Nel recente pezzo, pubblicato dal sottoscritto su questo blog, dal titolo “Tre Fasi”, un passaggio è stato oggetto di polemica. Il passaggio è il seguente: “E’ il momento di aprire gli occhi, vengano fuori i giovani, quelli motivati e dotati di iniziativa. Altrove ha funzionato! Il vecchio è stato oggetto di rifiuto netto e totale: donne e uomini di età raramente superiore ai quaranta hanno dato luogo ad amministrazioni slegate dal passato e da compromessi. Può funzionare anche da noi? … non saprei, ma di sicuro vale la pena tentare”. In sostanza, mi si accusava di essere stato discriminatorio nei confronti degli ultraquarantenni. Ma… già da come si legge, la formula è dubitativa, indice del fatto che anche il vostro blogger scribacchiante non ha piena certezza del successo di un’iniziativa politico/amministrativa del genere; orbene , dato che i miei scritti non hanno alcun carattere normativo, e pertanto mai e poi mai potrebbero essere discriminatori nei confronti di chicchessia, se sono stato poco chiaro cerco di spiegarmi meglio all’amico che si è sentito piccato dal passaggio in questione.
Ritengo che, dato lo stato in cui versa Pietramelara (zero servizi, economia al collasso, casta impiegatizia costosa ed autoreferenziale, territorio abbandonato a se stesso), sarebbe preferibile che, dopo tante amministrazioni legate al passato, si cominciasse a respirare un po’ di aria nuova, nuove donne, nuovi uomini e, soprattutto, nuove idee; con questo non voglio impedire niente a nessuno, per carità! Anche perché pochi decenni di vita non sempre sono sinonimi di “giovinezza mentale”: c’è chi nasce già vecchio e chi continua, invece, a conservare mentalità aperta anche a oltre ottant’anni. Chi vuole si faccia avanti e si sottoponga al giudizio dell’elettorato, indipendentemente dalle esperienze passate e dagli anni che ha vissuto.
Chi si propone alla guida della nostra comunità deve essere conscio che l’Ente ha bisogno di una rivoluzione totale, dal punto di vista gestionale, politico e finanziario. La cosa richiede tempo e passione, insieme ad attributi che, nel colorito linguaggio meridionale, vanno sotto il nome di “palle”. Se ci guardiamo un attimo indietro si vede con chiarezza che quello che è mancato da almeno due decenni è il coraggio dell’impopolarità; la scelta è stata quella di salvaguardare interessi particolari e lasciarsi vivere, tanto, per dirla con il grande Eduardo “Adda passà a nuttata”.
Le “minestre riscaldate” non dovrebbero piacere più a nessuno eppure…
Il primo obiettivo che ci si deve porre è: Pietramelara torni ad essere un paese “normale”. Il nostro Paese, dobbiamo con serenità ed onestà riconoscerlo, da tempo è uscito dal solco della normalità, dove per normalità si intende soprattutto chiarezza nei ruoli e nelle funzioni, sicurezza sociale, fiducia nell’avvenire. Il politico fa il tecnico, ed il tecnico fa il politico, il funzionario tifoso fa la campagna elettorale, questi sono indicatori di una situazione da correggere e di ruoli da ripristinare, nell’interesse di tutti.
La sicurezza manca, le nostre case continuano ad essere violate, e si verificano episodi criminosi sino a qualche mese fa del tutto inimmaginabili; i giovani, soprattutto i giovani, sono sfiduciati.
Altro che discriminazione... chiunque condivida questo appello si proponga, ormai il tempo a disposizione è veramente poco!
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
venerdì 27 maggio 2016
sabato 21 maggio 2016
RISORSE ALTROVE NON DISPONIBILI
Giovedì mattina, Reggia di Caserta, sala degli specchi, per un convegno sulle proprietà nutritive e farmaceutiche della mela annurca, giovedì pomeriggio nella nostra palestra comunale, annessa alla scuola media, relatore a nome dell’associazione “Work in progress/Pietramelara” in un evento dedicato alla “giornata della famiglia”, sulle tematiche della civiltà rurale e del territorio e sugli obiettivi dell’associazione, venerdì, infine, presente all'inaugurazione della rinata Torre Normanna di Roccaromana. Come stanno insieme cose così distanti nelle problematiche affrontate? La risposta è semplice: il mimino comune denominatore è proprio il territorio, inteso come spazio fisico ove si incontrano la storia, la civiltà, l’economia e la politica.
Mi spiego meglio, una mattinata dedicata all’annurca è stata l’occasione per apprendere lo stato della ricerca su questa peculiarità straordinaria della nostra terra, la Campania settentrionale, una volta Campania Felix; parlare, invece, a ragazzi e genitori di Pietramelara si poneva l’obiettivo di comunicare gli elementi di una civiltà rurale che in passato ci ha plasmato, nel carattere e nel lavoro, e i cui effetti non si sono ancora del tutto attenuati; il suggestivo evento di inaugurazione dell’imponente torre, da sempre sotto i nostri occhi, ai vertici della collina che sovrasta Roccaromana, è stato un momento di straordinaria coesione fra comunità. Come si può capire il nucleo dell’interesse riguarda un’insieme di particolari ed elementi che si riferiscono imprescindibilmente alla nostra identità; si tratta in sostanza di tre momenti vicini si nel tempo ma, anche e soprattutto, dotati di una loro spinta coerenza interna. Essere stato presente ad ognuno di essi ha comportato il rafforzamento nel vostro blogger scribacchiante di una consapevolezza: sentirsi sempre di più cittadino di questo mondo un po’ defilato, scarso di infrastrutture e servizi, nel quale chi vi abita è costretto per lavorare ad emigrare altrove o, nella migliore delle ipotesi, a fare il pendolare. Ma, ne sono convinto, un mondo per il quale è ancora possibile fare qualcosa, prima del suo definitivo tramonto.
Autorevoli economisti sostengono che il persistere di un’economia debole nel meridione d’Italia sia dovuto in massima parte all’errore commesso della classe dirigente di aver preferito puntare in passato ad un “economia mobile” i cui i beni si possono produrre ovunque (a costi più ridotti) senza che le caratteristiche del prodotto ne risentano (industria automobilistica, degli elettrodomestici, industria chimica). A tale tipo di economia mobile si contrappone un’economia del territorio, che valorizza risorse altrove non disponibili: paesaggio, ambiente, monumenti, eccellenze agroalimentari. I beni e i servizi che ne derivano possono essere solo goffamente imitati, ma mai, in alcun modo, riprodotti altrove.
Le Fiat Panda prodotte in Polonia o in Brasile, ad esempio, sono in tutto e per tutto identiche a quelle prodotte a Pomigliano d’Arco o a Cassino, ma sicuramente costano di meno a chi le produce, inducendolo nella costante tentazione di chiudere gli impianti più costosi, con i disastrosi cali occupazionali a cui assistiamo quotidianamente. Provate invece a produrre mele annurche, mozzarella di bufala, o aglianico in un altro territorio diverso da quello di origine: collezionerete di sicuro insuccessi! Ed è facile comprenderne il motivo.
La Torre Normanna, appena rifunzionalizzata e recuperata ha sfidato i secoli, ed ad onta di cataclismi e terremoti rimarrà ancora li per tanto tempo, a disposizione del turista o di chiunque altro ne voglia fruire.
Ecco allora che la premessa di questo pezzo: sostanziale omogeneità fra i tre eventi che mi hanno visto presente, si inserisce in un quadro di progettualità politica per il futuro, che fa, ad esempio, degli amministratori di Roccaromana o degli associati a Work in progress – Pietramelara degli innovatori, persone in grado di vedere ben aldilà della punta del proprio naso. Per la sopravvivenza dei nostri territori e delle comunità che vi abitano è indispensabile tale approccio.
Mi spiego meglio, una mattinata dedicata all’annurca è stata l’occasione per apprendere lo stato della ricerca su questa peculiarità straordinaria della nostra terra, la Campania settentrionale, una volta Campania Felix; parlare, invece, a ragazzi e genitori di Pietramelara si poneva l’obiettivo di comunicare gli elementi di una civiltà rurale che in passato ci ha plasmato, nel carattere e nel lavoro, e i cui effetti non si sono ancora del tutto attenuati; il suggestivo evento di inaugurazione dell’imponente torre, da sempre sotto i nostri occhi, ai vertici della collina che sovrasta Roccaromana, è stato un momento di straordinaria coesione fra comunità. Come si può capire il nucleo dell’interesse riguarda un’insieme di particolari ed elementi che si riferiscono imprescindibilmente alla nostra identità; si tratta in sostanza di tre momenti vicini si nel tempo ma, anche e soprattutto, dotati di una loro spinta coerenza interna. Essere stato presente ad ognuno di essi ha comportato il rafforzamento nel vostro blogger scribacchiante di una consapevolezza: sentirsi sempre di più cittadino di questo mondo un po’ defilato, scarso di infrastrutture e servizi, nel quale chi vi abita è costretto per lavorare ad emigrare altrove o, nella migliore delle ipotesi, a fare il pendolare. Ma, ne sono convinto, un mondo per il quale è ancora possibile fare qualcosa, prima del suo definitivo tramonto.
Autorevoli economisti sostengono che il persistere di un’economia debole nel meridione d’Italia sia dovuto in massima parte all’errore commesso della classe dirigente di aver preferito puntare in passato ad un “economia mobile” i cui i beni si possono produrre ovunque (a costi più ridotti) senza che le caratteristiche del prodotto ne risentano (industria automobilistica, degli elettrodomestici, industria chimica). A tale tipo di economia mobile si contrappone un’economia del territorio, che valorizza risorse altrove non disponibili: paesaggio, ambiente, monumenti, eccellenze agroalimentari. I beni e i servizi che ne derivano possono essere solo goffamente imitati, ma mai, in alcun modo, riprodotti altrove.
Le Fiat Panda prodotte in Polonia o in Brasile, ad esempio, sono in tutto e per tutto identiche a quelle prodotte a Pomigliano d’Arco o a Cassino, ma sicuramente costano di meno a chi le produce, inducendolo nella costante tentazione di chiudere gli impianti più costosi, con i disastrosi cali occupazionali a cui assistiamo quotidianamente. Provate invece a produrre mele annurche, mozzarella di bufala, o aglianico in un altro territorio diverso da quello di origine: collezionerete di sicuro insuccessi! Ed è facile comprenderne il motivo.
La Torre Normanna, appena rifunzionalizzata e recuperata ha sfidato i secoli, ed ad onta di cataclismi e terremoti rimarrà ancora li per tanto tempo, a disposizione del turista o di chiunque altro ne voglia fruire.
Ecco allora che la premessa di questo pezzo: sostanziale omogeneità fra i tre eventi che mi hanno visto presente, si inserisce in un quadro di progettualità politica per il futuro, che fa, ad esempio, degli amministratori di Roccaromana o degli associati a Work in progress – Pietramelara degli innovatori, persone in grado di vedere ben aldilà della punta del proprio naso. Per la sopravvivenza dei nostri territori e delle comunità che vi abitano è indispensabile tale approccio.
venerdì 22 aprile 2016
A PALLA E ZAZZA'
Si trattava di un rudimentale giocattolo in voga nella mia (…sigh) lontana infanzia, chiamato “a pall’ e zazzà”, si vendeva nelle feste di paese ed era molto semplice: una piccola pallina di pezza legata ad un sottile elastico lungo un metro circa, costava cinquanta o cento lire (due/cinque centesimi di euro), non di più. Come si vede dall’immagine di copertina, il divertimento consisteva nel scagliare la palla e recuperarla nel palmo della mano, dopo che l’elastico teso si ritirava e riscagliarla, e così via per un numero indefinito di volte e con frequenza crescente. Chi sarà stato poi questo zazzà non è dato saperlo, ma forse è solo un’onomatopea derivante dal suono prodotto dalla pallina nell’incessante vai e vieni.
Il nostro linguaggio rurale, a volte spietato e colorito, si è impadronito di questa pallina che va e viene dalla nostra mano, e così “a pall’ e zazzà” è divenuta la metafora di cose e persone costrette a fare avanti e indietro da un luogo all’altro, per un numero indefinito di volte. Di fronte a tale comportamento, ancora qualcuno, evidentemente legato al nostro antico modo di dire, esclama ancora “m’ pari a pall’ e zazzà” (trad.: sembri la palla di zazzà) oppure “e’ fattu a fin’ r’ a pall’ e zazzà” (trad.: hai fatto la fine della palla di zazzà, ndr).
Prendete me, ad esempio: ieri mattina a Caserta, poi a Napoli per risolvere problemi di lavoro e, una volta individuata la soluzione, di nuovo a Caserta per applicarla nella realtà: tipico comportamento che ricorda da vicino la nostra pallina. Mi è venuto di istinto, parlando con una collega, che chiedeva di tale mio andirivieni: “aggiu fatt’ a fine r’ a pall’ e zazzà”, le ho risposto; meravigliata e divertita mi ha chiesto di cosa si trattasse, ed io allora ho dovuto spiegarle tutto quanto ho descritto a voi quattro lettori, nella premessa.
Ma non crediate che il mio sia un caso isolato o singolare: tutt’altro! Quante altre volte è capitato a me stesso, e a tanti altri ancora. I casi e le circostanze della vita a volte ci costringono ad affrontare problemi “a pezzi”, quasi come si fa componendo un mosaico: ed allora un pezzo qua, l’altro la, e un altro ancora nel posto dove eravamo stati prima. Questo pendolare da un luogo all’altro alla ricerca di beni, condizioni di vita, idee o altro ha fatto di noi un insieme di uomini e donne sempre più dominati dallo stress quotidiano, anche perché non è tanto l’andirivieni ad affaticare, ma soprattutto il contesto: mezzi pubblici che non passano, traffico urbano, tempo meteo avverso, appuntamenti mancati e quant’altro. L’immagine plastica e suggestiva della pallina che si allontana e che, inevitabilmente richiamata dall’elastico teso, si riavvicina è quella che rende più da vicino l’immagine di noialtri.
Il nostro linguaggio rurale, a volte spietato e colorito, si è impadronito di questa pallina che va e viene dalla nostra mano, e così “a pall’ e zazzà” è divenuta la metafora di cose e persone costrette a fare avanti e indietro da un luogo all’altro, per un numero indefinito di volte. Di fronte a tale comportamento, ancora qualcuno, evidentemente legato al nostro antico modo di dire, esclama ancora “m’ pari a pall’ e zazzà” (trad.: sembri la palla di zazzà) oppure “e’ fattu a fin’ r’ a pall’ e zazzà” (trad.: hai fatto la fine della palla di zazzà, ndr).
Prendete me, ad esempio: ieri mattina a Caserta, poi a Napoli per risolvere problemi di lavoro e, una volta individuata la soluzione, di nuovo a Caserta per applicarla nella realtà: tipico comportamento che ricorda da vicino la nostra pallina. Mi è venuto di istinto, parlando con una collega, che chiedeva di tale mio andirivieni: “aggiu fatt’ a fine r’ a pall’ e zazzà”, le ho risposto; meravigliata e divertita mi ha chiesto di cosa si trattasse, ed io allora ho dovuto spiegarle tutto quanto ho descritto a voi quattro lettori, nella premessa.
Ma non crediate che il mio sia un caso isolato o singolare: tutt’altro! Quante altre volte è capitato a me stesso, e a tanti altri ancora. I casi e le circostanze della vita a volte ci costringono ad affrontare problemi “a pezzi”, quasi come si fa componendo un mosaico: ed allora un pezzo qua, l’altro la, e un altro ancora nel posto dove eravamo stati prima. Questo pendolare da un luogo all’altro alla ricerca di beni, condizioni di vita, idee o altro ha fatto di noi un insieme di uomini e donne sempre più dominati dallo stress quotidiano, anche perché non è tanto l’andirivieni ad affaticare, ma soprattutto il contesto: mezzi pubblici che non passano, traffico urbano, tempo meteo avverso, appuntamenti mancati e quant’altro. L’immagine plastica e suggestiva della pallina che si allontana e che, inevitabilmente richiamata dall’elastico teso, si riavvicina è quella che rende più da vicino l’immagine di noialtri.
venerdì 1 aprile 2016
TRE FASI
La storia del mio “fare per Pietramelara” può essere delineata in tre fasi: la prima fu quella della partecipazione, la seconda è stata di impegno diretto, la terza, infine, quella che sto vivendo, la definirei dell’osservazione.
La partecipazione appartiene alla giovinezza, vissuta fra questo tranquillo paese e una facoltà universitaria ribollente di fermenti politico/sociali. Erano i cosiddetti “anni di piombo”: la lotta armata, il caso Moro e gli altri attentati, i collettivi ove si contestava di tutto. Scelta difficile quella del “non comunista”: non era di moda esserlo e, se ti “andava bene” venivi additato per fascista o bigotto/baciapile.
A fare da contraltare a tutto ciò la vita tranquilla di Pietramelara: tre o quattro sezioni di partito, partecipazione attiva della popolazione alle scelte determinanti, una fase di progresso politico/sociale, culturale ed economico mai vista ne prima, ne dopo (purtroppo). Chiunque, compreso il sottoscritto, sentiva il diritto/dovere di partecipare, dire la sua, offrire un contributo. Ho militato allora (con orgoglio) in un grande partito: la Democrazia Cristiana, Diccì nell’acronimo più frequente. La sezione veniva vissuta come luogo di incontro, di contatto e di crescita. Certo, si trattava soprattutto di ascoltare uomini dotati di esperienze vastissime che andavano dal dopoguerra ad allora, e alla mia età poco o nulla si poteva incidere, ma devo dire che a me è servito molto anche quello.
Gli anni della maturità mi hanno consegnato alla seconda fase, quella del mio impegno diretto: il crollo del comunismo, lo stravolgimento politico determinato da “tangentopoli”, la caduta delle torri gemelle, la fine di un millennio e l’inizio del successivo, questo il contesto. Iniziò allora l’ inesorabile declino di Pietramelara sia in termini assoluti (occupazione, crisi demografica ed ambientale) che relativi (rispetto ai comuni confinanti) . La reazione ad un malcontento serpeggiante ma mai espresso dall’elettorato, si tradusse per me in impegno sempre più forte e tangibile, che culminò nella conquista di un seggio in consiglio comunale, tra i banchi dell’opposizione. Periodo di grandi battaglie, in cui non sono mancate le soddisfazioni, ma anche interrogazioni troppe volte senza risposta, accessi agli atti negati o lacunosi, boicottaggio del dibattito sereno e democratico, nascondendosi dietro la forza dei numeri. Non so se sia stato molto o poco , ma tant’è quanto ho saputo e potuto dare.
Nella considerazione che un seguito a tale percorso, così lungo ed articolato, sia di fatto precluso, e che (a mio parere) troppe volte le scelte dell’elettorato non sono condivisibili, eccomi passato alla terza fase, quella dell’osservazione. Attenzione però! … sbaglia chi crede che questa sia la fase del guardare e stare zitto, oppure del cercare di metabolizzare in silenzio tutte le eventuali negatività che ci riserva il futuro di un paese che ho amato ed amo. Tutt’altro: forte della visibilità che mi conferisce questo blog scribacchiato, come vedete sottolineo e sottolineerò con energia ogni scelta che mi lascia perplesso, dovunque provenga. Già da tempo giungono notizie poco rassicuranti: trame tessute nell’ombra vedrebbero la formazione di una coalizione che definire consociativa è il massimo della benevolenza. Autori nel passato di nefandezze di ogni genere starebbero per riaffacciarsi sulla scena, al limite presentandosi nel ruolo del “poco entusiasta” che, per spirito di responsabilità, accetta di sacrificarsi per il bene supremo di un paese ormai allo sbando. E’ il momento di aprire gli occhi, vengano fuori i giovani, quelli motivati e dotati di iniziativa. Altrove ha funzionato! Il vecchio è stato oggetto di rifiuto netto e totale, donne e uomini di età raramente superiore ai quaranta hanno dato luogo ad amministrazioni slegate dal passato e da compromessi. Può funzionare anche da noi? … non saprei, ma di sicuro vale la pena tentare.
FRANCESCO
La partecipazione appartiene alla giovinezza, vissuta fra questo tranquillo paese e una facoltà universitaria ribollente di fermenti politico/sociali. Erano i cosiddetti “anni di piombo”: la lotta armata, il caso Moro e gli altri attentati, i collettivi ove si contestava di tutto. Scelta difficile quella del “non comunista”: non era di moda esserlo e, se ti “andava bene” venivi additato per fascista o bigotto/baciapile.
A fare da contraltare a tutto ciò la vita tranquilla di Pietramelara: tre o quattro sezioni di partito, partecipazione attiva della popolazione alle scelte determinanti, una fase di progresso politico/sociale, culturale ed economico mai vista ne prima, ne dopo (purtroppo). Chiunque, compreso il sottoscritto, sentiva il diritto/dovere di partecipare, dire la sua, offrire un contributo. Ho militato allora (con orgoglio) in un grande partito: la Democrazia Cristiana, Diccì nell’acronimo più frequente. La sezione veniva vissuta come luogo di incontro, di contatto e di crescita. Certo, si trattava soprattutto di ascoltare uomini dotati di esperienze vastissime che andavano dal dopoguerra ad allora, e alla mia età poco o nulla si poteva incidere, ma devo dire che a me è servito molto anche quello.
Gli anni della maturità mi hanno consegnato alla seconda fase, quella del mio impegno diretto: il crollo del comunismo, lo stravolgimento politico determinato da “tangentopoli”, la caduta delle torri gemelle, la fine di un millennio e l’inizio del successivo, questo il contesto. Iniziò allora l’ inesorabile declino di Pietramelara sia in termini assoluti (occupazione, crisi demografica ed ambientale) che relativi (rispetto ai comuni confinanti) . La reazione ad un malcontento serpeggiante ma mai espresso dall’elettorato, si tradusse per me in impegno sempre più forte e tangibile, che culminò nella conquista di un seggio in consiglio comunale, tra i banchi dell’opposizione. Periodo di grandi battaglie, in cui non sono mancate le soddisfazioni, ma anche interrogazioni troppe volte senza risposta, accessi agli atti negati o lacunosi, boicottaggio del dibattito sereno e democratico, nascondendosi dietro la forza dei numeri. Non so se sia stato molto o poco , ma tant’è quanto ho saputo e potuto dare.
Nella considerazione che un seguito a tale percorso, così lungo ed articolato, sia di fatto precluso, e che (a mio parere) troppe volte le scelte dell’elettorato non sono condivisibili, eccomi passato alla terza fase, quella dell’osservazione. Attenzione però! … sbaglia chi crede che questa sia la fase del guardare e stare zitto, oppure del cercare di metabolizzare in silenzio tutte le eventuali negatività che ci riserva il futuro di un paese che ho amato ed amo. Tutt’altro: forte della visibilità che mi conferisce questo blog scribacchiato, come vedete sottolineo e sottolineerò con energia ogni scelta che mi lascia perplesso, dovunque provenga. Già da tempo giungono notizie poco rassicuranti: trame tessute nell’ombra vedrebbero la formazione di una coalizione che definire consociativa è il massimo della benevolenza. Autori nel passato di nefandezze di ogni genere starebbero per riaffacciarsi sulla scena, al limite presentandosi nel ruolo del “poco entusiasta” che, per spirito di responsabilità, accetta di sacrificarsi per il bene supremo di un paese ormai allo sbando. E’ il momento di aprire gli occhi, vengano fuori i giovani, quelli motivati e dotati di iniziativa. Altrove ha funzionato! Il vecchio è stato oggetto di rifiuto netto e totale, donne e uomini di età raramente superiore ai quaranta hanno dato luogo ad amministrazioni slegate dal passato e da compromessi. Può funzionare anche da noi? … non saprei, ma di sicuro vale la pena tentare.
FRANCESCO
mercoledì 16 marzo 2016
I "COMANDALENTI" DELLA VITA
Ideata da L'Arte del Vivere con Lentezza Onlus nel 2007, ricorre oggi,16 Marzo, la Giornata Mondiale della Lentezza, si tratta di una campagna di comunicazione sociale che propone un'architettura di vita più rispettosa e solidale. Mettere via la fretta e lo stress, per riassaporare il vero gusto della vita, con calma: è questo l’obiettivo che si prefigge tale evento, celebrato in Italia e nel mondo.
L’Associazione Vivere con lentezza ha formulato anche i suoi “comandalenti” e chi li Legge potrà capire anche che molti cosiddetti impegni o abitudini possono essere abbandonate in virtù di una migliore qualità della vita. Leggiamoli insieme:
1) Svegliarsi 5 minuti prima del solito per farsi la barba, truccarsi o far colazione senza fretta e con un pizzico di allegria.
2)In coda nel traffico o alla cassa di un supermercato, evitare di arrabbiarsi e usare questo tempo per programmare mentalmente la serata o per scambiare due chiacchiere con il vicino di carrello.
3) Entrando in un bar per un caffè ricordarsi di salutare il barista, gustare il caffè e risalutare barista e cassiera al momento dell’uscita
4) Scrivere sms senza simboli o abbreviazioni, magari iniziando con caro o cara…
5) Quando è possibile, evitare di fare due cose contemporaneamente come telefonare e scrivere al computer
6) Evitare di iscriversi ad una scuola o una palestra dall’altra parte della città.
7) Non riempire l’agenda della giornata di appuntamenti, anche se piacevoli, imparare a dire qualche no e ad avere dei momenti di vuoto.
8 Non correre per forza a fare la spesa, senz’altro la dispensa di casa consentirà di cucinare una buona cenetta dal primo al dolce.
9) Anche se potrebbe costare un po’ di più, ogni tanto concedersi una visitina al negozio sottocasa, si risparmia in tempo e in stress
10) Fare una camminata, soli o in compagnia, invece di incolonnarsi in auto per raggiungere la solita trattoria fuori porta.
11) La sera leggere i giornali e non continuare a fare zapping davanti alla tv.
12) Evitare qualche viaggio nei week-end o durante i lunghi ponti, e gustarsi la città, qualunque essa sia.
13) Con 15 giorni di ferie, dedicarne 10 alle vacanze e utilizzare i rimanenti come decompressione pre o post-vacanza.
14) Smettere di continuare a ripetere:”non ho tempo”. Il continuare a farlo non farà certo sembrare più importanti.
Presa come una stravaganza ai suoi inizi, la lentezza, il rallentare, si afferma come un bisogno, sentito da tanti, un momento per alzare lo sguardo e capire da che parte andare.
La lentezza è una costruzione quotidiana. Chi la abbraccia la dovrebbe estendere a tutti gli aspetti della vita, non basta non inquinare girando in bici, se poi siamo pronti all’insulto con tutti quelli che incrociamo, non è sufficiente essere vegani, se siamo assenti nell’educazione dei nostri figli. Così per la Giornata (in un centinaio di eventi) ognuno si da da fare nel proprio paesino, nella propria azienda, nelle grandi città, nelle scuole, per conquistare il diritto a vivere in modo più umano il proprio tempo. Non siamo nati solo per svilupparci, ma per essere felici, e se esauriamo il nostro tempo lavorando e lavorando, con la scusa che dobbiamo farlo per il domani dei nostri figli, non saremo felici e perderemo il loro amore.
Un modo per ripensare la nostra vita, quindi, positivo e assolutamente non lesivo di chicchessia, un’inversione di tendenza che se adottata sarà in grado sicuramente di migliorare la qualità delle nostre vite frettolose.
L’Associazione Vivere con lentezza ha formulato anche i suoi “comandalenti” e chi li Legge potrà capire anche che molti cosiddetti impegni o abitudini possono essere abbandonate in virtù di una migliore qualità della vita. Leggiamoli insieme:
1) Svegliarsi 5 minuti prima del solito per farsi la barba, truccarsi o far colazione senza fretta e con un pizzico di allegria.
2)In coda nel traffico o alla cassa di un supermercato, evitare di arrabbiarsi e usare questo tempo per programmare mentalmente la serata o per scambiare due chiacchiere con il vicino di carrello.
3) Entrando in un bar per un caffè ricordarsi di salutare il barista, gustare il caffè e risalutare barista e cassiera al momento dell’uscita
4) Scrivere sms senza simboli o abbreviazioni, magari iniziando con caro o cara…
5) Quando è possibile, evitare di fare due cose contemporaneamente come telefonare e scrivere al computer
6) Evitare di iscriversi ad una scuola o una palestra dall’altra parte della città.
7) Non riempire l’agenda della giornata di appuntamenti, anche se piacevoli, imparare a dire qualche no e ad avere dei momenti di vuoto.
8 Non correre per forza a fare la spesa, senz’altro la dispensa di casa consentirà di cucinare una buona cenetta dal primo al dolce.
9) Anche se potrebbe costare un po’ di più, ogni tanto concedersi una visitina al negozio sottocasa, si risparmia in tempo e in stress
10) Fare una camminata, soli o in compagnia, invece di incolonnarsi in auto per raggiungere la solita trattoria fuori porta.
11) La sera leggere i giornali e non continuare a fare zapping davanti alla tv.
12) Evitare qualche viaggio nei week-end o durante i lunghi ponti, e gustarsi la città, qualunque essa sia.
13) Con 15 giorni di ferie, dedicarne 10 alle vacanze e utilizzare i rimanenti come decompressione pre o post-vacanza.
14) Smettere di continuare a ripetere:”non ho tempo”. Il continuare a farlo non farà certo sembrare più importanti.
Presa come una stravaganza ai suoi inizi, la lentezza, il rallentare, si afferma come un bisogno, sentito da tanti, un momento per alzare lo sguardo e capire da che parte andare.
La lentezza è una costruzione quotidiana. Chi la abbraccia la dovrebbe estendere a tutti gli aspetti della vita, non basta non inquinare girando in bici, se poi siamo pronti all’insulto con tutti quelli che incrociamo, non è sufficiente essere vegani, se siamo assenti nell’educazione dei nostri figli. Così per la Giornata (in un centinaio di eventi) ognuno si da da fare nel proprio paesino, nella propria azienda, nelle grandi città, nelle scuole, per conquistare il diritto a vivere in modo più umano il proprio tempo. Non siamo nati solo per svilupparci, ma per essere felici, e se esauriamo il nostro tempo lavorando e lavorando, con la scusa che dobbiamo farlo per il domani dei nostri figli, non saremo felici e perderemo il loro amore.
Un modo per ripensare la nostra vita, quindi, positivo e assolutamente non lesivo di chicchessia, un’inversione di tendenza che se adottata sarà in grado sicuramente di migliorare la qualità delle nostre vite frettolose.
sabato 12 marzo 2016
...E FATTELLA 'NA RISATA
Leggo da un web giornale che Tess Christian, una signora londinese di 50 anni, non sorride da quando era adolescente, che (secondo lei) questo è stato ed è il suo trattamento di bellezza naturale, e che tale singolare comportamento le ha permesso di non avere rughe sul viso. I medici, da parte loro, non smentiscono gli effetti benefici di questo suo bizzarro rimedio. La “nostra eroina” ha 50 anni e negli ultimi 40 anni non ha mai sorriso. Il motivo? Ha voluto mantenere il suo aspetto giovanile e, non ridendo, ha fatto sì che non si formassero le rughe sul viso. Tess non ha mai fatto uno strappo alla regola, in tutte le foto con i suoi amici non accenna neppure un sorriso, anche quando tutti intorno a lei sono divertiti e gioviali. Neppure alla nascita della figlia si è lasciata sfuggire un’espressione felice.
Leggere tale notizia lascia perplessi se non sbigottiti e la considerazione più immediata in merito, il vostro blogger scribacchiante l’ha ripresa dall’usuale modo di concludere gli sketch di un gruppo napoletano, famoso negli anni 80: “Sarà… ma a mmè me pare proprie na strunzata”. Questa Tess si sarà pure conservata giovanile nell’aspetto, ma innanzitutto ci ha rimesso in quanto a reputazione: agli occhi di chi ha vissuto nel suo contesto sicuramente non apparirà ne simpatica ne apprezzata.
Se si considerano, inoltre, gli aspetti legati alla salute, e lo dice la scienza medica, ridere porta innumerevoli benefici, sia dal punto di vista fisico che psichico. Il sorriso migliora, quindi, la salute ma rende anche più belli. Le persone sorridenti sono sempre più belle.
Il famosissimo attore e regista italiano Roberto Benigni ebbe a dire al proposito: “Quando si ride ci si lascia andare, si è nudi, ci si scopre. Quando uno ride, vedi un po' la sua anima. E poi quando si ride ci si muove, ci si scuote. Ci si scuote come un albero e si lascia per terra le cose che gli altri possono vedere e magari cogliere. Gli avari e coloro che non hanno niente da offrire, infatti, non ridono”. Una valenza, quella del ridere, riconosciuta ad ogni livello, quindi. Ridere è vita, apprezzamento di se stessi e della realtà circostante, indice di benessere, espressione di serenità d’animo e tanto altro. Ridono poco o per niente i musoni, i sussiegosi, coloro che vogliono conferirsi un’ immagine seriosa e/o pseudo-intellettuale. Ritengo che il famoso detto latino “Risus abundat in ore stultorum” (il riso è frequente sulla bocca degli stolti) sia una delle principali scemenze dell’età classica.
Ma poi, chiedo a voi: veramente vale la pena di sacrificare e mortificare i pochi attimi di ilarità che la vita e la sorte ci riservano in nome del volersi conservare senza rughe sul viso e giovanili nell’aspetto? Credo proprio di no, le rughe prima o poi verranno lo stesso e per contrastarle si saranno perse innumerevoli occasioni di felicità . E’ vero quello di Tess è un caso limite, ma la società dell’immagine in cui viviamo , che sacrifica l’etica all’estetica, a volte porta a privarci anche di quei piaceri elementari, che a noi fanno tanto bene senza nuocere a nessun altro, come quello del ridere. Ed allora: “Tess…e fattella na risata”.
Leggere tale notizia lascia perplessi se non sbigottiti e la considerazione più immediata in merito, il vostro blogger scribacchiante l’ha ripresa dall’usuale modo di concludere gli sketch di un gruppo napoletano, famoso negli anni 80: “Sarà… ma a mmè me pare proprie na strunzata”. Questa Tess si sarà pure conservata giovanile nell’aspetto, ma innanzitutto ci ha rimesso in quanto a reputazione: agli occhi di chi ha vissuto nel suo contesto sicuramente non apparirà ne simpatica ne apprezzata.
Se si considerano, inoltre, gli aspetti legati alla salute, e lo dice la scienza medica, ridere porta innumerevoli benefici, sia dal punto di vista fisico che psichico. Il sorriso migliora, quindi, la salute ma rende anche più belli. Le persone sorridenti sono sempre più belle.
Il famosissimo attore e regista italiano Roberto Benigni ebbe a dire al proposito: “Quando si ride ci si lascia andare, si è nudi, ci si scopre. Quando uno ride, vedi un po' la sua anima. E poi quando si ride ci si muove, ci si scuote. Ci si scuote come un albero e si lascia per terra le cose che gli altri possono vedere e magari cogliere. Gli avari e coloro che non hanno niente da offrire, infatti, non ridono”. Una valenza, quella del ridere, riconosciuta ad ogni livello, quindi. Ridere è vita, apprezzamento di se stessi e della realtà circostante, indice di benessere, espressione di serenità d’animo e tanto altro. Ridono poco o per niente i musoni, i sussiegosi, coloro che vogliono conferirsi un’ immagine seriosa e/o pseudo-intellettuale. Ritengo che il famoso detto latino “Risus abundat in ore stultorum” (il riso è frequente sulla bocca degli stolti) sia una delle principali scemenze dell’età classica.
Ma poi, chiedo a voi: veramente vale la pena di sacrificare e mortificare i pochi attimi di ilarità che la vita e la sorte ci riservano in nome del volersi conservare senza rughe sul viso e giovanili nell’aspetto? Credo proprio di no, le rughe prima o poi verranno lo stesso e per contrastarle si saranno perse innumerevoli occasioni di felicità . E’ vero quello di Tess è un caso limite, ma la società dell’immagine in cui viviamo , che sacrifica l’etica all’estetica, a volte porta a privarci anche di quei piaceri elementari, che a noi fanno tanto bene senza nuocere a nessun altro, come quello del ridere. Ed allora: “Tess…e fattella na risata”.
mercoledì 9 marzo 2016
PIETRAMELARA: UNA MALATTIA ASINTOMATICA
E’ una realtà con la quale fare i conti: anche comuni che nell’immediato passato hanno costituito realtà importanti, con premesse di sviluppo economico notevole legato al territorio, e che hanno dato i natali a uomini illustri, come ad esempio la vicina Roccamonfina, oggi soggiacciono ad uno spopolamento che si fa sempre più problematico. E’ il destino dei nostri paesi: occasioni di lavoro sempre più labili, il richiamo sui giovani esercitato da realtà più allettanti (o presunte tali), la popolazione che in tal modo invecchia sempre di più e si assottiglia nel numero.
Al confronto come si comporta la nostra Pietramelara? Bisogna dire che la popolazione almeno tiene, anche se non cresce sensibilmente, e questo da almeno un cinquantennio ad oggi. Siamo in controtendenza, allora? la cosa ci può confortare? Direi di no… quella di Pietramelara è una malattia senza sintomi, ma non per questo meno grave!
La tenuta del numero di abitanti è infatti legata a due fattori: notevole apporto proveniente da paesi esteri, Romania in primo luogo, e in minor misura da qualche famiglia proveniente dall’hinterland napoletano che si è stabilita presso di noi integrandosi, solo in qualche caso nel tessuto sociale in modo lodevole e degno di nota. I primi vivono di lavori umili, i secondi in genere di “terziario”.
Ciò premesso, faccio osservare ai miei cari “quattro lettori” che, se una famiglia rumena è stata costretta dalla sorte ad intraprendere l’avventura italiana, difficilmente si sentirà legata al posto ove ha trovato accoglienza e un luogo di lavoro; si vede con chiarezza che le comunità che si sono formate hanno stabilito relazioni quasi esclusivamente al loro interno, senza “gettare ponti” con il resto di Pietramelara. Ciò comporta una “residenzialità di passaggio”, e noi, che siamo stati emigranti nel passato, sappiamo bene che il primo desiderio di chi emigra è quello di ritornare ai luoghi d’origine.
Che dire invece, delle famiglie di “pietramelaresi partenopei”? Si tratta per lo più di impiegati e professionisti, ed il loro legame con il terziario, come si diceva sopra, induce uomini e donne in età attiva ad una pendolarità verso Caserta, Napoli o altri luoghi ove svolgere i loro incarichi. Ne deriva che alcune di queste famiglie, anche se presenti in paese da più di un decennio sono sconosciute ai più. I loro figli - è vero- frequentano le nostre scuole e i nostri locali di ritrovo, ma il loro apporto in senso di “cittadinanza attiva” è quanto mai limitato.
In tale scenario si inserisce la crisi economica che da noi si è fatta e si fa sentire. L’edilizia, insieme alle attività artigianali ad essa legate (falegnami, idraulici, imbianchini ecc.), langue. L’agricoltura anche se vitale non esercita alcun fascino tra i giovani e, d’altronde, non consente grandi occasioni occupazionali. Il commercio sconta una fase “nera” senza precedenti fatta di scelte politico amministrative folli e di scarso interesse per i negozi locali: per ogni nuova attività che apre almeno due chiudono i battenti.
La risultante dei fenomeni descritti, in estrema sintesi, è un paese già alle sette di sera deserto da far paura, almeno alla pari (se non peggio) di un altro comune dei dintorni meno fortunato del nostro dal punto di vista demografico e nel quale la popolazione continua a scendere in modo vertiginoso. La sicurezza sociale di Pietramelara ne soffre in modo evidente: un paese abbandonato a se stesso è vittima di furti, spaccio e degrado da ogni altro punto di vista.
Le elezioni amministrative sono alle porte e gli uomini, le donne, i gruppi che nella prossima primavera si proporranno alla guida di Pietramelara avranno come primo dovere il conoscere, affrontare e, se ci riescono, risolvere tale stato di fatto.
Al confronto come si comporta la nostra Pietramelara? Bisogna dire che la popolazione almeno tiene, anche se non cresce sensibilmente, e questo da almeno un cinquantennio ad oggi. Siamo in controtendenza, allora? la cosa ci può confortare? Direi di no… quella di Pietramelara è una malattia senza sintomi, ma non per questo meno grave!
La tenuta del numero di abitanti è infatti legata a due fattori: notevole apporto proveniente da paesi esteri, Romania in primo luogo, e in minor misura da qualche famiglia proveniente dall’hinterland napoletano che si è stabilita presso di noi integrandosi, solo in qualche caso nel tessuto sociale in modo lodevole e degno di nota. I primi vivono di lavori umili, i secondi in genere di “terziario”.
Ciò premesso, faccio osservare ai miei cari “quattro lettori” che, se una famiglia rumena è stata costretta dalla sorte ad intraprendere l’avventura italiana, difficilmente si sentirà legata al posto ove ha trovato accoglienza e un luogo di lavoro; si vede con chiarezza che le comunità che si sono formate hanno stabilito relazioni quasi esclusivamente al loro interno, senza “gettare ponti” con il resto di Pietramelara. Ciò comporta una “residenzialità di passaggio”, e noi, che siamo stati emigranti nel passato, sappiamo bene che il primo desiderio di chi emigra è quello di ritornare ai luoghi d’origine.
Che dire invece, delle famiglie di “pietramelaresi partenopei”? Si tratta per lo più di impiegati e professionisti, ed il loro legame con il terziario, come si diceva sopra, induce uomini e donne in età attiva ad una pendolarità verso Caserta, Napoli o altri luoghi ove svolgere i loro incarichi. Ne deriva che alcune di queste famiglie, anche se presenti in paese da più di un decennio sono sconosciute ai più. I loro figli - è vero- frequentano le nostre scuole e i nostri locali di ritrovo, ma il loro apporto in senso di “cittadinanza attiva” è quanto mai limitato.
In tale scenario si inserisce la crisi economica che da noi si è fatta e si fa sentire. L’edilizia, insieme alle attività artigianali ad essa legate (falegnami, idraulici, imbianchini ecc.), langue. L’agricoltura anche se vitale non esercita alcun fascino tra i giovani e, d’altronde, non consente grandi occasioni occupazionali. Il commercio sconta una fase “nera” senza precedenti fatta di scelte politico amministrative folli e di scarso interesse per i negozi locali: per ogni nuova attività che apre almeno due chiudono i battenti.
La risultante dei fenomeni descritti, in estrema sintesi, è un paese già alle sette di sera deserto da far paura, almeno alla pari (se non peggio) di un altro comune dei dintorni meno fortunato del nostro dal punto di vista demografico e nel quale la popolazione continua a scendere in modo vertiginoso. La sicurezza sociale di Pietramelara ne soffre in modo evidente: un paese abbandonato a se stesso è vittima di furti, spaccio e degrado da ogni altro punto di vista.
Le elezioni amministrative sono alle porte e gli uomini, le donne, i gruppi che nella prossima primavera si proporranno alla guida di Pietramelara avranno come primo dovere il conoscere, affrontare e, se ci riescono, risolvere tale stato di fatto.
Iscriviti a:
Post (Atom)



