Carissimo,
l’ora è imminente ormai, manca poco e la sveglia suonerà, stridula e perentoria: la Messa di buon mattino, la raccolta ai piedi della scala di San Rocco, la Croce bene in vista e… via si parte per quel cammino che tanti altri prima di te hanno percorso. La strada, lunga ed insidiosa, il sole che scotta il viso e a volte la pioggia battente, la stanchezza, qualche vescicola ai piedi: saranno questi i tuoi compagni per oltre ventiquattro lunghe ore. Già altre volte ho scribacchiato di Castelpetroso e del Pellegrinaggio, ormai ben ultracentenario, e mai -e neppure ora lo farò- sono voluto entrare nelle motivazioni che spingono tutti quelli come te ad affrontare questa singolare esperienza: non è affar mio, è questione privata, etica e morale, pertanto confinata in quella sfera in cui nessuno, tantomeno un blogger di paese, può entrare a piacimento.
Non ho mai provato in gioventù l’esperienza che ti accingi a ripetere, ne penso di farla adesso, in età matura, tuttavia devo dire che ti ammiro, così come ho ammirato ogni altro tuo compagno di cammino e sono legato alla memoria di quanti si sono sempre impegnati a promuovere il pellegrinaggio, farlo sopravvivere in momenti bui e renderlo dignitoso e sicuro, anno per anno. Come potrei dimenticare le mitiche figure di zi Salvatore, di Rocco, di Giovannino e di tanti altri, uomini e donne per i quali i due/tre giorni dedicati all’Addolorata ed al Santuario, rappresentavano una parentesi fissa nell’anno, in cui ogni attività agricola, commerciale o di altro tipo veniva interrotta; un impegno inderogabile a cui tener fede. Che dire poi di coloro, e non sono pochi, che ritornano in paese da altri luoghi d’Italia, dalla Svizzera o dagli U.S.A. “p’ ì a truvà a Maronna” (per andare a far visita alla Madonna, n.d.r.)?
Chi si metterà in cammino domattina, come te, perpetuerà una tradizione che difficilmente sarà offuscata dall’avanzare della modernità, anzi, devo dire di più: non solo non si avvertono segni di crisi, ma è sempre più frequente il caso di uomini, donne, famiglie e gruppi provenienti da fuori Pietramelara che con gioia si uniscono a voi; inoltre il ricambio generazionale non è assolutamente un problema e già dall’adolescenza c’è chi inizia ad intraprendere questa esperienza che, con ogni probabilità, ripeterà di anno in anno.
In te e nei tuoi compagni si legge con chiarezza l’impronta di quella civiltà contadina, fine ottocento-inizi novecento, a cui dobbiamo tanto in termini di identità; ho sempre sentito parlare della catena di solidarietà tra te e i tuoi compagni di cammino, essa costituirà occasione per cementare amicizie e per approfondire conoscenze nella difficoltà, perché è nella difficoltà che emerge il lato vero delle persone; i canti gioiosi , gli inni a Maria, in dialetto ed in lingua, la dicono lunga sulla genesi di questo fatto Piatramelarese che tante altre realtà, esterne alla nostra, ammirano ed, a volte, additano con un pizzico di invidia.
Buon viaggio, amico mio, il pellegrinaggio ti faccia ritrovare te stesso, se ti senti smarrito a causa della vita che conduci, ed aumenti la tua Fede. Prega se puoi anche per il tuo blogger scribacchiante.
tuo aff.mo francesco
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
venerdì 2 maggio 2014
C'ERO ANCH'IO A CARDITELLO
Che grande festa! Stamattina a Carditello, località del comune di San Tammaro, sede di uno dei più autentici simboli del Regno del Sud, sembrava veramente sepolto il passato. La Reggia, ritornata oggi ufficialmente nel patrimonio dello Stato, dopo un periodo buio fatto di abbandono, degrado, vandalismo era la vera protagonista. La Sga, società strumentale del Ministero da qualche giorno aveva incamerato la Reggia e, giovedì mattina, firmato un contratto preliminare per cedere la dimora settecentesca al ministero dei Beni culturali e del Turismo, e tutti oggi volevano fotografarla, vederla, vistarla, ammirarla.
La Reale Tenuta di Carditello, progettata dall'architetto Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli, nelle intenzioni di chi l’ha voluta, ospitava una dinamica azienda agricola, ben progettata nelle infrastrutture edili e ben organizzata negli allevamenti di pregiate razze equine, nella produzione e commercializzazione dei prodotti agricoli e caseari. E’ un complesso architettonico sobrio ed elegante di stile neoclassico, destinato da Carlo di Borbone a luogo per la caccia e l'allevamento di cavalli e poi trasformato per volontà di Ferdinando IV di Borbone in una fattoria modello per la coltivazione del grano e l'allevamento di razze pregiate di cavalli e bovini. Era immersa in una vasta tenuta ricca di boschi, pascoli e terreni seminativi, e si estendeva su di una superficie di 6.305 moggia capuane, corrispondenti a circa 2.100 ettari. Carditello era uno dei siti reali che si fregiava del titolo di "Reale Delizia" perché, nonostante la sua funzione di azienda, offriva una piacevole permanenza al re e alla sua corte per le particolari battute di caccia che i numerosi boschi ricchi di selvaggina permettevano. Quando ci passò Wolfgang Goethe restò incantato spiegando che bisognava andare di lì «per comprendere cosa vuol dire vegetazione e perché si coltiva la terra. (...) La regione è totalmente piana e la campagna intensamente e diligentemente coltivata come l’aiuola di un giardino».
Stamattina la musica, logica (quasi ovvia) cornice di un giorno festivo, si avvertiva da lontano: quella popolare delle tammurriate e delle pizziche , e quella più moderna, pop e jazz, suonata con soli strumenti acustici (fiati e percussioni). Associazioni varie di valorizzazione del territorio, di volontariato, formazioni politiche, istituzioni, tutti volevano essere presenti al “grande giorno”. Nutrito anche il “parterre”: migliaia di donne e uomini comuni, felici e soddisfatti per il traguardo raggiunto, sindaci di ognuno dei comuni del comprensorio, il presidente della Provincia, assessori provinciali e regionali, e poi la grande vedette, il vero protagonista, il Ministro dei Beni Culturali Massimo Bray, a cui va senz’altro ascritto il merito di aver compreso l’importanza del salvare dal degrado il gioiello di architettura; la sensibilità che ha dimostrata può veramente essere premonitrice del cambiamento in atto e della positività del momento che, voglio sperare, si protragga nel tempo.
Un sole tiepido,da fine inverno, riscaldava appena appena l’aria, e nell’atmosfera che si era andata a creare, quasi ci si dimenticava di essere nel pieno centro di quella che, a volte con poco rispetto, da qualche mese va sotto il nome di “terra dei fuochi”. Sembrava che quella campagna fosse tornata ad essere percorsa solo da schiere di operosi contadini, consapevoli del proprio ruolo e della propria importanza sociale, e non da biechi affaristi senza scrupoli, collusi alla politica ed alla camorra, colpevoli di aver ridotto a pattumiera la terra più bella e più fertile di tutta l’Italia. C’ero anch’io, in rappresentanza dell’Ordine Professionale a cui appartengo, ed in qualità professionista impegnato nel sistema agricolo, ma anche e soprattutto per manifestare la soddisfazione mia personale nel veder risorgere una delle vestigia più luminose di quello che fu il “Regno del Sud”. In mezzo a tanta gioia l’amarezza per la scomparsa di Tommaso Cestrone, il volontario della protezione civile che aveva dedicato la vita, negli ultimi anni, a proteggere ciò che restava della Reggia, scomparso la notte dello scorso 25 dicembre, pochi giorni prima che finisse l’incubo.
La Reale Tenuta di Carditello, progettata dall'architetto Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli, nelle intenzioni di chi l’ha voluta, ospitava una dinamica azienda agricola, ben progettata nelle infrastrutture edili e ben organizzata negli allevamenti di pregiate razze equine, nella produzione e commercializzazione dei prodotti agricoli e caseari. E’ un complesso architettonico sobrio ed elegante di stile neoclassico, destinato da Carlo di Borbone a luogo per la caccia e l'allevamento di cavalli e poi trasformato per volontà di Ferdinando IV di Borbone in una fattoria modello per la coltivazione del grano e l'allevamento di razze pregiate di cavalli e bovini. Era immersa in una vasta tenuta ricca di boschi, pascoli e terreni seminativi, e si estendeva su di una superficie di 6.305 moggia capuane, corrispondenti a circa 2.100 ettari. Carditello era uno dei siti reali che si fregiava del titolo di "Reale Delizia" perché, nonostante la sua funzione di azienda, offriva una piacevole permanenza al re e alla sua corte per le particolari battute di caccia che i numerosi boschi ricchi di selvaggina permettevano. Quando ci passò Wolfgang Goethe restò incantato spiegando che bisognava andare di lì «per comprendere cosa vuol dire vegetazione e perché si coltiva la terra. (...) La regione è totalmente piana e la campagna intensamente e diligentemente coltivata come l’aiuola di un giardino».
Stamattina la musica, logica (quasi ovvia) cornice di un giorno festivo, si avvertiva da lontano: quella popolare delle tammurriate e delle pizziche , e quella più moderna, pop e jazz, suonata con soli strumenti acustici (fiati e percussioni). Associazioni varie di valorizzazione del territorio, di volontariato, formazioni politiche, istituzioni, tutti volevano essere presenti al “grande giorno”. Nutrito anche il “parterre”: migliaia di donne e uomini comuni, felici e soddisfatti per il traguardo raggiunto, sindaci di ognuno dei comuni del comprensorio, il presidente della Provincia, assessori provinciali e regionali, e poi la grande vedette, il vero protagonista, il Ministro dei Beni Culturali Massimo Bray, a cui va senz’altro ascritto il merito di aver compreso l’importanza del salvare dal degrado il gioiello di architettura; la sensibilità che ha dimostrata può veramente essere premonitrice del cambiamento in atto e della positività del momento che, voglio sperare, si protragga nel tempo.
Un sole tiepido,da fine inverno, riscaldava appena appena l’aria, e nell’atmosfera che si era andata a creare, quasi ci si dimenticava di essere nel pieno centro di quella che, a volte con poco rispetto, da qualche mese va sotto il nome di “terra dei fuochi”. Sembrava che quella campagna fosse tornata ad essere percorsa solo da schiere di operosi contadini, consapevoli del proprio ruolo e della propria importanza sociale, e non da biechi affaristi senza scrupoli, collusi alla politica ed alla camorra, colpevoli di aver ridotto a pattumiera la terra più bella e più fertile di tutta l’Italia. C’ero anch’io, in rappresentanza dell’Ordine Professionale a cui appartengo, ed in qualità professionista impegnato nel sistema agricolo, ma anche e soprattutto per manifestare la soddisfazione mia personale nel veder risorgere una delle vestigia più luminose di quello che fu il “Regno del Sud”. In mezzo a tanta gioia l’amarezza per la scomparsa di Tommaso Cestrone, il volontario della protezione civile che aveva dedicato la vita, negli ultimi anni, a proteggere ciò che restava della Reggia, scomparso la notte dello scorso 25 dicembre, pochi giorni prima che finisse l’incubo.
sabato 19 aprile 2014
RIPRENDIAMOCI LA SPERANZA
Un mix di religiosità, tradizioni, gastronomia: questa la Pasqua dalle nostre parti.
Il vostro blogger scribacchiante già altre volte ha scritto di essa, dei ricordi (immancabili) ad essa collegati. Cosa aggiungere?... sicuramente una considerazione su quanto sia cambiato, anche nell’ambito “Pasqua e dintorni” da un quarantennio ad oggi, ma anche e soprattutto una sorta “nota della spesa” con su annotato tutto quanto bisognerebbe alla nostra comunità per una Buona Pasqua.
Le tradizioni sopravvivono, perché devono sopravvivere, ancorate come sono nella memoria e nella volontà di chi tiene fede ad esse: le “Via Crucis” serali ad inizio settimana, le funzioni liturgiche, la processione di ieri sera, la grande gastronomia popolare, le frittate, le pigne , le pastiere e quant’altro. L’uscita del Lunedì in albis, occasione per un ritrovarsi insieme, fuori di casa nelle nostre belle contrade rurali, fra amici e fra famiglie, per condividere in un simpatico “cummitiegliu” (trad. piccolo convito) una frittata di asparagi, un bicchiere di vino generoso, una fetta di pastiera; il tutto preparato con amore e saggezza, magari facendo ricorso nella preparazione ad un segreto, irrivelabile, tramandato per generazioni da mamma a figlia. Socialità all'aria aperta nelle tradizioni pasquali, che manca, per ovvi motivi, in quelle natalizie.
Tutte cose ancora presenti ed avvertibili … la domanda sorge spontanea, allora: “La Pasqua e le tradizioni ad essa collegate si sono salvate? … l’evoluzione vorticosa dell’ultimo decennio le ha risparmiate?” Tutto sommato risponderei di si, che il tutto ha buona probabilità di essere perpetuato ancora per tanto tempo; ciò che, tuttavia, è cambiato siamo noi, protagonisti di quelle tradizioni che, di buon grado, continuiamo a vivere.
E' un fatto, tuttavia, che anche adesso, in questo periodo dell’anno, ci manca quella apertura al domani, in altri ambiti definita semplicemente “speranza”: giovani che non cercano più lavoro, coppie costrette ad un perenne fidanzamento, imprenditori con alle spalle decenni e decenni di attività che abbassano per sempre la saracinesca, universitari che ritardano la laurea per non andare ad ingrossare la fila dei disoccupati . Basta fare un giro per il paese in questi giorni festivi: sparuti o quasi assenti i gruppetti in piazza per le solite discussioni, di giorno come di sera, ed il fatto che la temperatura si stia mantenendo bassa ed a volte piova non mi sembra sufficiente a spiegare tanto deserto. La piazza ed il suo aspetto hanno assunto il ruolo di un indicatore attendibile di come vadano le cose in paese .
Mentre scrivo guardo fuori ed il tempo è grigio, ma non fa niente, non è questo un cattivo presagio: per quanto possibile ritorniamo ottimisti, riprendiamoci la speranza, cari miei “quattro lettori” e carissimi concittadini pietramelaresi. Siamo da sempre un popolo di gente positiva che nella Pasqua, anche al di fuori del comune e profondo sentimento religioso, vedeva un momento di passaggio, una porta che immetteva sulla parte buona dell’anno, sulla stagione generosa. La “nota della spesa” di cui all’inizio di questa nota, si compone di questa sola ed unica voce, vediamo di sapere dov’è, prendiamone in quantità industriale, a chili, se possibile a quintali.
UN GRANDE AUGURIO DI BUONA PASQUA
il vostro blogger
Il vostro blogger scribacchiante già altre volte ha scritto di essa, dei ricordi (immancabili) ad essa collegati. Cosa aggiungere?... sicuramente una considerazione su quanto sia cambiato, anche nell’ambito “Pasqua e dintorni” da un quarantennio ad oggi, ma anche e soprattutto una sorta “nota della spesa” con su annotato tutto quanto bisognerebbe alla nostra comunità per una Buona Pasqua.
Le tradizioni sopravvivono, perché devono sopravvivere, ancorate come sono nella memoria e nella volontà di chi tiene fede ad esse: le “Via Crucis” serali ad inizio settimana, le funzioni liturgiche, la processione di ieri sera, la grande gastronomia popolare, le frittate, le pigne , le pastiere e quant’altro. L’uscita del Lunedì in albis, occasione per un ritrovarsi insieme, fuori di casa nelle nostre belle contrade rurali, fra amici e fra famiglie, per condividere in un simpatico “cummitiegliu” (trad. piccolo convito) una frittata di asparagi, un bicchiere di vino generoso, una fetta di pastiera; il tutto preparato con amore e saggezza, magari facendo ricorso nella preparazione ad un segreto, irrivelabile, tramandato per generazioni da mamma a figlia. Socialità all'aria aperta nelle tradizioni pasquali, che manca, per ovvi motivi, in quelle natalizie.
Tutte cose ancora presenti ed avvertibili … la domanda sorge spontanea, allora: “La Pasqua e le tradizioni ad essa collegate si sono salvate? … l’evoluzione vorticosa dell’ultimo decennio le ha risparmiate?” Tutto sommato risponderei di si, che il tutto ha buona probabilità di essere perpetuato ancora per tanto tempo; ciò che, tuttavia, è cambiato siamo noi, protagonisti di quelle tradizioni che, di buon grado, continuiamo a vivere.
E' un fatto, tuttavia, che anche adesso, in questo periodo dell’anno, ci manca quella apertura al domani, in altri ambiti definita semplicemente “speranza”: giovani che non cercano più lavoro, coppie costrette ad un perenne fidanzamento, imprenditori con alle spalle decenni e decenni di attività che abbassano per sempre la saracinesca, universitari che ritardano la laurea per non andare ad ingrossare la fila dei disoccupati . Basta fare un giro per il paese in questi giorni festivi: sparuti o quasi assenti i gruppetti in piazza per le solite discussioni, di giorno come di sera, ed il fatto che la temperatura si stia mantenendo bassa ed a volte piova non mi sembra sufficiente a spiegare tanto deserto. La piazza ed il suo aspetto hanno assunto il ruolo di un indicatore attendibile di come vadano le cose in paese .
Mentre scrivo guardo fuori ed il tempo è grigio, ma non fa niente, non è questo un cattivo presagio: per quanto possibile ritorniamo ottimisti, riprendiamoci la speranza, cari miei “quattro lettori” e carissimi concittadini pietramelaresi. Siamo da sempre un popolo di gente positiva che nella Pasqua, anche al di fuori del comune e profondo sentimento religioso, vedeva un momento di passaggio, una porta che immetteva sulla parte buona dell’anno, sulla stagione generosa. La “nota della spesa” di cui all’inizio di questa nota, si compone di questa sola ed unica voce, vediamo di sapere dov’è, prendiamone in quantità industriale, a chili, se possibile a quintali.
UN GRANDE AUGURIO DI BUONA PASQUA
il vostro blogger
sabato 12 aprile 2014
A LETINO LA PRIMA BANDIERA (...E A NOI?)
. La prima “Bandiera Arancione” è stata assegnata nella nostra Provincia al Comune di Letino, si tratta di un marchio di qualità turistico-ambientale conferito dal Touring Club Italiano ai piccoli comuni dell'entroterra italiano (massimo 15.000 abitanti) che si distinguono per un'offerta di eccellenza e un'accoglienza di qualità.
Anche Pietramelara ha partecipato al bando del G.A.L. (Gruppo di Azione Locale) “Alto Casertano” per ricevere la “Bandiera Arancione” ma, nonostante gli sforzi profusi un po’ da chiunque vi era impegnato, a vari livelli, la cosa non è stata coronata dal successo. Pazienza! … il percorso è intrapreso e la prossima sarà sicuramente la volta buona: infatti è stato predisposto un puntuale percorso metodologico che dovrebbe permettere, superate le fasi mancanti, anche al nostro paese di fregiarsi della “bandierina”.
Martedì pomeriggio ho partecipato alla cerimonia di assegnazione della bandierina al comune matesino, presso la Camera di Commercio di Caserta, alla presenza dei vertici Regionali e Provinciali del TCI: viva soddisfazione del Sindaco Perrone, larghissima condivisione da parte della cittadinanza; un successo colto fidando solo sulle risorse locali (ambientali, monumentali, turistiche).
L’arma strategica che ha permesso al Borgo di Letino di raggiungere l’ambito riconoscimento, e sbarazzarsi della concorrenza, è stata la qualità e la quantità di offerta turistica (ospitalità, ristorazione, enogastronomia), sicuramente superiore a ogni altro comune partecipante.
Anche tralasciando un attimo la vicenda “bandiera arancione”, la domanda che mi pongo, allora, è questa: cosa serve (e cosa manca) alla nostra Pietramelara per mettersi in concorrenza con altri e far decollare il turismo, portatore di sviluppo duraturo e non nocivo all’ambiente?
Se facciamo un’analisi comparata ci rendiamo conto che le caratteristiche geografiche di Letino sono sfavorevoli quanto le nostre, forse anche di più: lontananza dalle grandi città capoluogo, territorio non servito da infrastrutture di collegamento, come strade, svincoli e ferrovie, comunità a rischio spopolamento. Ed allora non scusa nulla e nessuno la tiritera ascoltata tante volte: “a Pietramelara i turisti non ci vengono perché lontano e fuori mano”; se fosse così Letino e tanti altri comuni dell’alto matese dovrebbero essere stati abbandonati da un pezzo. Proprio in quei luoghi, invece si notano fermenti imprenditoriali di sicuro avvenire, a volte interpretati da giovani e volitive imprenditrici.
A questo punto del discorso, scusatemi un pizzico di campanilismo: il nostro borgo per bellezza ed impianto urbanistico costituisce un unico difficilmente raggiungibile! I resti del castello con la torre normanna, la cinta muraria con le torrette perimentrali, le dimore gentilizie, le viuzze e gli angiporti lo rendono, agli occhi di chi lo visita, un luogo suggestivo ed emozionante. Si aggiunga una gente ospitale, un paesaggio rurale quasi incontaminato, prodotti dell’agricoltura di unica eccellenza. E questo non lo dico io, malato terminale di “pietramelarite”, ma tante donne e uomini che ho avuto il piacere di guidare tra le bellezze del paese.
Bisogna immaginare e fare un balzo in avanti, ed a questo sono chiamati soprattutto i privati, nello sviluppare, se possibile nel borgo o a suo risosso, nel centro storico, attività recettive semplici ma accoglienti, con pochi posti letto, ristorantini dediti alla cucina del territorio, in grado di esaltare le eccellenze già presenti, il tutto senza l’obiettivo di un arricchimento facile ed immediato, ma prefiggendosi un traguardo di medio/lungo periodo. Il tutto va pensato insieme alle associazioni già presenti che si occupano di promozione territoriale, che però, a volte, sono lacerate da rivalità interne e ansie di visibilità. Gli agriturismi, infine, dovranno ritornare al loro ruolo: servire agli ospiti piatti della gastronomia tradizionale contadina, ricca di ricette semplici ma appetitose, in grado di rievocare alla mente una civiltà rurale ormai perduta.
Anche Pietramelara ha partecipato al bando del G.A.L. (Gruppo di Azione Locale) “Alto Casertano” per ricevere la “Bandiera Arancione” ma, nonostante gli sforzi profusi un po’ da chiunque vi era impegnato, a vari livelli, la cosa non è stata coronata dal successo. Pazienza! … il percorso è intrapreso e la prossima sarà sicuramente la volta buona: infatti è stato predisposto un puntuale percorso metodologico che dovrebbe permettere, superate le fasi mancanti, anche al nostro paese di fregiarsi della “bandierina”.
Martedì pomeriggio ho partecipato alla cerimonia di assegnazione della bandierina al comune matesino, presso la Camera di Commercio di Caserta, alla presenza dei vertici Regionali e Provinciali del TCI: viva soddisfazione del Sindaco Perrone, larghissima condivisione da parte della cittadinanza; un successo colto fidando solo sulle risorse locali (ambientali, monumentali, turistiche).
L’arma strategica che ha permesso al Borgo di Letino di raggiungere l’ambito riconoscimento, e sbarazzarsi della concorrenza, è stata la qualità e la quantità di offerta turistica (ospitalità, ristorazione, enogastronomia), sicuramente superiore a ogni altro comune partecipante.
Anche tralasciando un attimo la vicenda “bandiera arancione”, la domanda che mi pongo, allora, è questa: cosa serve (e cosa manca) alla nostra Pietramelara per mettersi in concorrenza con altri e far decollare il turismo, portatore di sviluppo duraturo e non nocivo all’ambiente?
Se facciamo un’analisi comparata ci rendiamo conto che le caratteristiche geografiche di Letino sono sfavorevoli quanto le nostre, forse anche di più: lontananza dalle grandi città capoluogo, territorio non servito da infrastrutture di collegamento, come strade, svincoli e ferrovie, comunità a rischio spopolamento. Ed allora non scusa nulla e nessuno la tiritera ascoltata tante volte: “a Pietramelara i turisti non ci vengono perché lontano e fuori mano”; se fosse così Letino e tanti altri comuni dell’alto matese dovrebbero essere stati abbandonati da un pezzo. Proprio in quei luoghi, invece si notano fermenti imprenditoriali di sicuro avvenire, a volte interpretati da giovani e volitive imprenditrici.
A questo punto del discorso, scusatemi un pizzico di campanilismo: il nostro borgo per bellezza ed impianto urbanistico costituisce un unico difficilmente raggiungibile! I resti del castello con la torre normanna, la cinta muraria con le torrette perimentrali, le dimore gentilizie, le viuzze e gli angiporti lo rendono, agli occhi di chi lo visita, un luogo suggestivo ed emozionante. Si aggiunga una gente ospitale, un paesaggio rurale quasi incontaminato, prodotti dell’agricoltura di unica eccellenza. E questo non lo dico io, malato terminale di “pietramelarite”, ma tante donne e uomini che ho avuto il piacere di guidare tra le bellezze del paese.
Bisogna immaginare e fare un balzo in avanti, ed a questo sono chiamati soprattutto i privati, nello sviluppare, se possibile nel borgo o a suo risosso, nel centro storico, attività recettive semplici ma accoglienti, con pochi posti letto, ristorantini dediti alla cucina del territorio, in grado di esaltare le eccellenze già presenti, il tutto senza l’obiettivo di un arricchimento facile ed immediato, ma prefiggendosi un traguardo di medio/lungo periodo. Il tutto va pensato insieme alle associazioni già presenti che si occupano di promozione territoriale, che però, a volte, sono lacerate da rivalità interne e ansie di visibilità. Gli agriturismi, infine, dovranno ritornare al loro ruolo: servire agli ospiti piatti della gastronomia tradizionale contadina, ricca di ricette semplici ma appetitose, in grado di rievocare alla mente una civiltà rurale ormai perduta.
sabato 29 marzo 2014
ORA LEGALE
Mi piace l’ora legale: essa corrisponde al periodo dell’anno che più amo, quello dei fiori, dei frutti, delle giornate belle e lunghe; è, tra le invenzioni dell’uomo che “forzano” la natura, forse la sola che mi piaccia. Da ragazzo si poteva uscire nel tardo pomeriggio, dopo lo studio, con il sole ancora in cielo, giocare, frequentare amiche e amici, gironzolare per il paese e i dintorni, a piedi, in bici o in motorino. Nell’età matura la positività dell’ora legale si è conservata integralmente, anzi si è anche accresciuta. Dopo le sette ore di lavoro e le due ore circa di viaggio, mi rimane ancora abbastanza tempo per dedicarmi a miei hobbyes preferiti senza patemi, perché di luce ce n’è ancora a sufficienza. Si può pensare di andare in campagna a completare un lavoro, uscire, praticare lo sport preferito, tutto viene reso possibile da questa intuizione umana dovuta a Benjamin Franklin.
L’inventore del parafulmine la pubblicò nel 1784 sul Journal de Paris, incitando la popolazione di Parigi ad adottarla: bastava spostare in avanti le lancette dell’orologio con l’arrivo dell’estate, così da svegliarsi un’ora prima, approfittare delle giornate più lunghe e risparmiare candele. Come capita a molte grandi idee però, all’epoca rimase inascoltata. In Italia, seguendo l’esempio dell’Inghilterra, fu introdotto il nuovo orario estivo nel 1916 e rimase in vigore fino al 1920, per poi essere riproposto nuovamente durante la Seconda guerra mondiale, più precisamente dal 1940 al ’42, ed entrare poi definitivamente in vigore a partire dal 1966; dal 1996, l’ora legale venne adottata con un calendario comune in tutta Europa.
Leggo dal Corriere della Sera che “… se è un fatto accertato che l’ora legale comporta un notevole risparmio energetico, non tutti invece concordano sui presunti effetti che lo spostamento delle lancette può avere sulla salute. Una netta presa di posizione arriva da Francesco Peverini, direttore scientifico della Fondazione per la Ricerca e la Cura dei Disturbi del Sonno Onlus. «L’ora legale è un falso problema per la salute - spiega -. La questione dell’adeguamento del nostro orologio biologico è infatti meno complessa e negativa di quanto si voglia far credere. La variazione di un’ora è quasi impercettibile per il nostro corpo: viene assimilata in brevissimo tempo e annullata dalla quotidianità”
Tutto sommato, i novantatre milioni di euro che si riescono a risparmiare non sono che una goccia nel grande mare del bilancio statale, ma anche i benefici accessori che ne derivano non sono “niente male” ed agiscono positivamente sulla sfera psicologica non solo del vostro “blogger scribacchiante” ma anche di tanti altri. Una positività che, però va detto, si paga a caro prezzo verso la fine di ottobre, momento in cui si torna all’ora solare: è tipica la depressione del ritornare all’ora solare, ma ogni medaglia, anche la più bella e splendente ha il suo rovescio.
L’inventore del parafulmine la pubblicò nel 1784 sul Journal de Paris, incitando la popolazione di Parigi ad adottarla: bastava spostare in avanti le lancette dell’orologio con l’arrivo dell’estate, così da svegliarsi un’ora prima, approfittare delle giornate più lunghe e risparmiare candele. Come capita a molte grandi idee però, all’epoca rimase inascoltata. In Italia, seguendo l’esempio dell’Inghilterra, fu introdotto il nuovo orario estivo nel 1916 e rimase in vigore fino al 1920, per poi essere riproposto nuovamente durante la Seconda guerra mondiale, più precisamente dal 1940 al ’42, ed entrare poi definitivamente in vigore a partire dal 1966; dal 1996, l’ora legale venne adottata con un calendario comune in tutta Europa.
Leggo dal Corriere della Sera che “… se è un fatto accertato che l’ora legale comporta un notevole risparmio energetico, non tutti invece concordano sui presunti effetti che lo spostamento delle lancette può avere sulla salute. Una netta presa di posizione arriva da Francesco Peverini, direttore scientifico della Fondazione per la Ricerca e la Cura dei Disturbi del Sonno Onlus. «L’ora legale è un falso problema per la salute - spiega -. La questione dell’adeguamento del nostro orologio biologico è infatti meno complessa e negativa di quanto si voglia far credere. La variazione di un’ora è quasi impercettibile per il nostro corpo: viene assimilata in brevissimo tempo e annullata dalla quotidianità”
Tutto sommato, i novantatre milioni di euro che si riescono a risparmiare non sono che una goccia nel grande mare del bilancio statale, ma anche i benefici accessori che ne derivano non sono “niente male” ed agiscono positivamente sulla sfera psicologica non solo del vostro “blogger scribacchiante” ma anche di tanti altri. Una positività che, però va detto, si paga a caro prezzo verso la fine di ottobre, momento in cui si torna all’ora solare: è tipica la depressione del ritornare all’ora solare, ma ogni medaglia, anche la più bella e splendente ha il suo rovescio.
domenica 23 marzo 2014
DOMENICA DI PIOGGIA
Certo che questo marzo non si vuole smentire, e se porta la fama di essere “pazzerello”, è disposto a difenderla ad ogni costo. Dopo una settimana di giorni caldi e luminosi, trascorsi fra casa, campagna ed ufficio, ecco la domenica che si presenta freddina, grigia e piagnucolosa; proprio oggi che avevi pensato di continuare l’attività fisica intrapresa, semmai di forzare ed incrementarla, sei costretto a guardar fuori dalla finestra, mannaggia!
La domenica che ognuno di noi aspetta ti delude, a volte, nel peggiore dei modi; la tesi leopardiana del “Sabato del villaggio” trova stamattina, ove mai ve ne fosse stato bisogno, una conferma evidente: chi aspetta qualcosa e si prepara ad essa in modo attento, a tratti meticoloso, subisce frustranti delusioni, a causa di un contrattempo non calcolato, da un improvviso cambiare del tempo, da un dolore di schiena, dall’arrivo inopportuno ed inaspettato di un intruso, e così via.
Mai come in questi casi la filosofia “del pensiero debole” è guida e sostegno e ti permette di accettare il tutto non con rassegnazione ma, al contrario, cercando di evidenziare qualcosa di buono nelle negatività che ti si parano dinanzi.
Il vostro blogger scribacchiante, ad esempio, si è ritirato anticipatamente perché costretto dalle avversità atmosferiche, ha trovato un PC lasciato acceso da chissà chi, ed ha approfittato della tastiera per comunicare stati d’animo, emozioni negative e positive e condividerli con i suoi “quattro lettori”. Si tratta di riallacciare e rinsaldare il rapporto con loro, allentatosi da qualche tempo, cosa impedita da una serie di contingenze negative. E, guarda un po’, una domenica mattina piovosa fa proprio al caso tuo, perché in grado di alleviare quelle negatività.
Domani si tornerà al lavoro di ogni giorno: auto, treno, bici, ufficio e viceversa e i tuoi pensieri saranno occupati dalle cose da concludere, da quelle da iniziare e dalla difficile gestione dei rapporti con collaboratori, colleghi e superiori. Si deve pensare a scappare a Napoli per risolvere problemi, se possibile e cercare di rimuovere criticità. Se il tempo sarà clemente ci si concederà agli hobbyes all’aria aperta e, se no, pazienza!
La primavera 2014, oggi al terzo giorno di vita, che ha indossato un abito diverso da quello in cui noi usiamo immaginarla, pieno di luce, sole e fiori, dispone di circa tre mesi ancora per regalarci belle giornate: speriamo che non ci deluda.
La domenica che ognuno di noi aspetta ti delude, a volte, nel peggiore dei modi; la tesi leopardiana del “Sabato del villaggio” trova stamattina, ove mai ve ne fosse stato bisogno, una conferma evidente: chi aspetta qualcosa e si prepara ad essa in modo attento, a tratti meticoloso, subisce frustranti delusioni, a causa di un contrattempo non calcolato, da un improvviso cambiare del tempo, da un dolore di schiena, dall’arrivo inopportuno ed inaspettato di un intruso, e così via.
Mai come in questi casi la filosofia “del pensiero debole” è guida e sostegno e ti permette di accettare il tutto non con rassegnazione ma, al contrario, cercando di evidenziare qualcosa di buono nelle negatività che ti si parano dinanzi.
Il vostro blogger scribacchiante, ad esempio, si è ritirato anticipatamente perché costretto dalle avversità atmosferiche, ha trovato un PC lasciato acceso da chissà chi, ed ha approfittato della tastiera per comunicare stati d’animo, emozioni negative e positive e condividerli con i suoi “quattro lettori”. Si tratta di riallacciare e rinsaldare il rapporto con loro, allentatosi da qualche tempo, cosa impedita da una serie di contingenze negative. E, guarda un po’, una domenica mattina piovosa fa proprio al caso tuo, perché in grado di alleviare quelle negatività.
Domani si tornerà al lavoro di ogni giorno: auto, treno, bici, ufficio e viceversa e i tuoi pensieri saranno occupati dalle cose da concludere, da quelle da iniziare e dalla difficile gestione dei rapporti con collaboratori, colleghi e superiori. Si deve pensare a scappare a Napoli per risolvere problemi, se possibile e cercare di rimuovere criticità. Se il tempo sarà clemente ci si concederà agli hobbyes all’aria aperta e, se no, pazienza!
La primavera 2014, oggi al terzo giorno di vita, che ha indossato un abito diverso da quello in cui noi usiamo immaginarla, pieno di luce, sole e fiori, dispone di circa tre mesi ancora per regalarci belle giornate: speriamo che non ci deluda.
venerdì 7 marzo 2014
OTTO MARZO
Intorno alle sue origini esistono opinioni discordanti: secondo alcuni l'8 marzo avrebbe ricordato la morte di centinaia di operaie nel rogo di una inesistente fabbrica di camicie Cotton o Cottons avvenuto nel 1908 a New York, facendo probabilmente confusione con una tragedia realmente verificatasi in quella città il 25 marzo 1911, l'incendio della fabbrica Triangle, nella quale morirono 146 lavoratori (123 donne e 23 uomini, in gran parte giovani immigrate di origine italiana ed ebraica). Altre versioni citavano la violenta repressione poliziesca di una presunta manifestazione sindacale di operaie tessili tenutasi a New York nel 1857, mentre altre ancora riferivano di scioperi o incidenti avvenuti a Chicago, a Boston o a New York. Ma… tant’è la ricorrenza si è radicata nell’opinione pubblica e, secondo un diffuso luogo comune, “la donna si rispetta tutti i giorni”, “non c’è bisogno di un giorno particolare per onorarla”; e invece no! Sarà per questa mia mania di essere controcorrente, ma questo giorno di inizio primavera dedicato “alle donne” (non “alla donna”, categoria generica), mi piace proprio. Sarà per l’estrema aderenza di questo periodo dell’anno in cui tutto rinasce e si ravviva, con il ruolo insostituibile (ma non unico) di autrice della vita. Sarà per il ruolo che esse hanno esercitato nel mio crescere e divenire. “Alle donne”, dicevo, non “alla donna”: la donna che ami, la compagna di vita, quelle che hai amato, quelle che no, quelle che ti hanno insegnato a vivere, quelle che ti hanno emozionato e ti hanno fatto star bene insieme a loro, anche solo per pochi minuti.
Il vostro “blogger scribacchiante” aveva già su queste pagine scritto delle donne, in occasione di questa giornata, di questa “giusta ed opportuna” festa (cfr. Donne, 7 marzo 2012), della loro complementarità rispetto all’uomo, della loro esigenza di rispetto, del loro dovere di rispettare chi sta loro accanto. Sono dell’opinione che tale rispetto debba esercitarsi in relazione a due parametri fondamentali: la diversità rispetto al sesso opposto, e la specificità di ruolo. Nessun uomo potrà mai relazionarsi in modo corretto con una donna pensandola come un proprio clone, solo più gentile nell’aspetto! Certo, tale diversità genera attrazione fisica ed emozionale, ma allo stesso tempo genera ed ha generato tensioni che assumono, a volte, caratteri di drammaticità unica, al punto di giungere a far scrivere, nei versi finali dell’opera, all’autore de “La Gatta Cenerentola” : “Ma io credo ca pe' sta' bbuono a stu munno o tutte ll'uommene avarriano 'a essere femmene o tutt''e ffemmene avarriano 'a essere uommene o nun ce avarriano 'a essere né uommene né femmene pe' ffa' tutta na vita cuieta... ...e haggio ritto bbuono!”. Non credo vi sia bisogno alcuno di tradurre.
Buon 8 marzo, donne, riflettete su voi stesse, divertitevi anche, se volete, in questo giorno, ma non rendete banale questa ricorrenza, non sciupatela volgarizzandola come fanno tante.
Il vostro “blogger scribacchiante” aveva già su queste pagine scritto delle donne, in occasione di questa giornata, di questa “giusta ed opportuna” festa (cfr. Donne, 7 marzo 2012), della loro complementarità rispetto all’uomo, della loro esigenza di rispetto, del loro dovere di rispettare chi sta loro accanto. Sono dell’opinione che tale rispetto debba esercitarsi in relazione a due parametri fondamentali: la diversità rispetto al sesso opposto, e la specificità di ruolo. Nessun uomo potrà mai relazionarsi in modo corretto con una donna pensandola come un proprio clone, solo più gentile nell’aspetto! Certo, tale diversità genera attrazione fisica ed emozionale, ma allo stesso tempo genera ed ha generato tensioni che assumono, a volte, caratteri di drammaticità unica, al punto di giungere a far scrivere, nei versi finali dell’opera, all’autore de “La Gatta Cenerentola” : “Ma io credo ca pe' sta' bbuono a stu munno o tutte ll'uommene avarriano 'a essere femmene o tutt''e ffemmene avarriano 'a essere uommene o nun ce avarriano 'a essere né uommene né femmene pe' ffa' tutta na vita cuieta... ...e haggio ritto bbuono!”. Non credo vi sia bisogno alcuno di tradurre.
Buon 8 marzo, donne, riflettete su voi stesse, divertitevi anche, se volete, in questo giorno, ma non rendete banale questa ricorrenza, non sciupatela volgarizzandola come fanno tante.
Iscriviti a:
Post (Atom)






