Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

giovedì 3 luglio 2014

PIZZO SAN SALVATORE, 1037 m/slm

Camminare lungo i sentieri della pendice Nord del Monte Maggiore è un’esperienza che vale la pena di vivere: di mattina presto, con la rugiada ancora viva sulle foglie degli alberi e sulle erbe, ogni passo produce un suono ed un odore diversi. Si cammina, si suda, si osserva e si impara! Si… si impara, prima di tutto, a conoscere l’impronta che l’uomo nei secoli ha saputo dare a questo sistema, in apparenza del tutto naturale, ma in verità plasmato dal cammino di una civiltà iniziato “appena” tre millenni or sono. Si impara ad apprezzare le piante e tutto quello che ci danno in termini di nutrimento, legname e protezione idrogeologica, e soprattutto si impara a conoscere meglio se stessi, nel mio caso le possibilità che il fisico concede ad un’età ormai non del tutto “verde”.
E’ un’esperienza questa che io faccio sin da ragazzo, insieme ad amici o da solo, e che mi piace ripetere a scadenze più o meno regolari, anche se so di percorrere luoghi che conosco a menadito; infatti una delle miei primi incarichi professionali, a poco più di vent’anni, è stato quello di dirigere lavori di miglioramento boschivo e bonifica montana, per conto della Comunità Montana, proprio nella pendice Nord. La cosa comportava ore di cammino fra boschi e radure che, dopo qualche tempo ho imparato a conoscere ed amare.
Domenica mattina, sveglia presto e, alle sei e un quarto, si è partiti: meta Pizzo San Salvatore, cima più alta del Monte Maggiore, quota 1037 m/slm, punto in cui si incontrano i confini dei territori di Pietramelara, Rocchetta e Croce e Formicola. Un luogo che, nonostante la nebbia di quel mattino, possiede sempre un fascino ed un’attrattiva particolare. Infatti le altre innumerevoli volte che sono gunto sin lassù ho potuto godere di panorami mozzafiato; chi non ha avuto la fortuna di recarvisi anche una sola volta deve sapere che da quel punto, specie nelle giornate più limpide è possibile ammirare, guardando verso ovest la sponda del Tirreno dal Circeo fino al Vesuvio, sull’orizzonte le Isole Ponziane e l’arcipelago napoletano, sino a Capri, che si stacca appena appena da Punta della Campanella, in agro di Sorrento; dall’altro alto, volgendo le spalle al mare, l’entroterra con il vulcano del Roccamonfina, il Matese, il Taburno e sotto i tuoi piedi la Piana di Pietramelara, disseminata di borghi, masserie, vigne, alberature e piccoli corsi d’acqua.
Domenica no, tutto questo non c’era; al suo posto –dicevo- c’era la nebbia. Si trattava però di una nebbia affascinante e foriera di emozioni, una nebbia dinamica, in continuo movimento da ovest verso est. Non la solita nebbia grigia piagnucolosa a cui siamo abituati nelle mattine autunnali, era una nebbia viva questa, direi quasi allegra. Quando dalla cima, da veri uomini duri ci siamo avventurati per la discesa ripida e sdrucciolevole in località “pelvicciolla”, sembra quasi che questa nebbia, notatici, ci abbia voluto inseguire e, alcune lingue di essa risalendo dal mare hanno superato il crinale e ci hanno quasi avvolti in essa. E’ stato un po’ come vivere le sensazioni del Werther nella brughiera, di “Goethiana” memoria, immersi in quella eterea matrice.

1 commento:

  1. Grazie Francesco per il tuo scrivere. Il leggerti mi riporta indietro di vari decenni quando da adolescenti era d'obbligo perdersi nella ricerca di una improbabile scorciatoia che conducesse all'eremo.
    Ho sentito la rugiada bagnare i miei calzari e la nebbia avvolgere i miei pensieri come allora.
    Quanto mi piacerebbe che mio figlio provasse le mie stesse sensazioni da esploratore in erba... magari un giorno non troppo lontano...
    Grazie ancora Francesco e buona vita!

    RispondiElimina