Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

sabato 29 agosto 2015

RIFLESSIONE DI FINE AGOSTO

Agosto ci lascia portando con se un bagaglio di vacanze appena accennate per alcuni, vissute pienamente per altri, feste ed eventi, polemiche relative, giorni caldi e assolati, qualche acquazzone scrosciante. Momenti di vivo interesse per i pezzi che ho postato su “scribacchiando”: alcuni scritti di recente, altri un po’ datati. La fine di agosto coincide con la fine di un ciclo, quello primaverile/estivo; e ritengo che si imponga un momento di analisi e riflessione.
L’onda lunga dei pezzi riproposti si fa sentire con apprezzamenti, specie per quelli che riguardano la “memoria collettiva”, il portato della civiltà di un popolo,quello pietramelarese che tiene molto ad esso; ciò che, invece, ho scritto in relazione all’attualità, ai fatti e ai personaggi della Pietramelara che viviamo, giorno per giorno, ha destato un interesse ancora più forte con picchi di accesso al blog, molto intensi, anche se limitati alla settimana, o addirittura al giorno ma… non potrebbe essere che così, quando si spegne un fatto, anche tutte le eco che ha destato si spengono: a stretto giro!
La potenza di un mezzo di comunicazione quale è la “rete” si fa sentire prepotente, e te ne accorgi quando gli accessi provengono da posti impensabili e in cui, forse, non andrai mai per il resto della tua vita: Svezia, Libano, Israele, Singapore non sono neppure mete frequenti per italiani in giro per turismo o per lavoro. Ed anche dai paesi in cui la presenza italiana è sempre stata forte giunge l’eco di un interesse costante e sempre vivo per Pietramelara, la sua gente,il suo modo di comunicare, i problemi, i luoghi, gli usi e le tradizioni.
Scribacchiando a poco più di quattro anni dalla sua nascita naviga spedito verso i sessantamila accessi e sono molto lusingato per questo; auspicherei che i miei “quattro lettori” segnalino, come credono e come possono, le proprie aree di interesse e ciò che vorrebbero leggere, tenendo sempre presente che questo è il “blog di un pietramelarese”, scritto per i pietramelaresi (ovunque si trovino), infarcito delle mie opinioni e delle mie convinzioni. Chi non le condivide può liberamente astenersi dal leggere queste pagine!

domenica 16 agosto 2015

PIETRAMELARA E IL SUO SANTO

E’ indubbio: fa piacere rivedere la piazza ancora piena come un uovo la sera, e l’occasione della festa patronale dedicata a San Rocco non se la lascia sfuggire proprio nessuno! … e anche chi è impossibilitato per lontananza geografica, per infermità o altro nutre un forte desiderio di parteciparvi.
Tutte le antiche fonti scritte concordano sul fatto che Rocco sia nato da una famiglia agiata di Montpellier, in Francia, anche se per la verità mancano adeguati riscontri documentari; resta il fatto, comunque, che questo dato, ormai tradizionale, non è mai stato messo in discussione, né sono state avanzate proposte o 'rivendicazioni' alternative. Anche della sua famiglia si conosce ben poco, ed i tentativi di individuarla non hanno dato alcun frutto. Per alcuni studiosi, peraltro, Roch non sarebbe il nome, bensì il cognome; tuttavia, la tesi più fortunata - ancor oggi - è quella che chiama in causa la famiglia Delacroix, ma anche in questo caso non esiste alcuna prova certa.
La tradizione pietramelarese fa risalire il culto alla fine del XV secolo, in occasione della discesa di Carlo VIII di Francia in Italia per la conquista del Regno di Napoli, al seguito del sovrano francese vi era un Capitano dei Cavalli, un tale Vasè de la Roche, che accampato a Pietramelara propose o impose il culto di suo cugino Roche de la Croix come patrono, il quale era stato santificato nel 1400 dal Conclave di Venezia, per aver liberato la città dalla peste. Fu lo stesso Vasè de la Roche che, probabilmente, impose anche la dicitura del suddetto rione. Con la venuta degli Aragonesi, in seguito alla battaglia di Fornovo del 5 luglio 1495, il culto di San Rocco veniva proibito in quanto francese, e venne invece istituito quello di San Liberato Martire, la cui immagine è conservata nella Chiesa di San Pasquale. Il ripristino dell'adorazione di San Rocco avvenne nel 1570, con la concessione del riscatto feudale da parte di Don Andrea De Capua. Da quì la tradizione di portare, da parte delle autorità cittadine, i ceri alla figura del Santo il 16 agosto giorno della sua festa. Il miracolo per cui San Rocco venne ufficialmente proclamato Patrono di Pietramelara, avvenne durante la seconda occupazione del Regno di Napoli nel 1806 con Giuseppe Bonaparte. L'esercito napoleonico, alla volta di Napoli, scelse di accamparsi a Pietramelara ma fu fermato da un giovane dall'aspetto gracile e gentile, che dissuase il comandante Championnet dal raggiungere il paese e proseguire direttamente per Napoli. Quando costui dovette ritornare a Pietramelara per la riscossione della taglia di guerra, riconobbe nel volto della statua di San Rocco i lineamenti di quel giovane incontrato in precedenza.
Negli ultimi anni dell’ottocento in giugno il Santo, inoltre, avrebbe risparmiato il paese da una gravissima grandinata in grado di distruggere i raccolti e ridurre il popolo alla fame. Molti testimoni in tale occasione avrebbero visto il suo volto trasfigurarsi, sudare e battere le palpebre. Ogni anno, in occasione della ricorrenza il 14 giugno, il popolo ricorda l'episodio con una processione silenziosa e raccolta.
Molto forte il culto di san Rocco a Pietramelara lo è ancora: la popolazione ha fatto dell’attuale ricorrenza un appuntamento a cui non mancare; anche nel linguaggio comune del popolo si osserva ancora la forza della devozione: “foss’ San Roccu” (lo volesse San Rocco, ndr) è un’espressione ricorrente in chi si augura che qualche propria aspirazione si concretizzi, così come, al contrario, il povero San Rocco qui è forse ancora il più bestemmiato, abitudine riprovevole. Le funzioni liturgiche e le processioni sono fortemente frequentate e anche la messa solenne con il “panegirico” al Santo, preceduta dall’offerta dei ceri, costituisce uno dei momenti fondamentali che identificano la nostra comunità, a dire il vero, attualmente un po’ dispersa e priva di comune sentire.

sabato 8 agosto 2015

LE BOTTIGLIE

Certo che è rimasto chi continua a farle! … e, come in tutte le tradizioni, in esse vanno ricercate motivazioni sociali ed economiche.
Fare la provvista di sugo di pomodoro, o per dirla alla pietramelarese, “fà ‘e buttiglie”, è una pratica sicuramente plurisecolare, dovuta alla necessità di poter contare su una consistente e continuativa disponibilità (per un anno intero in famiglia) della base per il condimento principale del nostro alimento base: la pasta.
Il pomodoro è un frutto che trae origine dalla zona dell'America centrale, compresa oggi tra i paesi del Messico e Perù. Gli Aztechi lo chiamarono "xitomatl". Alcuni affermarono che il pomodoro aveva proprietà afrodisiache, sarebbe questo il motivo per cui i francesi anticamente lo definivano "pomme d'amour", pomo d'amore. Questa radice è presente anche in Italia: in certi paesi dell'interno della Sicilia, è indicato anche con il nome di pùma-d'amùri (pomo dell'amore).
La data del suo arrivo in Europa è il 1540 quando lo spagnolo Hernán Cortés rientrò in patria e ne portò gli esemplari; ma la sua coltivazione e diffusione attese fino alla seconda metà del XVII secolo. Arrivò in Italia nel 1596 ma solo più tardi, trovando condizioni climatiche favorevoli nel sud del paese, si ha il viraggio del suo colore dall'originario e caratteristico colore oro, che diede appunto il nome alla pianta, all'attuale rosso, grazie a selezioni e innesti successivi.
Certo che oggi, rispetto a qualche decennio fa, il numero di famiglie in cui ancora la tradizione di “fà ‘e buttiglie” viene perpetuata è in drastico calo: la disponibilità di pomodoro fresco durante l’intero anno e l’accettabile rapporto prezzo/qualità dei sughi presenti sugli scaffali dei supermercati, hanno in qualche modo indotto il progressivo abbandono di tale tradizione.
Bisogna inoltre considerare che chi continua a “fà ‘e buttiglie” con l’obiettivo di consumare un alimento autoprodotto e pertanto sano, non deve ignorare che i pomodori del commercio provengono da aziende che non disdegnano pratiche agronomiche quali l’ormonizzazione per favorire la raccolta contemporanea di tutti i frutti presenti sulla pianta. Prima non era così: quando i pomodori venivano coltivati in famiglia essi venivano raccolti man mano che maturavano, in piccoli quantitativi, con il vantaggio di un frutto raccolto al punto in cui era ricchissimo in zuccheri e in altri preziosi apporti (vitamine, sali minerali e antiossidanti). Quelli di oggi sono solo rossi … ma non per questo maturi!
La “tecnologia” impiegata prevede varianti nel metodo di cottura: si va dal più diffuso “bagno maria”, alle bottiglie infornate, pratica ormai del tutto desueta, alla bottiglie “sott’ a cuperta”, metodo efficace ma alquanto pericoloso; le scuole di pensiero diverse rispetto a tale aspetto hanno dato luogo a interminabili dispute fra massaie.
La tradizione di fare le bottiglie, tuttavia racchiude un portato che sa di vicinato, di rapporti familiari e quando ci si riunisce per dare una mano essa viene ricambiata, a stretto giro, dopo qualche giorno; qualcuno che vive fuori cerca ancora di abbinare il rientro estivo per le ferie in paese, alla possibilità di recare con se le bottiglie appena fatte, perché quel sapore anche in luoghi lontani ricorda l’infanzia ed evoca affetti e rapporti troncati dalla necessità quotidiana.

venerdì 31 luglio 2015

GRAZIE

Avevo rimandato ormai da troppo tempo, non volevo soprattutto perché immaginavo cosa avrei dovuto affrontare: un’emozione forte di fronte ad un uomo molto sofferente!... ma stasera l’istinto, l’affetto profondo, la stima e l’attaccamento mi hanno dato il “la” per superarla. Sono salito allora da Don Roberto, nelle secolari stanze del palazzo ducale: mi sono trovato di fronte un’altra persona nell’aspetto; ma forse non è questa la cosa più importante, abbiamo scambiato un veloce saluto, nulla di più perché la serata rovente aveva ulteriormente debilitato colui che rimane uno degli artefici principali della nostra comunità. Ho notato in lui una forte sofferenza morale, prima che fisica, derivante dalla perdita totale delle energie a cui ci aveva abituato anche nell’età più tarda; era evidente il suo disappunto per non poter trattenersi a parlare con me, per non poter, in definitiva, continuare a dare a Pietramelara il tanto che ha dato per circa un sessantennio.
Non era certo il Don Roberto che con la sua cultura, l’intelligenza, con le sue omelie mai banali e sempre coinvolgenti, con i suoi errori è stato amato, a volte odiato (è raro) dai pietramelaresi, anche se molti dei suoi detrattori oggi vanno in giro a tesserne le lodi (… succede frequentemente!)
Bisogna ammetterlo con serenità: l’aspetto di Pietramelara sarebbe ben diverso senza la sua instancabile attività. Da parte mia e di tutta la generazione di cui arbitrariamente mi faccio portavoce, non posso astenermi da un senso di profonda gratitudine per il coraggio dimostrato nel ministero sacerdotale, nell’animare chi è stato giovane qualche decennio fa: le riunioni di riflessione del sabato sera, le lezioni al liceo di Vairano, i campeggi e le altre occasioni di evasione sono stati un dono prezioso e, sono sicuro che ognuno di noi che ha vissuto tali esperienze ne porterà per sempre un ricordo indelebile.
Coraggio e grazie ancora Don Roberto, speriamo che tu possa guarire o stare almeno meglio perché questa contraddittoria, ciarliera, pettegola e amatissima Pietramelara ha ancora bisogno della tua presenza.

sabato 25 luglio 2015

LA FIERA DELLA CIPOLLA

“Il pellegrino (…) poteva su questo itinerario appoggiarsi all’Ospedale dei Cavalieri di Malta sito fuori Pietramelara. La domus di Pietramelara nel 1378-1380 era governata da Giovanni da Venafro, nel 1680 aveva vaste terre ma la chiesa coperta a tetti era distrutta. Poi fu riedificata e tuttora esiste in via San Giovanni , o Fuori San Giovanni, una cappella dedicata alla Madonna di San Giovanni della quale tuttora si celebra festa e fiera.”: questo uno dei tanti pregevoli scritti dell’Avv. Domenico Caiazza, sulla presenza dei Cavalieri di Malta dalle nostre parti.
Il momento di temporanea rovina della chiesetta, tra il tardo medioevo e il rinascimento, trova conforto e conferma in tale altra testimonianza “L’ospedale e la chiesa di San Giovanni a Mare di Salerno sorgevano fuori la “porta della Catena”, nelle vicinanze del mare e del “monte nominato Scoriale” e in origine erano localizzate fuori città anche le chiese di Montesarchio (“sita dove si dice a S. Valentino”), Aversa (situata “a S. Giovanniello, fuori la porta nova”), Sant’Agata dei Goti (a “capo di Corte”), San Martino Valle Caudina (ricostruita dentro la città nel 1643, “proprio vecino il palazzo del signore duca de detta terra de San Martino”), Marigliano (in località “San Pietro”), Caiazzo (a “San Giovanni fuori porta”) e Pietra Molara (queste ultime due chiese scomparvero prima della fine del XVII secolo)”. Nella stessa opera “Le chiese [dei cavalieri di Malta] erano intitolate nella maggior parte dei casi a San Giovanni Battista, il protettore dell’Ordine. Le altre intitolazioni si riferivano in genere a santi guerrieri come San Sebastiano, San Michele e San Giorgio, oppure alla Vergine delle Grazie, venerata dai militari e dagli ordini cavallereschi in genere” (EMILIO RICCIARDI,Chiese e commende dell’Ordine di Malta in Campania).
L’immagine mariana che si venera nella Cappella di Fuori San Giovanni, detta appunto Madonna di San Giovanni, è riferita proprio alla Madonna delle Grazie, di cui al periodo precedente; essa fu tenuta e curata dall’Ordine sino all’unità nazionale. La presenza in Pietramelara, in detta località di uno xenodochio (albergo per stranieri e viandanti) adiacente alla cappella trova conferma nei registri parrocchiali di Sant’Agostino che ne attestano la piena attività fra il settecento e l’ottocento.
Dopo l’unità d’Italia fu disposta l’alienazione dei beni dell’Ordine e il vasto tenimento di San Giovanni, che andava dall’attuale sito della Cappella sino alle falde del Monte Maggiore, fu acquistato all’asta dal Barone Sanniti. Con il terremoto del novembre 1980 la cappella subì gravi danni strutturali che ne causarono l'abbattimento e la successiva ricostruzione. La famiglia Sanniti ha per circa un secolo mantenuto il possesso di tali beni, e nel contempo ha perpetuato il culto della Madonna di San Giovanni, insieme alle tradizioni della fiera.
Per alcuni si tratta della “fiera della cipolla”, ortaggio che viene raccolto proprio in tale periodo e le “nzerte” di cipolle sono tra gli articoli preferiti dagli avventori che numerosi accorrono da Pietramelara e dintorni. Era tradizionale inoltre lo scambio e il commercio di animali di grossa taglia, soprattutto equini e bovini, ma anche di maiali, pecore e capre. Non si vedono più ma fino a qualche anno fa non mancavano i sellari, nelle cui bancarelle si potevano acquistare i “uarnimienti”, finimenti quali briglie, selle, redini e capezze. In corrispondenza di tale evento negli anni 60 e 70, i pietramelaresi emigrati (per lo più in Svizzera) tornavano a casa per riunirsi alle famiglie, per poi far ritorno nei luoghi di lavoro, verso il venti di agosto, dopo la festa di San Rocco.
La fiera e la festa della Madonna di San Giovanni, tradizionalmente cadenti nell’ultima domenica di luglio, la cui memoria risale alla notte dei tempi, fanno parte delle tradizioni pietramelaresi ancora sopravvissute. Va pur detto che la fiera, nella veste che si osserva oggi, ha perso un po’ del suo smalto ed il suo aspetto tradizionale si è molto allentato: tant’è che non si commerciano e non si scambiano animali da almeno un ventennio, e molte delle merci tradizionalmente trattate oggi non lo sono più; l’Italia d’altro canto, da paese di emigrazione si è evoluta in paese di immigrazione. La fiera di San Giovanni o “della cipolla” ha radici storiche che, come avrete potuto leggere, partono da molto lontano; essa rimane tuttavia di un passaggio obbligato, una tappa di mezza estate a cui pochi, tra coloro che condividono la nostra identità, vogliono rinunciare, nonostante il caldo e la calca.

Nella foto: la Cappella di San Giovanni nell'aspetto pre terremoto

domenica 19 luglio 2015

BORGHI A CONFRONTO

Borgo di Pietramelara, borgo di Riardo: due emergenze monumentali di assoluto interesse, le cui tipologie architettoniche ed urbanistiche sono fortemente diversificate, a dispetto di una distanza che non supera i tre chilometri. Fattori storici, sociali ed ambientali hanno fatto leva su tali differenze per consegnare a noi due autentici gioielli da custodire con gelosia.
Ieri sera, come tanti, ho avuto il piacere di partecipare da fruitore alla Sagra al Borgo, organizzata dalla Pro Loco riardese. Piccoli inconvenienti tecnici, insieme a qualche stonatura ed anacronismo non impedisce a chi scrive di dare un voto ottimo all’organizzazione dell’evento. Tutto era stato congegnato in modo di assicurare una larga partecipazione, anche da comuni mediamente distanti. La concomitanza temporale della sagra con il servizio Tg3, che ha funzionato come potentissima “cassa di risonanza”, l’efficiente servizio navetta, in grado di evitare congestioni di traffico, la larghissima collaborazione della gioventù locale, orgogliosa ed efficiente, i film e documentari recentemente girati in quei luoghi hanno prodotto un successo al riparo da ogni critica, confortato da numeri più che lusinghieri. E’ facile immaginare, da osservatore esterno, smaliziato da tanti anni di impegno in tale tipo di problematica, che dietro a tutto ci sia stata una saggia regia unitaria, tesa a far conoscere un tesoro prezioso nel cuore del confinante comune di Riardo: il castello normanno/angioino e il borgo che vi si è sviluppato intorno.
Qualcuno in vena di sminuire gli altrui meriti osserverà che il recupero di borgo e castello di Riardo partono da lontano, e che da almeno un ventennio è iniziato il processo di cui oggi si cominciano a vedere i frutti, che ogni amministrazione riardese ha contribuito con un suo “pezzo” a che l’obiettivo venisse conseguito; giustissimo, tuttavia ciò non sottrae alcun merito a chi attualmente regge le sorti di Riardo con passione e spirito fortemente identitario. Guai a chi, con la voglia di sminuire i meriti dei predecessori tende ad abbandonarne i progetti e le realizzazioni! E’ un fatto incontrovertibile: il castello e il borgo oggi sono fruibili, in condizioni di sicurezza, senza zone transennate per imminenti pericoli di crolli, e sempre più persone vogliono conoscerli.
In parallelo cosa possiamo dire noi pietramelaresi delle nostre analoghe risorse? Il borgo di pietramelara, ugualmente unico e suggestivo, da parte sua, sta soffrendo un momento di infinita tristezza derivante da l’interesse istituzionale nullo nei suoi confronti. E tale disinteresse è generalizzato: sindaco, ammnistrazione, pro loco, nessuno si salva! Ed il problema principale è che il degrado non è qualcosa di statico e fermo nel tempo: no!... chi immagina che superata tale fase politico amministrativa, qualcuno possa mettere mano al recupero, si sbaglia di grosso: il degrado chiama degrado e se non si interviene nell’immediato tra qualche anno tutto potrebbe essere irrimediabilmente perduto.

martedì 30 giugno 2015

LA COPERTA ED IL BALCONE

Nei racconti della mia vecchia zia, ormai ultranovantenne, ma dalla mente e dalla memoria più che lucida, ricorre spesso uno legato ai suoi ricordi di guerra. Si tratta di un fatto che è molto esemplificativo di come siano e come pensino i pietramelaresi. Il fatto è questo: la fine dell’estate 1943 aveva indotto l’Italia all’armistizio, e conseguentemente le truppe tedesche divennero all’improvviso, da alleati, nemici ed invasori; lo sbarco in Sicilia e poi quello a Salerno degli Angloamericani provocò la ritirata dei tedeschi dall’Italia meridionale, durante la quale essi si abbandonarono a saccheggi, rappresaglie e rastrellamenti di uomini validi da deportare in Germania. L’autunno stava per iniziare e, data la situazione, la popolazione civile inerme abbandonò il paese e, come poteva, si ritirò sulle alture circostanti, avendo cura di nascondere gli uomini più validi nei rigogliosi boschi del Monte Maggiore; qualcuno di essi doveva pur riunirsi alla famiglia, trovare qualcosa da mangiare e da bere, cambiare qualche povero indumento, pertanto periodicamente usciva dal perimetro del bosco e ritrovava gli affetti in qualche “cesa” (piccolo appezzamento coltivato in montagna, ndr), in un pagliaio, o in una vecchia masseria; ma ciò era possibile solo se i tedeschi erano altrove, se essi pattugliavano la zona era prudente restare nascosti tra macchie, alberi e cespugli. Si determinò così l’esigenza di conoscere a distanza se costoro erano in zona oppure no; la necessaria comunicazione di tale notizia fu stabilita ricorrendo ad uno stratagemma semplice ma estremamente efficace: vi era proprio ai piedi della montagna, una antica masseria (ancora esistente) abitata da un uomo chiamato zì Beniamino, dotato come ogni altro contadino di saggezza e furbizia, costui stabilì e fece sapere che quando i tedeschi erano in zona avrebbe steso una coperta colorata al balcone principale della masseria, ben visibile da vari punti del bosco, quando invece dal balcone non pendeva nulla, voleva dire che i tedeschi si trovavano altrove. Con la coperta stesa al balcone allora si rimaneva nel bosco, con la coperta ritirata via libera, si poteva ritrovare la famiglia. La cosa si diffuse a tal punto che anche terminati gli eventi bellici, quella masseria in contrada Grasciano assunse il nome di “massarìa ‘ra cuperta”.
Quante vite siano state risparmiate, quante deportazioni evitate non ci è dato di sapere: rimane comunque ancora vivo nella memoria collettiva del popolo pietramelarese una storia che sa di furbizia, solidarietà umana e saggezza contadina.