Un uomo che ha vissuto cinquant’anni
di sacerdozio è un contenitore di emozioni, esperienze, sacrifici e gioie: è
quanto emerge dalla breve chiacchierata fatta stamattina, all’indomani della cerimonia. Ed
è questa la filosofia che ha guidato nel ministero affidatogli Don Pasquale De
Robbio che ieri, venerdì 10 luglio, ha celebrato il suo giubileo sacerdotale. Il
ruolo fondamentale del compianto Don Roberto, di cui quest’anno si celebra il
decennale dalla morte, nel manifestarsi e nel maturarsi della vocazione
sacerdotale. Leggo, a tal proposito dalla lettera di saluto al Vescovo Cirulli:
“ho avuto in dono nella mia vita un grade pastore, che mi ha prelevato da
chierichetto e mi ha portato in Seminario, senza che io sapessi neanche cosa
fosse il Seminario”. E qui dal racconto emerge una nota di colore che va
sottolineata: “Non sapevo cosa fosse il seminario, e nel timore di domandarlo a
Don Roberto, che incuteva soggezione, lo chiesi a Benedetto, che allora faceva
il sagrestano all’Annunziata, e costui mi rispose: e ì ch’ ne sacciu!”. Lo
stesso testo riprende: “la primavera dello spirito l’ho donata con profondo
zelo alla comunità di Vairano Patenora”, e bisogna riconoscere che la
gratitudine di tale comunità è senz’altro emersa dalla larga partecipazione
alla cerimonia dei vairanesi. Un ricordo commosso delle persone di famiglia venute
a mancare: genitori, fratello e sorella. La malattia, che a detta di Don
Pasquale, non permetteva di credere “di arrivare a celebrare questo evento di
Grazia, visto che nel luglio scorso ero in stato precomatoso all’ospedale di
Caserta, dove il Vescovo mi amministrò perfino l’Unzione degli Infermi, e forse
già pensava a chi mandare al mio posto. Invece eccomi qui sul campo di
battaglia più gagliardo che pria”. A questo punto la domanda impertinente del
vostro blogger scribacchiante: “Quale futuro immaginate?”, la risposta, fra il
diplomatico e lo speranzoso: “Non so…dipende dal Vescovo, alle cui disposizioni mi atterrò”, facendo intendere di essere disponibile a continuare
nell’impegno pastorale.
I rapporti con la Comunità Pietramelarese, come successore di Don Roberto: “Quando nel dicembre 2014, il Vescovo Aiello mi pose nel possesso canonico di questa Chiesa, ebbi a dire sono partito da Pietramelara da pastorello e sono tornato come pastore. All’inizio ho avuto qualche problema di inserimento, ma oggi sono soddisfatto dell’affetto di cui godo”
A margine e conclusione della chiacchierata, una considerazione sul problema della crisi delle vocazioni: “il problema c’è e dipende dall’educazione ricevuta in famiglia, ma anche dal fatto che oggi si fanno molti meno figli, e la probabilità che qualcuno di essi abbia la chiamata è molto inferiore; ho avuto come maestro Don Roberto che ha coltivato la mia vocazione fin dal 1962, quando undicenne entrai in seminario, eravamo nella mia classe ben trentadue ragazzi e, alla fine, di essi sono diventato sacerdote solo io. Nei vari seminari che ho frequentato, ricordo quello di Aversa e quello di Posillipo, la mia vocazione si è cementata e fortificata. Il celibato dei preti è necessario perché la presenza di una famiglia porta inevitabilmente a fare discriminazioni; devo dire però che il problema esiste e molti giovani sacerdoti, specie quelli delle piccole comunità soffrono inevitabilmente di solitudine”
I rapporti con la Comunità Pietramelarese, come successore di Don Roberto: “Quando nel dicembre 2014, il Vescovo Aiello mi pose nel possesso canonico di questa Chiesa, ebbi a dire sono partito da Pietramelara da pastorello e sono tornato come pastore. All’inizio ho avuto qualche problema di inserimento, ma oggi sono soddisfatto dell’affetto di cui godo”
A margine e conclusione della chiacchierata, una considerazione sul problema della crisi delle vocazioni: “il problema c’è e dipende dall’educazione ricevuta in famiglia, ma anche dal fatto che oggi si fanno molti meno figli, e la probabilità che qualcuno di essi abbia la chiamata è molto inferiore; ho avuto come maestro Don Roberto che ha coltivato la mia vocazione fin dal 1962, quando undicenne entrai in seminario, eravamo nella mia classe ben trentadue ragazzi e, alla fine, di essi sono diventato sacerdote solo io. Nei vari seminari che ho frequentato, ricordo quello di Aversa e quello di Posillipo, la mia vocazione si è cementata e fortificata. Il celibato dei preti è necessario perché la presenza di una famiglia porta inevitabilmente a fare discriminazioni; devo dire però che il problema esiste e molti giovani sacerdoti, specie quelli delle piccole comunità soffrono inevitabilmente di solitudine”

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