E’ un momento magico e ricco di suggestioni, questo che si vive tra la fine dell’estate e le prime settimane dell’ autunno: la vendemmia.
Il mio Paese, anche se non ha mai avuto una forte e spiccata vocazionalità vitivinicola, continua a mantenere comunque una viva tradizione in tal senso. Fino a qualche decennio fa ogni famiglia, o quasi, possedeva un appezzamento vitato, una piccola vigna in cui produrre il vino da consumare in casa, per l’intero anno. Il vino allora era sostanzialmente considerato un alimento, capace di apportare nella dieta di quel tempo, povera ed essenziale, una buona quantità di energia a buon mercato. Oggi no: le superfici vitate si vanno contraendo sempre di più e resistono solo nelle zone più vocate del nostro territorio comunale; le cause quasi sempre la contrazione nel consumo di vino, la mancanza di personale adeguato per seguire, in campo ed in cantina, una produzione tanto delicata, il tramonto della tradizione. Tuttavia se ci si aggira per le vie e i vicoli, è facile e frequente imbattersi, di questi tempi , in una folata di quel piacevole e tanto caratteristico profumo del mosto in fermentazione, ed entrare a contatto con esso evoca immediatamente alla mente i ricordi legati a tale periodo dell’anno così suggestivo e caratteristico.
Ed allora riemerge l’immagine dell’arrivo delle carrette e delle “trainelle”, tirate da pazienti somari, al calar del sole, ricolme fino all’inverosimile di cassette d’uva appena vendemmiata; queste cassette, in legno di castagno in grado di contenere circa mezzo quintale d’uva, venivano scaricate e condotte nei “cellari”, locali terranei, un po’ oscuri, destinati alla vendemmia ed altre attività, ove avveniva la pigiatura e la fermentazione. Dopo qualche giorno si “ammuttava”, ossia il mosto veniva spillato e separato dalle vinacce. La famiglia si riuniva in tale occasione, e la vendemmia e tutte le operazioni consecutive erano condotte secondo un rituale rigido e codificato, tramandato oralmente di padre in figlio. L’emozione più forte, per me come per tanti ragazzi e bambini che hanno avuto la possibilità di viverla, era rappresentata dal fontanone di vino che sgorgava libero appena tolto il tappo del tino,nel nostro dialetto detto “maf’ru”, dalla caratteristica forma troncoconica; il mosto con impeto e gioioso fragore passava dal tino, detto “laviegliu”, al “ ‘nnanzilaviegliu”, un recipiente di circa cento litri, diffondendo per l’intero vicinato quei sentori e quegli aromi, che oggi i sommelier si sforzano di cercare un po’ in ogni vino posto sul mercato. La vendemmia aveva come epilogo costante la torchiatura, “a turcitura”, contraddistinta dal suono caratteristico e ritmato prodotto dal torchio, simile al tintinnare di una campana al collo di un animale al pascolo, capace di farsi udire anche a distanza. Ed era proprio tale tintinnio, nelle ore serali, a guidare ed attirare sparuti gruppi di buontemponi, picari di casa nostra, che si aggiravano di cellaro in cellaro, alla ricerca di una bevuta generosa e gratuita; “facet’ne assai” (“fatene molto”, alludendo al vino)era l’espressione grata e benaugurante che si rivolgeva al padrone di casa e a coloro che erano impegnati in tali attività, con essa si salutava e si passava oltre, in un altro cellaro, in un’altra cucina.
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
sabato 5 ottobre 2013
mercoledì 25 settembre 2013
GIORNATE "NORMALI"
E’ da tempo, caro “scribacchiando”, che, ad imbrattare le tue pagine, non ci provo neppure. Tempo di crisi!... mi lamentavo già qualche mese fa, ma oggi sembra che non abbia proprio più nulla da dirti. La mia vena, la mia voglia di scrivere, che qualche consenso lo hanno pur destato, sembra si siamo momentaneamente assopite, per non dire che ormai ronfano a più non posso. Visto che ci sono, e siccome è passato un bel po’ di tempo che non comunico più con te, provo a raccontarti la mia giornata, così … tanto per trascorrere un po’ di tempo insieme.
Si inizia di buon mattino, quando l’alba è ancora nascosta fra i monti ed il cielo è ancora scuro: piccola colazione, telegiornale, e la solita mezz’ora al PC, per coltivare passioni che solo a quell’ora posso permettermi di coltivare. Viaggio prima in auto, poi in treno, discorrendo con i soliti amici e/o con occasionali compagni di viaggio, a Caserta mi attende la fida bici, che assolve al compito di recarmi dalla stazione in ufficio, luogo in cui trascorro la maggior parte della mia giornata.
E qui viene il bello (se di bello si può parlare). Sono stati chiusi nei giorni scorsi vari bandi del PSR, a cui hanno partecipato un numero di richiedenti superiore ad ogni rosea (o pessimistica?) previsione; ed allora, appena passate le otto e mezza, la mia stanza comincia a mutare di aspetto e, dapprima con gradualità, poi via via con sempre maggior vigore, si trasforma in qualcosa che somiglia da vicino a uno di quei suk brulicanti delle città arabe, dove le voci degli avventori si sommano a quelle di coloro che sono li per vendere qualcosa, ed ognuno alzando la voce cerca di prendere il sopravvento e di prevalere. Suona il telefono, fingo di ignorarlo, ma il furbo, dall’altro lato del filo, pensa bene di chiamare al cellulare (sia stramaledetto l’inventore dell’unico strumento di tortura divenuto status simbol). Intanto entra il capo, reca anch’egli il diabolico telefonino nel palmo della mano, mi dice che tale sindaco vuole conferire con me, assorto come sono nelle mie cose,distrattamente gli rispondo “fallo accomodare” senza degnarlo di un solo sguardo, ma lui comincia ad innervosirsi e replica “non è qui ma al telefono”, sorridiamo entrambi. Si avvicina l’ora del pranzo, la gente e le telefonate non ne vogliono proprio sapere di concedermi questa pausa (meritata, che dici?), cerco allora di fare uno sforzo per completare un po’ di cose, ci riesco.
Dopo pranzo i ritmi si fanno più soft, l’utenza non può più accedere agli uffici e ci si può dedicare a tirare le fila del discorso, tentare di stilare un bilancio provvisorio della giornata, anche per chiedersi, come diceva qualcuno, se “lo stipendio per questo giorno l’ho meritato o no?”.
Si ritorna a casa: bici, treno, auto, percorso a ritroso. Un po’ di musica dalle cuffiette, nella parte ferroviaria; mancano i compagni di viaggio? … tanto meglio, si può anche schiacciare un pisolino. Non mi è mai capitato di andare oltre la destinazione, a causa di queste sieste ferroviarie, ma qualche volta ci è mancato molto poco!
A casa la famiglia, gli affetti e gli altri impegni propri del sottoscritto: i lavoretti di casa, il giardino, la campagna e se avanza un po’ di tempo si va camminare all’aria aperta.
Giornate “normali” per gente “normale”.
Si inizia di buon mattino, quando l’alba è ancora nascosta fra i monti ed il cielo è ancora scuro: piccola colazione, telegiornale, e la solita mezz’ora al PC, per coltivare passioni che solo a quell’ora posso permettermi di coltivare. Viaggio prima in auto, poi in treno, discorrendo con i soliti amici e/o con occasionali compagni di viaggio, a Caserta mi attende la fida bici, che assolve al compito di recarmi dalla stazione in ufficio, luogo in cui trascorro la maggior parte della mia giornata.
E qui viene il bello (se di bello si può parlare). Sono stati chiusi nei giorni scorsi vari bandi del PSR, a cui hanno partecipato un numero di richiedenti superiore ad ogni rosea (o pessimistica?) previsione; ed allora, appena passate le otto e mezza, la mia stanza comincia a mutare di aspetto e, dapprima con gradualità, poi via via con sempre maggior vigore, si trasforma in qualcosa che somiglia da vicino a uno di quei suk brulicanti delle città arabe, dove le voci degli avventori si sommano a quelle di coloro che sono li per vendere qualcosa, ed ognuno alzando la voce cerca di prendere il sopravvento e di prevalere. Suona il telefono, fingo di ignorarlo, ma il furbo, dall’altro lato del filo, pensa bene di chiamare al cellulare (sia stramaledetto l’inventore dell’unico strumento di tortura divenuto status simbol). Intanto entra il capo, reca anch’egli il diabolico telefonino nel palmo della mano, mi dice che tale sindaco vuole conferire con me, assorto come sono nelle mie cose,distrattamente gli rispondo “fallo accomodare” senza degnarlo di un solo sguardo, ma lui comincia ad innervosirsi e replica “non è qui ma al telefono”, sorridiamo entrambi. Si avvicina l’ora del pranzo, la gente e le telefonate non ne vogliono proprio sapere di concedermi questa pausa (meritata, che dici?), cerco allora di fare uno sforzo per completare un po’ di cose, ci riesco.
Dopo pranzo i ritmi si fanno più soft, l’utenza non può più accedere agli uffici e ci si può dedicare a tirare le fila del discorso, tentare di stilare un bilancio provvisorio della giornata, anche per chiedersi, come diceva qualcuno, se “lo stipendio per questo giorno l’ho meritato o no?”.
Si ritorna a casa: bici, treno, auto, percorso a ritroso. Un po’ di musica dalle cuffiette, nella parte ferroviaria; mancano i compagni di viaggio? … tanto meglio, si può anche schiacciare un pisolino. Non mi è mai capitato di andare oltre la destinazione, a causa di queste sieste ferroviarie, ma qualche volta ci è mancato molto poco!
A casa la famiglia, gli affetti e gli altri impegni propri del sottoscritto: i lavoretti di casa, il giardino, la campagna e se avanza un po’ di tempo si va camminare all’aria aperta.
Giornate “normali” per gente “normale”.
sabato 21 settembre 2013
ESSERE PIETRAMELARESE
Essere pietramelarese costituisce da sempre motivo d’orgoglio in chi lo è: tale condizione, infatti, eleva anche il più semplice dei cittadini ad un rango privilegiato rispetto alle realtà ed ai paesi che ci circondano: la cultura diffusa, il senso di ospitalità, la bellezza del paese, delle campagne e dei monti che lo circondano conferiscono in chiunque un forte carattere di appartenenza che porta i singoli ad identificarsi pienamente nella comunità. Vi è da dire che oggi questi sentimenti si sono in parte affievoliti ma, per fortuna, non annullati: essi resistono in un numero elevato di persone appartenenti ad ogni classe di età e ceto sociale!
Per quello che mi riguarda, penso che la mia “pietramelaresità” traspaia da qualsiasi gesto ed espressione: a volte, devo confessarlo, essa è divenuta anche motivo di ironia - se non di scherno - per i miei compagni di lavoro, persone che – per forza di cose - non possono rendersi conto di quanto questo sentimento sia presente in tutti noi. Vado ripetendo che il dialetto Pietramelarese è da sempre il modo che preferisco per esprimermi, specie quando mi trovo tra persone che gradiscono la riscoperta di termini e modi di dire del passato. Nel corso degli anni che ho vissuto ho sentito sempre aumentare il bisogno di trascorrere parte del mio tempo libero in piazza, ad ascoltare le persone, a capirne i problemi e gli interessi; ho sentito crescere l’esigenza di percorrere a piedi, in bicicletta o, al limite, con la mia vecchia moto, le nostre contrade rurali, per assaporare gli odori ed i colori di una natura lussureggiante, per leggere e studiare un paesaggio frutto della saggia collaborazione fra l’uomo e la natura.
Se me lo consentite, anche la mia passione per lo scrivere è stata dettata, imposta dall’esigenza di far conoscere ad un gran numero di persone le tante cose belle e buone di Pietramelara, nonché a stimolare e far aumentare in chi la amministra l’attaccamento alla missione che gli è stata affidata. Non so in quale misura i miei scritti abbiano centrato questo obiettivo ma, vi assicuro, le intenzioni erano le migliori: collaborare con la stampa locale ha costituito per me un’esperienza esaltante , ricca di motivazioni.
Essere e sentirsi di Pietramelara, a mio modo di vedere, significa anche e soprattutto preferire che chi mi rivolge la parola mi chiami per nome, senza inutili sovrastrutture di titoli accademici .
Amare Pietramelara costituisce, è ovvio, il primo dovere per chi si propone alla guida della comunità che vi dimora. Ma, vi siete mai chiesti come si fa ad amare il proprio paese se non si conoscono le persone, se non si ha almeno una vaga idea di come siano composte le famiglie e le parentele, se non si conoscono le località ed i toponimi che, nel corso di una storia plurimillenaria, sono stati ad esse attribuiti, se non si possiede l’abitudine di frequentare la piazza: come si fa ad amare Pietramelara, se non si è nemmeno di Pietramelara?
Per quello che mi riguarda, penso che la mia “pietramelaresità” traspaia da qualsiasi gesto ed espressione: a volte, devo confessarlo, essa è divenuta anche motivo di ironia - se non di scherno - per i miei compagni di lavoro, persone che – per forza di cose - non possono rendersi conto di quanto questo sentimento sia presente in tutti noi. Vado ripetendo che il dialetto Pietramelarese è da sempre il modo che preferisco per esprimermi, specie quando mi trovo tra persone che gradiscono la riscoperta di termini e modi di dire del passato. Nel corso degli anni che ho vissuto ho sentito sempre aumentare il bisogno di trascorrere parte del mio tempo libero in piazza, ad ascoltare le persone, a capirne i problemi e gli interessi; ho sentito crescere l’esigenza di percorrere a piedi, in bicicletta o, al limite, con la mia vecchia moto, le nostre contrade rurali, per assaporare gli odori ed i colori di una natura lussureggiante, per leggere e studiare un paesaggio frutto della saggia collaborazione fra l’uomo e la natura.
Se me lo consentite, anche la mia passione per lo scrivere è stata dettata, imposta dall’esigenza di far conoscere ad un gran numero di persone le tante cose belle e buone di Pietramelara, nonché a stimolare e far aumentare in chi la amministra l’attaccamento alla missione che gli è stata affidata. Non so in quale misura i miei scritti abbiano centrato questo obiettivo ma, vi assicuro, le intenzioni erano le migliori: collaborare con la stampa locale ha costituito per me un’esperienza esaltante , ricca di motivazioni.
Essere e sentirsi di Pietramelara, a mio modo di vedere, significa anche e soprattutto preferire che chi mi rivolge la parola mi chiami per nome, senza inutili sovrastrutture di titoli accademici .
Amare Pietramelara costituisce, è ovvio, il primo dovere per chi si propone alla guida della comunità che vi dimora. Ma, vi siete mai chiesti come si fa ad amare il proprio paese se non si conoscono le persone, se non si ha almeno una vaga idea di come siano composte le famiglie e le parentele, se non si conoscono le località ed i toponimi che, nel corso di una storia plurimillenaria, sono stati ad esse attribuiti, se non si possiede l’abitudine di frequentare la piazza: come si fa ad amare Pietramelara, se non si è nemmeno di Pietramelara?
domenica 1 settembre 2013
PIANETA GIOCHI
Viaggiando, viaggiando fra l’attuale galassia e quella del passato prossimo (vedi su questo blog “Due galassie” , 30 ottobre 2011), la fantastica astronave della memoria potrebbe anche far tappa sul pianeta “Giochi”.
Soffermandomi a considerare nella mente, oggi, bambini, adolescenti e giovani (ma anche qualche adulto) concentrati all’inverosimile su uno smartphone o una play station, dal finestrino dell’astronave e dal mio punto di vista, non potrei fare a meno di osservare quanto più aggreganti e divertenti fossero i nostri giochi, quelli a cui abbiamo giocato in interminabili e bellissimi pomeriggi, con il sole ancora alto nel cielo o, appena finito un temporale, come rischizzati in strada, oppure ancora “fore Sant’Austinu” (in Piazza Sant’Agostino), aspettando l’orario del catechismo, da noi detto “ ’a luttrina” (dottrina).
Praticati in strada, dicevo, su una piccola piazza o ai margini di un campo coltivato i giochi di allora non erano mai solitari: si andava dalla “campagnella” al “padrone del marciapiede” , dalla “bandierina” (ruba bandiera) al “ciucciu ‘nterra” , e così via. Essi esaltavano, appunto la funzione aggregante del gioco, cosa che, con l’evoluzione sociale e la massiccia introduzione dell’elettronica nelle attività ludiche, è andata definitivamente perduta. Ma, non solo … impegnavano fortemente la mente ed il corpo e non solo i polpastrelli! In altre parole la faceva da padrone quel connubio di fisicità, esperienza e intelligenza che si profondeva nel gioco, come nel citato “ciucciu ‘nterra” (VEDI FOTO), in cui veniva esaltata la capacità di resistere (al peso) di chi stava “sotto” e l’abilità nel saltare di chi era sopra; o anche e la fisicità insieme alla memoria come nell’ ormai quasi del tutto dimenticato “ a chi è primu è primu monta” consistente nel dover saltare i compagni “alla cavallina” e mentre si saltava recitare anche una breve filastrocca e, mentre si procedeva nei livelli di gioco, il salto e la filastrocca divenivano via via più difficili; una sorta di metafora della vita, insomma!...che dire poi Il nascondino o “celariegliu”, fatto di capacità di nascondersi e mimetizzarsi e velocità nella corsa? …dei “quattro cantoni”, della “palla avvelenata” e della “palla prigioniera”?
Descrivere ora l’intero corpo di regole che i giocatori in erba si erano dati e tramandati oralmente per generazioni, sarebbe un esercizio impegnativo e, tutto sommato, poco gradito ai pregiati “quattro lettori” di questo “blog scribacchiato” ed anche , francamente, impossibile dato il tempo trascorso; rimane, però, una inguaribile (sigh) e struggente nostalgia per quelle ore trascorse insieme, per quelle sonore risate e per quei richiami imperiosi delle mamme a ritirarsi, quando il sole cominciava a calare.
Soffermandomi a considerare nella mente, oggi, bambini, adolescenti e giovani (ma anche qualche adulto) concentrati all’inverosimile su uno smartphone o una play station, dal finestrino dell’astronave e dal mio punto di vista, non potrei fare a meno di osservare quanto più aggreganti e divertenti fossero i nostri giochi, quelli a cui abbiamo giocato in interminabili e bellissimi pomeriggi, con il sole ancora alto nel cielo o, appena finito un temporale, come rischizzati in strada, oppure ancora “fore Sant’Austinu” (in Piazza Sant’Agostino), aspettando l’orario del catechismo, da noi detto “ ’a luttrina” (dottrina).
Praticati in strada, dicevo, su una piccola piazza o ai margini di un campo coltivato i giochi di allora non erano mai solitari: si andava dalla “campagnella” al “padrone del marciapiede” , dalla “bandierina” (ruba bandiera) al “ciucciu ‘nterra” , e così via. Essi esaltavano, appunto la funzione aggregante del gioco, cosa che, con l’evoluzione sociale e la massiccia introduzione dell’elettronica nelle attività ludiche, è andata definitivamente perduta. Ma, non solo … impegnavano fortemente la mente ed il corpo e non solo i polpastrelli! In altre parole la faceva da padrone quel connubio di fisicità, esperienza e intelligenza che si profondeva nel gioco, come nel citato “ciucciu ‘nterra” (VEDI FOTO), in cui veniva esaltata la capacità di resistere (al peso) di chi stava “sotto” e l’abilità nel saltare di chi era sopra; o anche e la fisicità insieme alla memoria come nell’ ormai quasi del tutto dimenticato “ a chi è primu è primu monta” consistente nel dover saltare i compagni “alla cavallina” e mentre si saltava recitare anche una breve filastrocca e, mentre si procedeva nei livelli di gioco, il salto e la filastrocca divenivano via via più difficili; una sorta di metafora della vita, insomma!...che dire poi Il nascondino o “celariegliu”, fatto di capacità di nascondersi e mimetizzarsi e velocità nella corsa? …dei “quattro cantoni”, della “palla avvelenata” e della “palla prigioniera”?
Descrivere ora l’intero corpo di regole che i giocatori in erba si erano dati e tramandati oralmente per generazioni, sarebbe un esercizio impegnativo e, tutto sommato, poco gradito ai pregiati “quattro lettori” di questo “blog scribacchiato” ed anche , francamente, impossibile dato il tempo trascorso; rimane, però, una inguaribile (sigh) e struggente nostalgia per quelle ore trascorse insieme, per quelle sonore risate e per quei richiami imperiosi delle mamme a ritirarsi, quando il sole cominciava a calare.
domenica 25 agosto 2013
ISCHIA
Bellisima, Ischia: panorami mozzafiato, bellezze naturalistiche e monumentali ad ogni piè sospinto, un territorio variegato di colori e paesaggi, dall’arenile costiero all’alta collina mediterranea. Isola “verde” per nomea e fama, con una vegetazione che la fa da protagonista variando, con la quota, dalle piante grasse in riva al mare, fino alla vite, all’olivo ed il castagno man mano che si sale; castelli e chiese maestose, orme impresse da una storia bimillenaria, legata al suolo molto fertile, alla pesca ed alle acque termali . Un’isola apprezzabile da moltissimi punti di vista … ma non dal mio!
In vacanza, specie se stressati quanto il sottoscritto, si va in cerca di relax totale ed abbandono all’ozio! Modeste pretese per tutti, meno che per un vacanziere campano tipico (come il vostro blogger scribacchiante); non è possibile sbarcare auto o motocicli propri, il noleggio (quando possibile) è proibitivo; e se fino a qualche anno fa a tali difficoltà si sopperiva con una rete di trasporto pubblico più che efficiente, oggi i bus sono pochi e non offrono alcuna garanzia che il servizio venga reso. Se poi, per una serie di coincidenze, ci si riduce al periodo ferragostano per le vacanze, gli inconvenienti si moltiplicano e tutto diviene ancora più complicato, complice il sovraffollamento di località molto amene ma, tutto sommato, quasi adiacenti ad una grande città come Napoli. Se si opta per un albergo sul mare la sera si devono coprire distanze chilometriche per uscire, se , al contrario, si opta per uno dei numerosi alberghi siti all’interno dei paesi, per andare al mare bisogna fare altrettanto: non c’è scampo!
Sono ormai passati, per me, gli anni in cui era piacevole avventurarsi sulle pendici dell’Epomeo per ammirare un tramonto, oggi vacanza è tutt’altro: al riparo dal sole, sotto l’ombrellone, una sdraio da preferire al lettino, la fragranza della salsedine da respirare e, soprattutto, la compagnia di una buona lettura. Si, ma tutto questo confligge con la consistenza numerica ed il vociare di nuclei familiari estesi fino al quarto- quinto grado di parentela, con la loro voglia di divertirsi senza cura alcuna di tutto e di tutti, con le note emesse da bambini frignanti e/o iperfelici (è lo stesso) a frequenze prossime agli ultrasuoni: il gesso che stride sulla lavagna è musica al confronto!
In vacanza, specie se stressati quanto il sottoscritto, si va in cerca di relax totale ed abbandono all’ozio! Modeste pretese per tutti, meno che per un vacanziere campano tipico (come il vostro blogger scribacchiante); non è possibile sbarcare auto o motocicli propri, il noleggio (quando possibile) è proibitivo; e se fino a qualche anno fa a tali difficoltà si sopperiva con una rete di trasporto pubblico più che efficiente, oggi i bus sono pochi e non offrono alcuna garanzia che il servizio venga reso. Se poi, per una serie di coincidenze, ci si riduce al periodo ferragostano per le vacanze, gli inconvenienti si moltiplicano e tutto diviene ancora più complicato, complice il sovraffollamento di località molto amene ma, tutto sommato, quasi adiacenti ad una grande città come Napoli. Se si opta per un albergo sul mare la sera si devono coprire distanze chilometriche per uscire, se , al contrario, si opta per uno dei numerosi alberghi siti all’interno dei paesi, per andare al mare bisogna fare altrettanto: non c’è scampo!
Sono ormai passati, per me, gli anni in cui era piacevole avventurarsi sulle pendici dell’Epomeo per ammirare un tramonto, oggi vacanza è tutt’altro: al riparo dal sole, sotto l’ombrellone, una sdraio da preferire al lettino, la fragranza della salsedine da respirare e, soprattutto, la compagnia di una buona lettura. Si, ma tutto questo confligge con la consistenza numerica ed il vociare di nuclei familiari estesi fino al quarto- quinto grado di parentela, con la loro voglia di divertirsi senza cura alcuna di tutto e di tutti, con le note emesse da bambini frignanti e/o iperfelici (è lo stesso) a frequenze prossime agli ultrasuoni: il gesso che stride sulla lavagna è musica al confronto!
lunedì 12 agosto 2013
LETTERA AD UNA DICIOTTENNE
Cara Filomena,
il giorno che tanto aspettavi è giunto, hai diciotto anni, diciotto meravigliose gemme custodite in un prezioso scrigno. Sei felice, hai tanti amici intorno che vogliono festeggiare il tuo compleanno e … sai perché? Per il più semplice dei motivi, perché ti stimano e ti vogliono un mondo di bene, quel bene che si vuole alle persone come te, che non si perdono in mielosità, ma dietro un carattere spigoloso e a volte burbero, nascondono un cuore ed una sensibilità più unica che rara.
Sei diventata una giovane donna, anche se io preferisco pensarti ancora un poco bambina, quella bambina che ha allietato tanti miei giorni, ed è stata capace anche di temprare qualche cocente delusione che la vita non ti fa mai mancare. Goditi la tua splendida gioventù, è un bene di una tale preziosità da dover essere custodito con la massima gelosia ed attenzione; ho grande fiducia nei tuoi mezzi, pertanto so bene che non rincorrerai mai quei falsi miti che tante gioventù, splendide quanto la tua, hanno consunto.
Quella in cui stai entrando è una fase cruciale della tua vita: le decisioni che si intraprendono alla tua età sono destinate ad avere un impatto fortissimo sul resto dell’esistenza. Pondera tutte le opportunità che ti si offriranno con coraggio e responsabilità, e sappi che qualunque sia la tua scelta, io riterrò essa sempre la “migliore possibile” e pertanto rimarrò al tuo fianco, per fare in modo che il percorso che vorrai intraprendere si concluda con i traguardi che meriti.
Ama sempre con trasporto la tua famiglia, così come hai fatto sino ad oggi, essa è fonte di valori ed energie positive; ama la terra che ti ha generato, ma non essere legata ad essa in modo eccessivo e viscerale, potrebbero derivarne delle negatività.
Questo il mio augurio: goditi con allegria e spensieratezza questo giorno e la festa che stiamo preparando, anche perché, come diceva il Magnifico “…di doman non c’è certezza”.
IL TUO PAPA’
il giorno che tanto aspettavi è giunto, hai diciotto anni, diciotto meravigliose gemme custodite in un prezioso scrigno. Sei felice, hai tanti amici intorno che vogliono festeggiare il tuo compleanno e … sai perché? Per il più semplice dei motivi, perché ti stimano e ti vogliono un mondo di bene, quel bene che si vuole alle persone come te, che non si perdono in mielosità, ma dietro un carattere spigoloso e a volte burbero, nascondono un cuore ed una sensibilità più unica che rara.
Sei diventata una giovane donna, anche se io preferisco pensarti ancora un poco bambina, quella bambina che ha allietato tanti miei giorni, ed è stata capace anche di temprare qualche cocente delusione che la vita non ti fa mai mancare. Goditi la tua splendida gioventù, è un bene di una tale preziosità da dover essere custodito con la massima gelosia ed attenzione; ho grande fiducia nei tuoi mezzi, pertanto so bene che non rincorrerai mai quei falsi miti che tante gioventù, splendide quanto la tua, hanno consunto.
Quella in cui stai entrando è una fase cruciale della tua vita: le decisioni che si intraprendono alla tua età sono destinate ad avere un impatto fortissimo sul resto dell’esistenza. Pondera tutte le opportunità che ti si offriranno con coraggio e responsabilità, e sappi che qualunque sia la tua scelta, io riterrò essa sempre la “migliore possibile” e pertanto rimarrò al tuo fianco, per fare in modo che il percorso che vorrai intraprendere si concluda con i traguardi che meriti.
Ama sempre con trasporto la tua famiglia, così come hai fatto sino ad oggi, essa è fonte di valori ed energie positive; ama la terra che ti ha generato, ma non essere legata ad essa in modo eccessivo e viscerale, potrebbero derivarne delle negatività.
Questo il mio augurio: goditi con allegria e spensieratezza questo giorno e la festa che stiamo preparando, anche perché, come diceva il Magnifico “…di doman non c’è certezza”.
IL TUO PAPA’
domenica 4 agosto 2013
TEMPO DI CRISI
Ci risiamo, rieccomi in una delle mie ricorrenti crisi! Non ho voglia di scrivere e, d’altronde, anche se l’avessi non saprei cosa scrivere!
Sarà il caldo opprimente, sarà il fatto che prima della pausa di riposo estivo, che sto per concedermi, ho accelerato il ritmo di lavoro, al fine di lasciare tutte sistemate le “partite pendenti”, sarà anche che non ricevo stimoli dall’ambiente che mi circonda, fonte di ispirazione fino al passato recente, ma … se devo essere sincero: non so cosa dire e cosa comunicare!
Avevo abituato i miei “quattro lettori” almeno ad un pezzo la settimana, semmai da far uscire nel week end, ma tant’è: oggi si devono accontentare solo di riproposizioni di pezzi datati. E’ una situazione che determina in me uno stress non indifferente, ma penso proprio di non poterci fare nulla.
Le due settimane che mi accingo a fare lontano dal lavoro e dall’ufficio magari mi ritempreranno e mi restituiranno la voglia di scrivere e, soprattutto, mi offriranno spunti da comunicare, sensazioni ed emozioni da condividere. Spero sia così, non vorrei che il mio “scribacchiare”, che tanti consensi e riscontri positivi ha suscitato, finisse come un candela che si spegne per esaurimento della cera. Sarebbe un fatto grave per me, prima che per i miei lettori, in quanto - l’ho già detto – “scribacchiando” placa la mia voglia di comunicare ed interagire con il mondo che mi circonda.
Sarà il caldo opprimente, sarà il fatto che prima della pausa di riposo estivo, che sto per concedermi, ho accelerato il ritmo di lavoro, al fine di lasciare tutte sistemate le “partite pendenti”, sarà anche che non ricevo stimoli dall’ambiente che mi circonda, fonte di ispirazione fino al passato recente, ma … se devo essere sincero: non so cosa dire e cosa comunicare!
Avevo abituato i miei “quattro lettori” almeno ad un pezzo la settimana, semmai da far uscire nel week end, ma tant’è: oggi si devono accontentare solo di riproposizioni di pezzi datati. E’ una situazione che determina in me uno stress non indifferente, ma penso proprio di non poterci fare nulla.
Le due settimane che mi accingo a fare lontano dal lavoro e dall’ufficio magari mi ritempreranno e mi restituiranno la voglia di scrivere e, soprattutto, mi offriranno spunti da comunicare, sensazioni ed emozioni da condividere. Spero sia così, non vorrei che il mio “scribacchiare”, che tanti consensi e riscontri positivi ha suscitato, finisse come un candela che si spegne per esaurimento della cera. Sarebbe un fatto grave per me, prima che per i miei lettori, in quanto - l’ho già detto – “scribacchiando” placa la mia voglia di comunicare ed interagire con il mondo che mi circonda.
Iscriviti a:
Post (Atom)





