Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

mercoledì 16 marzo 2016

I "COMANDALENTI" DELLA VITA

Ideata da L'Arte del Vivere con Lentezza Onlus nel 2007, ricorre oggi,16 Marzo, la Giornata Mondiale della Lentezza, si tratta di una campagna di comunicazione sociale che propone un'architettura di vita più rispettosa e solidale. Mettere via la fretta e lo stress, per riassaporare il vero gusto della vita, con calma: è questo l’obiettivo che si prefigge tale evento, celebrato in Italia e nel mondo.

L’Associazione Vivere con lentezza ha formulato anche i suoi “comandalenti” e chi li Legge potrà capire anche che molti cosiddetti impegni o abitudini possono essere abbandonate in virtù di una migliore qualità della vita. Leggiamoli insieme:
1) Svegliarsi 5 minuti prima del solito per farsi la barba, truccarsi o far colazione senza fretta e con un pizzico di allegria.
2)In coda nel traffico o alla cassa di un supermercato, evitare di arrabbiarsi e usare questo tempo per programmare mentalmente la serata o per scambiare due chiacchiere con il vicino di carrello.
3) Entrando in un bar per un caffè ricordarsi di salutare il barista, gustare il caffè e risalutare barista e cassiera al momento dell’uscita
4) Scrivere sms senza simboli o abbreviazioni, magari iniziando con caro o cara…
5) Quando è possibile, evitare di fare due cose contemporaneamente come telefonare e scrivere al computer
6) Evitare di iscriversi ad una scuola o una palestra dall’altra parte della città.
7) Non riempire l’agenda della giornata di appuntamenti, anche se piacevoli, imparare a dire qualche no e ad avere dei momenti di vuoto.
8 Non correre per forza a fare la spesa, senz’altro la dispensa di casa consentirà di cucinare una buona cenetta dal primo al dolce.
9) Anche se potrebbe costare un po’ di più, ogni tanto concedersi una visitina al negozio sottocasa, si risparmia in tempo e in stress
10) Fare una camminata, soli o in compagnia, invece di incolonnarsi in auto per raggiungere la solita trattoria fuori porta.
11) La sera leggere i giornali e non continuare a fare zapping davanti alla tv.
12) Evitare qualche viaggio nei week-end o durante i lunghi ponti, e gustarsi la città, qualunque essa sia.
13) Con 15 giorni di ferie, dedicarne 10 alle vacanze e utilizzare i rimanenti come decompressione pre o post-vacanza.
14) Smettere di continuare a ripetere:”non ho tempo”. Il continuare a farlo non farà certo sembrare più importanti.

Presa come una stravaganza ai suoi inizi, la lentezza, il rallentare, si afferma come un bisogno, sentito da tanti, un momento per alzare lo sguardo e capire da che parte andare.
La lentezza è una costruzione quotidiana. Chi la abbraccia la dovrebbe estendere a tutti gli aspetti della vita, non basta non inquinare girando in bici, se poi siamo pronti all’insulto con tutti quelli che incrociamo, non è sufficiente essere vegani, se siamo assenti nell’educazione dei nostri figli. Così per la Giornata (in un centinaio di eventi) ognuno si da da fare nel proprio paesino, nella propria azienda, nelle grandi città, nelle scuole, per conquistare il diritto a vivere in modo più umano il proprio tempo. Non siamo nati solo per svilupparci, ma per essere felici, e se esauriamo il nostro tempo lavorando e lavorando, con la scusa che dobbiamo farlo per il domani dei nostri figli, non saremo felici e perderemo il loro amore.
Un modo per ripensare la nostra vita, quindi, positivo e assolutamente non lesivo di chicchessia, un’inversione di tendenza che se adottata sarà in grado sicuramente di migliorare la qualità delle nostre vite frettolose.

sabato 12 marzo 2016

...E FATTELLA 'NA RISATA

Leggo da un web giornale che Tess Christian, una signora londinese di 50 anni, non sorride da quando era adolescente, che (secondo lei) questo è stato ed è il suo trattamento di bellezza naturale, e che tale singolare comportamento le ha permesso di non avere rughe sul viso. I medici, da parte loro, non smentiscono gli effetti benefici di questo suo bizzarro rimedio. La “nostra eroina” ha 50 anni e negli ultimi 40 anni non ha mai sorriso. Il motivo? Ha voluto mantenere il suo aspetto giovanile e, non ridendo, ha fatto sì che non si formassero le rughe sul viso. Tess non ha mai fatto uno strappo alla regola, in tutte le foto con i suoi amici non accenna neppure un sorriso, anche quando tutti intorno a lei sono divertiti e gioviali. Neppure alla nascita della figlia si è lasciata sfuggire un’espressione felice.
Leggere tale notizia lascia perplessi se non sbigottiti e la considerazione più immediata in merito, il vostro blogger scribacchiante l’ha ripresa dall’usuale modo di concludere gli sketch di un gruppo napoletano, famoso negli anni 80: “Sarà… ma a mmè me pare proprie na strunzata”. Questa Tess si sarà pure conservata giovanile nell’aspetto, ma innanzitutto ci ha rimesso in quanto a reputazione: agli occhi di chi ha vissuto nel suo contesto sicuramente non apparirà ne simpatica ne apprezzata.
Se si considerano, inoltre, gli aspetti legati alla salute, e lo dice la scienza medica, ridere porta innumerevoli benefici, sia dal punto di vista fisico che psichico. Il sorriso migliora, quindi, la salute ma rende anche più belli. Le persone sorridenti sono sempre più belle.
Il famosissimo attore e regista italiano Roberto Benigni ebbe a dire al proposito: “Quando si ride ci si lascia andare, si è nudi, ci si scopre. Quando uno ride, vedi un po' la sua anima. E poi quando si ride ci si muove, ci si scuote. Ci si scuote come un albero e si lascia per terra le cose che gli altri possono vedere e magari cogliere. Gli avari e coloro che non hanno niente da offrire, infatti, non ridono”. Una valenza, quella del ridere, riconosciuta ad ogni livello, quindi. Ridere è vita, apprezzamento di se stessi e della realtà circostante, indice di benessere, espressione di serenità d’animo e tanto altro. Ridono poco o per niente i musoni, i sussiegosi, coloro che vogliono conferirsi un’ immagine seriosa e/o pseudo-intellettuale. Ritengo che il famoso detto latino “Risus abundat in ore stultorum” (il riso è frequente sulla bocca degli stolti) sia una delle principali scemenze dell’età classica.
Ma poi, chiedo a voi: veramente vale la pena di sacrificare e mortificare i pochi attimi di ilarità che la vita e la sorte ci riservano in nome del volersi conservare senza rughe sul viso e giovanili nell’aspetto? Credo proprio di no, le rughe prima o poi verranno lo stesso e per contrastarle si saranno perse innumerevoli occasioni di felicità . E’ vero quello di Tess è un caso limite, ma la società dell’immagine in cui viviamo , che sacrifica l’etica all’estetica, a volte porta a privarci anche di quei piaceri elementari, che a noi fanno tanto bene senza nuocere a nessun altro, come quello del ridere. Ed allora: “Tess…e fattella na risata”.

mercoledì 9 marzo 2016

PIETRAMELARA: UNA MALATTIA ASINTOMATICA

E’ una realtà con la quale fare i conti: anche comuni che nell’immediato passato hanno costituito realtà importanti, con premesse di sviluppo economico notevole legato al territorio, e che hanno dato i natali a uomini illustri, come ad esempio la vicina Roccamonfina, oggi soggiacciono ad uno spopolamento che si fa sempre più problematico. E’ il destino dei nostri paesi: occasioni di lavoro sempre più labili, il richiamo sui giovani esercitato da realtà più allettanti (o presunte tali), la popolazione che in tal modo invecchia sempre di più e si assottiglia nel numero.
Al confronto come si comporta la nostra Pietramelara? Bisogna dire che la popolazione almeno tiene, anche se non cresce sensibilmente, e questo da almeno un cinquantennio ad oggi. Siamo in controtendenza, allora? la cosa ci può confortare? Direi di no… quella di Pietramelara è una malattia senza sintomi, ma non per questo meno grave!
La tenuta del numero di abitanti è infatti legata a due fattori: notevole apporto proveniente da paesi esteri, Romania in primo luogo, e in minor misura da qualche famiglia proveniente dall’hinterland napoletano che si è stabilita presso di noi integrandosi, solo in qualche caso nel tessuto sociale in modo lodevole e degno di nota. I primi vivono di lavori umili, i secondi in genere di “terziario”.
Ciò premesso, faccio osservare ai miei cari “quattro lettori” che, se una famiglia rumena è stata costretta dalla sorte ad intraprendere l’avventura italiana, difficilmente si sentirà legata al posto ove ha trovato accoglienza e un luogo di lavoro; si vede con chiarezza che le comunità che si sono formate hanno stabilito relazioni quasi esclusivamente al loro interno, senza “gettare ponti” con il resto di Pietramelara. Ciò comporta una “residenzialità di passaggio”, e noi, che siamo stati emigranti nel passato, sappiamo bene che il primo desiderio di chi emigra è quello di ritornare ai luoghi d’origine.
Che dire invece, delle famiglie di “pietramelaresi partenopei”? Si tratta per lo più di impiegati e professionisti, ed il loro legame con il terziario, come si diceva sopra, induce uomini e donne in età attiva ad una pendolarità verso Caserta, Napoli o altri luoghi ove svolgere i loro incarichi. Ne deriva che alcune di queste famiglie, anche se presenti in paese da più di un decennio sono sconosciute ai più. I loro figli - è vero- frequentano le nostre scuole e i nostri locali di ritrovo, ma il loro apporto in senso di “cittadinanza attiva” è quanto mai limitato.
In tale scenario si inserisce la crisi economica che da noi si è fatta e si fa sentire. L’edilizia, insieme alle attività artigianali ad essa legate (falegnami, idraulici, imbianchini ecc.), langue. L’agricoltura anche se vitale non esercita alcun fascino tra i giovani e, d’altronde, non consente grandi occasioni occupazionali. Il commercio sconta una fase “nera” senza precedenti fatta di scelte politico amministrative folli e di scarso interesse per i negozi locali: per ogni nuova attività che apre almeno due chiudono i battenti.
La risultante dei fenomeni descritti, in estrema sintesi, è un paese già alle sette di sera deserto da far paura, almeno alla pari (se non peggio) di un altro comune dei dintorni meno fortunato del nostro dal punto di vista demografico e nel quale la popolazione continua a scendere in modo vertiginoso. La sicurezza sociale di Pietramelara ne soffre in modo evidente: un paese abbandonato a se stesso è vittima di furti, spaccio e degrado da ogni altro punto di vista.
Le elezioni amministrative sono alle porte e gli uomini, le donne, i gruppi che nella prossima primavera si proporranno alla guida di Pietramelara avranno come primo dovere il conoscere, affrontare e, se ci riescono, risolvere tale stato di fatto.

sabato 27 febbraio 2016

13 MARZO: UN EVENTO DAI MOLTEPLICI OBIETTIVI

L’evento si terrà domenica 13 marzo prossima ma, a scanso di equivoci, quella che ci accingiamo a fare insieme non sarà solo la solita passeggiata in montagna: un gruppo di amici, il sentiero da percorrere, la colazione giunti alla meta e ritorno. Penso, per come è stata pensata, progettata e portata avanti dall’Associazione Work in Progress - Pietramelara, che sarà molto di più e molto meglio.
Prima di tutto per le finalità che sono molteplici: ammirare due ambienti e paesaggi unici, diversi fra loro, anche stando a strettissimo contatto, la pendice nord e quella sud del Monte Maggiore; la prima dotata di vegetazione lussureggiante, angoli freschi anche nei momenti più torridi dell’estate, la seconda dove prevale il sole e tutto ciò che vi si è insediato ha dovuto fare i conti con esso; ed allora sono quasi solo loro l’erica, il mirto, l’asparago, il timo ed il ginepro a farla da padroni, offrendo una gamma cromatica e odori e sapori del tutto caratteristici. Sarà bello osservare come in pochi metri le immagini che si parano davanti agli occhi cambino con una rapidità inaudita.
Andare fin lassù per ripercorrere i passi di chi lo ha fatto prima di noi: carbonai, taglialegna, mulattieri, uomini che sulla montagna hanno basato un’intera economia; costoro hanno stabilito uno storico legame con la gente dell’altro versante, che anche grazie a iniziative come questa viene rinnovato e rinsaldato. Gli eremi che visiteremo, Santa Maria a Fradejanne e San Salvatore, stanno li a testimoniare che fino a mezzo secolo fa la gente è vissuta di montagna e che li c’era qualcuno, dall’animo pio, che cercava di nutrire lo spirito oltre che il corpo. Mai come oggi abbiamo bisogno di queste relazioni tra comunità che anche in tal modo resistono all’abbandono e allo spopolamento.
Partecipare significa prender parte all’evento di inaugurazione degli antichi pozzi di Croce, restaurati e rifunzionalizzati nell’ambito del Programma di Sviluppo Rurale 2007/2013, appena concluso. Un luogo abbandonato da decenni che, grazie alle risorse europee, ha ripreso linfa vitale, mettendo a disposizione dei fruitori uno scorcio suggestivo in cui le antiche architetture in tufo si sposano con il contesto. Sapienti interventi di ingegneria naturalistica conferiscono particolare lustro a progettisti e maestranze impegnate nell’opera. L’Associazione Work in Progress in tal modo distoglie, anche se solo per un momento, l’attenzione dal Borgo di Pietramelara sul quale sono state finora appuntate tutte le attività sociali.
L’evento, infine, avrà anche un risvolto enogastronomico: un buffet a basi di produzioni tipiche del luogo, preparato da mani sapienti, in grado di offrire un giusto epilogo ai partecipanti, frutto di una cultura contadina dal carattere povero ma sempre attento nella scelta degli alimenti e delle preparazioni.
Partecipare alla passeggiata, iscriversi e prenotarsi significa approfittare di un occasione unica nel suo genere, dalle finalità molteplici ed articolate, in grado di evocare un passato che tuttora permea il nostro presente.

domenica 21 febbraio 2016

LA DIGNITA’ DI CENERENTOLA

Alcune notizie giornalistiche ripetutamente passate sui media più diffusi, ci dicono dello stato attuale della nostra agricoltura: secondo il Crea (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l'analisi dell'economia agraria), organismo di ricerca controllato dal Ministero dell’Agricoltura, le attività agricole crescono e si confermano come settore chiave per l’economia italiana.
Nel corso della recente presentazione dell’Annuario dell’agricoltura italiana 2014, l’ente ha anticipato poi alcuni dati del 2015, che vede una produzione in aumento del 2,3%, grazie alle produzioni vegetali (+4,8%), in particolare per vino (+12%) e olio (+47,5%). Segnali di fiducia anche per l’ agrituristimo, che per il 2014 ha confermato la crescita del settore, con un aumento delle strutture del 4%; sempre più importante poi l’agricoltura biologica, con una superficie agricola di circa 1,4 milioni di ettari, in crescita del 5,4% e oltre 55mila operatori biologici. Sul fronte delle eccellenze agroalimentari, anche nel 2014 l’Italia si è posizionata in testa nella classifica Ue per numero di prodotti Dop e Igp, così come mantiene la vetta della classifica anche per le Docg e Doc nel vino. Una vitalità unica, anche in considerazione dell’andamento attuale degli altri settori dell’economia.
Ma c’è da meravigliarsi? … mi domando io. Da sempre la nostra gente è vissuta di questo, il nostro territorio possiede una vocazionalità innata per ogni tipo di produzione agricola, e grazie ad una tradizione plurimillenaria, la qualità di qualsiasi prodotto è tanto elevata da essere riconosciuta in ogni angolo del mondo come superiore, e da produrre innumerevoli tentativi di imitazione.
Eppure se da una parte la stragrande maggioranza dei nostri politici continua a ignorare o a fingere di ignorare tale stato di cose e, per miope calcolo, incentivare comparti produttivi strutturalmente “decotti”, dall’altra anche l’opinione pubblica diffusa mostra disinteresse. Ed allora accanto a scelte deleterie della politica, come il recente permesso accordato all’ingresso dell’olio tunisino sui nostri mercati, la gente comune non si comporta diversamente: dalle nostre parti abbiamo osservato che ettari e ettari dei suoli più fertili sono stati sacrificati per erigere megacentri commerciali; il rispetto del comune cittadino per il territorio agricolo è tanto basso da aver generato la deprecabile abitudine di sversare immondizie nei fossi e a volte anche direttamente sui terreni.
Certo, penserà qualcuno di voi, uno che ha scelto la professione di agronomo non può esprimersi in modo differente ma … non vi sembra, miei cari quattro lettori che sia giunto il momento di cominciare a ripensare alla terra non solo come risorsa economica primaria, in grado di produrre lavoro ed ingente ricchezza, ma anche come un bene meritevole di rispetto e considerazione? A quella che per decenni interi è stata la vera “Cenerentola” dell’economia italiana, deve essere restituita dignità e considerazione.
I “sogni industriali” cozzano sempre più violentemente contro un economia globalizzata, in grado di produrre altrove con costi molto più bassi. Con serenità e realismo bisogna fare qualche passo indietro per permetterne molti più in avanti. E’ giunto il momento di far ritrovare a Cenerentola la scarpina di cristallo … come? Senz’altro tornando alle risorse del territorio, quelle che nessuno ci può togliere; e così l’agricoltura e la collegata enogastronomia, le tradizioni, un paesaggio di bellezza unica, nonostante le violenze subite, prenderanno il posto idealmente e nella realtà, se ben gestite, delle catene di montaggio.

domenica 24 gennaio 2016

ANDAR PER BORGHI: MARZANELLO VECCHIO

Sono riprese stamattina le passeggiate domenicali nei dintorni: si tratta ormai di una tradizione consolidata, si trascorre la domenica mattina andando per monti e per sentieri; un’ottima occasione per stare insieme agli amici, fare quella moderata attività fisica che l’età “tarda”ancora permette, il tutto condito dallo sfottò sulle “brillanti” condizioni fisiche che si possono constatare in tali occasioni. Basta spostarsi di qualche chilometro per trovare angoli suggestivi e particolarmente ameni, l'alto casertano è infatti una vera miniera di tesori incantevoli: borghi, castelli, chiese che a volte grazie alla sensibilità di qualche amministratore tornano a rivivere.
Stamattina è stata la volta del plurisecolare borgo di Marzanello vecchio, da poco sottoposto ad un restauro che ne ha esaltato alcuni scorci, tra i quali brilla la Chiesa settecentesca di San Nicola (ripresa con criteri di restauro francamente non del tutto condivisibili).
Dalla rete apprendo che “il Castrum Marzanelli (o Castrum Martianelli), inteso come centro abitato fortificato con dignità urbana affonda le sue origini probabili nell’epoca delle prime invasioni barbariche, ma dovette assumere la sua piena dignità nei secoli IX e X, quando il territorio del Medio Volturno venne ad essere funestato in modo continuo dalle cruente scorrerie saracene”. Da una lettura filologica delle rovine e da antichi documenti di archivio, tuttavia, si evince con buona probabilità che il borgo dovette formarsi non prima del XV secolo. Si ritiene probabile inoltre che un palazzo signorile sorgesse sulla sommità della cima 323 e dominasse tutto il piccolo abitato sottostante, e che in parte esso fosse stato demolito per far luogo alla Chiesa di San Nicola. Sul finire del secondo conflitto mondiale il borgo, con gli elementi architettonici che avrebbero potuto essere utilissimi al fine di avere notizie più dettagliate e veritiere sull’evoluzione dell’abitato, furono distrutti dal tiro degli angloamericani, che, dalla collina di S. Felice di Pietravairano, effettuavano le tarature delle artiglierie facendo il tiro a segno sulle strutture di Marzanello Vecchio.
La sensazione più diretta ed immediata che ha causato in me, Liberato e Stefano (gli amici che mi accompagnavano) l’escursione di stamattina è legata alle imponenti dimensioni della Chiesa di San Nicola, sicuramente sproporzionata rispetto allo sparuto centinaio di anime (o poco più) che dovevano abitare il piccolo borgo, anche nei momenti di maggior espansione demografica. L’aula a navata unica è sicuramente paragonabile per dimensioni a una Chiesa parrocchiale di una comunità di dimensioni ben maggiori, per intenderci siamo nell’ordine di grandezza della nostra Sant’Agostino; tale fatto si potrebbe spiegare con la volontà di un donante, identificabile nel feudatario del tempo, che volle fare “le cose in grande”, forse per sciogliere un voto o, molto più probabilmente per affermare anche in tal modo la propria posizione di potere. Il restauro della chiesa, come accennato in precedenza, è stato portato avanti rendendo più che evidenti le parti aggiunte rispetto a quelle originarie, facendo abbondante uso di legno lamellare per le coperture e di acciaio cromato e vetri per l’interno … cose da architetti! Per il pavimento, invece, è stato utilizzato un bel cotto.
Guardando verso il basso, in prossimità dell’abside, si notano il castello ed il borgo di Vairano Patenora, siti parecchio più in basso, tanto da indurre l’osservatore a considerare una sorta di una remota subalternità dell’attuale capoluogo comunale, rispetto a quella che oggi è solo la vaga impronta di una frazioncina.
Ad ogni buon conto un’esperienza da rivivere quella di stamattina, magari più in là, in notturna, per godere anche della suggestione della rete di illuminazione che rende visibile il borgo di notte da ogni punto della valle, anche in distanza.

in copertina la Chiesa di San Nicola (XVIII sec.), prima e dopo il restauro

domenica 17 gennaio 2016

7 MAGGIO 1836: FU' VERA CORTESIA?

Un personaggio controverso e dalle mille sfaccettature, un pietramelarese di cui si parla poco o niente, e forse a torto, perché ebbe una vita avventurosa e seppe con un certo pragmatismo molto partenopeo aggirare e superare le traversie politiche che avrebbero potuto avere ripercussioni negative sulla sua vita.
Era figlio di Vincenzo Caracciolo, duca di Mignano e di Roccaromana, e di Petronilla de Lignéville (il cui monumentale albero genealogico su pergamena si conserva nel museo annesso alla chiesa di Sant’Agostino), militare di carriera, Lucio Caracciolo si distinse sconfiggendo, alla guida di un reggimento di cavalleria, le truppe francesi che avevano occupato Caiazzo durante l'invasione francese del Regno di Napoli (8 gennaio 1799).
Assieme a Girolamo Pignatelli, principe di Moliterno, il 14 gennaio 1799 Lucio Caracciolo fu nominato comandante del popolo napoletano deciso a difendersi da solo contro gli invasori francesi dopo l’ armistizio di Sparanise dell'11 gennaio. Il Colletta, storico partenopeo, ci dice che i due ufficiali erano popolari perché «nobili, domatori arditi di cavalli, e (che più val su la plebe) grandi e belli della persona». I due tuttavia non riuscirono a controllare la reazione dei lazzari, la situazione sfuggì loro di mano e, mentre Napoli precipitava all'anarchia, si rifugiarono nel forte di Sant'Elmo, il cui comandante era Nicola Caracciolo, fratello di Lucio. Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio cedettero il forte ai ribelli filofrancesi.
Nel successivo decennio napoleonico fu fedele a Giocchino Murat, e colonnello del reggimento dei Veliti a cavallo (1808); prese parte valorosamente alla Campagna di Russia nella quale subì il congelamento degli arti. Con la Restaurazione e il ritorno dei Borboni, il 26 dicembre 1818 fu nominato tenente generale.
Il preambolo biografico che precede ci introduce in un episodio di grandissima importanza per un centro come Pietramelara: la visita ivi compiuta da Ferdinando II, sovrano delle Due Sicilie, il giorno 7 maggio 1836, il cui ricordo (sbiadito) si ritrova sulla piccola lapide posta all’ingresso del nostro Palazzo Ducale.
Cosa indusse il Re a recarsi nell’austero palazzo fatto costruire due secoli prima da Faustina Colonna? Erano quelli gli anni della restaurazione, e la dinastia borbonica era in affanno per consolidare il potere nel più bello ed esteso regno della penisola. I rapporti fra i Borboni e i nobili del regno non erano mai stati buoni, da sempre; pertanto la ragion di stato ed il bene della dinastia imponevano diplomazia e tatto, per rinsaldare quel legame mai stato solido; leggiamo dalla lapide che il sovrano dovette sobbarcarsi ben quattro ore a cavallo, da San Leucio a Pietramelara, per far visita a Lucio Caracciolo, Capitano delle Reali Guardie del Corpo ed informarsi personalmente del suo stato di salute. Qualcuno, però, vuole che non si sia trattato solo di un atto di cortesia, e che la volontà vera del Re era una sorta di visita fiscale ante litteram, perché la prolungata assenza del Caracciolo dalla Corte Borbonica aveva finito per indispettirlo ed insospettirlo.
Quanto ci sia di vero in tali dicerie non lo sapremo mai, ma forse Ferdinando II era uno di coloro che tengono fede al principio (andreottiano) secondo il quale “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”, ed allora il monarca dovette pensare “Già in più occasioni mi sei stato contrario, ed io ti ho perdonato e ti ho fatto far carriera e … ora? Dici di star male per star lontano dagli impegni di corte? Lascia quindi che io mi accerti di persona dei veri motivi che ti fanno preferire Pietramelara alle reali residenze”. La storia purtroppo ci rivela che quelle del Caracciolo non dovevano essere state assolutamente delle scuse, se è vero, com’è vero che la sua morte sopravvenne solo qualche mese dopo, il 2 Dicembre 1836, in Napoli, dove venne sepolto in una cappella della Chiesa di San Giovanni a Carbonara.

In copertina Lucio Caracciolo nel ritratto di Gaetano Forte (museo di San Martino)