Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

venerdì 26 gennaio 2018

UN'ARTERIA VITALE

La strada dei Pantani è un lungo nastro di asfalto, circa 6 chilometri: realizzata alla fine degli anni sessanta, questa infrastruttura, importantissima e vitale per l’economia e la mobilità dell’intero territorio, fu concepita inizialmente al servizio di un sistema agricolo rurale che, sebbene dotato di potenzialità, stentava a svilupparsi. Venne poi il tempo delle fabbriche e dei miraggi occupazionali, ed allora… l’industria conserviera, la cartiera, la società di autotrasporto e, poco tempo fa, l’area di insediamento artigianale P.I.P.
Il tracciato segue quello delle originarie strade vicinali con poche varianti, ed attraversa ben quattro comuni: Pietramelara, Riardo, Pietravairano e Vairano Patenora.
Lo stato dei luoghi attraversati è molto variato dal secondo dopoguerra ad oggi: uno sguardo alla foto di copertina di quest’articolo, degli anni ’50, ne può dare un’idea; si tratta del punto più basso della piana, e quindi quello in cui le falde acquifere sono più vicine al piano di campagna. Sino agli anni sessanta era molto difficile, a volte impossibile, se non pericoloso e temerario, avventurarsi nella zona dei pantani nei mesi invernali; quelle che si formavano erano vere e proprie paludi, profonde in qualche punto oltre due metri, alcuni raccontano anche di insidiose sabbie mobili . L’aspetto era quello di una zona umida, che ospitava anche trampolieri di passo: oggi si direbbe degno di “forte interesse naturalistico” ma, per le povere famiglie residenti in quelle masserie, la morfologia del territorio rappresentava invece un forte limite, e si concretizzava nell’isolamento per vari mesi l’anno. Si deve dire oggi che gli allagamenti sono ormai un ricordo, perché da una parte opere collettive di drenaggio hanno abbassato la falda, dall’altro ingenti emungimenti di acqua per scopi civili, agricoli e industriali hanno fatto il resto.
Tanto premesso, si capisce quale innovazione rappresentò allora la realizzazione di tale arteria viaria che attraversa l’intera piana in senso sud/nord: i collegamenti si fecero frequenti da impossibili che erano, buona parte di quei contadini prese la patente e si dotò di un’auto e, grazie alle macchine agricole, fino a quel momento poco utilizzabili, la particolare fertilità della piana venne esaltata. Col passar del tempo, poi, l’importanza della strada si accrebbe anche per le immancabili evoluzioni sociali e nell’economia di cui si è parlato sopra.
Qual è all’osservatore di oggi lo stato di manutenzione dell’ opera, che sostiene tutto il traffico verso Vairano, sede di scuole, commerci e uffici? I miei quattro lettori conoscono bene la risposta: buche, profonde a volte 10/20 cm provocano danni meccanici, e se ci si mette la sfortuna anche conseguenze più serie. Rappezzi maldestri un po’ lungo tutto il tracciato, e con le piogge intense la pericolosità si acuisce, perché le buche, una volta piene di acqua, celano del tutto le insidie. La Provincia, ente competente, ha provato a mettere le ennesime pezze e ripavimentare integralmente qualche centinaio di metri ma, sprovvista delle risorse necessarie non è in grado di intervenire in modo risolutivo. In che modo allora far fronte al problema?
Non è il momento di far polemica: ritengo che i quattro comuni debbano mettere insieme uomini e risorse, riportare la strada nelle rispettive competenze, elaborare una progettazione unica e restituire al più presto dignità alla’opera e serenità e sicurezza a chi la percorre.

sabato 20 gennaio 2018

UN CASTELLO DA RISVEGLIARE

C’è qualcosa che dorme nel nostro borgo: pochi lo immaginano, molti lo ignorano, nessuno lo conosce nella realtà! Si tratta del castello dei Monforte, distrutto e dato alle fiamme il 12 marzo 1496, giorno della presa e del sacco di Pietramelara. Qualcuno vuole si fosse trattato di un palazzetto gentilizio, più che di una dimora fortificata in senso stretto, e che, secondo la moda rinascimentale, fosse stato anche arricchito con preziose opere d’arte da Federico, allora feudatario. Doveva essere anche un mecenate costui, sensibile, colto ed appassionato di arte: pare che giunti gli aragonesi, avesse implorato in ginocchio i loro capi di risparmiare il castelletto e quanto di prezioso conteneva. Purtroppo a nulla valsero le preghiere, perché esso fu dato alle fiamme, e dopo poco crollò su se stesso, lasciando come unica vestigia in piedi la torre normanna, che ancor oggi ammiriamo per l’imponenza.
Quanto ci sia di vero non lo sappiamo, di sicuro molto però è celato ai nostri occhi; va detto anche che serpeggia fra qualche pseudo intellettuale locale una tesi “negazionista” che sostiene che un castello vero e proprio non sia mai esistito, e che tutto sommato ciò che vediamo adesso siano sostanzialmente le stesse cose esistenti al momento del sacco e delle distruzioni aragonesi. Attendibili cronache del tempo ed il persistere dell’uso del toponimo “sopra il castello” fino all’ottocento (anche nei documenti ufficiali), la smentiscono in modo categorico!
Chi si affaccia dalla torre può rendersi conto della pianta sub poligonale e dell’area allora occupata dal castello; attualmente tale area è suddivisa in tre quote: la prima pertinenziale alla torre, di proprietà comunale, la seconda e la terza di dimensioni maggiori, ma di proprietà privata. E’ evidente che avvenuto il crollo e spostata la sede della signoria nell’attuale palazzo ducale, i resti del castello furono spogliati di ogni importanza e dignità; con il tempo quindi, e profittando dell’azione contenitiva delle mura ancora in piedi, si realizzò in quel luogo una sorta di orto/giardino pensile coprendo le rovine bruciacchiate con terreno di riporto; ed è questa la “facies” che ancor oggi si osserva.
Tanto premesso il vostro blogger, notorio sognatore, evidenzia ai quattro lettori e a chi regge le sorti del nostro comune l’importanza di saperne di più, di risvegliare e riportare alla luce ciò che da ben mezzo millennio dorme dimenticato. Si parta dall’elaborazione di un progetto, dal computo delle risorse necessarie, reperite le quali si passi ad una campagna di scavi, previa acquisizione al patrimonio comunale delle aree di intervento ancora in mano privata. Il giardino è attualmente incolto e dubito che le famiglie proprietarie frappongano ostacoli alla realizzazione del progetto, anche perché trattasi di beni il cui valore venale è davvero basso. D’altronde la Pro Loco e le altre associazioni locali interessate alla problematica potrebbero anche fornire un fattivo contributo, ad esempio con uno o più campi di lavoro, sotto la direzione della Soprintendenza ai Monumenti e degli altri enti competenti. Certo, ci vorranno anni, forse decenni, ma cosa volete che siano a confronto dei cinque secoli durante i quali il castello ha dormito sepolto?

in copertina una fantasiosa ricostruzione del castello

domenica 14 gennaio 2018

UN GIALLO ATIPICO

Napoli velata è un recente film diretto da Ferzan Özpetek, con protagonisti Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi, affiancati da Anna Bonaiuto, Peppe Barra, Luisa Ranieri, Maria Pia Calzone, Lina Sastri e Isabella Ferrari. Richiamato dal successo, anche il vostro blogger è andato a vederlo incuriosito. Il regista evidentemente colpito da Napoli durante il periodo trascorso in città per la regia de “La traviata”, portata in scena al Teatro San Carlo, ha incontrato persone che gli hanno fatto scoprire aspetti della città che non conosceva.
La vicenda si snoda intorno a due vicende che coinvolgono la protagonista: un dramma familiare, le cui conseguenze si protrarranno nel tempo, ed un efferato omicidio. Ma non si tratta di un giallo nell’accezione più comune, piuttosto di un coinvolgente documentario su Napoli e le sue bellezze meno note. Nelle inquadrature del film una Napoli sacra, profana e piena di segreti: appartamenti in palazzi storici tanto ricchi da apparire come piccoli musei privati, scale monumentali, scorci di mare, elementi architettonici di rara bellezza sui portali di un palazzo in un vicolo dei quartieri spagnoli, la farmacia degli Incurabili, ma anche tradizioni antiche e popolari che ancora resistono in “quella Napoli”: il "parto dei femminielli", la tombola scostumata, ecc.
La soluzione del mistero, che nei classici gialli siamo abituati venga svelata nelle scene finali, in questo caso viene solo offerta all'intuizione di chi ha visto il film: il dialogo conclusivo, ambientato nella Capella Sansevero, accanto al Cristo Velato (da cui il titolo del film) lascia allo spettatore un dubbio più che una convinzione. BUONA VISIONE

sabato 13 gennaio 2018

MARIO E UMBERTO. PERCORSI PARALLELI

La pietramelaresità è un valore sempre presente in mezzo a noi, anche se attuenuato; esso è fatta di principi, condivisioni, solidarietà, ricordi e tradizione, ma soprattutto di uomini! … Quando poi alcuni di questi, specie se particolarmente rappresentativi, passano “ a miglior vita” è inevitabile che tutta la nostra comunità sia percorsa da un fremito.
Qualche giorno fa ci ha lasciato Mario Giarrusso, ed è proprio di ieri sera la notizia, proveniente dagli U.S.A., di un tragico incidente che ha tolto la vita a Umberto Lombardo. Sebbene non coetanei, fanno parte entrambi di quella generazione di pietramelaresi veri, vissuti in gioventù in un paese da poco uscito dai lutti e le distruzioni di un conflitto mondiale, con tutte le conseguenze del caso. Diversa l’estrazione sociale: popolare per il primo, borghese per il secondo, ma ciò, a parere del vostro blogger, non ha rivestito alcuna importanza, tanto vicine e parallele erano le sorti e la vita dei giovani di allora, vissuta si tra miserie sociali e materiali, ma denotata da una voglia di recupero mai vista dopo.
Anche i percorsi intrapresi dai due sono distanti: uno rimasto a Pietramelara con attaccamento anche in vecchiaia, tanto da distaccarsi dal resto della famiglia, l’altro emigrato in America ancor giovane.
E’ dovuto solo ad una coincidenza temporale, allora, tutto l’interesse della gente, dei giornali e del web per loro? Direi di no! Ci siamo accorti infatti, come di solito capita, solo adesso della profonda impronta che hanno impresso sul nostro comune cammino.
Resterà sicuramente indimenticata l’amabile irruenza di Mario, specie quando si intratteneva in piazza a parlare di calcio e del suo Milan, oppure della politica locale della quale si era interessato da uomo di partito, da sindacalista e da consigliere comunale. Ricordo un siparietto irresistibile, che lo vide protagonista in consiglio comunale, quando un consigliere d’opposizione, al termine di un’estate particolarmente arida, si lamentava della mancata manutenzione dei fossi in campagna e dei pericoli derivanti dall’intensa pioggia che prevedeva imminente, al che Mario additandolo con la mano e rivolto al numeroso pubblico, chiese: ”ma che è? …a chistu gli fa male ju lupiniegliu?” (trad. “gli duole un callo ai piedi” segno premonitore dell’imminenza della pioggia, n.d.r.).
Per Umberto tutt’altro discorso, tutt’altra vita: lasciò presto Pietramelara, ma non la dimenticò un solo istante: anche negli anni 60, quando i collegamenti non erano facili e frequenti come adesso, ritornava in paese. Dai primi anni ’80, cominciò poi a fissare con l’inseparabile cinepresa momenti di vita sociale che riproponeva in America tramite canali commerciali. Doppio il suo merito: aver fatto conoscere Pietramelara e la sua gente a decine di migliaia di chilometri di distanza e aver fissato nelle immagini documenti che, nel frattempo, hanno assunto un’importanza straordinaria.
Non voglio farla ulteriormente lunga, carissimi Mario ed Umberto: la terra vi sia lieve e continuate a volerci bene.