Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

martedì 19 ottobre 2021

INDEBITE INGERENZE

 

La vicenda travagliata della presidenza della Comunità Montana del Monte Maggiore, con la recente detronizzazione del Sindaco di Pietramelara, Avv. Pasquale Di Fruscio (cfr. foto a destra), da presidente, richiama alla mente del sottoscritto, a cui la memoria non difetta, lo svolgersi dei fatti legati ad essa dal momento dell’istituzione dell’Ente.
Le comunità montane, la cui istituzione voluta dal legislatore con legge 3 dicembre 1971, n. 1102, e adesso disciplinate dall'art. 27 del d. lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (testo unico sugli enti locali), cominciarono a prendere corpo dopo la metà degli anni settanta; con l’avvento dell’amministrazione Sorbo, nel 1975 occorreva separare fisicamente e politicamente due forti (ed ingombranti) personalità organiche a quel consesso: il sindaco del tempo Gianni Sorbo ed il leader “dissidente democristiano” Giuseppe Peluso (che sarebbe diventato sindaco nel 1989). Un precedente accordo fra i vari comuni aderenti alla Comunità Montana, prevedeva che fra Formicola e Pietramelara erano in palio la sede dell’Ente e la carica di presidente; in altre parole a chi sarebbe andata la sede sarebbe stata preclusa la presidenza.  La politica formicolana, molto lungimirante, fu pronta a rinunciare in quel momento alla presidenza, concessa al pietramelarese Peluso aggiudicandosi in tal modo per sempre la sede dell’Ente montano. Il progetto era chiaro, cedere la presidenza per il momento e tenersi la sede; in un secondo tempo si sarebbe dato l’assalto anche alla carica più alta. E così avvenne: tanto tuonò che piovve! …ci fu tolta la presidenza e in cambio avemmo la vicepresidenza, in seguito anche questa non fu più appannaggio pietramelarese e ci si dovette accontentare di qualche assessorato, con interruzioni temporali più o meno lunghe. Se non si fosse ceduto sulla sede, forse oggi Pietramelara avrebbe potuto ancora esercitare quel ruolo di baricentro politico/amministrativo dell’intero Monte Maggiore!
E veniamo ai giorni nostri… amministrare un ente sovracomunale è frutto di una serie di equilibri precari che variano con il tempo, fu così che, nel Giugno 2020, a Salvatore Geremia di Rocchetta e Croce (cfr. foto a sinistra) subentrò Di Fruscio, grazie ad ordini impartiti dall’esterno del perimetro del territorio montano; alla stessa stregua, dopo qualche tempo, un anno o poco più, è stata la volta per Di Fruscio di cedere il passo, sempre per le stesse odiose ingerenze del potere politico, ma mi domando è mai possibile tale situazione farsesca? Fino a quando dovremo subire che qualcuno che non conosce il nostro territorio, non conosce gli uomini e le comunità, debba imporre il proprio diktat politico, con il solo fine di stendere i propri tentacoli sempre più lunghi e viscidi, sempre più ramificati?  Non sono un “fervente difrusciano” e questo è notorio a chi mi conosce, tuttavia mi irrita tantissimo questo continuo intrufolarsi nelle faccende di casa nostra… come può un Ente assumere un indirizzo politico continuo e coerente se, secondo la posizione dell’utero di questo e quel consigliere regionale, ogni sei mesi/un anno cambia il vertice dell’ente stesso?

venerdì 15 ottobre 2021

UNO STREPITOSO SORPASSO

 

È una notizia diffusa nella giornata di ieri, che ci riempie di legittimo orgoglio: in Francia, i consumi di mozzarella hanno superato quelli del formaggio camembert. Lo scrive il quotidiano francese «Le Figaro», secondo cui, a settembre, le vendite del comparto mozzarella sono state superiori per la prima volta a quelle del re dei formaggi francesi.
Le specialità culinarie italiane sono sempre più apprezzate nel mondo, in particolare, in Francia, e le Figaro sottolinea infine che «si mangia camembert nei ristoranti o durante i pasti casalinghi più tradizionali, mentre la mozzarella sta bene in molti piatti facili da fare e più trendy».
Mi è sembrato giusto, da interprete di un territorio dove la mozzarella si produce da secoli, sottolineare tale strepitoso sorpasso, ma… qual è la storia di questa prelibatezza che l’intero mondo ci invidia e che, nel complesso, produce occupazione e sviluppo economico quanto un grande stabilimento industriale?
La nostra mozzarella fa parte del grande gruppo denominato “formaggi a pasta filata”, che hanno origini antichissime.
Tra il X e il XII secolo nelle zone paludose Tirreniche, tra la piana del fiume Volturno e la piana del fiume Sele, iniziarono a svilupparsi gli allevamenti bufalini, come testimoniato da documenti del monastero di San Lorenzo in Capua. Il nome “mozza” deriva dalla pratica di ”mozzare” la pasta cotta dopo l’aggiunta di acqua calda, rendendo la cagliata morbida ed elastica.
Il termine mozzarella appare per la prima volta in un testo famoso di Bartolomeo Scappi, cuoco della corte papale, nel 1570.
Alla fine del 1700, grazie ai Borboni, che costruirono il primo caseificio sperimentale, la mozzarella prese un largo consumo e la pasta filata in genere agli inizi del 1900 raggiunse una tale fama che portò le piccole produzioni locali a svilupparsi e a diventare vere e proprie produzioni industriali. Successivamente la bonifica delle zone paludose favorì l’espansione degli allevamenti bufalini e la crescita della produzione di mozzarella in tutto il centro-meridione, dal sud della provincia di Roma fino in Puglia e passando per il Molise.
Nel 1981 nacque il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana che esercita la vigilanza, la valorizzazione e la promozione di questo straordinario formaggio del Centro-Sud Italia, apprezzato in tutto il mondo.
Nel 1996 è stata ottenuta la Denominazione di Origine Protetta (DOP) per la Mozzarella di Bufala Campana: si tratta di un prestigioso marchio europeo con cui vengono istituzionalmente riconosciute quelle caratteristiche organolettiche e merceologiche di questo formaggio, derivate prevalentemente dalle condizioni ambientali e dai metodi tradizionali di lavorazione esistenti nella specifica area di produzione. Questo riconoscimento è il più importante marchio DOP del centro-sud Italia, il quarto a livello nazionale per produzione ed il terzo tra i formaggi DOP italiani.
Attualmente le zone di riconoscimento ed origine del latte idoneo alla produzione della Mozzarella di Bufala campana DOP sono: le regioni Campania, Lazio (nelle province di Latina, Frosinone e Roma), Puglia (provincia di Foggia) e  in Molise il solo comune di Venafro.
La realtà della nostra zona, comuni dell’alto casertano, è in costante e sostanziale progresso: allevamenti a conduzione familiare, accanto ad aziende capitalistiche, almeno un paio di caseifici per comune, in grado di esitare produzioni di gran pregio, alcune delle quali riconosciute con importanti premi. Quale il futuro? … l’espansione degli allevamenti non potrà procedere all’infinito, perché un elevato numero di capi da luogo a inconvenienti ambientali per lo smaltimento delle deiezioni; inoltre è sempre più difficile reperire addetti di stalla, che già oggi provengono per lo più dall’India e dintorni. Il mercato della mozzarella continuerà ad espandersi ma ciò non potrà prescindere da un livello qualitativo che dovrà in ogni caso soddisfare le esigenze dei consumatori.
 

domenica 10 ottobre 2021

SETTEMBRE 1860: MERCENARI E TRADITORI IN UNO SCONTRO

 

Foto 1

Nei trenta secoli di storia vissuti dal nostro territorio e dai suoi abitanti, non sono stati frequenti scontri bellici cruenti, la posizione defilata geograficamente non ne facevano una postazione strategica da difendere, qualsiasi epoca si consideri. Tuttavia un episodio della guerra per l’unità nazionale, vide la campagna fra Roccaromana e Pietramelara come teatro delle operazioni. Questi i fatti: tra il 16 e il 17 settembre 1860, un ungherese, il maggiore Csudafy, al comando di un reparto di garibaldini, costituito da tre compagnie, si diresse da Caserta verso Piedimonte, allo scopo di tagliare le retrovie borboniche ed isolare così Capua da Gaeta. Varcato durante la notte il Volturno presso Dragoni per schivare forze ostili o, chissà, per errore, Csudafy si dirige verso Roccaromana. L’attacco al presidio borbonico quivi acquartierato e forte di 260 uomini, avviene alle 10 e 30 del mattino; data la sproporzione delle forze il comandante borbonico maggiore Gennaro Angellotti chiede rinforzi al colonnello Kezich, che è di stanza a Pietramelara con ben tre reggimenti.  L’aiuto viene negato pertanto i borbonici sono costretti a ripiegare verso la vicina Pietramelara; la campagna fra i due borghi è interrotta da fossi e siepi, si può immaginare che dopo ripiegamenti successivi i borbonici abbiano organizzato una linea di difesa, presso il rivolo di Murro. Gli uomini di stanza a Pietramelara, al secondo rifiuto di Kezich di inviare rinforzi, insorgono ed allora l’alto ufficiale, alle strette, invia un battaglione al comando del maggiore De Francesco, che riesce a riequilibrare le forze e respingere i garibaldini fino al ponte di Roccaromana, dove anche i civili partecipano alla battaglia e fanno ripiegare gli “stranieri” fino a Piedimonte d’Alife, dove pare che Csudafy abbia tentato il suicidio, puntandosi una pistola alla tempia.

La presenza di un Ungherese fra i vertici garibaldini conferma che mercenari presero parte agli scontri, ed   è evidente che il comportamento di Kezich sia stato dovuto a un tradimento già in atto, frequente fra gli alti ufficiali borbonici che già avevano intravisto, a breve, il tramonto del Regno delle Due Sicilie. L’infedeltà dei vertici militari fu una delle cause della dissoluzione di una Nazione che, almeno sulla carta, aveva tutti i numeri per sopravvivere a un attacco proditorio e non dichiarato da parte di uno staterello di dimensioni geografiche ed economiche inferiori.

Quanti siano stati i caduti dello scontro da ambe le parti non si sa; quello che si è potuto riscontrare lo dobbiamo a quella inesauribile fonte di notizie che sono i registri parrocchiali: nel Libro dei Defunti della Parrocchia di San Lorenzo Martire (oggi Sant’Agostino), anni 1856/1895, abbiamo notizia che furono allestiti alla meglio due ricoveri per feriti, nel Palazzo Ducale e in Municipio; ancora  leggiamo i nomi di quattro soldati, Ferretti Alberto di età imprecisata , da Mirandola (FE), deceduto il 20/09/1860 nel Municipio di Pietramelara garibaldino o bersagliere (in bello Arcis Romanae a militibus Naeapolitani ictus scopetti vulneratus); Stanzione Stefano, di età  imprecisata , marito di Rinaldi Carmina  deceduto il giorno successivo, borbonico; de Buccis  Giuseppe di età imprecisata ,  deceduto in Municipio; Turnelli Beniamino di anni 20, deceduto il 21/09/1860 nel Palazzo Ducale (in palatio ducis Arcis Romanae).

Foto II

Cosa rimane, oltre alla memoria e a qualche sbiadito documento, di questa cruenta interruzione della tranquillità che ha sempre regnato dalle nostre parti? Due segni di importanza quantomeno equivalente: nel piazzale antistante l'ex Ospedale, fu eretto nel 1951, per opera del Sindaco  Diomede Rinaldi, un monumento in onore dei Garibaldini che persero la vita a Roccaromana (I foto di copertina); sulla strada che porta da Pietramelara a Roccaromana, invece fu eretto un secondo cippo nel 2017, in località Murro, questa volta dedicato ai caduti borbonici (II foto di copertina). 

Bibliografia:

1.   Atti del Convegno di Studi “Cinque secoli di storia nell’Alto Casetrtano”, Giugno 1996

2. Liber Parochialis S.Laurenti Martiris huius terrae Petramellaria in quo adnotantur mortui a die prima mensis Julii 1856

domenica 26 settembre 2021

IL ROMANZO DI PIETRAMELARA

 

Illustri clinici, un giornalista di grido, un parterre interessato, le autorità: questa la cornice dell’evento celebratosi ieri sera nel Chiostro di Sant’Agostino. Il chiostro, un tempo nucleo del Monastero Agostiniano di Santa Maria della Carità, sembrava la location ideale per presentare il libro dato alle stampe dal Prof. Gaspare Bassi, dal titolo “Il romanzo di Pietramelara- venti secoli di guerre ed eroi”, tratto da appunti del proprio nonno ed omonimo Don Gaspare Bassi, deceduto nel 1949. Riprendo le espressioni dell’autore, relative all’opera data alle stampe essa è: “espressione del grande amore che il nonno aveva verso i suoi concittadini, dei quali nel libro, con orgoglio, sottolinea sempre le doti di bontà, di religiosità, e di rispetto delle tradizioni”. E’ questo, a parere di chi scrive, un approccio di grande forza per chi vuole descrivere un luogo e una comunità che vi dimora e che vi ha dimorato nei secoli; approccio che, tra l’altro, condivido in pieno nelle cose che scribacchio. Venti secoli di storia locale sintetizzati in un quaderno di appunti, per lungo tempo disperso e poi, quasi per caso, ritrovato dal Bassi junior, il quale guidato dall’amore per il nonno e per i luoghi natii, ha pensato di darlo alle stampe per farne dono a Pietramelara e ad ogni suo amico e collega interessato alla cosa.
La storia parte dalle guerre sannitiche e dalle stragi e distruzioni che ne seguirono, e di dipana lungo le guerre puniche, con la campagna di Annibale nell’Italia meridionale, quindi il tramonto dell’Impero Romano e le lotte tra Carlo Magno e i saraceni con il contributo di Nicolò Monforte, la presenza dei Cavalieri di Malta in Pietramelara, durata fino al XIX secolo, la distruzione e il sacco avvenuta nel 1496, il tramonto politico dei Monforte e l’avvento di Faustina Colonna, con il dominio asburgico di Carlo V, l’Inquisizione e il correlato sorgere delle Congregazioni e confraternite religiose. La lunga descrizione si interrompe agli inizi del Settecento… non se ne conosce il motivo ma, non vi è dubbio che la volontà del Bassi era quella di giungere fino ai suoi giorni, al risorgimento e l’unità nazionale; forse dovette esserci un motivo di forza maggiore ad impedire il completamento dell’opera.
Dalla sommaria scorsa che ho potuto dare all’opera, di cui sono venuto in possesso ieri pomeriggio, emerge un fatto incontrovertibile: Don Gaspare Bassi, vissuto tra l’ottocento ed il novecento in Pietramelara è un intellettuale che si è   documentato come ha potuto dalle fonti archivistiche disponibili, date le caratteristiche del periodo; certo, se avesse posseduto un PC connesso al web, avrebbe documentato in modo ancor più rigoroso il suo lodevole lavoro. Comunque l’autore di “Frammenti” (questo è il nome originariamente dato alla ricerca) è il prodotto di un humus culturale diffuso in Pietramelara anche in periodi più bui dell’attuale. Basti pensare che nel settecento, come già riportato in precedenti pezzi su questo blog scribacchiato “operavano in paese 4 notai, servendo un’area geografica probabilmente molto più vasta, alcuni “dottori fisici”, così si chiamavano i medici allora, avvocati e innumerevoli sacerdoti, canonici e chierici” (cfr. ERRICO LEONE E IL PUNTO DI PARTENZA, 25 MAGGIO 2019 http://scribacchiandoperme.blogspot.com/2019/05/errico-leone-e-il-punto-di-partenza.html). In tale clima dovette maturare la coscienza civica e storiografica di Don Gaspare, o come lo chiamavano tutti in paese “Ron Gasparrinu”. Al nipote fedele, ed ancorato alla tradizione familiare, Professor Gaspare Bassi il plauso di tutta Pietramelara, per aver ribadito, dando alle stampe l’opera, ancora una volta il ruolo di tale comunità nell’Alto Casertano.

venerdì 17 settembre 2021

L'ARCO DI SANTA MARIA

 

Nonostante manchi da circa 77 anni, ancora sopravvive chi lo ricorda bene, anche se… certo, costui avrà più di ottantacinque anni! Parlo dell’Arco di Santa Maria (vedi foto di copertina), principale ingresso del centro storico di Pietramelara fino al 23 ottobre 1943, giorno in cui fu minato dalle truppe tedesche per ostacolare in qualche modo l’avanzata alleata che, dopo aver attraversato il Volturno nel caiatino, era risalita per le alture di Liberi ed aveva ormai raggiunto Roccaromana. Aver minato l’arco, a ben pensarci, fu un’operazione bellica del tutto priva di senso tattico e strategico, data la potenza della macchina bellica alleata, ma dettata forse solo dalla volontà di imprimere un’ulteriore sfregio alla nostra cittadina, già provata in ogni modo dalla guerra.

La storia di questo monumento, la cui denominazione è dovuta alla vicinanza con il Monastero di Santa Maria della Carità, oggi sede municipale, si fonde ed interseca con quella del Regno di Napoli nel Rinascimento, e quella di un suo protagonista assoluto, Carlo V d'Asburgo (Gand, 24 febbraio 1500 – Cuacos de Yuste, 21 settembre 1558). Il giovane sovrano, a soli sedici anni, ereditò dal nonno anche il trono d'Aragona, concentrando nelle sue mani tutta la Spagna, compreso il Regno di Napoli, che le apparteneva. Sbarcato a Messina, Carlo V risalì il meridione e il 25 novembre 1535 entrò in Napoli dalla Porta Capuana, prendendone possesso.
Era trascorso meno di un quarantennio dal quel tragico 13 marzo 1496, giorno in cui Pietramelara fu messa a “foco ed a sacco”, per il tradimento dei Monforte nei confronti degli aragonesi, motivo per il quale qualche sopravvissuto alla cruenta strage doveva essere ancora presente. Deve essere stata iniziata in quegli anni la costruzione della porta, e la presenza sulla chiave dell’arco dell’aquila asburgica di Carlo V stava a suggellare almeno due cose: che la città era stata riabilitata presso la corte dopo l’infamante bando a cui era stata sottoposta, e che in essa non erano presenti eresie. Carlo, infatti, fu il più acceso nemico dello scisma luterano, fino ad essere definito Difensor Ecclesiae da papa Leone X. Lo stemma quasi nella sua interezza fu recuperato dopo il crollo e sito nell’androne del nostro comune. Mancano le due teste coronate dell’aquila e parte dell’ala destra; lo scudo contenuto nello stemma porta i simboli di ogni possedimento di Carlo, che si vantava del fatto che sul suo Impero “non tramontava mai il sole”.
La costruzione dell’arco è da mettere in relazione con un’altra presenza storica importante a Pietramelara, quella dei Cavalieri di Malta, che cessò solo dopo l’unità nazionale, con l’alienazione dei beni che furono messi all’asta ed acquistati dal Barone Giovanni Sanniti. Nel 1524, infatti, Carlo aveva offerto ai Cavalieri Ospitalieri l'isola di Malta, e non è un caso che gli antichi e vasti possessi dei cavalieri in Pietramelara iniziavano proprio dall’arco fino ad estendersi alle falde del Monte Maggiore. Un legame fisico ed ideale che rafforzava il rapporto fra il potere imperiale e l’importante opera sociale dell’Ordine, che in paese aveva realizzato uno “xenodochio” (albergo per stranieri e viandanti), posto lungo la via Francigena del Sud, che congiungeva Roma a Gerusalemme.
Per la storia recente, negli anni 80, in occasione di una Sagra al Borgo, fu realizzato un simulacro scenografico dell’arco, a dimensioni reali, da parte del compianto Nunzio Marco Della Torre, un segno fugace del legame di Pietramelara con la sua porta più importante.
 



martedì 14 settembre 2021

IN UNA TESI L’AMORE PER UN TERRITORIO

 
Chi non si è mai lamentato dei giovani del nostro paese e del loro poco amore per i luoghi e per i valori connessi con esso? È vero … le giovani generazioni a volte dedicano scarso interesse per cose definite “superate”, ma le eccezioni esistono, per fortuna.
Il caso che vi voglio raccontare è quello di un giovane, che con il tempo e con l’impegno ha saputo costruirsi una preparazione e una professionalità. Si tratta di Franco Mainolfi, neo-dottore forestale (cfr. foto di copertina), il quale per il suo lavoro di tesi magistrale ha scelto un tema strettamente connesso al territorio di Pietramelara e dintorni: ANALISI DEGLI HABITAT DI INTERESSE COMUNITARIO DELLA Z.S.C. “CATENA DI MONTE MAGGIORE. Per la cronaca la laurea magistrale è stata conferita nello scorso agosto dall’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DEL MOLISE, Dipartimento Agricoltura, Ambiente e Alimenti. Veramente interessante il lavoro svolto, per l’approccio scientifico, per i risultati di studio conseguiti e per i possibili sviluppi divulgativi per gli interessati. Ma va sicuramente anche lodato il grande attaccamento per un territorio e l’amore per la terra che ci ha generato.
Rete Natura 2000 attualmente è composta da Zone di Protezione Speciale (ZPS), Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone Speciali di Conservazione (ZSC); essa è un insieme di aree destinate alla tutela di habitat e di specie (animali e vegetali) ritenuti meritevoli di protezione a livello europeo. Il tutto per garantire la vitalità a lungo termine di alcuni habitat e di alcune specie di rilievo europeo.
Obiettivo del lavoro di tesi è stato il monitoraggio degli habitat di interesse comunitario, tramite rilevamenti della vegetazione, in un sito della rete Natura 2000 della Campania: la Zona Speciale di Conservazione “Catena di Monte Maggiore”, contrassegnata dal codice identificativo comunitario IT8010006, che racchiude la parte montana dei comuni di Roccaromana, Pietramelara, Riardo, Rocchetta e Croce, Formicola e Liberi. I rilievi di campo anno abbracciato un periodo di un anno esatto, da luglio 2020 a giugno 2021. Va detto che altro merito della tesi è stato quello di colmare una lacuna, cioè di aver studiato un habitat non presente nel formulario standard della Zona Speciale di Conservazione “Catena di Monte Maggiore”; l’habitat studiato per la prima volta in zona è stato quello contrassegnato con il codice 9340: Foreste di Quercus ilex e Quercus rotundifolia (leccete), e che non si tratti di cosa di poco conto lo dimostra anche la sola grande diffusione delle leccete nel nostro Monte Maggiore. Nella tesi sono stati capillarmente descritti gli habitat di interesse comunitario presenti, in altre parole le note singolari che fanno dei nostri boschi ambienti unici e particolarmente pregiati: le faggete, i castagneti e le citate leccete.
Confortante il punto di arrivo del lavoro, citando testualmente il Mainolfi: “Lo stato di conservazione degli habitat è giudicato complessivamente molto buono in quanto non è stata rilevata alcuna presenza importante di specie bioindicatrici di fattori di disturbo antropici”. In altre parole il nostro territorio montano non ha subito impatti da parte delle azioni umane, che possano aver compromesso le sue molteplici funzioni: economico/produttiva, di riequilibrio ambientale, di fruizione turistica, ecc.
Il Monte Maggiore è uno dei gioielli di cui la Campania dispone, le comunità dei paesi e villaggi che gli fanno da corona hanno, sinora, saputo mantenere una sorta di sacro rispetto nei suoi confronti. L’auspicio, anche per dare un senso sociale al lavoro di Franco, è che le future scelte politiche relative al territorio sappiano muoversi in tale direttrice. 

martedì 31 agosto 2021

DI COSA PARLA PIETRAMELARA?

 

Di cosa parla Pietramelara? Appare chiaro che, se fino a qualche anno fa, il centro fisico e geografico delle discussioni e dei capannelli era Piazza San Rocco, oggi il fulcro è diventato virtuale e si è spostato sui social network, ed allora: restauri della cappella di Santa Maria a Fradejanne, avvicendamento del parroco in Sant’Agostino (immaginato o reale?), centinaia di mutuati senza medico di base, embrioni di movimenti pre-elettorali.
Che qualcosa si cominci a muovere nella politica locale è avvertito ed avvertibile; certo, a distanza di soli otto mesi dalle elezioni, sembra un po' tardi per cominciare a dire la propria: la vita e le azioni di un’amministrazione vanno seguite da quanto essa si insedia, cercando di intuire le motivazioni delle scelte e delle non-scelte, esercitando il ruolo di controllo che la legge assegna alle minoranze consiliari, ruolo che sembra l’attuale gruppo di opposizione abbia esercitato di rado e con limitatissima incisività. Al di fuori dell’assise, al contrario, cominciano i primi sussulti: per il momento è ufficiale solo l’iniziativa del giovane Mario D’Ovidio, che insieme ad un gruppo di amici ha cominciato a riflettere sul futuro del paese, con l’obiettivo dichiarato di dialogare con tutte le compagini politiche presenti sul territorio, al fine di progettare assieme la città che verrà. Interessante la dichiarazione programmatica resa a un web giornale locale: “Rendere Pietramelara attraente deve essere una prerogativa fondamentale – queste le parole di Mario- vogliamo che Pietramelara diventi un paese operoso: ambiente, sviluppo economico, associazionismo e cultura saranno al centro del dibattito”. Sono parole a cui l’unica chiosa riguarda il fatto che Pietramelara “operosa” lo è già, e da sempre. Dalle voci raccolte sembra che al primo incontro, tenutosi in località “segreta” si siano registrate numerose adesioni al progetto.
Qualcun altro, già elettore (per propria ammissione)  di “Per Pietramelara unione e solidarietà” gruppo che fa capo al sindaco Di Fruscio, ed evidentemente deluso dal dopo elezioni, si è già attivato per tentare un esperimento simile: lo si vede soffermarsi tra tavoli e panchine della piazza, insieme ad amici da coinvolgere. I due gruppi si fonderanno… oppure no? Staremo a vedere, sono comunque tentativi a cui guardare con interesse.
Nulla trapela dai gruppi “storici” …Cosa farà Di Fruscio? Si ricandiderà o cederà lo scettro? Confermerà la squadra già trionfatrice delle scorse elezioni, o apporterà qualche correzione? Ci saranno defezioni volontarie? Chi vivrà vedrà. Dall’altra parte ciò che è evidente, tra i  leonardiani, reduci da un mandato elettorale trascorso in assoluto silenzio, è che  "ritiratisi in aventino", si interrogano, nei pomeriggi d’estate davanti a un frequentato bar, su quale futuro li aspetti.
Loredana Palumbo, altra ex difrusciana delusa, prendendo spunto dalla nota vicenda del medico di base, affida a fb un post lamentando di essere stata considerata solo “un numero per la lista” e, in polemica con il gruppo che l’ha portata in assise, continua: “l’attuale maggioranza si appropria dei meriti di tutti… basta scorrere i social o la pagina istituzionale dell’ente impropriamente utilizzata per scopi propagandistici”. Come non essere d’accordo?  … ci si fa fotografare in ogni luogo e in ogni frangente, cercando di aumentarsi la visibilità, sgomitando fra compagni ed avversari.