Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

sabato 9 marzo 2013

MARZO PAZZERELLO


Stamattina sembra proprio che il sole ce l’abbia con me, che mi faccia i dispettucci: sto qui alla tastiera del PC, mio amico e confidente, ed ecco che Lui bello, gioioso e caldo mi attrae con i suoi raggi che entrano dalla finestra di fronte; allora esco, comincio a preparare il necessario per le opere che mi attendono, e Lui – beffardo- si cela dietro un nuvolone grigio cupo e gonfio di pioggia: non ho alcuna voglia di bagnarmi come è accaduto nei giorni scorsi a Caserta e Napoli, pertanto rientro. Mi risiedo al PC, tanto per scrivere qualcosa o leggere qualcos’altro, ed rieccolo tornare a splendere , ma di uno splendore ancora più acceso e caldo.
“Marzo pazzerello, vedi il sole e prendi l’ombrello” recitava un vecchio adagio imparato tra i banchi di scuola… la cosa non dovrebbe destare novità, quindi, ma oggi sembra proprio che si esageri!
Ho imparato con gli anni a metabolizzare le negatività derivanti dalla frequentazione di persone dall’umore mutevole, per molti versi simili, nel comportamento, al sole di stamattina, ma, sul momento, sia le une che l’altro incutono nervosismo, perché non sai quale comportamento adottare con essi.
Per fortuna viene in mio aiuto la preziosa filosofia “del pensiero debole” che mi induce a vivere alla giornata, ad apprezzare il sole bello com’è, quando splende, e ad aspettarlo di nuovo quando è celato dietro le nubi.
MEDITATE GENTE, MEDITATE

sabato 2 marzo 2013

SOGNANDO LA PRIMAVERA


La primavera è alle porte, ma di “rondini al tetto” manco l’ombra. Non è ancora il tempo?... sicuro, si ma almeno un po’ di quel sole caldo, capace di riscaldare lo spirito oltre che il corpo, vorremmo vederlo. E così, gli ultimi strascichi di una stagione più autunnale che invernale si ostinano con protervia a mantenere le posizioni.
Non è un bene!... tutte le attività sono rallentate e anche chi si diletta di “cose di campagna” (res rusticae) è costretto ad una immobilità attendista.
Ed allora, in questi giorni in cui le problematiche di ufficio non ci attanagliano, grazie ad un singolare paradosso, siamo ancor più rosi dalla rabbia e dalla voglia di fare; si, ma questi sono sentimenti positivi, guai a noi quando al loro posto subentra quella ipocondria malinconica e “meteoropatica” che ci rende scuri in volto e corrucciati nell’animo.
A volte mi ritrovo a sognare di sudare sotto il sole cocente di giugno/luglio nelle ore intorno al mezzogiorno, quando i raggi arroventati ed il lavoro fisico che stai cercando di portare a termine , insieme alle mosche più noiose, ti rendono simile a quello che dalle nostre parti viene definito “acciaom’”, versione dialettizzata dello “Ecce Homo” di evangelica memoria (Giovanni 19, 5): il Cristo appena flagellato pronto ad essere condotto sul Calvario.
I miei quattro lettori, tuttavia, sanno bene che questa spasmodica voglia di sole e di caldo è comunque contemperata dall’ormai famosa filosofia del “pensiero debole” che professo con convinzione e che mi induce alla pazienza e alla sopportazione di questa ed altre tante piccole negatività che la vita di ogni giorno ci propina.

venerdì 22 febbraio 2013

BUON COMPLEANNO


Si è da poco concluso il secondo anno di vita di “scribacchiando per me”. Una storia fatta di riflessioni serie (e semiserie), sensazioni ed emozioni esternate mettendo a volte il pudore da parte; una storia che sa anche di tradizioni e ricordi (più o meno recenti) di una vita trascorsa ad osservare.
E’ stato questo il mio percorso degli ultimi due anni: non sono mancate le soddisfazioni, “scribacchiando” è molto vicino al traguardo dei diecimila accessi, “soglia psicologica” di grande rilevanza, tanto per usare un termine mutuato dal gergo borsistico; i miei scritti hanno raggiunto angoli del pianeta che forse di persona non visiterò mai, così come non sono mancate le cocenti delusioni, ma tant’è… la vita è fatta anche di questo.
E adesso…che ne sarà della mia creatura?... per quanto altro tempo essa rimarrà insieme a quelli che, con un vezzo, amo definire “i miei quattro lettori”? Chissà.
Io scribacchio e, come dice lo stesso titolo del blog, lo faccio per me stesso; questo vuol dire che sedermi dieci minuti (o poco più) alla tastiera del PC quando la sera è calata, o di mattina mentre albeggia, risponde ad una mia esigenza primaria: quella del comunicare! La stessa esigenza che, in altri tempi e contesti, mi ha spinto a salire su un palco per dire ad una piazza gremita quanto grande fosse la mia delusione e la mia rabbia per il modo pedestre con cui il mio paese è stato ed è amministrato; la stessa esigenza che mi ha portato e mi porta (senza alcun ritorno economico) a collaborare con vari giornali e testate, oppure ancora che mi fa amare il mio pendolarismo ferroviario per la possibilità che mi offre di interagire per mezzora con i miei compagni di viaggio.
Scrivere o, se preferite, scribacchiare, abbassa notevolmente il mio stato di tensione interna; non so se vi è mai capitato di dover dire una cosa a qualcuno e non trovar pace fin quando non lo si è fatto. Così sono io: a volte sono pervaso da idee e sensazioni che generano in me stesso agitazione, e la serenità viene ritrovata solo dopo aver comunicato tali idee e sensazioni alla carta o alla tastiera del PC.
Ciò premesso, è molto probabile che “scribacchiando” rimanga con voi per ancora molto tempo, o, meglio, fino a quando voi continuerete a visitarlo con piacere. BUON COMPLEANNO “SCRIBACCHIANDO”.

sabato 9 febbraio 2013

Lassatem’ sstà

Questa coda d’inverno ci sta regalando giorni veramente particolari: o ricchi di pioggia o, al più, poveri di sole. I giorni della merla sono trascorsi ormai da qualche settimana, ma sembra che il freddo, quello tosto, solo adesso si è ricordato di farci visita. In cielo un sole “malato” che non riscalda nessuno, forse neppure se stesso, e la terra rimane ancora bagnata, fradicia per le recenti ed abbondanti piogge.
Chi di noi deve uscire di casa per un servizio o per vedere qualcuno, se non si intabarra a dovere rischia seri malanni e, nella migliore delle ipotesi, soffre per il freddo pungente.
Sono questi i giorni del caminetto, della gioiosa fiamma, netta contrapposizione visiva al grigiume che si osserva dalle finestre e dai balconi. E’ questo il tempo di oziare in casa avendo cura di se stessi e del proprio spirito: un buon libro ed una fumante tazza di tè possono essere i migliori compagni. La televisione in tale contesto può anche non esserci, può veramente essere degradata a mero “complemento di arredo”; tuttavia in queste situazioni, ci avete fatto caso? …il peggiore dei nemici è il telefono, fisso o cellulare che sia. La suoneria stridula interrompe quell’atmosfera calda ed accogliente che con tanto impegno hai cercato di creare, ed allora le alternative sono due: o ignorarla correndo il rischio che il rompiscatole di turno, impaziente com’è, ti venga a cercare addirittura a casa, o rispondere.
Se si è scelta l’opzione B, i guai cominciano appena dopo il “pronto”, con un capo che ti rammenta ogni tuo impegno per la giornata a seguire, paventando conseguenze disastrose in caso di mancato tempestivo adempimento, oppure con un parente a cui sembra che i propri giorni stiano per terminare a minuti, tanta è l’ansia delle richieste espresse; ed hai voglia di dire “state tranquilli”, “sono qui per questo”…non funziona! Che dire poi delle chiamate contemporanee sul fisso e sul cellulare: si deve sul momento generare una gerarchia per optare a chi rispondere per primo, e mentre sei impegnato in tale “amletico dubbio”…ecco, ci mancava solo il citofono! Per fronte alla necessità ti trasformi in uno di quei “one man band” che suonano tre o quattro strumenti in contemporanea, utilizzando con singolare efficienza ogni parte del corpo: un tamburo a zaino suonato con un tirante legato alla caviglia, un organetto tra le mani e tanti campanellini appesi ad un cappello, fatti suonare con movimenti ripetuti della testa. Sei così: il citofono con la destra, la cornetta del fisso con la sinistra, il cellulare aperto appoggiato su un tavolo che gracchia come se niente fosse…
La voglia più impellente che scaturisce dalle meningi è quella di dire che stai riposando, che vorresti ritemprarti di una settimana agitata, ma, come al solito, si ascolta, si annuisce e si prega che il supplizio termini al più presto, ed una volta che la cornetta è stata riposta, parte il liberatorio: “lassatem’ sstà”.

lunedì 4 febbraio 2013

DELLA SOLITUDINE


Non vi sembri, carissimi, irriverente l’accostamento ma, da:

Solo e pensoso i più deserti campi
vo misurando a passi tardi e lenti;
e gli occhi porto, per fuggir, intenti
dove vestigio uman l'arena stampi.


del Petrarca, e siamo intorno al 1300, fino a:

Uscir nella brughiera di mattina
dove non si vede un passo
per ritrovar se stesso


di Lucio Battisti, praticamente nostro contemporaneo, passando per i “sovrumani silenzi, e profondissima quiete” dell’infinito Leopardiano, ritorna sempre questo bisogno dei poeti, dei creativi, di rimanere soli ed allontanarsi dalla folla per sentire sempre più nettamente il suono delle proprie emozioni,
Cos’ è che spinge un uomo a cercare nella natura la risposta ai propri perché, qual è il motivo più recondito di questo voler fuggire,allontanarsi a tutti i costi dai propri simili? Risponde ad un’utilità precisa questo bisogno compulsivo di evadere con la mente, liberare la fantasia, che ricorre da sempre, come si è già detto sopra, anche nella nostra letteratura?
Ritengo che in questo, come per tanti altri comportamenti dell’animo umano, non vi sia una spiegazione logica e condivisibile.
La filosofia “del pensiero debole”, poi, che, come sanno i miei quattro lettori, professo da tempo, porta anche me a volte a ripercorrere (indegnamente) i passi di quei poeti in cerca di solitudine. Ed allora, i campi ed i sentieri divengono il mio vero elemento, anche in inverno, quando la tramontana ti frusta il viso e piega gli alberi più sottili. Nelle cuffiette alle orecchie, scorre musica, ma chi la sente? Ed allora mi ritrovo ad osservare la valle da qualche punto, un po’ più in alto: sotto gli occhi boschetti, fossi gonfi di pioggia, frutteti e vigne, in lontananza l’antico borgo ma… nulla tra essi cattura la mia attenzione; sono, di fatto, immagini virtuali che la mente non realizza; la mente, lei, rimane prigioniera di pensieri, ricordi, volti e situazioni vissuti e visti più o meno di recente; e questo vorticoso turbinio di impressioni ed emozioni dura fino alle prime case dell’abitato dove, con il clacson, un amico che passa veloce ti saluta, riportandoti nella realtà.

sabato 26 gennaio 2013

I RAGAZZI DI VIA ANGELONE

Eravamo tanti, eravamo bellissimi, eravamo semplici e forti, noi ragazzi della via Angelone.
Nata da una lottizzazione iniziata poco dopo l’ultima guerra, la strada, la mia strada è un filo teso per circa trecento metri, una schiera di case a destra e una a sinistra le fanno da sponde, un sole caldo d’inverno e torrido d’estate, le fa da corona,
Ho abitato in questo luogo dalla nascita, e veramente posso dire di conoscerlo pietra per pietra, cancello per cancello.
Dei ragazzi, dicevo, di quella banda di carissimi scalmanati, nati fra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60, in pantaloncini corti anche d’inverno e con la neve, le ginocchia sempre sbucciate, i calzini ridiscesi sulle caviglie, le scarpe abrase da un’iperattività frenetica. Oggi sono uomini “fatti”, padri di famiglia, professionisti, imprenditori, ma io preferisco ricordarli sempre in quella veste da “cinema neorealista”.
Nella bella stagione i giochi iniziavano appena dopo quel poco di studio che si riassumeva nell’espressione “far’s e lezion’” : partite a pallone interminabili, giocate per ore ed ore, sino alla consumazione delle energie, su un’aia che non assolveva più alla sua funzione o sulle stoppie di un campo proprio dietro casa e, chi cadeva subiva la sorte dei fachiri perché quelle stoppie, specie se appena mietute erano dure come i chiodi, oppure giochi di guerra nell’alveo secco di un ruscello che lambiva quell’improvvisato stadio; tutto questo fino ad ora di cena, quando le mamme, dai balconi e dalle finestre, cominciavano quell’attività di richiamo prima gentile “a mammà vieni a cenà” e poi…via via sempre più minacciosa, fino ad arrivare a: “mò facciu scegn’ a pat’tu… e po’ viri” (adesso viene a prenderti tuo padre, e vedrai, ndr); se la minaccia era stata abbastanza persuasiva, mentre si percorrevano le poche decine di metri per rincasare si veniva raggiunti dagli odori sprigionati dalle cucine che davano sulla strada: frittate, peperoni fritti e leccornie rurali varie.
Nelle sere d’estate, poi, dopo aver cenato, si usciva di nuovo fuori, nel vicinato; i grandi “frischiavano” discorrendo insieme di cose antiche, e noi ragazzi si giocava a nascondino, a palla prigioniera, al “padrone del marciapiede”, fino a quando una delle mamme, stanca di una giornata iniziata prima dell’alba, proferiva, con il piglio e l’autorità di un sergente prussiano. la formula di rito: “jammu mé, masculi cu masculi e femm’ne cu femm’ne” (suvvia, maschi con maschi e femmine con femmine, ndr), che segnava la fine dei giochi e stabiliva, senza repliche, che era ormai ora di andare a letto.
L’aria aperta era il luogo naturale ed unico dei giochi e…chi di noi, anche se dotato di grande fantasia, avrebbe potuto immaginare i giochi attuali di bambini e ragazzi, concentrati su play stations e diavolerie elettroniche varie.
Eravamo in tanti, noi di via Angelone, se ci penso adesso quei pochi che sono rimasti si possono contare sulle dita di una sola mano ma…quante emozioni racchiude il ricordare quegli anni, quella strada allora brulicante di bambini, oggi ricolma di auto parcheggiate ma deserta e quel tempo, tanto remoto nello spirito delle persone e delle cose ma, tutto sommato, distante solo qualche decennio!

mercoledì 23 gennaio 2013

DELLA GOLIARDIA RURALE

A voler dare ascolto a Wikipedia “la goliardia è il tradizionale spirito che anima le comunità studentesche, soprattutto universitarie, in cui alla necessità dello studio si accompagnano il gusto della trasgressione, la ricerca dell'ironia, il piacere della compagnia e dell'avventura”. Era ed è soprattutto un modo di essere, sfidando convenzioni e regole; una cosa per gente colta ed altolocata, allora? …Non direi!
L’aneddotica locale, tramandata dalla tradizione orale, ci racconta anche di una goliardia “rurale” riportando episodi, a volte molto gustosi, a volte venati di sottile cattiveria, racconti di scherzi e tiri mancini, che hanno per protagonisti gente semplice, popolani e contadini; costoro avevano escogitato tale sistema per trascorrere in modo allegro e scanzonato quel po’ di tempo libero nelle giornate di allora, ben grigie, anche in considerazione delle condizioni economiche generalmente misere.
A tal proposito, si narra ad esempio di un tale, detto ‘mbecigliu (imbecille, ndr), abituale burlone, che aveva individuato nel sacrestano di San Rocco, notorio fifone, la vittima predestinata per scherzi feroci; il nostro, nelle prime ore del mattino, approfittando del buio seguiva in chiesa il povero sacrestano impegnato nel suonare le campane per la prima Messa, si nascondeva in una bara vuota usata per le funzioni funebri, e spaventava la vittima facendo fuoriuscire dalla bara solo un braccio e trattenendo con forza il povero malcapitato per la giacchetta che, terrorizzato, cercava invano di dileguarsi.
Altri raccontano di finte prove di coraggio, provocate con l’inganno, consistenti nel dover scavalcare di notte il muro del cimitero, per raccogliervi le rose particolarmente belle e profumate che vi si trovavano; gli stessi che avevano proposto la prova, di nascosto, scavalcavano, prima della vittima dello scherzo, il muro, nascondendosi dietro le tombe e, appena costui faceva per recidere la rosa, lo terrorizzavano con voci da oltretomba e urla sataniche.
Di sapore meno “noir”, rispetto ai precedenti, lo scherzo abitualmente teso ad un tale, mezzo matto, di nome Carluccio che, senza alcuna ragione, non voleva assolutamente udire espressioni del tipo “’a lampadina fulminata” e i “cacciuttiegli (cagnolini, ndr) bianchi e russi”: nel bar frequentato da Carluccio qualcuno si nascondeva sotto una di quelle monumentali radio a valvole degli anni 30/40, e fingendo di trasmettere un giornale radio, tra una notizia ed un’altra comunicava, ad esempio: “nel porto di Napoli è giunta una nave carica di lampadine fulminate e cacciuttiegli bianchi e russi”; il poveretto allora, montando su tutte le furie, resosi conto dell’ennesima burla, cominciava a scalciare il tavolo che sosteneva la radio, ed allora all’improvvisato e finto radiocronista non restava che dileguarsi alla svelta, per evitare conseguenze ben spiacevoli.
Una goliardia “rurale”, quindi, ma non per questo meno ricca di fatti e personaggi singolari, ed anch’essa segno di quel tempo e di quella società contadina, complessa e sfaccettata, a cui ancor’oggi dobbiamo tanto.