato nel borgo, altrimenti ogni sinergia positiva tra i vari pezzi della manifestazione si annulla. E’ passato solo poco più di un anno ma… quanto lontani sembrano i giorni di chi, con un sparuto gruppo di amici, e munito di un’assortita cassetta di attrezzi, dedicava tempo libero ed energie personali per rimuovere criticità e preparare al meglio l’evento, ben convinto che solo e solamente quella poteva essere la location. Ma è successo quello che è successo… tant’è!
Gli interventi di risanamento statico degli immobili in situazione critica o li fanno i proprietari o li fa il comune “in danno” degli stessi, cioè facendosi rimborsare le spese sostenute per l’intervento; ci vorrebbe però un’Amministrazione con le p…e , fortemente motivata al recupero del borgo e non tesa al consenso ad ogni costo. Ma questa è un’altra storia… ne riparleremo a breve.

Sullo stesso tema in questo blog:
“UNA PRO LOCO IN CRISI” mercoledì 30 luglio 2014
http://scribacchiandoperme.blogspot.it/2014/07/una-pro-loco-in-crisi.html

martedì 19 agosto 2014

FESTE DI PIAZZA

tutto è finito, si smonta il palco in fretta
perchè anche l'ultimo degli addetti ai lavori
ha a casa qualcuno che l'aspetta...

Restano sparsi disordinatamente
i vuoti a perdere mentali
abbandonati dalla gente...

Si tratta delle ultime due strofe di un pezzo bellissimo ed amaro della mia adolescenza, fine anni settanta, l’autore Eduardo Bennato, il titolo “Feste di Piazza”. Mi sono ritrovato stamattina in una piazza San Rocco ancora semideserta e mi sono ritornati alla mente questi versi e ho considerato quanto ancora siano attuali; ed allora mi è ripassato nella mente San Rocco e i suoi festeggiamenti a Pietramelara: un appuntamento immancabile a cui nessuno di noi vuole o può sottrarsi! La festa è finita, le luminarie stanno per essere smontate, rimane – si - qualche appendice festaiola, ma qualche bilancio lo possiamo pur fare.
L’aspetto religioso e liturgico, bisogna riconoscerlo, ha mostrato il meglio di sé, con il clero locale e l’inossidabile Don Roberto: messe solenni, processioni, il panegirico hanno visto una partecipazione di pubblico forte e costante nel tempo.
Le manifestazioni tradizionali “ a latere” , come l’offerta dei ceri votivi , hanno confermato il loro radicamento nella popolazione e nelle istituzioni, con una diffusa partecipazione, forte la valenza folkloristica; ritengo solo che vada un attimo stigmatizzato l’atteggiamento “auto celebrativo” di qualcuno in tale frangente.
I momenti di spettacolo non sono mancati: una bella serata di musica la sera dell’Assunta, in pieno clima “ferragostano”; una banda musicale, quella della vicina Ailano, in grado di soddisfare, la sera del sedici, in modo sufficiente i musicofili locali, generalmente molto severi. I fuochi d’artificio, belli e suggestivi, bagliori colorarti in grado di rischiarare la notte, tuttavia leggermente ripetitivi. E veniamo all’evento clou, il “concertino”: dopo qualche anno di stanca, con l’episodio della Parietti stonata a segnare il momento in cui il fondo si è toccato, esso ha cominciato a risalire la china; quest’anno poi, le vedettes proposte sono state veramente interessanti ed in grado di farsi apprezzare. La voce squillante della cantante dei Jalisse e, a seguire un Francesco Baccini in forma ed auto ironico, hanno dato vita ad una serata di musica leggera universalmente apprezzata. Artisti di indubbia fama e qualità hanno rappresentato per il San Rocco 2014, il colpo d’ali in grado di farsi universalmente apprezzare; chi era tra il pubblico, la sera del diciassette ha potuto notare moltissime persone, mai viste a Pietramelara, evidentemente attirate da un nome che dalle nostre parti non si è mai visto ne sentito; a far da contraltare i tanti altri “cugini” riardesi, rocca romanesi e di altri paesi limitrofi che hanno onorato la piazza con la loro gradita presenza.
Il comitato dei festeggiamenti, quest’anno in parte integrato con qualche new entry, ha fatto la sua parte; ritengo che tali persone vadano apprezzate e ringraziate, anche perché solo grazie a loro, al loro sacrificio e all’attaccamento alla tradizione, la festa sopravvive .

Sullo stesso tema, in questo blog 23 agosto 2011 “Ferragostane considerazioni” e 13 agosto 2011 “San Rocco. Cos'è cambiato? “

sabato 9 agosto 2014

... APPEN' A VER'

Nello studio del nostro dialetto ci si imbatte, spesso e volentieri, in espressioni colorite e curiose, parto della saggezza popolare: proverbi, modi di dire e nomi, alcune particolarmente in grado di stuzzicare e stimolare la fantasia. A volte tali espressioni arrivano a trascendere e superare anche quella proverbiale soglia di pudicizia nel linguaggio che usualmente nelle zone rurali veniva praticata, e di cui ho già scribacchiato su questo blog qualche tempo fa (cfr. “parlenn cu rispettu (o della pudicizia rurale)” - 9 giugno 2013).
A tal proposito vorrei additare ai miei “quattro lettori” un proverbio risalente di sicuro a qualche secolo fa, esso recita: “Ju culu ch’ n’ha vista mai a cammisa, appena ‘a ver’ s’a caca” (trad. Il sedere che non ha mai conosciuto un indumento intimo che lo ricoprisse, appena ne viene a contatto lo sporca di cacca). E’ evidente l’origine antica del detto, a quei tempi non si conosceva e non si usava biancheria intima e, a contatto con le parti anatomiche “sulle quali non batte mai il sole”, per la povera gente vi era solo qualche straccio sporco e liso; i signori e le persone benestanti invece, vestivano in modo ricercato e, al posto di quei poveri stracci, indossavano “a’ cammisa “: si trattava di un camicione multifunzione a blusa o chiuso con allacciatura anteriore, che copriva le spalle, il torace e arrivava ben al di sotto della cintola, avendo anche funzione (non secondaria) di “intimo”; essa veniva confezionata con stoffe ricercate e morbide, particolarmente adatte al contatto con certe parti delicate; una vera e propria discriminante sociale, quindi, consisteva nell’indossare la “cammisa”: se eri signore o ricco l’avevi e la portavi, altrimenti … Ma, fuori dalle disquisizioni etimologiche e filologiche, atte a collocare nel tempo e nel costume le origini del detto, esso, antico o moderno che sia, è oggi più che mai attuale!
Si tratta, è ovvio, chiaramente di una metafora partorita dalla saggezza popolare, il cui significato ironico è il seguente: vi sono uomini e donne non avvezzi a incarichi, onori, responsabilità ed opportunità varie che, appena ne vengono investiti (quasi sempre per fortuna o caso), per imperizia, superficialità, cattiva volontà ed ignoranza adottano una condotta rovinosa, che inevitabilmente produce risultati disastrosi. Basta girarsi intorno per rendersene conto, senza allontanarsi di un passo dal nostro beneamato paese.

mercoledì 30 luglio 2014

UNA PRO LOCO IN CRISI

La Pro Loco di Pietramelara vanta una storia quarantennale, molto più lunga di quelle degli altri paesi vicini. Nata negli anni ‘70 ad opera di un gruppo di persone a cui stava evidentemente a cuore Pietramelara, la comunità che vi abita ed il suo territorio, ha vissuto alterne vicende: momenti di luce e periodi bui. Non si può attribuire il momento attuale ai primi … è evidente! Cancellazioni di eventi ormai entrati di diritto nella tradizione locale e malumori diffusi in seno al consiglio direttivo delineano un istituzione in piena crisi di iniziativa e progettualità, insieme ad una sostanziale disomogeneità di vedute tra coloro che le decisioni dovrebbero prenderle di volta in volta. Cosa succede? A circa un anno dalla tragica fine di Giuseppe, ultimo presidente “illuminato”, chi, con espedienti vari, ha cercato di raccoglierne l’eredità non ha fatto altro che mietere insuccessi; l’eco più evidente ce lo manda fb, con tutti i post di protesta, con i commenti e le risposte piccate. Basterebbe a questo punto una presa di coscienza dell’attuale momento di crisi da parte dell’attuale presidente e del direttivo, logiche dimissioni e ritorno al voto, come unica soluzione legittima e democratica a tale stato di cose? Io dico di no! … Chi ha conosciuto la Pietramelara di qualche decennio fa stenta a riconoscere in essa quella attuale, e rassicuro i miei quattro lettori che il mio non è affatto trito nostalgismo: basta, per rendersene conto, ricordare gli eventi, le sagre, il carnevale di allora, la voglia di partecipare, di dare una mano, il coinvolgimento di larghissimi strati della popolazione. Purtroppo, e sono il primo a dolermene, il tessuto sociale e la coesione sono a brandelli: non solo nella Pro Loco , ma anche in ogni altra istituzione, ci si muove più che altro per autorefenzialità e ansia di protagonismo, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Chi condivide quest’analisi drammatica converrà che difficilmente dalle urne possa emergere una Pro Loco migliore dell’attuale. E’ inutile girarci intorno: la vicenda dei recenti malumori in seno al consiglio direttivo della nostra Pro Loco, non è che l’ennesima sfaccettatura del degrado in cui versano le istituzioni nel nostro paese! Nessuno ne è immune: comune, partiti, sodalizi vari e … dulcis in fundo, la Pro Loco.
Urge, oggi come non mai, una radicale evoluzione della mentalità e del volere collettivo che porti ad una vera e propria rivoluzione pacifica in grado di superare l’attuale stallo. E’ altresì importante ritrovare quel “comune sentire” che tanti successi ha prodotto per Pietramelara e i suoi figli nella politica del territorio, nell’economia e nella cultura. Solo allora, a scenari ed i protagonisti cambiati sarà opportuno un riassortimento delle energie e delle persone. Solo allora i giovani, soprattutto, potranno dare un contributo fattivo di progettualità ed azioni materiali, allo scopo di scrollarci la tanta polvere che ci si è accumulata addosso. E’ un processo che deve partire dal basso, fortemente voluto dalla popolazione. Dubito che esistano alternative proponibili!

sabato 26 luglio 2014

IN CANOA

Una vacanza, per quanto breve possa essere, possiede comunque il merito di distrarti da ogni cosa che ti procura ansia, inquietudine, e da quella smaniosa ed insana voglia di migliorare, fino a renderlo perfetto, il lavoro che cerchi di portare avanti. Mi sono concesso una pausa e adesso … rieccomi, torno alle “usate cose”: il viaggio, l’ufficio, la famiglia ed i suoi doveri, le incombenze della campagna in una stagione insolitamente strana, soprattutto da punto di vista meteorologico.
Positiva, dicevo, la breve vacanza, soprattutto perché ho veramente fatto ciò che volevo, senza alcuna costrizione organizzativa e di orario; dopo decenni, questa è stata la mia prima vacanza senza figlie al seguito e ciò, se da un lato ha comportato momenti di “perduta nostalgia”, dall’altro ha potuto appagarmi permettendomi di dormire, camminare sul bagnasciuga, giocare a carte, fare il bagno e soprattutto … andare in canoa!
La canoa?... si, questo piccolo natante dall’aspetto così poco rassicurante ma particolarmente adatto a chi vuole fare un po’ di esercizio fisico (senza esagerare) e vedere posti che con altri mezzi acquatici non si potrebbero vedere, in altre parole un po’ l’omologo acquatico della mountain bike. Chi mi segue su fb avrà anche visto qualche foto che mi ritrae in canoa; qualcuno, in particolare vena di spirito e sfottò, guardandole è arrivato a paragonarmi ad Indiana Jones, ed allora … delle due una: o il paragone non calza affatto, oppure costui ricordava un Harrison Ford in periodo di “momentaneo sovrappeso”. Con la canoa si esplorano grotte dalla volta tanto bassa da costringerti ad abbassare la testa, o tanto strette da non permettere neppure di stendere la pagaia al completo; pagaiando in una di queste grotte, ho rischiato anche di investire un sub, evidentemente tanto improvvisato in tale ruolo quanto lo ero io in quello di canoista; tutto sommato, però, devo dire che con la canoa mi sono davvero divertito.
Per amore di chiarezza, va detto infine che il sottoscritto blogger scribacchiante non si ritiene affatto un “lupo di mare”… giammai ! Tutt’al più il contrario: un animale terricolo teso all’elemento marino con grande ammirazione e trasporto emotivo. In virtù e coerenza con tale definizione ritengo che il mare, in canoa, in barca o a nuoto vada amato, ma soprattutto temuto e rispettato, senza alcuna pretesa di strafare ed avventurarsi in situazioni al limite del pericolo.

sabato 12 luglio 2014

ce passa u’ fuocu ‘ncoppa e n’s’ appiccia

La civiltà contadina dalla quale ancora attingiamo a piene mani valori, stili di vita, modi di dire, possiede un comune denominatore: l’amore per la terra. E’ questo un amore singolare e forte, che a volte è divenuto talmente intenso da toccare il limite e sfociare nella repulsione, se non nell’odio; si sa, d’altronde, che gli estremi coincidono!
La terra, fondamentale e principale strumento di produzione; la gente della terra di un tempo ha amato tanto i suoi campi da sottoporsi a qualsiasi sacrificio e privazione, pur di acquistarli. Ritengo che questo aspetto del carattere contadino poco o nulla abbia a che fare con l’avidità e la voglia di possedere, piuttosto intravedo in esso l’unico sistema e metodo per non separarsi da essi, per sentirsi liberi ed al sicuro da padroni avidi.
E’ tanto forte il legame della nostra gente con la terra da aver generato un proverbio sentenzioso, che la dice lunga: “ a terra, ce passa u’ fuocu ‘ncoppa e n’s’ appiccia” (trad. : sulla terra può anche passarci il fuoco ma non si incendia), cioè essa rimane li, intatta, con ogni sua caratteristica di fertilità, anche dopo un evento distruttivo; la saggezza popolare fa sue e traduce in poche parole semplici ed efficaci le convinzioni che si sono formate nel tempo. Certo, dicevo, che il fuoco poco o nulla poteva, tuttavia calamità del tipo frane e fenomeni erosivi, loro sì, che arrecavano gravi danni: ecco allora che la gente contadina , per prevenire tali negatività si è data da fare per realizzare quella sconfinata rete di “macère” (muri di sostegno a secco), fossi ed alberature che costituiscono la spina dorsale, ma anche l’immagine esterna e riconoscibile del nostro paesaggio agrario. E’ per amore della terra che il contadino, vero precursore degli architetti del paesaggio, ha progettato e realizzato tutto questo nel corso dei secoli, e ci ha lasciato eredi di un bene di inestimabile valore, capace di conferire al territorio non solo aspetto ameno ed ospitale, ma anche e soprattutto sicurezza idrogeologica.
Non permettiamo l’indiscriminato consumo di suolo per costruire case ed opifici a cui assistiamo oggi: agli errori ed i danni commessi ed apportati non si potrà porre rimedio che fra vari secoli, quando di noi si sarà da tempo persa ogni memoria!

giovedì 3 luglio 2014

PIZZO SAN SALVATORE, 1037 m/slm

Camminare lungo i sentieri della pendice Nord del Monte Maggiore è un’esperienza che vale la pena di vivere: di mattina presto, con la rugiada ancora viva sulle foglie degli alberi e sulle erbe, ogni passo produce un suono ed un odore diversi. Si cammina, si suda, si osserva e si impara! Si… si impara, prima di tutto, a conoscere l’impronta che l’uomo nei secoli ha saputo dare a questo sistema, in apparenza del tutto naturale, ma in verità plasmato dal cammino di una civiltà iniziato “appena” tre millenni or sono. Si impara ad apprezzare le piante e tutto quello che ci danno in termini di nutrimento, legname e protezione idrogeologica, e soprattutto si impara a conoscere meglio se stessi, nel mio caso le possibilità che il fisico concede ad un’età ormai non del tutto “verde”.
E’ un’esperienza questa che io faccio sin da ragazzo, insieme ad amici o da solo, e che mi piace ripetere a scadenze più o meno regolari, anche se so di percorrere luoghi che conosco a menadito; infatti una delle miei primi incarichi professionali, a poco più di vent’anni, è stato quello di dirigere lavori di miglioramento boschivo e bonifica montana, per conto della Comunità Montana, proprio nella pendice Nord. La cosa comportava ore di cammino fra boschi e radure che, dopo qualche tempo ho imparato a conoscere ed amare.
Domenica mattina, sveglia presto e, alle sei e un quarto, si è partiti: meta Pizzo San Salvatore, cima più alta del Monte Maggiore, quota 1037 m/slm, punto in cui si incontrano i confini dei territori di Pietramelara, Rocchetta e Croce e Formicola. Un luogo che, nonostante la nebbia di quel mattino, possiede sempre un fascino ed un’attrattiva particolare. Infatti le altre innumerevoli volte che sono gunto sin lassù ho potuto godere di panorami mozzafiato; chi non ha avuto la fortuna di recarvisi anche una sola volta deve sapere che da quel punto, specie nelle giornate più limpide è possibile ammirare, guardando verso ovest la sponda del Tirreno dal Circeo fino al Vesuvio, sull’orizzonte le Isole Ponziane e l’arcipelago napoletano, sino a Capri, che si stacca appena appena da Punta della Campanella, in agro di Sorrento; dall’altro alto, volgendo le spalle al mare, l’entroterra con il vulcano del Roccamonfina, il Matese, il Taburno e sotto i tuoi piedi la Piana di Pietramelara, disseminata di borghi, masserie, vigne, alberature e piccoli corsi d’acqua.
Domenica no, tutto questo non c’era; al suo posto –dicevo- c’era la nebbia. Si trattava però di una nebbia affascinante e foriera di emozioni, una nebbia dinamica, in continuo movimento da ovest verso est. Non la solita nebbia grigia piagnucolosa a cui siamo abituati nelle mattine autunnali, era una nebbia viva questa, direi quasi allegra. Quando dalla cima, da veri uomini duri ci siamo avventurati per la discesa ripida e sdrucciolevole in località “pelvicciolla”, sembra quasi che questa nebbia, notatici, ci abbia voluto inseguire e, alcune lingue di essa risalendo dal mare hanno superato il crinale e ci hanno quasi avvolti in essa. E’ stato un po’ come vivere le sensazioni del Werther nella brughiera, di “Goethiana” memoria, immersi in quella eterea matrice.

sabato 28 giugno 2014

TRENTAMILA

Trentamila, tanti gli accessi su “scribacchiando per me”, in poco più di tre anni! Un traguardo di cui andare orgogliosi, anche perché all’inizio, febbraio 2011, chi ci avrebbe creduto, a cominciare da me? Trentamila, ci pensate, gli abitanti di una piccola città di provincia. Di provenienze geografiche svariatissime, poi, i miei lettori disseminati per i quattro angoli del mondo. Lo dico con un pizzico di malcelato orgoglio: mi hanno letto dappertutto, e non solo negli USA, in Svizzera, Argentina ed altri paesi in cui la presenza italiana è forte, ma anche in altre località remote quali Singapore, la Cina, la Federazione Russa, e perfino l’IRAN.
Ha scribacchiato di tutto in questi tre anni, a volte ho anche tirato qualche sberla, se ci voleva, ma l’ho fatto sempre tenendo presente in via esclusiva gli interessi della nostra piccola comunità ed usando il dovuto tatto.
Ho riflettuto emozionato sulla fine di qualche amico che ci ha lasciato troppo presto, ma non mi sono fatto mai prendere la mano e, quando l’ accaduto aveva assunto i toni della tragedia vera e propria, mi sono autoimposto un rigido “silenzio” . Lo sciacallaggio mediatico non fa parte di me, e sono convinto che in tali casi la passione per la scrittura passi da parte, anche se si sa che quanto più tragica è la notizia da dare, più grande sarà il numero di lettori interessati ad essa. D’altronde, come dice il blog stesso scribacchio “per me” e non sono interessato a nessun fine di lucro e/o di particolare visibilità mediatica.
Non ho esitato a mettere a nudo le mie emozioni di uomo e di padre e, devo dirlo, questo voi lo avete apprezzato in modo particolare.
Tuttavia, in questi tre anni mi sono concentrato ed ho scritto in maniera particolare sulla “pietramelaresità”, un valore forse poco alla moda, ed alle volte foriero anche di facili ironie su chi scrive. Ho cercato di comunicare a tutti, ove mai ve ne fosse stato bisogno, quanto grande è l’amore che porto per la mia terra. Paesaggi, monumenti, caratteri, modo di dire e di esprimersi, usi e tradizioni vive o dimenticate: sono stati questi i temi che ho trattato in via preferenziale, il tutto condito da qualche gustoso aneddoto. Qualche mio lettore ha osservato che scrivo troppo rivolto al ricordo, al passato ed alla nostalgia, ma… tant’è, nessuno è obbligato a leggermi. D’altronde vi sono poi altri che mi leggono e mi seguono proprio per questo: il mondo è vario!
Non mi sono mai posti obiettivi e/o target: lo ripeto per l’ennesima volta, scribacchio per me e mi basta. La scrittura rappresenta per il vostro blogger scribacchiante una valvola di sfogo di singolare efficacia mediante la quale scaricare ansie, stingere delusioni,comunicare pensieri, idee ed emozioni. Non sono mai stato, ne aspiro ad esserlo, un “mestierante della penna” come ce ne sono in giro tanti, sulla carta stampata come sul web, ed è forse perché tale fatto traspare che molti di voi si sono affezionati a “scribacchiando”. Grazie a voi tutti.

sabato 21 giugno 2014

VIA PALAZZO

Un tempo così si chiamava: “via Palazzo”, per l’immobile più imponente che vi insisteva, il Palazzo Ducale, appunto, la sontuosa dimora dei Caracciolo, per secoli feudatari di Pietramelara. Durante il ventennio fascista, la retorica di regime ed il culto della romanità imposero il cambiamento del nome in via Roma, e tale si è conservato sino ad oggi. Qualcuno, infine, in vena di “cittadinismo” e di vanitoso sentimento antirurale si è spinto a definirla “il corso”.
Ci pensavo stasera, mentre la percorrevo in bici, lente le pedalate: un tempo l’attuale via Roma era veramente il cuore nevralgico della nostra piccola comunità, botteghe e negozi da un lato e dall’altro, da Piazza San Rocco fino a Piazza sant’Agostino. Cuore commerciale si, ma anche e soprattutto sociale, perché oltre ai negozi un tempo vi erano le sezioni dei partiti politici e dei sindacati. La domenica mattina, terminate le messe parrocchiali la strada si trasformava in un vero e proprio fiume di gente che andava e che veniva nelle due direzioni, senza sosta, per il puro piacere di passeggiare e scambiare quattro chiacchiere in serenità; lo stesso succedeva la sera: stessi gruppi, stesso incedere, stesso rituale.
In bicicletta, dicevo, stavo percorrendo quella strada e consideravo in me: da Piazza San Rocco, il primo negozio era quello dei Fratelli Regna, commercianti in abbigliamento, sulla sinistra quasi di fronte la macelleria di Scipione, Romeo, il tabaccaio e di fronte il Bar Roma, dal nome della strada, gestito negli anni 60 dalla famiglia Masella e poi ceduto, si continuava con il grande negozio (allora un po’ meno) di Pasqualino De Ninno, ferramenta, nei locali che attualmente ospitano l’ottico, di fronte la sezione Coldiretti, Mastr’Antonio Guadagno (attualmente Giovannino, suo figlio, forse l’ultimo sopravvissuto): bombole, Tv ed elettrodomestici. E qui veniva il bello perché si arrivava in largo De Gasperi, con il grande Cinema Moderno, di proprietà Baroni Sanniti, per decenni unico svago della gioventù locale. Di fronte al cimena, la sezione della Democrazia Cristiana, nei locali attualmente occupati dalla gioielleria, per anni è stato il luogo dove chi voleva, non possedendo un televisore, poteva assistere a partite di calcio, film e telegiornali. Altro riferimento politico per tanti pietramelaresi la sezione socialista, nei locali terranei del palazzo ducale, dove si trovava anche la macelleria di zi’ Raimondo e l’edicola della famiglia Mitrano, di fronte Carmelindo Marino, cartoleria, giocattoli e tant’altro; a seguire la salumeria di Mattiuccio , Nino l’orologiaio, e sugli scalini di fronte, zi’ Luigi iu seggiaru, Mariu iu scarparu ; nel mio viaggio della memoria, sul basolato vulcanico, sono giunto nei pressi dalla farmacia, quasi sempre nello stesso posto, fino ad intravedere nella piazzetta l’altro tabaccaio, Tranquillo, per tutti ‘Nquilluozzu.
Cosa resta di tanta vita, di tanto brulicare: nulla o quasi. Le attività commerciali e artigianali si sono estinte con il passare dei decenni, i partiti politici non hanno più la diffusione capillare di un tempo. Lo spostamento del mercato domenicale in periferia, la penuria di parcheggi, il becero disinteresse di chi ci ha amministrato per la sopravvivenza del centro storico hanno fatto il resto … e a noi non resta altro che ricordare!

martedì 17 giugno 2014

UNA FIGLIA ALLA MATURITA'

Carissima,
cos’è l’esame di maturità, se non il primo vero misurarsi con la vita, quella vera, a volte ostile, dispettosa e piena di insidie? Se faccio un attimo mente locale ai miei esami di maturità, ahimè trascorsi da ben oltre un trentennio, rivivo l’ansia, la paura di commettere errori, il timore di una figuraccia, anche se il tempo era il migliore che ho vissuto. Ed allora avere una figlia alla maturità si traduce in un rimontare di quelle stesse ansie vissute decenni e decenni or sono, magari con qualche trepidazione in più.
Certo che tu sei responsabile e studiosa, ma certe ansie e timori vanno ben oltre la soglia della razionalità; la razionalità,infatti, dati i risultati di un quinquennio di studi più che lusinghiero, porterebbe ad escludere eventi negativi, ma in queste occasioni, è ovvio, un padre si scopre sempre meno razionale che mai!
In bocca al lupo, ti augura il tuo papà “blogger scribacchiante”, in c… alla balena, proverebbe a dire il ragazzaccio sboccato che riposa in me e che qualche volta si ridesta. Vai avanti con coscienza di te e rispetta chi ti esaminerà, con la consapevolezza che per sedere al tuo cospetto ha fatto sacrifici ed ha profuso impegno. Non provarci neppure a barare o mettere in mezzo trucchi o cose del genere: tu, come chi scrive, non siete tagliati per questo, non è affar vostro. Non avere per nessuno timori reverenziali e vedrai che il tuo esame sarà un’altra delle belle esperienze che potrai serbare nella memoria.
Il tuo papà