Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

venerdì 30 dicembre 2011

UN BRINDISI PER GUARDARE AVANTI


Fine anno, la moda imperante è quella dei bilanci: delle cose andate bene e di quelle andate meno bene. Sono convinto che, dato il tempo che corre, sia molto più utile guardare al futuro che rinvangare il passato, anche se molto vicino. Allora il brindisi che stiamo per accingerci a fare, la bottiglia che stiamo per stappare, siano rivolti più alle cose buone del prossimo anno che alle meno buone di quello appena trascorso.
Il 2012 riserva a noi pietramelaresi un appuntamento importante: in primavera si terranno le elezioni del Sindaco e del Consiglio Comunale. Le modalità, imposte anche dalle ultime ristrettezze finanziarie, saranno innovative rispetto al passato, con un numero di persone da eleggere molto più ridotto.
Poco o nulla si sa di cosa “bolla in pentola”: vecchi e nuovi gruppi, vecchi e nuovi personaggi o stanno lavorando nell’ombra oppure, più verosimilmente, non stanno lavorando affatto; ma… qualunque sia il responso delle urne, si chinerà il capo ad esso in segno di sommo rispetto.
Ritengo sterilmente polemico ripercorrere gli errori politico amministrativi degli ultimi venti anni: sono cose passate sulle quali si è discusso ed almanaccato fin troppo! Molto meglio pensare a ciò che va fatto. Chi vincerà la tornata elettorale si troverà ad affrontare un arduo lavoro, estremamente complicato dalle ristrettezze finanziarie nelle quali versano quasi tutti gli Enti Locali. Lo sviluppo ed il rilancio dell’economia, questo il primo imperativo categorico! Il tempo dei miraggi sembra essere definitivamente trascorso, è inutile e dannoso, pertanto, continuare a sperare in un industrializzazione che appare, oggi più che mai, un obiettivo privo di conseguibilità; destinare risorse umane e finanziarie alle opere pubbliche ed alle infrastrutture sembra altrettanto fuori dal tempo. Lo ripetiamo da sempre: ci si dovrà concentrare sulle risorse disponibili ed imperniare su di esse un processo virtuoso di sviluppo. Paesaggio, ambiente, enogastronomia: queste le nostre industrie! Il conseguimento di un obiettivo tanto ambizioso come lo "sviluppo sostenibile" richiederà l’utilizzo di strumenti difficili da utilizzare, primo fra tutti il “marketing territoriale”. Il richiamo, specie nella stagione primaverile/estiva di singoli o gruppi darà ossigeno ad ogni settore della nostra economia, ormai asfittica: all’agricoltura, capace se vuole di produrre vere e proprie eccellenze, al commercio ed alle attività recettive.
Certo, un’ efficace campagna di attrazione è costosa, dovendo essere condotta mettendo in campo eventi, insieme a strumenti multimediali (stampa, radio/TV, Internet), ma le risorse richieste ci sono, basta cercarle. Specifiche opportunità sono riconosciute ai Comuni dai Fondi Strutturali dell’Unione Europea. Si potrebbero, ancora, ad esempio, conseguire risparmi con una gestione del personale più attenta e meno spendacciona.
Ecco l’augurio da porgere ai prossimi Amministratori: possiate essere ricordati in futuro dai vostri concittadini per ciò che di nuovo avete introdotto! Buon 2012.

lunedì 26 dicembre 2011

"IL MASCHIO E' FORTE E A BALLARE NON CI VA"

Nei Natale dell’età matura mi mancano tanto quelle piccole/grandi cose di contorno tipiche di questo periodo dell’anno.
Alla faccia di chi mi accusa di essere un inguaribile nostalgico, con la testa sempre volta all’indietro, conservo come un tesoretto prezioso questi piccoli ricordi di serate serene, trascorse insieme a loro, ai miei carissimi amici di un tempo, senza rituali consumistici da osservare. Si trattava di interminabili partite a “stoppa”, nelle quali dopo che la sfortuna più nera ti si era accanita contro, ti trovavi alla fine della serata con due o trecento lire in meno in tasca (diconsi circa 10 o 15 centesimi attuali). Le tombolate, due o tre l’anno, per lo più nelle stesse case: con i soliti “lesti di mano” diventati talmente bravi e disinvolti nel tirar fuori dal cestino i numeri che più erano loro utili, da far esclamare a qualcuno, tra l’ironico ed il contrariato : “…siete stati capaci di trasformare la tombola in un’attività criminosa”.
Le feste da ballo, nelle case messe a disposizione dai più volenterosi e disponibili: il repertorio musicale per ballare, quasi sempre uguale,andava da Aznavuor ai Beatles e Fred Buongusto per i “lenti”, da Barry White al resto della nascente “Disco Music”, per gli “svelti”.
A questo proposito mi ritorna alla mente un episodio veramente curioso: in uno degli ultimi Natale degli anni ’70, un personaggio locale, allora abbastanza in auge, organizzò un festa, selezionando rigidamente gli inviti ed escludendo gran parte dei maschietti “ruspanti” locali, a vantaggio di invitati esotici facenti parte delle sue amicizie. Gli esclusi, tra i quali il sottoscritto, non avendo gradito la cosa, si organizzarono “in quattro e quattr’otto”, e diedero vita ad un vero e proprio corteo di protesta in puro stile “sessantottino”, con tanto di striscioni, cartelli e coperchi di pentole e posate per accompagnare lo slogan ripetuto da ognuno: “Il maschio è forte e a ballare non ci va”. Il corteo partì da Piazza San Rocco e si diresse sotto la casa in cui si teneva la festa, dove si sciolse poco dopo, anche perché si diffuse la voce che nel frattempo erano stati chiamati i Carabinieri. La cosa, singolare e curiosa, ebbe il suo bell’eco di stampa e fu riportata dal “Mattino” e dalle nascenti Radio Locali, che da poco avevano cominciato a trasmettere in FM.
E… tante tante altre cose da raccontare, relative al periodo natalizio, intrise di una nostalgia che solo chi ha vissuto vari decenni può condividere: ricordi che si riaffacciano alla mente richiamati dal rivedere un volto dimenticato dopo anni, dal ritrovare tra le tue vecchie cose un ritaglio di giornale ormai ingiallito, oppure semplicemente discorrendo per strada con un amico del tempo che fu.

mercoledì 21 dicembre 2011

FILOSOFIA NATALIZIA

Non mi sono mai trovato a mio agio nel periodo natalizio: troppi brutti ricordi e troppe coincidenze con negatività varie che hanno interessato me e le persone che mi sono più vicine! La mia meteoropatia fa il resto, ed ecco che in coincidenza con giornate brevi e tempo grigio, il mio umore è “a pezzi”.
Ritengo, d’altronde, che, al giorno d’oggi, nonostante la crisi, il benessere sia talmente diffuso da non far rimpiangere a nessuno il tempo passato, tempo in cui, però, il Natale veniva vissuto con maggiore semplicità e al riparo da derive consumistiche.
Quest’anno, poi, sento ancora di più il disagio tipico del periodo natalizio: sarà il tempo che passa, saranno tante altre piccole contrarietà che si aggiungono, sarà stata la tragica fine del caro Ninuccio, che ci ha lasciati sbigottiti, increduli ed anche un poco impauriti. Fatto sta che sto vivendo questi giorni che ci separano dalla fine dell’anno come un “male necessario”, e sono impegnato in una sorta di conto alla rovescia per cercare di esorcizzare tutta la malinconia che ho dentro.
Io amo i giorni “normali”: quelli in cui ti svegli la mattina presto per andare al lavoro, quelli in cui ti ritiri stanco ma appagato per l’impegno profuso ed il contributo che hai dato. Amo la vita ed il mondo che mi gira intorno, le persone che condividono con me un pezzo di strada o l’intero viaggio; ed è per questo che, nonostante le mie malinconie, sono qui, con un sorriso sereno sulle labbra, ad augurarvi BUON NATALE 2011.

domenica 18 dicembre 2011

Caro Ninuccio



Caro Ninuccio,
io lo so che ancora non era venuto il momento di salutarci, e che qualcosa in più a Pietramelara lo volevi ancora regalare. Qualcuno, che accecato dall’avidità e dalla violenza ha interrotto i tuoi giorni… ci ha privato di un altro uomo/simbolo della “pietramelaresità”.
Già la “pietramelaresità”, questo valore che ci accomuna, fatto di disponibilità, gentilezza, senso dell’accoglienza, faceva di te un impiegato modello del nostro Comune, di quelli -per intenderci- a cui rivolgersi chiamandoli solo per nome: Ninù.
Ricordo che da bambino ammiravo ed invidiavo la velocità delle tue dita sulla tastiera di quella vecchia Olivetti: certificati consegnati in tempo reale (attesa zero nel significato letterale) dietro una semplice richiesta verbale, formulata magari in quel nostro dialetto così particolare.
Quando dopo vari decenni hai terminato il servizio, non ti sei mai staccato da Piazza Sant’Agostino, dal tuo vecchio caro municipio e sono state quelle panchine ad accogliere i tuoi giorni da pensionato, tra una discussione di calcio e una di ciclismo, sport che tanto amavi.
Devo dirti la verità: la vicenda della tua fine, tanto tragica ed assurda, non mi va proprio giù!... Io che tante volte ho contrabbandato il mio paese come un’isola al riparo da certe negatività purtroppo così comuni nelle realtà urbane e metropolitane, mi sento sbugiardato, spiazzato, ammutolito. Chi, alla ricerca di quattro spiccioli, a posto fine ai tuoi giorni, ha derubato anche noi che restiamo di qualcosa di molto prezioso. Da oggi le porte saranno più chiuse, le persiane più abbassate, gli sguardi più sospettosi e diffidenti, anche nei confronti di chi ha bisogno di solidarietà, apertura, fiducia. E’ questo il portato della tua fine assurda: ulteriore degrado di un clima il cui peggioramento è iniziato, in verità, da qualche tempo.Tuo aff.mo Francesco

venerdì 16 dicembre 2011

LA MOVIOLA

Reti segnate con il birichino ausilio di una mano, fuorigioco trascurati dalla terna arbitrale, falli commessi o ben dissimulati: nulla le sfugge, è la moviola! E’ uno strumento ormai datato, qualche decennio fa di natura essenzialmente ottica e meccanica, oggi elettronico in quasi ogni sua parte.
Anche se nessuno ancora si è degnato di inventarla, ho scoperto, ormai da qualche tempo, che anche dentro di me funziona la “moviola della vita”: si accende da sola e, a volte, è veramente difficile farla spegnere.
Quando è in funzione e ti ripassa davanti al rallentatore un particolare episodio, felice o triste che sia, ti ritrovi studiare ogni minimo movimento del corpo, le espressioni, le parole dette e quelle non dette, i pensieri del momento e le idee che ti sei fatto della cosa appena dopo. Ha un difetto: le manca il tasto “cancella” e ogni file è sempre pronto a riemergere, sfidando e vincendo la cortina polverosa del tempo che già si è accumulata. Che dire poi dei file più recenti: fastidiosissimi più di ogni altro, appaiono “a video” in ogni momento della giornata, specie quando sono solo, o nelle frequenti insonnie . L’energia che le permette di girare è un misterioso composto di memoria, coscienza, consapevolezza di sé ed esperienza.
Il suo fastidioso ma, tutto sommato, utile funzionamento diventa frequente in questo periodo di fine anno, tempo di bilanci. Le piccole soddisfazioni di cui ho goduto, le persone che ho incontrato, la stima che ho saputo suscitare, i volti persi per sempre, gli errori commessi vanno ad arricchire sempre di più l’archivio del suo gigantesco Hard Disk.

mercoledì 7 dicembre 2011

Dovrei esser felice?

Dovrei esser felice, essere contento? Due magnifici traguardi conseguiti in un sol giorno: la cattura di un super latitante, da anni inseguito dalla giustizia, ed il passaggio del Napoli in Champions, grazie ad una spettacolare partita, in cui nulla ci è stato regalato!
Dovrei sprizzare ilarità da ogni poro della mia pelle,dovrei beninagnamente contagiare gli altri per la felicità… eppure a malapena riesco a sorridere!
In un giorno di grandi soddisfazioni per la mia terra e chi la abita, il pensiero di tante negatività non riesce ad allontanarsi un solo attimo.
Economia a rotoli, e l’esercito di disoccupati che si ingrossa giorno per giorno: padri di famiglia che, una volta esauriti i risparmi, non sapranno più a quale santo votarsi per le minime esigenze della vita quotidiana.
Situazione ambientale a cui la definizione “di degrado” sta anche fin troppo larga: emergenza rifiuti che dura ormai ininterrottamente dalla fine del ‘97, microdiscariche aperte un po’ dovunque, montagne interamente sventrate dalle cave, corsi d’acqua ridotti maleodoranti cloache. Il tutto nella Terra che indusse un sovrano ad erigere una meravigliosa reggia che il mondo intero invidia ed ammira.
La politica, strumento che, in democrazia, dovrebbe risolvere i problemi delle comunità amministrate, ancora una volta, si fa sorprendere “con le dita nella marmellata”, ed alla quale venti anni di “tangentopoli” non hanno insegnato nulla: onorevoli inquisiti, sindaci e presidenti arrestati occupano ancora una volta le pagine di cronaca.
Come si fa a gioire?... eppure ieri sera, a pochi passi da casa mia, per le reti di Inler e di Hamsik, sono andati in fumo fuochi d’artificio per centinaia di euro: è vero con il portafogli pieno è molto più facile esultare!

mercoledì 23 novembre 2011

LA CASA FRA GLI ULIVI

Una nuova fase della mia vita è iniziata sabato mattina! Ha cominciato a materializzarsi una delle idee che accarezzavo da tempo:la mia piccola casa in campagna. Con lo scavo, la creatura ha cominciato a prendere forma, e già adesso la posso immaginare come sarà una volta completata. Sarà piccola ma accogliente, con un grande focolare; si integrerà perfettamente con il paesaggio circostante. “La casa fra gli ulivi”: questo il suo nome di battesimo.
In essa vivrò sicuramente momenti di gioia con la mia famiglia, con le persone a me care ma… soprattutto servirà a me da solo, per ritrovarmi, nel silenzio della campagna circostante. Sarà insomma il mio pensatoio, il mio “buen retiro”, il luogo che accoglierà i giorni della mia età più avanzata. I filosofi “del pensiero debole”, come me, troveranno in essa un tempio, un ritrovo per pensare, discutere e, perché no, ridere di se stessi.
Luogo di svago, di ozio, di meditazione ma anche di lavoro, quello duro e faticoso, quello dei nostri nonni per intenderci: l’orto, l’uliveto ed il frutteto saranno i suoi logici corollari, segmenti non secondari di un progetto che da tempo alberga nella mente e nell’immaginazione.
Circondata come sarà dagli ulivi, si sottrarrà sicuramente agli sguardi indiscreti e curiosi, ma sarà sempre pronta ad accogliere un amico per un bicchiere di vino, per una merenda consumata sul muretto vicino al pozzo, secondo le antiche regole dell’ospitalità contadina.

mercoledì 16 novembre 2011

Un potatore di Qualiano

Quanto mi fa soffrire questo periodo dell’anno! Il giorno viene su sul tardi e dopo una decina di ore è già pronto a passare altrove.
Avete mai sentito parlare dei “putature e’ Qualian’”, dei potatori di Qualiano? Si tratta di squadre di operai agricoli provenienti da quel comune del napoletano, dediti ai lavori nei frutteti che proverbialmente non vedono mai il giorno nel luogo natìo: escono la mattina di notte e si ritirano a casa quando la sera è ormai già scesa. Ecco!... in questo periodo dell’anno anche io sono come loro: esco di casa quando l’alba ancora si scorge dietro l’orizzonte e mi ritiro con il tramonto incipiente; sono quindi anche io un potatore di Qualiano. Trascorro il giorno a Caserta o a Napoli, e poi di sera ritorno ai “patri lidi”. L’estate è terminata solo da qualche mese e già mi appaiono lontani i pomeriggi in piazza, i giri in moto a bighellonare senza meta, l’ozio in spiaggia, l’afa e la calura.
Gli studiosi della mente umana: psicologi, psichiatri, gli strizzacervelli insomma, hanno teorizzato che la scarsa durata del giorno deprime l’animo perché il fabbisogno giornaliero di energia luminosa viene soddisfatto solo in parte.
Noto con dispiacere che anche la mia vena di filosofo “del pensiero debole” si attenua di questi tempi, fino ad annullarsi quasi del tutto: i miei lettori più affezionati si saranno accorti del fatto che da un po’ di tempo le mie uscite sul blog si fanno sempre meno frequenti.
Che volete? E’ il tempo… sono sicuro che con il riallungarsi del giorno, qualche settimana dopo il Natale, tutto si rimetterà a posto. A presto!

domenica 30 ottobre 2011

DUE GALASSIE


Da bambino venivo svegliato dal rumoroso passare dei carri: la mattina, per recarsi nei campi, la mia gente non disponeva di mezzi altrettanto semplici da condurre, economici ed adatti all’attività agricola del tempo; e… con le strade piene di buche, le ruote in legno cerchiate di ferro producevano un inconfondibile suono .
Aver varcato la soglia degli “anta” da un pezzo permette anche di avere simili ricordi ancora vivi nella mente: tutto sommato -se ci penso- sono passati solo pochi decenni!
Mi ritrovo oggi a parlare di connettività ed applicazioni dell’informatica ad ogni minimo dettaglio della nostra vita; i nipoti di quei contadini/carrettieri oggi interagiscono e comunicano tra loro con l’IPad e tutto sembra così lontano nel tempo, anche se in realtà non lo è.
Proveniamo da una società rurale che ancora ci pervade in molti aspetti del carattere e nella socialità, dettagli che volte riemergono prepotentemente, anche senza alcuna volontà precipua: il rispetto per il danaro, senza farne un idolo, la solidarietà che emerge da mille comportamenti della vita quotidiana sono solo alcuni esempi (tanti altri potrei citarne) che ne rappresentano l’evidenza.
A pensarci bene, riconosco di aver avuto questa fortuna, aver conosciuto un mondo ormai finito e, senza averlo dimenticato, aver avuto al possibilità di conoscerne uno nuovo. Non sto qui a soppesare con il bilancino quale dei due fosse il migliore: l’analisi, per essere serena ed attendibile, richiede un numero di argomenti molto elevato.
Mi sento come un uomo che ha avuto la singolare possibilità di attraversare una galassia e, subito dopo esser uscito da essa, di aver iniziato un nuovo viaggio nella galassia confinante.
In questa metafora si possono riconoscere tutti coloro che, come me, sono nati poco dopo la metà del ventesimo secolo e, poco più che quarantenni, sono entrati nel terzo millennio.
Ma ci pensate, amici miei cinquanta/sessantenni? ..non è un’opportunità di poco conto, badate, la cosa ci permette di capire il comportamento di tanti, perlopiù anziani, che non si sono adattati al vivere moderno, così come quello di tanti giovani pienamente inseriti nel futuro.

domenica 2 ottobre 2011

AUTUNNO

L’autunno, per la bellezza che produce, assomiglia all’età matura di una donna: lo splendore è sempre lo stesso, ma traspare una sottile vena di malinconia.
Che bello girare per le campagne a piedi o in bicicletta, è tutto un susseguirsi infinito di colori e di odori. Passi vicino ad una vecchia masseria?... ecco, ti colpisce l’inconfondibile fragranza dell’uva fragola…lì dal pergolato, a ridosso dell’aia. I fichi “troiani” ormai supematuri, emanano un odore che inebria l’animo ed accende la voglia di divorarne uno, così, con tutta la buccia dalle sottili lesioni, che lasciano vedere al di sotto la polpa bianca e dolcissima. Le mele annurche, ancora giallicce e attaccate ai rami, cominciano a maturare e si fanno sentire anche da lontano per gli umori che emanano. Fai ancora poche decine di passi e, da un campo appena arato, sale intenso il profumo della terra smossa, ti avvicini, ed attorno alle zolle appena sollevate, un andirivieni di lombrichi e di uccelli alla ricerca di cibo “ a buon mercato”.
Che dire poi dei colori? Alzi gli occhi verso la montagna e ti accorgi che il verde compatto del bosco ha cominciato a trasformarsi in un rosso che diverrà via via sempre più intenso.
Chi ha detto che il rosso pompeiano non è parto dell’estro di un artista? …che quella tonalità ha acquistato corpo, sulle pareti della immortale città, solo con le altissime temperature della lava vesuviana? Ritengo che, al contrario, il primo uomo che sperimentò quel colore si sia proprio ispirato alle foglie dell’acero ad autunno inoltrato. Altro che evento casuale!
In campagna domina, una sorta di silenziosa sebbene intensa attività, ma… se ti avvicini ed entri in paese, anche i suoni che avverti ti danno conto della stagione che stai vivendo: dai “cellari” giunge il caratteristico e ritmato tintinnare dei torchi; qualcuno, dotato di antica scienza, stringe i cerchi attorno ad un tino servendosi di un martello e di una stecca metallica, producendo, anche in tal caso, un suono riconoscibilissimo che non si udrà mai più, per il resto dell’anno.
Certo, le temperature quasi estive degli ultimi giorni appannano un po’ la bellezza della stagione, rendono il cielo meno terso e le erbe nei prati si mantengono secche e giallicce; ma il tempo buono, in queste “ottobrate” è comunque un invito ad uscire, a respirare a pieni polmoni l’aria che tra poco diverrà fredda e piovigginosa. Accumuliamo, amici, nella memoria le immagini, i suoni e gli odori di una stagione che riconcilia l’uomo con se stesso, ci saranno di conforto nelle interminabili e fredde sere d’inverno!

NDR.I cellari, nel nostro dialetto sono locali terranei (scuri come una cella) generalmente destinati a deposito ed a lavorazioni varie

lunedì 26 settembre 2011

LO SPECCHIO


“Port’m ‘o scustumate”, diceva il Sindaco del Rione Sanità, nell’omonima commedia eduardiana, ad un suo servitore. In quel contesto lo scostumato era lo specchio, quell’oggetto, a volte frivolo, che però ha la caratteristica di dire sempre la verità. Proprio per questo chi lo usa (compreso il famoso personaggio teatrale citato) ha di solito un rapporto di amore/odio con esso. Lo specchio diviene in alcune raffigurazioni artistiche addirittura la rappresentazione stessa della verità, sino alle estreme conseguenze.
Chi, pertanto, utilizza il suo nome ha un implicito dovere alla verità. Non si può dire, tuttavia, che tale principio sia stato tenuto nella sufficiente considerazione dagli amici del Circolo L’Arco. Costoro, nella fregola delle imminenti elezioni, ed allo scopo precipuo di calunniare gli avversari dei propri beniamini, hanno riempito di grossolane fandonie il loro foglio, pretenziosamente denominato “Lo Specchio-organo d’informazione dell’Associazione ecc.”.
Lo specchio deve riflettere fedelmente la realtà, pertanto non si può venire a raccontarci un mare di panzane solo allo scopo di addolcire il dissenso (pubblico e diffuso) intorno ad un opera che apporterà solo danni ambientali, eventualità di pericoli e nessun beneficio per l’economia locale. Non è vero, infatti, che l’ecomostro è divenuto un argomento dell’opposizione consiliare solo a due anni dall’approvazione del progetto: chi lo scrive si dimostra disinformato ed in malafede! Infatti proprio il sottoscritto, in veste di consigliere comunale, ha tenuto nel corso del Consiglio Comunale del 22 aprile 2010, un articolato intervento teso a mettere in luce i pericoli e le incongruenze derivanti dalla realizzazione dell’opera. Non è vero che il Genio Civile di Caserta si sia espresso a favore dell’opera se in una nota di quel Settore Regionale datata 13/02/2009, si fa notare che “La realizzazione del canale di gronda (…) senza alcuna protezione, non si ritiene possa garantire la sicurezza degli utenti”.
Inoltre, a chi ha studiato con serietà il problema, sembra che il progettista dell’opera non si sia mai degnato di fare una passeggiata alle pendici del Monte Maggiore. Se la mettiamo così, non ci meraviglierà più affatto, ad esempio, che qualche parametro idraulico sia stato calcolato riferendosi ai bacini della Basilicata che sfociano nel Mare Ionio (sono espressioni desunte dalla relazione idraulica).
Il consenso che si è ormai perduto, amici “arcieri”, non si riconquista con la menzogna bieca e fine a se stessa, ma discutendo democraticamente dei problemi e della loro soluzione, con pacatezza e nelle sedi a tanto deputate.

martedì 23 agosto 2011

FERRAGOSTANE CONSIDERAZIONI

A conclusione del ciclo ferragostano a Pietramelara, quali sono le considerazioni che sorgono spontanee?
Va in primo luogo lodato l’impegno di quei custodi di antiche tradizioni che sono i comitati festa; la loro abnegazione ed il loro disinteresse sono universalmente (o quasi) riconosciuti.
Ci si deve chiedere: “Ma qual è il senso della festa nel terzo millennio?”.
Provo a rispondere: la festa, patronale o meno che sia, deve essere momento di coesione, di gioia di riunirsi e di riunire famiglie e gruppi vari; un’occasione fuori dell’ordinario per rivedersi, per stare insieme a riscoprire valori che, sebbene vecchi di secoli, ed un poco spenti nella loro forza, mantengono immutata tutta la loro profonda positività. Il senso di appartenenza ad una famiglia, ad un luogo, ad un gruppo di amici, nel clima festoso deve recuperare forza ed energia. Le ragioni della Fede (quasi un ossimoro, questo, ndr), che hanno indotto il culto di quel particolare Santo, vanno riscoperte e rivalutate, anche allo scopo di non banalizzare la Festa in quanto tale.
Convinto come sono dei benefici che può apportare il periodo festivo, faccio notare, tuttavia,che il numero delle feste a Pietramelara è divenuto veramente eccessivo; inoltre, atteso che il costo viene sostenuto dalla intera cittadinanza, ritengo opportuno che qualche evento di importanza minore venga magari cancellato, anche alla luce del momento poco florido che ognuno sta attraversando.
Infine va sottolineato un aspetto di importanza tutt’altro che secondaria: gli eventi devono avere ricadute positive sull’economia locale. Pertanto essi vanno pubblicizzati con ogni mezzo, servendosi di tutti i Media: dai più tradizionali, quali la carta stampata, ai più innovativi come i social networks (facebook ecc.). Le Feste devono rappresentare richiamo per Pietramelaresi altrove residenti e per persone di altre realtà, locali e metropolitane.
A tale scopo, sono del parere che vada esaltato il carattere di ruralità del nostro Paese, del nostro territorio, del nostro borgo, e che si debba far leva sulla nostra enogastronomia e sul nostro proverbiale senso di ospitalità, ancora pregni di quella civiltà contadina da cui noi tutti proveniamo.

sabato 13 agosto 2011

San Rocco. Cos'è cambiato?

…Ci risiamo! Al culmine dell’estate, torna la Festa del Santo Patrono Rocco: luminarie, musica, andirivieni di gente. Ad un osservatore distratto, dopo tanti anni , potrebbe anche sembrare che nulla cambia e che nulla sia cambiato. Il mio cinquantennio, abbondante di ricordi, mi dice che non è così.
Non è sicuramente il San Rocco degli anni ’60 e 70, con gli emigrati che facevano ritorno in paese per passare le vacanze estive in famiglia, e i loro macchinoni dalla targa bianca facevano da contraltare alle utilitarie locali, esigue per numero e per dimensioni; in occasione della festa le famiglie si ricomponevano, i figli ritrovavano i genitori, i fratelli i fratelli .
Non è il San Rocco della mia adolescenza, tempo di innamoramenti, di amori, di cocenti delusioni, quando tra la folla oceanica della sera del concertino, inseguivo con lo sguardo un volto che mi aveva colpito; una Pietramelara nuova era in costruzione, anche fisicamente. Una certa euforia pervadeva chiunque, ricco o povero, giovane o vecchio: la voglia di fare, di creare si avvertiva “ a pelle” e tutto, o quasi, appariva possibile.
Vedi, osservatore distratto: la differenza è proprio questa: a San Rocco, oggi, non è più la stessa la gente di Pietramelara. Sembra definitivamente tramontata quell’epoca povera ma felice in cui qualcuno addirittura attendeva la festa per un pranzo più abbondante; la mia gente era contenta di uscire, di riempire le strade del centro del paese, accalcate, vocianti, a volte addirittura rumorose. Era davvero difficile incontrare persone preoccupate, non serene; le incombenze quotidiane, anche le più gravose, cedevano il passo alla festa e venivano rimandate a dopo.
Le auto degli abitanti dei paesi vicini venivano parcheggiate già nei pressi del campo sportivo, per assistere all’evento clou, con il cantante di grido, la vedette del momento. Un dantesco contrappasso: le auto di allora, mezzi destinati a portare gente d’altri posti in paese, le auto di oggi, costosi veicoli condotti da imberbi ragazzotti, che non pensano ad altro che ad uscire, a lasciare il paese, anche nel giorno in cui nessuno dovrebbe mancare.
I giovani, si sa, sono sempre alla ricerca di qualcosa, perlopiù ignoto anche a loro.

domenica 7 agosto 2011

Caro Don Roberto


E’ veramente difficile trovarsi in disaccordo con Don Roberto! La sua esperienza, la cultura e l’intelligenza ne fanno un uomo singolare, pieno di spunti condivisibili… Purtroppo stavolta no.
Stamattina , sul finire della Messa, nel corso delle rituali comunicazioni “di servizio”, il nostro beneamato parroco, in relazione alla sfilata di moda di qualche giorno fa, ha dichiarato che, causa malcontento strisciante, non concederà più l’uso della scala della Chiesa di San Rocco a manifestazioni di “carattere non strettamente ecclesiastico”.
“Caro Don Roberto, questa volta avete toppato. Sì, perché, atteso che rientra pienamente nella vostra discrezionalità, il concedere o meno l’uso della scala, ritengo che, se ne avete concesso l’uso, giudicavate seppur non opportuna la manifestazione, quantomeno non lesiva della sacralità del luogo; sono stati i commenti giunti alle vostre orecchie da parte dei soliti “benpensanti” a causare il pentimento e spingervi a fare quella dichiarazione addirittura nel corso della Santa Messa, in una sede caratterizzata, quindi, da stretta ufficialità. Sommessamente ritengo e faccio notare che l’errore consista proprio in questo: dover dare ascolto a voci per nulla autorevoli, che, tra l’altro mal sopportano che in questo paese anestetizzato qualcosa pur si muova”.
Il sottoscritto, già in precedenza, dalle pagine di questo blog, ha sottolineato l’importanza di Piazza San Rocco, per Pietramelara e la sua comunità. La scala, pur essendo una pertinenza della Chiesa, è parte integrante e pregiata della piazza. Da quando, in chiave evidentemente conciliare ed ecumenica, sono state eliminate le pur bellissime inferriate (non le ricordo ma se ne conserva ancora qualche foto) i pietramelaresi, vecchi e giovani, ne hanno da sempre approfittato anche per attività e situazioni che nulla hanno a che vedere con il sacro, facendone sede di elezione per lettura di giornali, commenti, scambi di opinione e quant’altro, conferendole un’importanza che la eleva da semplice luogo fisico al rango di “struttura sociale”. Ed è in tale luce che va inquadrato il problema: lasciamo che i benpensanti la pensino come vogliono, ma da un uomo dell’intelligenza e del coraggio di Don Roberto, una preclusione del genere, tra l’altro ex post, non me l’aspettavo proprio.

giovedì 21 luglio 2011

Riflessione semiseria

Cosa direbbe ad un viaggiatore di passaggio, un pietramelarese dell’anno 2111?: “Salve, da dove vieni? Qual è il motivo che ti ha spinto a passare di qua? Da quando le automobili non esistono più, le ultime le abbiamo rottamate tempo fa, per mancanza di benzina, nessuno più di noi lascia il paese. Sappiamo che a poca distanza da qui corre una lunga lingua di asfalto, che nel secolo scorso chiamavano autostrada, era percorsa da ogni tipo di mezzo di trasporto, oggi giace quasi abbandonata!
Da noi si vive solo dei frutti spontanei della terra: erbe, frutti, funghi, qualcuno riesce ad abbattere qualche piccolo selvatico, ed allora si fa festa. La nostra antica civiltà si sta per spegnere per mancanza di energia, dato che il petrolio si è esaurito e qualcuno, particolarmente miope, rifiutò un secolo fa lo sviluppo dell’energia nucleare. La televisione esiste ancora, ma pochi la possono vedere, e qui da noi a Pietramelara…nessuno; sappiamo che già nel ventesimo secolo pochi erano i canali a disposizione dei pietramelaresi, ma oggi quegli schermi vetrati sono diventati per noi solo un inutile impiccio.
Poco prima di entrare in paese avrai notato uno strano manufatto, che ricorda vagamente un’astronave, sembra che sia stata iniziata nel 2007: gli amministratori del tempo la chiamavano “rotonda”, è stata completata ed inaugurata solo qualche mese fa, e si vuole che, a farlo, siano stati i pronipoti di chi la pensò più di cento anni or sono; non è mai servita a molto ma, si sà, chi ha poca fantasia è soddisfatto anche se le proprie opere sono mediocri.
Poco distante puoi ammirare le rovine abbandonate di Roccaromana o, se vuoi, quelle di Riardo. Non è un gran bel vivere il nostro! Giovani non se ne vedono in giro da tempo, ma sembra che anche nel 2011, nonostante siano stati in numero maggiore di oggi, non molti si accorgevano della loro presenza. La nostra “modernissima preistoria” è figlia delle scelte sbagliate che i Pietramelaresi del secolo scorso cominciarono a fare sul finire del secondo millennio: non ci possiamo fare nulla se non maledire ed imprecare con rabbia!”

venerdì 15 luglio 2011

AVVOLTOI

A cosa pensa oggi Pietramelara? Al caldo che si fa sentire, soprattutto nello ore pomeridiane? All’anniversario di un parroco ottuagenario, ma mai stanco?
Ai seguiti tornei organizzati da un gruppo di giovani volenterosi (a volte turbati da episodi deprecabili, specie se i protagonisti rivestono ruoli istituzionali)? Non lo so!
Ciò che a me sembra è che tutti (o quasi) siano immersi in una sorta di dormiveglia. Tale sonnolenza generale ci porta ad ignorare che il paese è ammalato grave: l’economia e l’occupazione (specie quella giovanile) sono ai minimi storici, la situazione demografica è solo in apparenza stabile, ma in realtà sorretta dai continui arrivi di immigrati, la popolazione inesorabilmente invecchia, i servizi pubblici sono solo un ricordo (trasporti pubblici, sanità, istruzione), il territorio è deturpato da mille brutture piccole e grandi, l’Ente Comunale è di fatto amministrato da un gruppo di funzionari costosi ed autoreferenziali.
Solo alcuni episodi di particolare drammaticità sono in grado di ridestare un’identità comune ed un comune sentire da tempo smarrito, dopodiché tutto torna come prima.
E’ tempo che la sveglia suoni, stridula, martellante e mal sopportata, come nelle mattine di inverno! Chi ha talenti da mettere a disposizione lo faccia, prima che sia troppo tardi, raduni attorno a se persone volenterose, tese al bene comune, al risveglio delle coscienze. Gli avvoltoi hanno ricominciato ad aggirarsi intorno al corpo agonizzante del nostro paese; bisogna spaventarli, far capire loro che il malato è sì grave… ma tutt’altro che morto, che è pronto a drizzarsi in piedi e riprendere a camminare spedito.
In tale malattia i giovani, questi sconosciuti, dovranno fare la propria parte, entrare nel gioco, farsi sentire, dire la loro, assumersi responsabilità. E’ loro dovere chiedere spazio, è nostro concederlo, magari con l’affiancamento, ma senza riserve mentali.

martedì 28 giugno 2011

L'AQUILONE


Non so quanti di voi si ricordino di mio padre: non era di Pietramelara, ma avendovi trascorso ben trent’anni della sua non lunghissima esistenza, si considerava oramai figlio adottivo a tutti gli effetti della Nostra Terra. Veniva da un paese dell’agro aversano, oggi tristemente famoso per fatti di camorra, che, tuttavia, ai suoi tempi doveva essere un posto diverso. Proprio lì era diventato bravissimo a costruire e far volare gli aquiloni, e ciò, in un certo senso, lo distingueva da tanti altri ottimi papà del posto.
Gli bastava un po’ di carta velina, della colla, qualche canna, un lunghissimo filo e l’avventura poteva cominciare. Ricordo come se fosse adesso il suo volto soddisfatto, quando, nei pomeriggi di primavera ci allontanavamo dal paese: il nostro aquilone cominciava ad alzarsi, e diventava sempre più piccolo, sino ad essere ai nostri occhi poco più di un minuscolo puntino.
A pensarci bene, la cosa che mi rode oggi, a distanza di tanti anni, è quella di non aver mai appreso quella sua particolare arte. Voleva trasmettermela con ogni sua forza, si sforzava di farmi capire, ma ero forse troppo piccolo per quella sua particolare ansia, e quando sono cresciuto ed avrei potuto apprendere con facilità si era fatto tardi, avevo perso ogni interesse nei confronti di quei meravigliosi oggetti volanti e colorati.
E’ vero, un uomo deve guardare avanti, e ogni girata indietro comporta rimpianti ed il riaprirsi di ferite, ma… quanto vorrei oggi costruire e far volare un aquilone insieme a te, papà.

domenica 19 giugno 2011

UN MOMENTO POSITIVO

E’ veramente strano che, ad oggi, a meno di una decina di mesi dalla prossima tornata elettorale, per la conquista del Nostro Comune, tutto taccia e sia avvolto dal silenzio. Chi ha masticato di queste cosa sa che i giochi, storicamente, sono iniziati sempre almeno un anno e mezzo prima della presentazione delle liste: incontri, scontri, rotture di alcune alleanze e riallacciarsi di altre, già precedentemente incrinate, sono frequenti in questo periodo che, tranquillamente, potremmo definire “pre elettorale”. Ed invece…nulla!
Che la stagnazione delle idee, la rassegnazione, l’abulia e lo scollamento dalle cose pubbliche abbiano preso ormai possesso quasi assoluto della opinione pubblica pietramelarese è fatto risaputo, ma, se devo essere sincero, non mi aspettavo tanto poco (…o tanto nulla?).
Il nostro paese è bello, ospitale e, per fortuna, ancora popolato da una maggioranza di persone perbene, sebbene da qualche anno la politica (quella nazionale e regionale) lo abbia dimenticato, e sebbene la politica locale ristagni nel più completo immobilismo, convinta com’è, che per amministrare un comune, ci si debba limitare a opere pubbliche cervellotiche e/o funzionali ad interessi particolari.
Bisogna, pertanto, ed al più presto, rimuovere questo “blocco delle idee”! Le intelligenze, specie quelle più fresche e giovani, debbono prender fiato e coraggio, ed entrare nel gioco. Abbiamo bisogno di maggiore fantasia, va rotto il gioco che lega le sorti del Municipio a qualche funzionario esperto e scafato. I giovani venti/trentenni debbono capire che è ormai venuto il loro momento e saper sfruttare tale positività, difficilmente i protagonisti della scena locale potranno dire di no ad essi: non ne hanno ne la forza ne la volontà.

lunedì 13 giugno 2011

A proposito di nucleare

Che io non sia tra gli "abituèes del carro dei vincitori” è universalmente noto a coloro che mi conoscono, e, d’altronde, la mia storia recente ne è la conferma. Mi sono autoimposto il silenzio ma, adesso, a bocce ferme, sento il dovere di dire la mia. Le cose vanno dette con chiarezza anche a costo di essere in aperta dissonanza con la stragrande maggioranza dei tuoi simili! Rispetto democraticamente le scelte della maggioranza dei miei connazionali, ma a questo punto bisogna dirlo con franchezza: “l’ affermazione referendaria antinucleare rischia di trasformarsi nell’autogol maggiormente autolesionistico perpetrato dall’elettorato italiano!”.
Chi doveva decidere ha deciso e, per il momento, non succederà nulla, continueremo solo ad importare energia nucleare prodotta a pochi chilometri dalle nostre frontiere, continueremo ad immettere gas serra nell’atmosfera, per l’uso sconsiderato di combustibili fossili, ma, in compenso gli “ambientalisti di maniera” saranno contenti, coloro che son pronti a rinunciare cruentamente agli attributi per fare un dispetto al Cavaliere di Arcore potranno giubilare.
Ma ciò che più mi preoccupa è il futuro, immediato o a medio termine: signori miei, lo sviluppo economico presuppone consumo di energia, ed una nazione è tanto più sviluppata quanta più energia riesce a consumare (non lo dico io ma i principi della termodinamica con matematica evidenza). E’ un dato il fatto che in Italia fonti energetiche non esistono (se prescindiamo dalla favola delle rinnovabili), e nel prossimo futuro si scatenerà sempre di più la competizione per le fonti energetiche; con il petrolio ormai agli sgoccioli, l’energia da combustibili fossili sarà sempre più inquinante in quanto, per raschiare il fondo del barile, si ricorrerà a giacimenti attualmente non sfruttati e non sfruttabili, proprio perché potenzialmente troppo inquinanti, oppure si ritornerà in qualche misura al carbone fossile, massimo produttore di gas serra.
Ad onta delle affermazioni propagandistiche ammannite all’opinione pubblica, anche la celebrata Germania, neo paladina dell’ambientalismo di maniera europeo, si terrà ben strette le proprie centrali nucleari e forse ne dovrà costruire delle altre. Non è detto poi che la Francia da cui importiamo in quantità energia nucleare, sia disposta a vendercela all’infinito, perché potrebbe darsi anche che quella prodotta non basti più a se stessa ed ai suoi acquirenti. Dal canto nostro, in Italia, anche un futuro ripensamento sarà più che tardivo, perché nel frattempo neanche alla ricerca in tal senso sarà stato dato spazio, e poi: per quale motivo condurre ricerche su innovazioni non trasferibili nella nostra realtà nazionale?
Cosa dire a termine di questo ragionamento: il popolo è sovrano e…ci mancherebbe, ma, anche se non se ne resi conto, coloro che hanno detto no al nucleare, in buona o cattiva fede, hanno operato nettamente una scelta che peserà sul futuro proprio e su quello delle future generazioni.

martedì 7 giugno 2011

Io e la mia bicicletta

Io e la mia bicicletta siamo compagni inseparabili nelle passeggiate dei pomeriggi d’estate; non è un articolo extra lusso il mio, ma neppure quello che si definirebbe un “chiodo arrugginito”. Leggera, silenziosa e, soprattutto, priva di quegli ammennicoli che la tecnologia moderna propina, mi segue quasi ovunque: per le vie del paese, come nelle campagne. E’ una compagna fedele e discreta, non chiede mai il perché di aver preso una direzione, anziché un’altra; risparmiosa e pulita, l’unico carburante di cui ha bisogno sono un paio di gambe ben allenate, ma si accontenta per andare avanti sicura anche di arti stanchi e bisognosi di riposo. E’ una vera alleata del genere umano: non inquina, non sporca e fa molto bene alla salute. Sono convinto che raramente un’invenzione della mente umana abbia racchiuso tanta genialità in sè: tanti vantaggi ed assenza assoluta di problemi.
Non è la prima che posseggo…e penso che, data la mia età, la cosa sarebbe poco verosimile a credersi: ho davanti agli occhi la bici dell’infanzia e quella dell’adolescenza, prodotti buoni di un’industria nazionale che raccoglieva successi, anche in questo campo, e non conosceva ancora la concorrenza dirompente dei cinesi. Quelle bici si presentavano lise dal tempo e dall’uso sconsiderato di un ragazzo degli anni ’60 e ’70, insieme ai suoi tanti compagni e coetanei, anch’essi ciclisti per forza e per abitudine, nel tempo libero, nell’andare a scuola e, d’estate, “al mastro”; toccava poi a ‘Ntuniuccio, storico riparatore di biciclette pietramelarese, di cercare con ogni mezzo di rimetterle in sesto, dopo le torture vere e proprie a cui venivano sottoposte.
Ricordo nettamente quel momento in cui sono salito in bici (senza rotelle) a cinque anni, grazie alle braccia sicure di mio padre, e posso serenamente affermare che, superato il cinquantennio, oggi mi sembra di non essere mai sceso da essa; le ginocchia ed i gomiti scorticati, per le frequenti cadute e disarcionamenti, non hanno fatto altro che legarmi sempre di più alla mia carissima amica .

mercoledì 1 giugno 2011

...l’oru ‘e tuttu ‘iu munnu

La pioggia, ad inizio giugno, è come uno di quegli ospiti poco graditi, malsopportati, ed a volte anche po’ antipatici perché usano espressioni dirette, ma di cui ognuno è pronto a riconoscere l’utilità.
Certo, oggi avranno bestemmiato i contadini che ancora non hanno tolto il fieno dal campo, saranno stati di pessimo umore i gestori degli stabilimenti balneari, che da qualche giorno hanno riaperto i battenti, ed io stesso ho avuto dei problemi nel pomeriggio per raggiungere la stazione ferroviaria, sulla via del ritorno ma, comunque… tutti sanno la pioggia, di questi tempi, è buona ed è utile. Uno scroscio di pioggia intenso e duraturo, come quello di oggi, ci porrà al riparo da una prolungata siccità estiva, riporterà le temperature entro limiti più accettabili, almeno per qualche giorno, e di sera, per uscire, riprenderemo il golf troppo frettolosamente riposto in armadio.
La vecchia saggezza popolare conosceva fin troppo bene l’utilità della pioggia di questi tempi: "vale cchiù n’acqua a maggiu e giugnu che l’oru ‘e tuttu ‘iu munnu", recitava un adagio che qualcuno ancora ripete, arrivando a paragonare il valore di una pioggia a quello di inestimabili tesori .
Mentre, dalle finestre dell’ufficio, guardavo la pioggia venir giù in abbondanza sono arrivato a convincermi che la “Pioggia nel Pineto” di dannunziana memoria, sia stata partorita dalla vena del Vate in uno di questi giorni di fine maggio/inizio giugno, e che le scene, le situazioni, gli odori avvertiti dal “Divino Gabriele” siano stati, più o meno, quelli che ognuno di noi avrebbe potuto vivere aggirandosi nel pomeriggio di oggi tra i pini di Sferracavallo, o tra quelli del Monte Castellone , oppure ancora nella vasta pineta di San Nicandro, presso San Felice di Pietravairano.

domenica 22 maggio 2011

PROTAGONISTA DI PRIMAVERA

E’ lui, l’odore del fieno, il vero protagonista delle serate di questi tempi! Per qualche tempo si è conteso il primato con il suo fratello maggiore, l’odore dei fiori di acacia, anch’esso bellissimo, intenso ed elegante, ma…dalla metà di maggio e fino al mese successivo non ci sono rivali che tengano.
Basta allontanarsi un poco da centro del paese e lui è lì che ti raggiunge. L’odore del fieno, un pò come la famosa “madaleniette” di Marcel Proust, ha il potere di evocare ricordi e situazioni vissute: quando ti entra dentro ritornano alla mente le ultime settimane di scuola, innamoramenti ed amori vissuti in questo scorcio finale della primavera e tanti altri ricordi e sensazioni, perlopiù piacevoli, che ti riconciliano con il mondo che ti gira attorno.
Sentirlo tra le narici distinto e netto, portato dal vento leggero, è una delle piccole fortune che ti non ti fanno rimpiangere la scelta che hai fatto di rimanere a vivere qui, nel “borgo natìo”, affrontando disagi e costi per raggiungere il posto di lavoro.
A volte l’inciviltà di qualche piromane incallito che si ostina a bruciare di tutto (ed il contrario di tutto) nel proprio giardino, lo offende e cerca di coprirlo,ed il più delle volte purtroppo ci riesce anche. Il comportamento di tali persone, per la verità piuttosto diffuso, può essere, a buon diritto, paragonato al vandalismo di chi deturpa un’opera d’arte!

sabato 14 maggio 2011

Sfantasiart:piaceri e dubbi

Venerdì sera ho partecipato ad un evento interessante: la “Sfantasiart”, un appuntamento presso il ristorante “La Fortezza Normanna” di Vairano Patenora, in cui veniva riproposto il connubio, sempre più frequente, fra arte ed enogastronomia. Ricco e variegato il menu, interessanti le opere esposte e le poesie declamate, ed un “parterre” di elezione, con giornalisti enogastronomici, titolati chef, gourmet locali e non, e tanta gente normale…come me.
Il successo riservato all’evento era testimoniato in modo più che evidente dal numero di persone che vi hanno partecipato (la sala era piena), ma soprattutto dal clima disteso ed amichevole che si è subito stabilito, anche tra commensali che prima non si erano mai conosciuti.
Due le sensazioni che ho letto nel mio animo: prima di tutto il piacere di parteciparvi, di stare insieme a tanta gente e - perché no -di gustare autentiche prelibatezze generate da ingredienti di semplicità assoluta.
Poi un dubbio, una perplessità, una domanda: ma questi dotti che con tanta competenza disquisiscono di aromi, polifenoli, sensazioni al palato, lo immaginano che dietro l’olio, che stanno centellinando da un bicchierino da degustazione, c’è l’ansia, il sacrificio, la fatica di uomini che si svegliano nel pieno della notte per guardare il cielo, per osservare se cala la nebbia, se il temporale che si avvicina, in agosto e settembre, porterà la grandine? Lo sanno che il prelibato pecorino che hanno nel piatto, nasce da pecore che, oggi come duemila anni fa, debbono pascolare con la canicola estiva e con il gelo delle mattine invernali, custodite da taciturni pastori?
L’enogastronomia ed il turismo enogastronomico nascono dalla terra e dalla nostra antica civiltà contadina, ed essi sono, per la verità, un modo moderno ed intelligente di promuovere e sviluppare territori un tempo definiti “marginali”, con una sentenza frettolosamente “passata in giudicato”, ma… il giornalista enogastronomico di grido le mani di terra, se l’è mai sporcate?

sabato 7 maggio 2011

CASTELPETROSO, UN PO' DI STORIA

Stasera si chiude il Pellegrinaggio a Castelpetroso, ennesimo capitolo di una storia ormai ultracentenaria. Le notizie che giungono da quelle parti ci dicono che il sole, quest’anno, è stato compagno di viaggio dei pellegrini, e che pertanto il viaggio si è rivelato agevole. Sembrano ormai sopiti gli attriti che, qualche anno fa, hanno fatto temere una vera e propria scissione fra pellegrini innovatori e pellegrini conservatori, che addirittura avrebbe potuto condurre a due pellegrinaggi… menomale! La religiosità popolare attinge da una comune identità e pertanto le cose non potevano che aggiustarsi.
Non sono tra coloro che usano scandagliare l’animo altrui e l’altrui Fede, pertanto non mi voglio avventurare nei distinguo che si odono di solito di questi tempi, in prossimità del pellegrinaggio: “è o non è vera Fede?”.
Ciò che invece mi preme è ricostruire in poche righe la storia del culto dell’Addolorata tra i pietramelaresi. La storia viene da lontano, da molto tempo prima dei primi pellegrinaggi. Già dal 1854, infatti, nella prima decade di ottobre, veniva festeggiata in Pietramelara la Madonna Addolorata, mediante funzioni religiose ed eventi civili. L’inizio della festa è in coincidenza con la donazione alla Chiesa di Sant’Agostino del gruppo scultoreo della Pietà, un tempo in testa all’altare maggiore, attualmente nell’edicola entrando in chiesa a destra. L’opera in legno si deve allo scultore napoletano Arcangelo Testa; l’anno successivo fu aggiunto il San Giovanni Apostolo che completa il gruppo, ad opera dello stesso autore. Donante un pio sacerdote, facente parte di una famiglia da sempre in vista nel nostro paese: costui a proprie spese, fece celebrare la festa sino alla sua morte, avvenuta nel 1884. Inoltre tenne un diario: spese, iniziative, eventi, tutto è stato meticolosamente annotato; per chi scrive la lettura di tale documento si è rivelata una preziosa fonte di notizie per avvenimenti storici collaterali al periodo descritto: il passaggio dei Mille, l’unità nazionale, ecc. Per qualche anno dopo la morte di costui, la tradizionale festa fu ripresa da un suo fratello, anch’esso sacerdote: non è un caso che i pellegrinaggi inizino sul finire dell’ottocento, proprio in coincidenza con la scomparsa anche di quest’ultimo.
Con ogni probabilità lo spirito di religiosità popolare, da sempre vivo dalle nostre parti, animato dal culto mariano nel frattempo consolidatosi si rigenerò dando vita ad una tradizione che sopravvive e non da cenni di stanchezza: il pellegrinaggio a piedi a Castelpetroso.

mercoledì 4 maggio 2011

UNA NUOVA VITA

Sono nato di nuovo lunedì mattina! Da allora è cominciata per me una nuova vita: quella del lavoratore pendolar/ferroviario. L’avevo promesso ai miei lettori nella nota sull’ Earth Day 2011, ed ecco: ho mantenuto l'impegno.
Devo dire che i primi due giorni sono andati, tutto sommato, bene ma, stamattina, ecco la sorpresa: danni alla condotta elettrica nei pressi di Maddaloni, tra soste, ingressi in stazione negati ed altro, il viaggio Riardo Caserta è durato 85 minuti in luogo dei 40 previsti (più del doppio).
Certamente non sarà la lieve disavventura di stamattina a farmi recedere dai miei buoni propositi, ma la rabbia ti monta lo stesso.
Però in treno si viaggia comodi, e soprattutto riposati, non si è obbligati alla propria prudenza e a sperare in quella altrui, come viaggiando in auto, non si deve affrontare il traffico cittadino, pullulante di mamme ansiose che, per accompagnare pargoli a scuola pilotano giganteschi SUV, motociclisti infreddoliti e pertanto poco attenti, ritardatari cronici sempre di fretta e così via.
Il portafogli stressato dalle ultime tensioni sul mercato petrolifero, poi, ritorna a respirare sereno e ti sorprendi con piacere a non scrutare ansioso le ultime quotazioni del “brent”. Puoi fantasticare liberamente ora, in treno, su come impiegare le risorse risparmiate: vacanze, sfizi vari, hobby e chi più ne ha… ; ma ciò che è più importante: viaggiando in treno si offre un minimo ma concreto contributo alla causa ambientale.

sabato 30 aprile 2011

In difesa di "scribacchiando per me"

Scrivere o, se preferite, scribacchiare del “tempo che fu” su questo blog raccoglie consensi e successo: i feedback positivi si sprecano! Non mancano però le critiche: la principale? Rinvangare troppo il passato facendo leva sulla nostalgia.
Eh, che volete…a volte non sono neppure io che scrivo: le dita sulla tastiera stabiliscono un collegamento diretto con la memoria che, in qualche modo, bypassa la razionalità e, dalla memoria vengono attinti ricordi, a volte ultradatati, tuttavia vivissimi in me. Tale automatismo che si stabilisce non mi porta a valutare appieno i giudizi critici ma neppure quelli lusinghieri sul mio scrivere. Ma io, e lo dice lo stesso titolo del blog, “scribacchio per me”, e, pertanto, la cosa potrebbe anche lasciarmi indifferente. Non è così! L’ho già detto in altre occasioni: lo scrivere va inteso nell’ottica di servizio che deve caratterizzare ogni azione che abbia risvolti pubblici. Leggere, ad esempio, di Piazza San Rocco negli anni ‘70, o dei “cunti” che un vecchio invalido mi narrava, può essere per chi mi segue dagli USA, dall’Argentina, o addirittura da Singapore e dall’Iran, un modo per allargare l’orizzonte della conoscenza, o anche, se si tratta di emigrati, un modo di sentire più vicina la propria terra di origine, nella sua storia recente e nelle sue tradizioni. I miei giovani lettori, poi, attraverso di me possono, se lo vogliono, avvicinarsi ad un modo ignoto e sconosciuto: un passato che a loro non appartiene.
D’altronde, e non vi sembri irriverente il paragone, come non citare l’esempio di due grandi del nostro cinema, Federico Fellini e Giuseppe Tornatore, che dalla propria memoria hanno attinto autentici capolavori?

domenica 24 aprile 2011

...IN ALBIS

Dai, forza, sbrigati, dormi ancora? E’ la mattina del lunedì “in albis”, la mattina di pasquetta. Hai preparato tutto? La colazione: due belle fette di pane ed in mezzo la regina del periodo pasquale: la frittata con gli asparagi! Il pallone non deve mancare, ricordi?... ci siamo dati appuntamento “fore Carpene”, vicino “a’ Marunella”. Saliremo a piedi per il sentiero che porta alle Fosse della Neve, passando per Santu Francaziu e attraversando Castellone, lì qualcuno si dirigerà alle “rutti”, perché li attendono altri amici; noi proseguiremo per la strada che costeggia la “Masseria Suppuntata” e ci fermeremo poco più avanti, alla casella di “piettitonna”, perchè c’è un’altra comitiva e vogliono farci assaggiare la “composta” appena iniziata, e pare che stamattina abbiano anche tirato fuori una “logna” particolarmente ben riuscita, hanno preparato “a’ fellata”, e ci aspettano.
All’ariella il sole spunta presto al mattino, e perciò gli asparagi fanno bella mostra di sé anche lungo il sentiero, questo attarderà il nostro cammino, perché è un peccato non fermarsi a raccogliere tanta grazia di Dio. Tanto, siamo già quasi arrivati, ancora un quarto d’ora di cammino e saremo alla grande spianata delle Fosse della Neve: ah, ecco!... siamo finalmente giunti, non c’è silenzio, la vita intorno è intensa, si ode un brusio continuo che, però, non da alcun fastidio, è quasi musica; le donne sono indaffarate a preparare da mangiare, c’è chi ha raccolto qualche frasca secca e cerca di alimentare il fuoco, perché ha portato un po’ di agnello e lo vuole arrostire. Che noia questo sole che fa capolino, come al solito con il lunedì in albis si rischia di prendere una bagnata! I soliti irrequieti non sono soddisfatti di aver raggiunto al meta che ci eravamo prefissati e stanno rompendo le p… perché vogliono continuare per Fradejanne e Santu Salvatore; ma qui si sta bene… poco più in la c’è qualcuno che ha portato una chitarra e strimpella qualcosa di recente, non è molto bravo ma neppure sgradevole, e la melodia contemporanea si scontra con quella antica, perché a pochi passi altri con il “riganetto” stanno suonando la “craunareccia”, e, appena ci hanno visto, sono corsi ad invitarci perché vogliono organizzare una quadriglia.
Il sole è tornato a splendere, che bello!... ma comincia a farsi tardi bisogna riavviarsi, c’è chi ci invita a riscendere in paese in auto, i posti non mancano, ma perché?... rinunciare a ripercorrere l’ antico sentiero sarebbe un vero sacrilegio, e poi, mezz’ora e passando per le crucivalli e il sassu cupiertu e siamo di nuovo a casa!

Ndr:
- “fore Carpene”, vicino “a’ Marunella”: oggi molto più banalmente Piazza Mazzini
- Santu Francaziu , Castellone,“Masseria Suppuntata” ,l’ariella , crucivalli e il sassu cupiertu: toponimi lungo il sentiero per Fosse della Neve
- le “rutti”: le grotte di seiano, resti ipogei di una villa romana
- “composta”: salsiccia di maiale sotto olio o sotto sugna in un vasetto
- “logna”: lonza di maiale, capocollo
- “a’ fellata”: composizione di salumi affettati disposti in un grande piatto
- “riganetto”: l’organetto
- “craunareccia”: melodia popolare
- Fradejanne e Santu Salvatore: gli eremi del Monte Maggiore

giovedì 21 aprile 2011

Cosa farò per la Terra?

Cosa farò per la Terra? Quale sarà il mio impegno di uomo, di cittadino e professionista impegnato in tematiche ambientali?
Domani, 22 aprile 2011 si celebrerà, in quasi 200 nazioni e da mezzo miliardo di persone, la 41ma Edizione della Giornata Mondiale Della Terra 2011, in inglese Earth Day 2011. Il leit motiv di quest’anno sarà “Billion Acts of Green” (Un miliardo di azioni verdi): ossia l’insieme di tutte le azioni e l’impegno di privati cittadini, ONG, Governi e altri enti mirate a migliorare la sostenibilità della nostra vita sul Pianeta Terra. Una campagna ambientale senza precedenti che pone l’accento sulle piccole cose che fanno la differenza, i piccoli gesti quotidiani, la cui somma diventa più importante dei soliti programmi “imposti” dall’alto.
Alla luce di tutto questo, quale sarà il mio contributo, allora? …veramente una minuscola goccia in un mare di dimensioni planetarie, ma non voglio rinunciarvi.
Non sono nuovo all’ambientalismo e ambientalista sono sempre stato, anche se convinto che un certo integralismo ambientale finisca per danneggiare e non apportare benefici al pianeta. In occasione di questa giornata ho pensato ad un minicodice personale, un “autodecalogo ambientale”.
Prima di tutto cercherò di inquinare di meno per i miei spostamenti di lavoro, abbandonerò l’auto e mi recherò in treno al lavoro, ne risentiranno positivamente anche le “magre finanze”… e ciò non guasta assolutamente.
Le mie uscite su questo blog, che mi sta dando soddisfazione insperate, saranno maggiormente dedicate a tematiche ambientali: i miei “quattro lettori”, che immagino già posseggano una sensibilità in tal senso verranno spronati ancora di più dai miei scritti.
Le mie funzioni di ufficio saranno indirizzate, come non mai, a stimolare soggetti privati ed istituzionali ad intraprendere iniziative di elevato respiro territoriale, in chiave di salvaguardia, conservazione e sostenibilità. I fondi europei messi a disposizione della nostra bella regione, ancora salva da negatività ambientali in gran parte del territorio (ad onta di certi media), con l’autonomia e la discrezione che le norme permettono, saranno impiegati per recuperare e valorizzare beni e manufatti, testimonianze di una civiltà contadina che qui da noi dura, ormai, da circa cinquanta secoli.
I miei amici agricoltori, mi vedranno sempre più presente per richiamarli ad una responsabilità crescente nella tutela del suolo, delle acque e dell’ecosistema agricolo; essi attraversano veramente un brutto momento per l’attività esercitata, e spero solo che ciò non li distolga dall’amore viscerale per la terra, tipico di tale categoria.

sabato 16 aprile 2011

Peppenella, Nicola e Ciccio

All’epoca delle televendite e del web commerce, quant’ è opportuno narrare di qualcuno che ha cercato di sbarcare il lunario spingendo un cigolante carrettino per borghi e contrade di campagna? E quant’è giusto far leva sulla nostalgia comune per suscitare magari un po’ di interesse? … non lo so, è meglio che rispondiate voi, d’altronde!
A volte mi sono ritrovato a rinvangare il mio passato, nelle mattine dei giorni feriali, o di domenica, in piazza, al mercato: ricordo la mia curiosità al cospetto di strani personaggi, venditori ambulanti il cui ricordo è ancora vivo nella mente. Essi avevano come costante una furbizia ostentata, ma più millantata che reale, quasi un dovere legato al tipo di attività, e sovente caratteri fisici in grado di suscitare curiosità.
“Pesce, peè…” era il richiamo acuto di Peppenella, pescivendola proveniente dall’hinterland napoletano e stabilizzatasi a Pietramelara con la famiglia, in seguito divenuta una dinastia vera e propria; donna minuta ma energica, spingeva senza apparente sforzo un carrettino grande e ricolmo di cassette di alici, sarde, qualche polpo, vongole e cozze. Nicola “uoglie fine”, che da San Prisco giungeva da queste parti a bordo di un Motom rosso, e in una sporta sita sul portapacchi, davvero spropositata, rispetto alle modeste dimensioni del mezzo, recava olive in salamoia, “buatte di alici “ ed una tanica di olio da vendere sfuso. Austino il ‘mmenestraro, quasi calvo, dalla pelle olivastra e un caratteristico neo al lato del volto.
Nel mercato domenicale, poi, all’angolo della piazza dove termina via Marconi, vendeva banane e noccioline americane un uomo tarchiato di cui non ricordo il nome; si divertiva a fare pubblicità alla mercanzia esposta improvvisando una sorta di danza senza musica, con un grande casco di banane in equilibrio sulla testa: intorno tutto un ridere di adulti e di bambini, incuriositi da quel rituale chiassoso e comico. Ciccio il pannazzaro, indimenticato fornitore di vestiario per tante famiglie, che conosceva tanto bene da essere al corrente di ascendenze e discendenze di un gran numero di clienti; il tempo trascorso lo aveva tanto legato al nostro paese da trattenerlo in piazza anche dopo il mercato, magari al bar per una partita al biliardo.
Si tratta di uomini e donne che, sebbene per nascita, provenienza o altro, non erano parte della nostra comunità, a poco a poco, grazie a particolari doti, sono riusciti ad entrarvi con discrezione, fino a diventarne componente integrante. Non è un caso, infatti, che il loro ricordo sia ancora presente, distanza di tempo, nella memoria comune di Pietramelara.

mercoledì 13 aprile 2011

PRIMAVERA NON BUSSA...

Qualcuno, che con me condivide la passione per l’ immortale Fabrizio De Andrè, ricorderà sicuramente il chimico “morto in un esperimento sbagliato” che, sebbene avesse fatto sue tutte le leggi della materia, in vita non era mai riuscito a spiegarsi perché gli uomini “si combinassero attraverso l’amore, affidando ad un gioco la gioia e il dolore”, e perché tale fatto inspiegabile avvenisse molto frequentemente in primavera.
Non sono interrogativi da poco! Certo, già prima del grande Faber, biochimici, sociologi, filosofi ed antropologi si sono avventurati sul poco agevole sentiero di tentar di dare spiegazioni caratterizzate da logicità matematica al fenomeno che, a me sembra, con la logica matematica ha poco o nulla da spartire.
“Primavera non bussa, lei entra sicura, come fumo essa penetra in ogni fessura", continuava, nella canzone, il nostro sfortunato chimico da una fossa del cimitero di Spoon River, quasi a voler addossare ogni responsabilità dell’innamoramento a questa stagione che compenetra e ispira, soprattutto nei più giovani, comportamenti e modi di fare.
Fatto sta… che è vero, è questo il tempo dell’amore: chi di noi non ricorda un amore nato e vissuto in primavera?.... ed inoltre, anche dalle manifestazioni esteriori, in questo periodo dell’anno, siamo portati a leggere nel comportamento di donne ed uomini la spinta propensione a stabilire rapporti con il sesso opposto. Le donne (più o meno giovani) indossano gonne più corte, ampliano i decolleté e usano profumi poco discreti, affinando le armi della malizia. I maschi, da parte loro, si comportano a volte come i tacchini che fanno la ruota o i galli cedroni che inalberano la cresta; la vanità del sesso maschile, un tempo definito “forte” solo per consuetudine e/o abitudine, ha raggiunto punte fino a ieri inimmaginabili, il tutto finalizzato a rendersi più interessanti e in grado di essere notati, in particolar modo dalle donne.

N.d.r. : Per chi volesse approfondire, il pezzo citato è “Un chimico”, tratto dall’album “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”, ispirato alla celebre “Antologia di Spoon River” di E. Lee Master

giovedì 7 aprile 2011

Quelle antiche storie di lupi, pastori e carbonai

Per continuare a seguire il solco della memoria, ancora netto per fortuna, e visto il successo che tra i miei “quattro lettori” ha suscitato la nota sulla Piazza, rieccomi a raccontare un altro pezzo del passato, così come l’ho vissuto o, forse, solo così come lo ricordo.
Guardare la televisione era un passatempo da poche ore al giorno: la “TV dei Ragazzi” e… a letto dopo Carosello! I pomeriggi in qualche modo dovevano pur trascorrere, ed allora giochi per strada e nei campi attorno al paese; ma ciò che più di tutto eccitava la fantasia erano i “cunti”: si trattava di storie più o meno lunghe che avevano dei personaggi fissi o ricorrenti, uomini o anche animali (antropizzati), ed a narrarle persone anziane con un grande bagaglio di esperienza, a cui il tempo e gli acciacchi avevano ristretto, ma non tolto, la possibilità di essere utili alla società.
I più belli erano quelli narrati da un mio vicino di casa, da tempo invalido. Ci si sedeva, insieme altri coetanei del vicinato, su un muretto del suo giardino e cominciava il racconto. Il fascino e l’ immaginazione che suscitavano quelle storie colorite sono ancora vivissimi nella mia mente: i protagonisti erano lupi, volpi, pastori, briganti, carbonai, caratteri di una società contadina che, al tempo, pur essendo entrata nella sua fase conclusiva, non era ancora del tutto spenta. L’abilità principale del nostro narratore, poi, consisteva nel collocare le storie in luoghi e contrade del paese, ben conosciute al punto che chi ascoltava, incantato come me, viveva i “cunti” non come spettatore distante e distinto, ma al pieno centro della vicenda.
La proverbiale ed eterna lotta fra pastori e lupi poteva svolgersi tanto all’Ariola quanto ai Pantani; il capo di avidi briganti aveva nascosto un ricchissimo tesoro in un particolare punto del Monte Maggiore, laddove quel sasso proietta l’ombra a mezzogiorno; tra i ruderi di una masseria abbandonata, poco distante, “asciva ‘a paura”, cioè si materializzava un fantasma e… tanto altro.
La cultura contadina, mai codificata, ma tutta basata sull’udire e tramandare, aveva fatto sì che, , quelle storie immaginate nella notte dei tempi, di bocca in bocca, fossero giunte alle mie orecchie, ma io ora… a chi le posso raccontare?

venerdì 1 aprile 2011

Piazza San Rocco

Cosa rappresenta Piazza San Rocco per un pietramelarese? Oltre ad essere un bene comune, uno snodo nevralgico per chi si muove all’interno del paese, essa da sempre è stata un luogo di incontro. Incontro, che significa anche e soprattutto scambio: di merci, di servizi, di notizie, di informazioni.
Da bambino, quando il mercato domenicale si teneva ancora lì, in piazza vi era un angolo in cui i benestanti, i “padroni” del tempo, usavano incontrare operai e salariati (i ‘jurnatari) per retribuirli ed eventualmente prenotarli per i prossimi lavori agricoli necessari, secondo la stagione: a fine inverno la potatura di vigne ed oliveti, in estate la mietitura del grano , in autunno la provvista di legna da ardere e, così via. La piazza era vita, era brusio continuo, l’aria era attraversata dall’odore del caffè che varcava la porta dei bar, ma anche da quelle tipiche e colorite imprecazioni dei giocatori di carte al tavolo che, a volte, non approvavano il modo di giocare del proprio compagno. In piazza, fra la gente, la frequentazione e l’incrociarsi degli sguardi hanno fatto nascere storie che poi, ironia della sorte, a volte si sono concluse nello stesso luogo.
Cosa rimane di tutto questo? Poco: un declino, lento ma inesorabile, dell’importanza della piazza è cominciato da tempo e, purtroppo, continua senza cenno ad arrestarsi; passare oggi da quelle parti diventa sempre più deprimente. Se si prescinde dagli “inconsapevoli filosofi” di un mio precedente passaggio su questo blog, raramente si trovano all’imbrunire persone con la voglia e la disposizione a fare due chiacchiere. Dei “giovani”, poi, manco a parlarne! …e le virgolette sono d’obbligo. Essi sono convinti che le piazze virtuali, offerte dal web, possano esaudire fino in fondo la voglia di socialità che è in tutti noi. Tra l’altro, loro preferiscono uscire in macchina, raggiungere qualche città nei paraggi, e lì fermarsi per ore in qualche locale per rincasare a notte fonda. La piazza?... sì, ma giusto un quarto d’ora per raggrupparsi e partire.
A noialtri adulti, la mancanza di tempo libero ha tolto il gusto di vedere ed incontrare amici, in mezzo alla gente; il nostro individualismo ha fatto il resto, e ci ha convinti che, tutto sommato, si sta meglio a casa, per i fatti propri, magari davanti alla TV!

lunedì 28 marzo 2011

Con il vento in faccia

Mi è sempre piaciuto, sin da bambino, è stato il sogno più ricorrente della mia adolescenza: andare in moto. Non importa se la tua compagna di avventura ha più di vent’anni e tanti chilometri nei pistoni e nelle ruote, l’idea di libertà che ti comunica è veramente unica!
La tua amica giapponese è lì, in garage, che ti aspetta, non ti mette il broncio perché per quasi sei mesi non l’hai degnata di uno sguardo; appena i raggi del sole inteporiscono l’aria, la tentazione di lasciare tutto e dedicarti solo a lei si fa sempre più grande. Si ricarica la batteria, un poco di pazienza nel riavviarla, perché è stata ferma per tanto tempo e…via, si riparte. E’ bello correre con lei verso il mare, ma le strade dove si concede come il più piacevole dei divertimenti sono quelle di montagna. Curve, tornanti e contro tornanti da affrontare piegando sul fianco: in linguaggio tecnico si direbbe “in derapata” , ma… dalle nostre parti rende meglio “ca recchia ‘nterra”.
In tutta sincerità soffro non poco nell’indossare il casco, specialmente quello integrale. Non è per insofferenza nei confronti delle regole, ma perché ritengo che tutta la percezione del bello, che c’è nel viaggiare in moto, ne risente. Suoni e rumori si attenuano ed, a volte, le immagini ed anche gli odori che vengono dalla ambiente circostante sono molto meno avvertibili.
Non mi piacciono molto le moto più moderne, le trovo molto omologate e prive di personalità, specialmente quelle carenate, molto più simili a siluri; così come ritengo non sia da veri motociclisti sfidare i limiti del mezzo e quelli propri nella capacità di condurlo, è preferibile procedere ad andatura “da crociera”: è il modo migliore di viaggiare con lei apprezzando ciò che ti circonda e, al limite, scambiando qualche impressione col passeggero che conduci con te.
L’eterno fanciullo che alberga in me, ad onta degli anni, spera tanto di rimanere motociclista, nell’animo e nel corpo, ancora per tanto tempo... con il vento in faccia!

lunedì 21 marzo 2011

UN INGENTE DEBITO

L’essere vissuto nello stesso luogo da oltre cinque decenni permette di apprezzare il cambiamento subito da quel luogo, e dalla comunità che lo abita, anche da aspetti che, ad un osservatore distratto, possono sembrare marginali e privi di significato. Nel frattempo, ad esempio, anche la Festa Patronale è profondamente cambiata, anche se, apparentemente i luoghi in cui si tiene sono gli stessi, stesse o quasi le funzioni liturgiche, simili sono gli spettacoli . Ciò che, di sicuro, è cambiato é l’aspetto della folla per le strade. Le feste patronali, anni ’60 e ’70, erano frequentate da pietramelaresi, abitanti dei dintorni e numerosissimi emigrati; tra le poche macchine circolanti per strada, erano quasi di più le svizzere e le tedesche, con la targa bianca, rispetto alle nostrane con targa nera a caratteri bianchi con la sigla, a noi familiare, CE; gli emigrati di allora erano uomini e donne che parlavano il nostro dialetto, amavano ritornare per rivivere le stesse tradizioni, avevano profondi legami con la nostra terra. Le stesse feste nel terzo millennio, sono, al contrario, con la fine dell’emigrazione, ricche di facce diverse: si notano persone dai tratti somatici nordafricani, centroeuropei ed asiatici che, vuoi per curiosità, vuoi per impiegare il tempo libero, oppure per ingannare la solitudine o per esigenza di integrazione, si aggirano fra bancarelle, luminarie ed i tavoli dei bar in piazza.
Chi si occupa di queste cose collega il boom dell’immigrazione in Europa con il crollo del muro di Berlino, con il fatto che la terra è divenuta “villaggio globale”, con la ricerca affannosa, infine, di scenari socio/economici più sereni ed opulenti. Sta a vedere che questi fenomeni “planetari” non hanno provocato effetti e risultati anche da noi, in occasione dell’attesissima Festa Patronale? Chissà…A pensarci bene gli stranieri di ieri, emigranti,e gli stranieri di oggi, immigranti, in hanno tanto in comune: hanno lasciato una realtà dura, fatta di miserie morali e materiali, con la speranza di un futuro migliore, si sono allontanati, loro malgrado, da affetti, amicizie e luoghi cari; ma soprattutto li accomuna il fatto che nei loro riguardi, tutti noi, che non abbiamo conosciuto la dura realtà del migrare, abbiamo un ingente debito. Dobbiamo a loro, oggi come allora, una grande ricchezza economica: per le rimesse degli emigranti, ieri, che hanno cambiato l’aspetto del nostro Paese, e per l’apporto di lavoro degli immigranti, oggi, che permette a tante attività agricole ed artigianali di sopravvivere prosperando; inoltre, a tale grande ricchezza economica va aggiunta un’altrettanto grande ricchezza culturale, grazie alla quale i nostri emigrati hanno recato con sé, ritornando, saperi, tecnologie, lingue e modi di vivere a noi sconosciuti; analogamente gli immigranti trasfondono, nei luoghi dove trovano ospitalità e lavoro, usanze, modi di essere e di pensare, che di sicuro arricchiscono, nella diversità, i popoli ospitanti.

venerdì 18 marzo 2011

Interprete del mio tempo…

Ritengo quella dello scrivere la maniera più aperta e democratica di rapportarsi con gli altri. La parola, intesa come espressione orale è, per sua natura, più soggetta a malintesi e distorsioni. Chi mette su carta le proprie sensazioni, il proprio modo di pensare sa che, dal quel momento in poi, poche o nulle saranno le possibilità di ritrattare o riadattare ciò che si è scritto: …scripta manent! Come dicevano i nostri progenitori latini. Chi lo fa per abitudine, passione o mestiere, inoltre, sa benissimo, con largo anticipo, che i propri scritti potranno essere oggetto di discussione, critica, e, non di rado, anche di ironia. E’ forte la responsabilità di chi scrive per gli altri, ed essa aumenta man mano che aumenta il numero di lettori; tuttavia si può scrivere anche senza avere un destinatario, quasi per instaurare una sorta di dialogo con se stessi. Non mi ritengo un giornalista, né tantomeno un cronista; tempo fa, alla radio, parlando di me, ebbi il vezzo di autodefinirmi “interprete del mio tempo e della mia città”. Detto questo, la sterile polemica sul mio essere o meno “di parte” si svuota di ogni significato ed importanza: sono di parte, sono il primo ad ammetterlo, e… con questo? L’importante è che non si usi la scrittura per offendere gli avversari, e che le notizie che si riportano siano attendibili. Non ritraggo alcun reddito da ciò che scrivo e, pertanto, posso permettermi di dare ascolto esclusivamente alla mia coscienza ed alle mie facoltà di giudizio. Il mio “essere di parte”, onesto e dichiarato, si distingue, infine, nettamente anche da coloro che si autodefiniscono imparziali, ma in realtà sono sempre al servizio del potere, pronti a decantare ogni impresa del proprio padrone momentaneo, anche le più nefaste, infiocchettandole con espressioni melense e false, per prepararsi, nel contempo, a scaricarlo, appena la sua stella declina, per sceglierne uno nuovo.

martedì 15 marzo 2011

IMPRESSIONI DI VIAGGIO

Essere solo in macchina, mentre viaggio per diletto oppure per raggiungere il mio posto di lavoro, mi permette di pensare, progettare, formulare ipotesi e, perché no… anche pensare a cosa dovrò scrivere nel prossimo pezzo per il mio blog.
E’ un vero incontro con me stesso che si ripete quasi quotidianamente: andata rincorrendo l’alba e ritorno con il tramonto che ti viene dietro!
Viaggiare per quella mezz’ora tra la Casilina e l’Autostrada: non solo si pensa ma si osserva anche, e tanto. Il paesaggio, certo… ma anche l’imbecille che guida leggendo il quotidiano appena acquistato, una coppia in crisi che approfitta anche dell’auto per litigare gesticolando vistosamente, innamorati in vena di effusioni, un camionista distratto da una generosa fanciulla che fa mostra di se sul ciglio della strada.
Da tanto tempo percorro ogni giorno l’autostrada e, nel tempo, ho maturato la convinzione che in essa si concentrino un gran numero di metafore sul nostro vivere: chi corre nel tuo senso e chi ti viene contro, la fretta di alcuni ed il prendersela con comodo di altri, le piazzole per le soste brevi e le aree di servizio per le pause di maggior durata.
Non si sbaglia di grosso, quindi chi pensa che i prodotti della tecnologia siano in assoluta antitesi con la poesia? Essa è connaturata in noi, ed ogni atto del pensiero umano, sia esso rivolto alla nostra più intima essenza, sia esso rivolto alla scienza ed alla tecnologia, le riserva uno spazio.

lunedì 7 marzo 2011

Il carnevale che ricordo io

Il carnevale che ricordo io, quello degli anni ’70 per intenderci, era una grande festa per ogni pietramelarese; ognuno, artigiano, operaio, professionista sentiva il dovere, oltre al diritto naturale, di parteciparvi.
Nacque da un’idea dell’Azione Cattolica, ripresa ed ampliata dalla Pro Loco, che allora muoveva i suoi primi passi, eravamo agli inizi di quel decennio, e la crisi petrolifera, quella delle “domeniche a piedi”, ancora non si era manifestata.
Come in tutte le cose che riguardano il ricordo e la nostalgia, il rischio più forte è quello di scadere nella retorica, tuttavia voglio provare a descrivere quello che ricordo ai miei “quattro lettori”.
La preparazione cominciava nel tardo autunno ed era coperta da un velo di segreto quasi inviolabile. Erano gli artigiani locali i veri protagonisti: i “Serafini”, Mario e Franco Panebianco, i Di Lauro con i loro collaboratori, riuscivano a creare opere che ancora risiedono nella memoria di quanti hanno avuto la fortuna di ammirarle. Chi non ricorda, ad esempio, i costumi del Sandokan pietramelarese, con Mario nella parte della “Tigre di Mompracem”, il gigantesco King Kong, la Nave dei Pirati, il Cavallo di Troia e tanti altri ancora. Vi era poi un gruppo di ragazzi che si ostinavano ogni anno ad interpretare una tribù di pellerossa; a Carnevale fa freddo e ricordo le loro espressioni contratte dall’aria gelida, siccome, per coerenza con il ruolo, erano costretti a recitare seminudi.
Di sera la festa si animava ancora di più con il Festival delle “Voci senza Speranza”, erano i tempi di Salvatore il francese, insuperabile chansonnier, ottima “cover” di Charles Aznavour si sarebbe detto oggi, Mastu Cicciu, irresistibile macchiettista, Leucio il falegname, con la sua voce potente ed armoniosa: molti di loro purtroppo ci hanno già lasciato. Tra il pubblico del festival ogni tanto spuntava un gruppetto di maschere, camuffate in modo da rendersi irriconoscibili, sotto le cui “mentite spoglie” amavano celarsi studenti ed irreprensibili professionisti.
Onore a loro… e onore a chi, ancor oggi, cerca di perpetuare la tradizione! Ma, cosa manca affinché quei fasti si possano rivivere?
Se un decadimento della manifestazione c’è stato, la colpa non è da ascrivere a nessuno; il carnevale è solo una delle tante lodevoli iniziative intraprese e poi lasciate consumarsi, secondo una collaudata consuetudine pietramelarese. E’ venuto a mancare quel “comune sentire” di cui si parlava all’inizio, quel diritto/dovere condiviso, che spingeva i concorrenti a fare sempre di più e sempre meglio.