Scribacchiando per me

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il blog di un pietramelarese

domenica 7 aprile 2013

FILOSOFIA DEL POTATORE


Dopo due giorni interi (o quasi) trascorsi in campagna, a potare olivi e raccogliere frasche di potatura sotto un sole che si fa sentire, per quanto tiepido e gentile, è naturale che il colorito divenga più accentuato e che la pelle del viso, da rosea diventi più scura sotto l’effetto della melanina presente.
E’ questo l’aspetto della gente abituata a vivere e lavorare all’aria aperta, specie se poi si posseggono geni di provenienza spiccatamente mediterranea.
La gente che ti incontra per strada o in ufficio si chiede se sei uso frequentare centri abbrozzanti o spiagge caraibiche, ma la risposta (inorgoglita) è sempre la stessa: “avete davanti un uomo che si ostina a zappare la terra, a trarre da essa soffio vitale, anche senza alcuna pretesa di ricavarne reddito”.
Sono momenti di fatica intensa, i miei vissuti in campagna, ma anche di serenità profonda, di immersione completa nella natura, o, se vogliamo, in quella sintesi di uomo e natura che è il nostro paesaggio agrario
Gli anni avanzano e la fatica si fa sentire sempre di più e sempre prima, rispetto al passato, ma la soddisfazione rimane.
Ritengo, poi, nello specifico, che la potatura presenti forti affinità con un arte ben più nobile e famosa: la scultura. Ambedue consistono, infatti, nel trarre da un elemento grezzo qualcosa di già presente in esso, scartando il superfluo. Quale differenza volete che faccia se, al posto dello scalpello, vengano usate delle cesoie, nel nostro dialetto “forbici r’ puta”?
L’atteggiamento del potatore nei confronti della pianta, inoltre, richiama anch’esso da vicino quello dello scultore con il marmo, il legno o l’argilla: si plasma, si taglia, si modella e mentre si lavora ci si allontana un poco, di qualche metro, per avere un immagine d’insieme della scultura (o della pianta) e, a lavoro finito, si fa altrettanto, per verificare se il risultato è veramente soddisfacente o se c’è ancora bisogno di piccoli colpi di scalpello (o di forbici).
Un vecchio proverbio cinese afferma che ”un uomo può dirsi veramente tale solo quando ha cresciuto un figlio, ha scritto un libro o ha piantato un albero”. Quando poi si ha la fortuna anche di veder crescere l’albero che è stato piantato, prestandogli ogni cura ed attenzione, nutrendolo e potandolo, la soddisfazione è fortissima, soprattutto quando i risultati sono tangibili… ma bisogna aspettare!
Le gente dei campi che mi ha insegnato, con semplicità e senza pretese, la filosofia “del pensiero debole”, sa aspettare e sa che pretendere tutto e subito da un uomo, da una donna, da un animale o da una pianta è sbagliato.

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