Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

domenica 4 ottobre 2026

LA SAUCICCIARA A "TERRA MADRE". CONSIDERAZIONI

 

Si sono ormai spenti gli ultimi echi mediatici derivanti dalla presentazione della nostra “carne saucicciara”, alla rassegna Terra Madre Salone del Gusto 2026 tenutasi nel centro di Torino dal 24 al 27 settembre con un’edizione celebrativa che si svolge nel quarantesimo compleanno di Slow Food Italia.
Certamente il nostro Prodotto Agroalimentare Tradizionale (P.A.T.) non poteva godere di una vetrina migliore, caratterizzata da internazionalità e da numerosissima partecipazione di pubblico. Bisogna dire che, quando negli anni ’70, con le prime Sagre al Borgo, si pensò di fare della nostra carne il cardine dei menù offerti, si era visto lungo. Riproposta negli anni e nei decenni a seguire, la carne saucicciara è stato un must, fortemente gradito ed il cui successo non si è mai attenuato. Già argomento di un pezzo scribacchiato in questo blog (cfr. https://scribacchiandoperme.blogspot.com/2016/12/un-tipicita-da-valorizzare.html) si tratta, in sostanza, di ciò che viene immesso nel budello per confezionare la salsiccia: essa è ottenuta da alcuni tagli del maiale, con equilibrio fra grasso e muscolo, un tempo veniva tagliuzzata “a punta di coltello”, quindi salata e aggiunta di peperoncino, oggi invece è molto frequente l’uso di macchine che, almeno nel taglio, hanno soppiantato la manualità; trascorse un numero sufficiente di ore si procede all’assaggio e, infine alla vendita e al consumo.
Nel diffondersi nel tempo e nello spazio, ci sono state poi delle tappe importanti, quali il riconoscimento come P.A.T. ed infine la partecipazione all’accorsato salone enogastronomico “Terra Madre”, organizzato da Slow Food. La presentazione del nostro prodotto in quella sede ha riscosso grande ed universale gradimento, e non poteva che essere così!  Chi la gusta nel panino o impiattata, assaggia qualcosa che sa di civiltà contadina, di usi tramandati oralmente dalle massaie, di una volontà precisa di voler far sopravvivere quegli usi.
Elio Barriciello (in foto di copertina con Agnese Belli) che con altri ha sempre operato per far sopravvivere quegli usi e tradizioni, è stato da me ascoltato per raccogliere considerazioni in merito a questa problematica: “Ho sempre tenuto a dimostrare che il merito della Pro Loco negli anni fosse stato quello di aver trasformato qualcosa che temporalmente si riduceva a un assaggio, a un test di salatura e/o di piccantezza, in un piatto vero e proprio. La dimostrazione tenutasi a Torino, all’interno dello stand “Campania Slow Food”, introdotta con professionalità da Agnese Belli, della Pro Loco Pietramelara APS, e condotta dal sottoscritto, ha riscosso grande successo e gradimento.” Tutto bene allora? Direi, tuttavia, che in questo processo che porta a una conoscenza sempre più ampia della carne saucicciara qualche nota stonata non manca; ho raccolto più e più volte lamentele da parte della base produttiva della filiera, allevatori e trasformatori, di scarso coinvolgimento. Costoro avrebbero voluto partecipare, ad esempio, alla stesura del disciplinare, ma ciò non è avvenuto. Si tratta di una criticità di rilievo, anche perché saranno proprio loro a fruire di una eventuale maggiore conoscenza del prodotto.

(sullo stesso argomento cfr. https://scribacchiandoperme.blogspot.com/2016/12/un-tipicita-da-valorizzare.html)

 

sabato 3 ottobre 2026

IN PENSIONE. RIFLESSIONI

 


Perché si va in pensione? Una domanda che lascia spazio a più di una risposta: calo, dopo decenni, delle energie fisiche e mentali, esigenza dell’Amministrazione di liberarsi dei “vecchi bacucchi” (come me) per far spazio a persone più aperte alle innovazioni ed alle sfide poste da un mondo in costante evoluzione, e tanto altro.
Devo dire la verità: temevo questo momento; bisogna prima di tutto riprogettare la vita e l’impiego del tempo; basti pensare che il lavoro comportava, tra viaggio e permanenza in ufficio, circa nove ore, e che tale finestra temporale, abbastanza ampia, va comunque colmata. Non mi piace oziare, e questo è un fatto notorio; anche nel mio periodo di servizio, durato poco meno di quattro decenni, tendevo a comprimere il tempo dedicato alle mie passioni, oggi no, posso disporre completamente della giornata. Un fatto positivo, allora? Non del tutto… ho amato con trasporto la professione che ho esercitato, mi ha permesso di rimanere nell’ambito di ciò che ho studiato, di esercitare la professione di Agronomo all’interno di un contesto volto allo “sviluppo rurale”. Ho avuto modo di conoscere uomini, imprese, luoghi, attività che forse, senza di essa, mi sarebbero rimaste ignote, mi ha dato visibilità; e poi ho potuto stabilire all’interno della Amministrazione Regionale da cui sono dipeso, relazioni altamente positive con colleghi, collaboratori, dirigenti e politici. Tutto ciò è cessato e me ne dispiace, un po' di magone si è fatta strada nel mio spirito, spero che, con l’abitudine, tale sensazione si attenui fino a sparire del tutto. Lascio il lavoro da funzionario regionale senza rimpianti e senza rimorsi.
I primi giorni da pensionato, tuttavia, mi hanno permesso di verificare che tempo per annoiarmi non ne ho…mentre scribacchio questa nota, è l’alba, sto già pensando a ciò che dovrei fare appena il giorno sarà completo e luminoso e, vi assicuro, che è tanto. Le mie passioni: la campagna, la scrittura, l’esercizio fisico, la ricerca storica (… e un po' di professione) saranno le componenti di questa giornata e delle seguenti. Certo, in tale progetto va tenuto conto di un fattore fondamentale: il mantenimento di un buono stato di salute; ci penso molto, e con lo stile di vita che conduco mi arrabatto perché sia così. La famiglia che ho costruito, moglie e figlie, saranno poi il corollario di tale teorema, mi aiuteranno a superare i momenti difficili e quelli tristi, saranno accanto a me in quelli lieti.
Si è conclusa una fase, durata ben trentasei anni e ne inizia una nuova, staremo a vedere!

martedì 8 settembre 2026

UN CONVEGNO PER DON ROBERTO

 

Il torrido pomeriggio di domenica scorsa, giorno 6 settembre ha visto, nel Salone del Piano Nobile del Palazzo Ducale Caracciolo, il convegno organizzato in occasione del decennale della scomparsa di Don Roberto Mitrano. Come da immagine di copertina, le relazioni hanno cercato di delineare, nel ricordo, la figura complessa di Don Roberto, parroco in Pietramelara, prima all’Annunziata, poi nella comunità interparrocchiale Annunziata/San Rocco. Il ministero del sacerdote, durato oltre un sessantennio è stato ripercorso dai relatori sotto le svariate sfaccettature: quella del prete, quella di animatore di iniziative sociali, quella di uomo di cultura profonda. Il convegno è stato moderato dal sottoscritto, nonché vostro blogger scribacchiante, e ha visto l’avvicendarsi al microfono di sacerdoti, amici e uomini delle istituzioni.
La comunicazione introduttiva, con il benvenuto ai presenti, a cura del Sindaco di Pietramelara, Avv. Pasquale Di Fruscio, si è imperniata sui rapporti tra il parroco e l’istituzione civica, tra l’altro il sindaco ha annunciato l’impegno a riprendere il Museo di Arte Sacra, voluto da Don Roberto, e finito tristemente; a seguire quella di Don Angelo Testa che ha descritto, condendo il tutto con note di colore, la storia che lo vide viceparroco a fianco di Don Roberto; quindi le comunicazioni di Don Giosuè Zannini, già parroco di Sant’Agostino, e quella di Don Pasquale De Robbio, suo successore nelle parrocchie dell’Annunziata e San Rocco. Di particolare rilievo il contributo del professor Renato Supino, per lunghi anni docente di Matematica presso il Liceo Da Vinci di Vairano, collega e amico di lungo corso di Don Roberto che, con voce a tratti rotta dall’emozione, ha descritto la lunga amicizia personale, soffermandosi sull’ultimo periodo della malattia grave che affliggeva Don Roberto…  frequenza giornaliera tramite telefonate e presenza fisica per non interrompere un rapporto che si era consolidato nei decenni. Prima che prendesse la parola l’ultimo relatore, la Maestra Organista Andreana Pilotti, ha voluto leggere un pensiero pregno di affetto ed emozione nei confronti del sacerdote.   
Quindi la relazione clou, affidata a un sacerdote che non ha conosciuto Don Roberto, se non mediante le memorie di chi gli è stato accanto… si tratta di Mons. Vincenzo De Gregorio, abate prelato della Real Cappella di San Gennaro, nel Duomo di Napoli, com’è ovvio costui non poteva dire di più di quanto già stato detto, anche per la mancata conoscenza di cui sopra, tuttavia la sua relazione, di ampio respiro culturale e di grande interesse, ha riguardato tra l'altro la storia che ha dotato Pietramelara di un gioiello raro quale l’organo Inzoli, nella Chiesa di San Rocco, tanto caro a Don Roberto, che di tanto in tanto lo suonava. Nella seconda foto a corredo il tavolo della presidenza.



Alla fine, la premiazione (alla memoria) da parte dell’Associazione “Artes Loci”, presieduta dall’Avv. Francesco Bucciero, che ha voluto insignire Don Roberto del “Premio Eccellenza 2026 Artes Loci”, il premio è stato ritirato dai nipoti, presenti nel parterre e consegnato nelle mani dell’Arch. Roberto Mitrano, nipote ed omonimo. 
Le immagini di una vita personale e sacerdotale nel video elaborato dallo studio fotografico 360ARTS di Antonio e Tommaso Campi, ai presenti inoltre è stata distribuita una breve monografia dal titolo “La distesa del campo attraversato, le fatiche che non  mi hanno mai stancato, i graffi sulla mia pelle gelosa”, a cura del gruppo organizzatore.

Che dire?... un evento riuscito, con tante persone presenti, che hanno resistito al caldo, per ricordare un uomo e un sacerdote, spesosi con ogni energia per la comunità di cui è stato pastore, da tanti amato, da qualcuno detestato, per alcuni tratti del suo carattere, a volte ruvido, ma ognuno concorde nel riconoscere che Pietramelara non sarebbe stata la stessa senza il contributo di idee, innovazione e fede di Don Roberto.

venerdì 28 agosto 2026

Oggi 28 agosto, Sant’Agostino di Ippona

 


Di origini romane da parte di padre e berbera da parte di madre come egli stesso ci tramanda, ma di cultura fondamentalmente romana, Agostino nacque il 13 novembre 354 nella colonia romana di Tagaste (attualmente Souk Ahras, in Algeria).
Apparteneva a una famiglia del ceto medio, ma non facoltosa: il padre, Patrizio era un pagano romano; di animo benevolo, anche se collerico.  Monica, sua madre, era di religione cristiana, oltre a essere una donna intelligente, affettuosa e di carattere forte. Sarà essa, venerata tutt'oggi come santa dalla Chiesa cattolica, a esercitare un grande ruolo nell'educazione e nella vita del figlio, che dirà: «A lei debbo tutto ciò che sono». Agostino ricevette da lei un'istruzione cristiana, e fu iscritto fra i catecumeni. La sua associazione con "uomini di preghiera" lasciò tre grandi concetti profondamente incisi nella sua anima: l'esistenza di una Divina Provvidenza, l'esistenza di una vita futura con terribili punizioni e, soprattutto, Cristo il Salvatore.
Nel 373 la sua ansia per la ricerca dell'assoluto lo fece approdare al manicheismo, di cui divenne uno dei massimi esponenti e divulgatori. Egli stesso narra che fu attratto dalle promesse di una filosofia libera dai vincoli della fede, dalle vanterie dei manichei che affermavano di aver scoperto delle contraddizioni nelle Sacre Scritture e, soprattutto, dalla speranza di trovare nella loro dottrina una spiegazione scientifica della natura e dei suoi fenomeni più misteriosi
Gradualmente, conobbe la dottrina cristiana e, nella sua mente, iniziarono a fondersi la filosofia platonica e i dogmi rivelati. Inoltre, completò l'istruzione dei suoi giovani amici, ora con letture in comune, ora con conferenze filosofiche alle quali, qualche volta, invitava anche la madre.
Verso l'inizio della Quaresima del 387, Agostino si recò a Milano per essere battezzato da Ambrogio nella Veglia pasquale, e vi rimase fino all'estate, continuando i suoi lavori (De immortalitate animae e De Musica). Poi, mentre era in procinto di imbarcarsi a Ostia per l'Africa, Monica morì, e così rimase per molti mesi a Roma occupandosi principalmente della confutazione del manicheismo.
La festa odierna di Sant’Agostino a Pietramelara non è legata alla tradizione popolare pietramelarese, ma è legata alla donazione di una statua lignea del Santo, da parte della famiglia Marandola, all’inizio degli anni Ottanta. Tuttavia, la sua presenza spirituale fu forte fino agli inizi del XIX secolo, nel monastero agostiniano di Santa Maria della Carità, fondato nel Quattrocento da Giovanna di Celano, e oggi casa comunale, nella chiave dell'arco del portone è ancora conservato lo stemma dell'Ordine. I documenti storici che ho consultato rendono l’idea di una comunità monastica fortemente strutturata, anche in senso civile: nel 1729 fu stipulato un atto di cessione di una cappella a Don Andrea Montanari, con molteplici clausole, i registri parrocchiali citano, inoltre, una Masseria degli Agostiniani, sita in località Pescara; nel 1808 gli agostiniani lasciarono Pietramelara in seguito alle espropriazioni napoleoniche dei beni religiosi. La chiesa adiacente il convento, nonostante ciò, mantenne l’intitolazione al Santo, e la denominazione della parrocchia, già a “San Lorenzo Martire”, in tempi recenti fu variata in Sant’Agostino.

 

lunedì 24 agosto 2026

FORERSTA'TE. ESPERIMENTO DA IMPORTARE

 

L’Avaro molieriano è un classico del teatro, portato in scena questa volta nella rassegna denominata “Forestàte”, dal nome del piccolo borgo di Foresta, frazione del comune di Tora e Piccilli, famosa anche per il sito paleontologico “Le ciampate del diavolo”. Si è trattato di un allestimento agile, con soli tre attori, che di volta in volta, vestono i panni di più di uno dei personaggi della vicenda; la piccola compagnia teatrale è “Il Demiurgo”, con adattamento, regia ed interprete principale Mario Autore, brillante artista partenopeo, cresciuto con la passione del teatro dalla più giovane età, nonché interprete televisivo e cinematografico. Nella famiglia del protagonista Arpagone, i figli di costui, antagonisti nella vicenda, debbono, per conseguire l’obiettivo di coronare un sogno d’amore avversato dal padre, adeguarsi ai suoi stessi metodi di agire e di pensare. Il successo dello spettacolo, venerdì scorso 21 agosto, è stato innegabile, visto il parterre tutto pieno, la qualità degli attori, la scenografia scarna, ridotta solo ad un baule, e la godibilità della trama teatrale.
Forestàte è un progetto culturale coronato dal successo dal 2020, ideata da Mario Maiorino Marrazzo per riportare attenzione su un minuscolo borgo di poche decine di anime, e farne un presidio permanente di produzione artistica, un luogo in cui si coniugano spettacolo e paesaggio. Il teatro è la sola piazzetta del borgo (cfr immagine di copertina), adiacente la piccola chiesa, qualche sedia e un palco allestito estemporaneamente al momento. Un’idea geniale che fa leva su risorse veramente ridotte per un risultato di grande qualità, che si riflette in un marketing territoriale di sicuro successo: si vedeva con chiarezza che i volti presenti all’evento erano, ad eccezione del sottoscritto blogger e di qualcun altro, tutti provenienti da aree metropolitane.
A questo punto del ragionamento, traslato nella nostra Pietramelara, nella quale il massimo della cultura è rappresentata dai “tattazzinna zinnannà”, l’interrogativo da porsi è il seguente: l’esperimento di Forestàte è trasferibile da noi? Loro ci sono riusciti, a dispetto di una dotazione di risorse veramente ridotta; non dimentichiamo di disporre di un vero e proprio teatro all’aperto, ideale per tale tipo di manifestazioni, il cosiddetto “teatrino degli archi”, realizzato una trentina di anni or sono;  ci sarebbero e ci sono stati, inoltre, sicuramente persone e/o gruppi interessati a recepire il messaggio di un’attrattività territoriale del nostro paese, basata sulla cultura e sull’innovazione… sotto tale profilo le sagre e i carnevali hanno ormai fatto il loro tempo!

lunedì 17 agosto 2026

IL GIORNO DOPO

 

Terminata la festa, cosa resta?... Ricordo che, da ragazzo, vivevo con un umore altalenante questi momenti, caratterizzati dalle tante presenze non pietramelaresi (in senso stretto) che, man mano, partivano. Erano emigranti carichi di provviste alimentari, che a loro servivano, più che altro, per sentire ancora il sapore della terra in cui erano nati e cresciuti. Oppure gruppi familiari di città, di Napoli o Roma, che si ricongiungevano a famiglie di amici e parenti, per toccare con mano una realtà rurale, per lo più a loro sconosciuta, per respirare un po' di aria fresca la sera, o anche per mettere in mostra ragazze da marito, una volta individuato il giovane locale, preferibilmente professionista di belle speranze. Quando in piazza, nel giorno del concertino, i bar potevano ancora piazzare i tavoli, la mattina dopo era tipica l’immagine dei mucchietti di bucce di noccioline americane, lasciate li e gli spazzini, imprecanti per lo scarso senso civico e la maleducazione di chi era stato la sera prima al tavolo. La stagione della caccia ritornava, appena dopo la festa padronale e, dalla prima mattina, gli appassionati di tale sport, arrivavano in paese con i fedeli setter o bracchi al seguito.
E’ un mondo finito anche questo, come tanto altro in paese; tuttavia, questa tristezza era temperata da una sensazione di novità, il nuovo ciclo autunno/vernino stava per iniziare, di li a poco sarebbe re iniziata la scuola, tante facce a cui si era legati sarebbero state riviste, il tempo settembrino, sereno e fresco, favoriva le ultime giornate al mare, oppure qualche escursione fra i nostri monti.
E oggi? … il giorno dopo del San Rocco, edizione 2026, fa registrare una festa dall’indice di gradimento elevato, con buona partecipazione, sia da parte dei Pietramelaresi che dei forestieri, attirati in paese dal nome di richiamo. Le novità non sono mancate: ha emozionato rivedere il volto di Don Roberto, a un decennio dalla sua scomparsa, la proiezione multimediale sulla facciata della Chiesa è stata una vera novità! Bisogna apprezzare il lavoro del comitato, composto interamente da ragazzi appartenenti alla generazione successiva alla mia; costoro, con abnegazione e sacrificio hanno saputo intessere una festa dagli aspetti tradizionali, etico/religiosi, e allo stesso tempo, densa di innovazione. Si sa: bisogna fare i conti con le finanze disponibili, tenendo conto che a Pietramelara nel periodo primaverile/estivo si tengono tre feste: quella di San Pasquale, quella della Madonna di San Giovanni e si culmina con San Rocco (è in forse la festa settembrina di Sant’Antonio da Padova), ma il risultato in termini di gradimento è evidente.
Siate perseveranti, ragazzi, cercate sempre il meglio. Sono dell’avviso che, forse, la piazza non è più adatta a contenere eventi e che una dislocazione nelle immediate vicinanze andrebbe cercata, anche se solo limitata alla serata del “concertino”; qualche mugugno colto dal sottoscritto vorrebbe il ritorno di una buona banda musicale, che si esibisca nella matinée e in serata, perché l’interesse per la festa non può essere limitato solo al settore giovanile… pensateci

mercoledì 15 luglio 2026

ARRIVEDERCI, MA QUANDO...

 

L’ingegno versatile si manifesta quando un uomo o una donna interagisce nei vari campi dell’intelligenza umana. Senza scomodare la “teoria delle intelligenze multiple” proposta da Howard Gardner, psicologo dello sviluppo, chi si avventura e riesce in modo significativo nel campo della professione esercitata e, contemporaneamente nelle passioni che lo hanno guidato nel processo di crescita, è senz’altro dotato di ingegno versatile.
Il caso di cui vi voglio parlare è quello di Armando Forgione, dirigente in servizio presso il Ministero dell’Interno, già Prefetto di Chieti e attualmente al Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Ne scrivo con l’orgoglio di un familiare: si tratta dell’autore di un testo dato alla stampa recentemente ed intitolato “ARRIVEDERCI, MA QUANDO…”, sottotitolo “Memorie di un frate errante”, edito da Armando Curcio Editore. Ritengo limitativo ridurre tale opera ad un saggio, oppure ad un romanzo, si tratta di tutte due le cose, oppure di nessuna di esse! Nella lunga ma significativa introduzione, l’autore ripercorre la vita vissuta finora, tra Teano, Carife (AV), Genova, Pietramelara e Roma, collegando le varie fasi alla lettura dei libri, passione che lo ha coinvolto sin dalla prima adolescenza, e che dura tuttora… un’introduzione, direi, autobiografica, nonché autobibliografica.
Originario di Carife, in Irpinia, ricorda il piccolo borgo prima della catastrofe sismica del novembre ottanta, percorsa da ragazzo tra “viottoli, non asfaltati ma pieni di ciottoli, ideali per asini e muli piuttosto che per le persone”. La casa della nonna paterna, completamente distrutta e riedificata in tempo solo perché l’anziana donna vi vivesse gli ultimi giorni di vita. Le persone di famiglia: chi rimasto in paese, chi andato via per lavoro. La perdita dei paesaggi e dei luoghi, a cui erano legati i ricordi più cari di quelle permanenze. Il bisnonno Giovanfilippo, uomo a cui la vita difficile non aveva tolto il gusto di raccontare al pronipote vicende, fatti e personaggi della sua terra, delineati con ironia. La nonna Filomena, conosciuta di persona anche dal vostro blogger scribacchiante, trasferitasi insieme al marito Candido a Teano, negli ormai lontani anni cinquanta: l’opportunità fu quella di lavorare al restauro del pregiato coro ligneo della cattedrale, distrutta dal conflitto appena concluso. Con tali passi si conclude la narrazione delle vicende familiari, per entrare nel vivo del racconto, tratto da un epistolario di Frate Vitantonio, ritrovato per caso, e donato all’autore.  Fra Vitantonio, imparentato con l’autore, visse nella seconda metà dell'Ottocento, a cavallo dell’Unità Nazionale, tra profondi mutamenti politici, sociali ed economici del Meridione, connessi a tale difficile fase della nostra storia. Non vorrei spoilerare più di tanto… ma la vita di costui, a causa di tali vicende storiche, e del sopravvenuto obbligo di leva militare, si risolse in un lungo peregrinare fra il Convento di Paduli, poi Roma, allora ancora pontificia, e dopo la presa di Porta Pia, in Veneto e Dalmazia; vicende storiche che nella narrazione epistolare si concludono agli inizi della Grande Guerra; nel novembre 1914, infatti il frate morì nel convento annesso al Santuario della Madonna di Motta di Livenza (TV). Le lettere sono più che altro un pretesto, per paragonare i sacrifici vissuti dalla famiglia dell’autore, in un peregrinare parallelo a quello del frate, anche se di generazioni successive, fra Irpinia, Terra di Lavoro, Venezuela , per concludersi a Teano, luogo simbolo di una Unità Nazionale, di cui lo stesso autore dubita su quali e quanti benefici abbia apportato.