Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

sabato 20 luglio 2013

NEL GIARDINO, DI SERA

Vivo nella casa costruita circa cinquant’anni or sono dai miei genitori: niente lussi, molto essenziale, una buona posizione rispetto al centro del paese; nonostante ciò, al di là del muro di cinta, tanta, tanta campagna, fino a perdita d’occhio, fino alle falde della collina. Sono appena rientrato dal giardino, vi ero andato per una piccola commissione: appena varcata la soglia, con la luce ancora spenta ho alzato gli occhi al cielo e mi si è parato davanti uno spettacolo di indescrivibile bellezza, non una nube, e la volta celeste punteggiata di un numero di stelle infinito, più piccole, più grandi, più luminose, altre meno; ma le sorprese non erano finite… dopo qualche attimo, complice una leggerissima brezza, sono stato investito da una vera e propria ondata di profumo intenso ed inebriante, proveniva dall’ampia siepe di rincospermium, rampicante che ha fatto tesoro della rete di separazione con il vicino di casa per crescere ed avvilupparsi. Mi è venuta una gran voglia di sedermi sul selciato e rimanere li a guardare le stelle e respirare quell’aria leggera e profumata a pieni polmoni, dimentico di una giornata stressante e stressata, vissuta tra Caserta e Napoli, cominciata alle sei del mattino e terminata “appena” 12 ore dopo.
Il mio giardino, luogo di delizia, di riposo, di riconciliazione con il creato, di grande soddisfazione quando l’angolo dell’orto rende freschi cespi di lattuga e dolcissime fragole, ma anche luogo di fatica dura, quando viene assalito da fameliche erbacce ed allora… zappa, vanga e “olio di gomito”.
Nel cuore un sentimento di infinita gratitudine nei confronti di Loro che, con il lavoro, i sacrifici e l’attaccamento alla famiglia mi hanno permesso di godere di tanta bellezza.

domenica 14 luglio 2013

UNA CENA MULTIETINICA

Non è una novità per nessuno che, una volta che una casa in costruzione sia giunta al tetto, venga offerta una cena ai muratori, a coloro che con rischio, fatica e sacrificio, hanno portato a termine l’opera: si issa una bandiera tricolore e si fa festa! Si è sempre fatto, lo ricordo sin da bambino; il singolare, il nuovo è altro!
Presso il locale “Casa Matilde”, da tutti conosciuto come “Pietri a Santa Croce’”, in occasione della piccola festa che ho voluto offrire per solennizzare la copertura della piccola “casa fra gli ulivi” in via di completamento, sedevano,accanto a noialtri “autoctoni” , uomini di varie provenienze, razze, religioni ed etnie. La cosa mi ha lasciato piacevolmente sorpreso, ci pensate? … Vasily e Marcel, un rumeno e un camerunense che discutevano e scherzavano fra loro in un italiano fortemente “pietramelaresizzato”, evidentemente diventato, da tempo, il loro idioma comune. Mi sono divertito ad osservarli: quanta distanza dal nostro modo di pensare emergeva dal loro comportamento a tavola, seppure correttissimo ed educato. Chi sedeva accanto a me è arrivato ad un improbabile cocktail di birra e vino rosso, ed ha divorato insalata non condita per tutta la serata, anche quella che era servita a Pietro per abbellire i vassoi da portata. Quanto vissuto e quante difficoltà ci fossero dietro quelle stranezze è fin troppo facile immaginarlo. Altri, pietramelarese sposato con moglie rumena, raccontava con gioia ed autoironia quanto aveva dovuto faticare per comprendere le abitudini delle famiglie con le quali aveva fuso il suo destino.
Sono segni questi di quanto la nostra società, anche nelle zone rurali come le nostre, vada inesorabilmente mutando per evolversi verso un modello multietnico e multirazziale. Quali i pericoli, quali le conseguenze ipotizzabili, quali le opportunità da cogliere? … il ragionamento è articolato e sfaccettato.
Certo, mai dovremmo cedere di un passo di fronte a pericoli di perdita della nostra identità e della nostra cultura: essa è figlia di un cammino di civilizzazione iniziato ben trenta secoli or sono, ed è pertanto un bene di inestimabile valore. Tuttavia le evoluzioni sociali a cui assistiamo vanno vissute con animo sereno, non solo perché inevitabili ed imposte da un processo di globalizzazione che interessa l’intero pianeta . Hanno tanto da imparare, costoro, ma qualcosa in cambio, certamente ce lo insegneranno!

venerdì 5 luglio 2013

TRAMONTO IN CAMPAGNA

E’ bello lavorare in campagna sul fare dell’imbrunire, l’aria è ancora calda ma non si sente l’afa. La fatica quella si che si sente, ma va bene così! … alla fine di un’intera settimana, e dopo una giornata trascorsa nelle quotidiane routines, non cerco altro. I giorni dell’ufficio, specie in questo periodo, a bandi aperti, sono tirati al secondo, non c’è tempo da perdere: rispondere al telefono, comunicare con i superiori, ricevere utenti che si susseguono in continuazione, soddisfare le loro curiosità e richieste, rispondere a quesiti vari cercando di rendere servizi di buona qualità.
Ed allora, appena giunti a casa ci si cambia d’abito, e l’orto, e l’uliveto sono li, ad aspettare. L’ho detto e lo ripeto: la fatica fisica, per quanto intensa, è in grado di cancellare quella mentale insieme allo stress. Da quando ho capito la lezione, cerco sempre di dedicare alla campagna i miei pomeriggi e il disappunto per un qualsiasi contrattempo che me lo possa impedire è forte.
Il fondo “spitalera”, in agro del Comune di Roccaromana , da sempre appartenuto alla famiglia, è un vero e proprio spettacolo sul fare del tramonto: il sole ormai basso sull’orizzonte disegna geometrie sempre variabili insinuando i propri raggi tra le foglie; queste ultime, poi, agitate da una piacevole brezza producono una melodia che si fonde con il verso degli uccelli. Da poco lontano giunge la voce di un bufalaio che chiama per nome le proprie bestie per mungerle. Il sudore che si versa è tanto così come la sete che ne deriva, ma basta una bevuta dal pozzo e va via la sete, una volta a casa, poi, ci penserà una doccia ad eliminare anche il sudore.
Grande è l’armonia di questo angolo del Creato a quest’ora del giorno, così come grande è la soddisfazione per i frutti del proprio lavoro che vedi crescere sotto i tuoi occhi, ora dopo ora, giorno dopo giorno.

lunedì 1 luglio 2013

Mai così lontana, mai per tanto tempo

Sveglia alle quattro, ieri mattina, dopo mezz’ora circa partenza, direzione Capodichino: Aeroporto Internazionale di Napoli. L’alba era ancora nascosta dietro l’orizzonte, mentre si caricavano valigie e zaini, l’aria fresca e frizzante, da primavera inoltrata. Non ero io che partivo ma mia figlia, diretta in Spagna per una vacanza studio. Raccomandazioni varie e ridondanti, la conoscenza degli accompagnatori, le emozioni per la separazione, l’attesa interminabile di quelle due o tre parole al telefono, che non arrivavano mai: “sono arrivata, sto bene, il viaggio è stato bello”, il senso piacevole di liberazione dall’ansia che viene appena dopo.
A margine, la constatazione di un cordone ombelicale ormai del tutto reciso! Si è vero, i distacchi per gite e brevi vacanze c’erano già stati, ma mai era andata così lontano e mai per tanto tempo.
Sono dell’avviso che i figli non ci appartengono, appartengono molto di più a se stessi; e ritengo che quando un figlio/a prende il volo con le proprie ali è come un amore che finisce: non va assolutamente trattenuto, sarebbe un errore gravissimo solo pensarci! Bisognerebbe invece gioire, pensare che parte della tua missione di genitore va avanti, che qualcosa di buono è stato fatto, che il percorso fatto insieme per giungere ad una giovane donna che si prepara alla vita è ad un buon punto. Tuttavia rimane quel senso strano di solitudine, di smarrimento per una fase ormai conclusa e che non si ripeterà mai più, insieme al rincrescimento, perché queste cose sono conseguenza del tempo che scorre inesorabile e, mentre loro crescono si invecchia.

sabato 22 giugno 2013

DOMENICHE A PIEDI

Non so come abbia fatto a dimenticarmene fino ad adesso, e non avervene ancora parlato! Eppure la memoria, l’avrete notato, è l’unica cosa che non mi difetti: si tratta una storia risalente a quaranta anni or sono, esattamente al 1973, roba che solo chi, tra i miei quattro lettori, ha parecchi capelli grigi sulle tempie può ricordare. Ero poco più che un bambino al tempo, forse portavo ancora i calzoncini corti, ma il ricordo è netto, come se la cosa fosse avvenuta solo ieri: a causa di una serie di tensioni internazionali in Medio Oriente, oggi ancora non risolte, molti governi dei Paesi occidentali, compreso quello italiano, furono costretti ad emanare disposizioni volte al drastico contenimento del consumo energetico, in seguito allo choc petrolifero (aumento repentino del prezzo del greggio nel 1973). La cosa ebbe forte risonanza mediatica e prese il nome di “Austerity”, e si manifestò a cavallo tra il 1973 ed il 1974. Le misure varate ebbero un impatto tangibile sul modo di vita degli italiani. Esse comprendevano un forte aumento del prezzo dei carburanti, l'obbligo di ridurre la pubblica illuminazione del 40% e di tenere spente insegne e scritte pubblicitarie. Bar e ristoranti dovevano chiudere entro la mezzanotte, mentre ai locali di pubblico spettacolo veniva imposta la chiusura entro le ore 23. Allo stesso orario dovevano essere conclusi anche i programmi televisivi. La velocità sulle strade veniva limitata a 50 km/h nei centri urbani, 100 kmh sulle strade extraurbane e 120 km/h sulle autostrade.
La disposizione di maggior impatto fu il divieto di circolazione nei giorni festivi dei mezzi motorizzati, velivoli e natanti compresi. Nei numerosi articoli di giornale dedicati al tema, venne coniata la colorita espressione, che ancor’oggi qualcuno ricorda, delle cosiddette “domeniche a piedi”.
Come si sa la nostra gente è abituata a “far di necessità virtù”, e così quelle domeniche assunsero un aspetto e un fascino del tutto particolare che, a distanza di tanti anni, ancora non si cancella: chi in bicicletta, chi sui pattini, chi a piedi, ognuno mostrò di non aver sofferto più di tanto le costrizioni imposte “ob torto collo” da quel momento particolare. Io e mia sorella acquistammo un paio di pattini nuovi, altri in famiglia addirittura si provvidero di un pony ed di un calesse nuovo di zecca, destinato alle uscite domenicali. Altri ancora, garzoni di fabbro e di ciclisti, ragazzi più o meno della nostra età, facendo ricorso ad un ingegno innato che emerge in periodi particolari, si improvvisarono costruttori di artigianali tandem; e poi li vedevi orgogliosi e tronfi procedere a bordo delle proprie “creature”, per farli felici bastava chieder loro di fare un giro! Pietramelara, e specialmente il nastro lungo e dritto di via San Pasquale, in quei pomeriggi domenicali si riempiva di gente dal volto sereno e scanzonato che mostrava evidente piacere da quell’insolita situazione. Si vedevano famiglie intere passeggiare, e dai volti traspariva la gioia per quell’occasione insolita per stare insieme, all’aria aperta.
Ripensare a quel tempo oggi, mentre l’intera umanità si dimena in una crisi economica che ha assunto dimensioni planetarie, fa sorridere amaramente. Allora bastò all’Italia, appena uscita dal boom economico dei floridi anni sessanta, usare la fantasia e stringere un poco la cinghia, oggi sembra che non ci siano misure che tengano. Eppure, oggi come allora, possiamo e dobbiamo credere che una via di uscita ci sarà e, che dopo ogni tempesta, anche la più furiosa, il sole ritorni a splendere nel cielo azzurro e terso.

martedì 18 giugno 2013

POMERIGGIO AL MARE

Ne avevo proprio bisogno: un giorno di ferie, così, tanto per stemperare la tensione, interrompere il frenetico tran tran quotidiano, riposare la mente dedicando il pensiero a cose diverse.
Sono uscito di buon mattino, mi attendevano l’orto e l’oliveto, irrigazioni nell’uno, sarchiature manuali nell’altro; una grande faticata e tanto, tanto sudore versato. Ad un certo punto il caldo ha cominciato a farsi sentire imperioso ed ho capito che era venuto il momento di tornare a casa.
Una doccia al volo e, già tutto (o quasi) era pronto: colazioni, costumi, teli e … via, si è partiti alla volta del mare. Viaggio tranquillo, lido pressocchè vuoto, abbiamo dovuto anche fare da bagnini aprendo sdraio, lettini ed ombrelloni, ma, si sa, anche questi imprevisti possono rendere particolarmente piacevole un momento vissuto in famiglia. Di sole ne avevo già preso tanto, stamattina in campagna, ed allora la mia giornata balneare è stata dedicata al più assoluto e totale relax, la sdraio e un libro all’ombra. Sono rimasto in tale assetto per ore. L’aria era profumata di quell’ odore salso, tipico del litorali marini, il silenzio del tutto insolito per il luogo conferiva carattere di particolare incanto. Il bagno? Non era il caso, dato che l’acqua non aveva aspetto rassicurante; ed allora una passeggiata “in solitaria”, con la schiuma delle onde che si infrangeva tra i piedi e, infine un’ulteriore supplemento di lettura, questa volta sul bagnasciuga, dato che il sole, nel frattempo, era divenuto molto più “umano”.
Credo che siano queste le cose che ti riconciliano con la vita: poche pretese, le persone che ami , accettare anche qualche contrattempo e la ricerca sincera della serenità, che a volte si mette a “fare capolino”.

domenica 9 giugno 2013

PARLENN' CU RISPETTU (o...della pudicizia rurale)


Nel viaggio immaginario ed emozionale all’interno della civiltà contadina, nel quale lo stesso vostro blogger “scribacchiante” è, ad un tempo, guida e viaggiatore incantato, un aspetto ancora non considerato è quello della pudicizia. Un valore questo, una categoria che oggi, nel linguaggio giornalistico va sotto il nome di “pruderie”; secondo una definizione tratta dal web “Il termine starebbe a indicare moralismo di stampo puritano, perbenismo un po’ bigotto, castigatezza oltre misura, esagerato pudore, insomma”. Proprio su questo aspetto della “pudicizia rurale” vorrei soffermarmi: quella dei nostri nonni è stata vera morigeratezza, oppure si tratta solo di una questione di facciata? O meglio: il pudore, la pudicizia sono sentimenti più autentici oggi, al livello di minimo storico, o ieri? Come al solito gli aspetti da considerare sono molteplici e l’analisi rischia di divenire pesante e poco digeribile, mi limiterò, quindi, come al solito, solo a ripercorrere con la memoria ciò che ricordo.
Il pudore traspariva da ogni atto di quella tramontata civiltà, ed a volte ripensarci fa sorridere. La cosa veniva poi portata agli estremi quando un dialogo si stabiliva fra individui appartenenti a diverse classi e categorie, nettamente separate secondo la rigida stratificazione sociale del tempo. In tali contesti, quando proprio non si poteva fare a meno di citare nel discorso parti anatomiche, atti o anche animali considerati “impuri”, si cercava di minimizzare la cosa con la scusante “parlenn’ cu rispettu”, ed allora: “parlenn cu rispettu, i pieri”, “parlenn cu rispettu, stevu a ffà i fatti miei (facevo i miei bisogni, ndr)”, “parlenn cu rispettu, ju puorcu”. Era questo un modo come un altro di cercare di non offendere l’interlocutore altolocato; ma … pensateci: come se tale signore, altolocato o meno che sia stato, non avesse i piedi anch’esso, non faceva mai i propri bisogni e non avesse mai visto un maiale o mangiato le saporite carni, ecc.
Che dire poi di tutte le faccende attinenti al sesso? In tal caso il pudore nel discorso assumeva i tratti dell’omertà! Come in tutti i discorsi che coinvolgevano l’apparato genitale femminile, le sue cicliche indisposizioni e le sue (purtroppo) frequenti malattie. La donna, nei giorni del mestruo, era considerata impura e quindi inadatta a molte faccende domestiche, come la lavorazione delle carni di maiale, quella delle bottiglie di pomodoro ecc. … ma la cosa andava trattata con la dovuta discrezione: ed allora mentre già si era iniziato a lavorare tutte insieme essa, “rea” di una fisiologica ricorrenza mensile, si avvicinava in silenzio e un quasi po’ contrita alla più anziana del gruppo, la matriarca, e le sussurrava qualcosa nell’orecchio e costei , con l’autorità derivante dal ruolo, le diceva comprensiva e severa “… e vvà, vvà”, dispensandola da ogni incombenza, le altre fingevano di non aver udito e non chiedevano alcuna spiegazione in merito all’assenza.
Quando poi la sfortuna si accaniva su qualcuna, con una malattia all’utero, alle ovaie o al seno, guai a parlarne con chiarezza ed apertura! “Se tratta r’ cos’ re femm’n”, si rispondeva severi a chi, imprudente o inconsapevole, chiedesse la causa di qualche malessere di una sorella, di una cognata o di un’amica di famiglia. Ed allora si capiva che non si poteva e non si doveva andare oltre.