Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

martedì 26 giugno 2012

CORREGGETE IL TIRO

Smorzati anche gli ultimi echi della campagna elettorale, le elezioni sono passate già da più di un mese e mezzo, è possibile un’analisi della situazione generale del nostro piccolo paese? Certo! … e di sicuro ne guadagnerà la serenità dell’analisi, anche perché più nessuno è alla ricerca di voti.
La complessità del quadro è elevata, pertanto non si può fare a meno di scegliere, fra i tanti, due o tre indicatori, giudicati più importanti, su cui fondare l’esame della situazione: lo stato dell’ambiente, l’economia locale e la coesione sociale.
Pietramelara non è immune problemi ambientali: scarso controllo del territorio, diffusa mancanza di senso civico, disattenzione delle istituzioni hanno “cancrenizzato” i problemi dell’abusivismo più o meno legalizzato, dell’inquinamento delle falde superficiali e sotterranee, della raccolta dei rifiuti, differenziata solo sulla carta. Le responsabilità sono talmente evidenti che il gioco della ricerca del colpevole appare quasi infantile! I frutti di tale stato di degrado si concretizzano in imbruttimento di un paesaggio caratterizzato da singolare armonia, aumento a dismisura delle patologie tumorali, ed il disagio della cittadinanza che vede il proprio impegno a differenziare, più e più volte deluso da raccolte “omnibus” per ogni tipo di rifiuto urbano.
L’economia versa in uno stato di prostrazione profondo, accentuato da una crisi planetaria e generalizzata. La moria di attività economiche è giornaliera e, soprattutto nel centro storico, ha prodotto l’aspetto urbano di una città fantasma: quasi tutte le saracinesche sono costantemente abbassate e le poche attività che sopravvivono lo fanno a costo di enormi sacrifici o per mancanza di alternative occupazionali. Il carico fiscale è opprimente; si avverte, inoltre, la mancanza del cosiddetto “marketing territoriale”, che eserciti funzione di richiamo nei confronti di eventuali turisti. E’ vero: ogni tanto si celebra qualche cerimonia a carattere sovracomunale, che qualcuno si ostina ancora a chiamare “Grandi Eventi”, ma, passata la giornata, tutto torna a tacere come sempre.
La coesione sociale, terzo ma non ultimo indicatore da esaminare, è anch’essa ai minimi storici. In una comunità caratterizzata da senso dell’ospitalità e proverbialmente incline alle relazioni umane e familiari, ci si richiude sempre più in se stessi. La piazza ha da tempo perso la funzione secolare di “agorà”: chi vi si reca allo scopo di scambiare quattro chiacchiere, memore di tradizioni vissute sin da ragazzo, è destinato a rimanere deluso il più delle volte. Anche le iniziative destinate alla gioventù, per quanto meritorie, non riescono a conseguire che benefici momentanei.
E’ questo il frutto, il portato dell’azione delle ultime tre/quattro amministrazioni comunali, che hanno concentrato il proprio operato quasi esclusivamente sulle opere pubbliche, ignorando il fabbisogno di servizi che la popolazione rivendica a volte a gran voce.
Scusate, miei cari “quattro lettori”, lo sfogo di chi si definisce dichiaratamente ed onestamente “di parte”, ma non credo, tuttavia, che bisogni essere “di parte” per notare quanti e quali problemi affliggano la nostra comunità, alla quale comunque mi onoro di appartenere.
Un appello, infine, a chi a visto rinnovarsi, da parte dell’elettorato, il mandato ad amministrare: siete ancora in tempo… correggete il tiro!

sabato 16 giugno 2012

RIFLESSIONE SEMISERIA II


Mi ha fatto visita stamattina un amico diverso dai soliti! Ero intento nei lavori di campagna che, di consueto, riservo per il sabato. Solo, come si può essere soli in una delle nostre terre: i rumori che ti giungono da lontano sono prodotti dai motori dei trattori, dalle bestie al pascolo, da rabbiose imprecazioni attutite dalla distanza, e che percepisci come tali solo per il tono.
Immerso nei miei pensieri, la mia attenzione è stata destata all’improvviso da uno sfrascare tra i viluppi di una siepe a qualche metro: temendo un serpente mi avvicino guardingo, ma mi si para davanti un fagiano maschio per nulla intimorito di me: “salve, amico mio” mi saluta quasi con aria di sfida, ma l’empatia che si stabilisce è immediata. “Salve” rispondo.
E lui: “Sono stato portato qui circa un mese fa, a bordo di un furgone, racchiuso in una gabbia di legno, sono nato e sono stato allevato in un centro di riproduzione selvaggina, a pochi chilometri, conosco bene il genere umano perciò mi sono avvicinato a te senza alcun timore. Appena liberato ho cominciato a svolazzare qua e la... ma sai che questo è proprio un bel posto? Dove stavo prima, gli uomini mi portavano da mangiare e da bere. Avevo una compagna della mia stessa specie, è stata scaricata insieme a me da un’altra gabbia, siamo rimasti insieme uno o due settimane, ma l’altro ieri qualcuno me l’ha portata via”.
“Ecco…” ho replicato “vedi, carissimo, al genere umano a cui tu sei tanto affezionato e grato per averti allevato e sfamato, appartiene probabilmente anche chi ti ha privato della compagna, adesso ti aggiri solo tra gli ulivi, ma stai attento, diffida dagli uomini perché potrebbero avere intenzioni poco rassicuranti anche nei tuoi confronti”.
“Suvvia” ha ripreso “per quanto non sappia, per mia natura, volare molto alto, conosco bene le opere dell’uomo…prendi ad esempio questa campagna che ci circonda: fossi, alberature, siepi, vigne, masserie, e tante altre cose belle e buone prodotte dalla mente e dalle braccia umane. Sono sicuro che chi, nel corso di secoli, è stato capace di realizzare tanto non può essere cattivo per sua natura”.
Questo dialogo che ormai aveva preso corpo tra me, che mi spostavo fra i filari di ulivo, e lui che mi seguiva come un fido cagnolino, si è concluso quando gli ho fatto notare: “Aver perso la compagna di una vita avrebbe trascinato nella disperazione, almeno per qualche giorno, un appartenente al genere umano, mentre tu mi hai raccontato la cosa come la più normale. Questa la differenza fra animali ed uomini, salvo poi tornare, appena il dolore è lenito, a compiere azioni che neppure il più feroce dei lupi o la più scaltra fra le volpi saprebbe ideare”.
Un battito di ali vigoroso, vero spettacolo della natura, il suo saluto di commiato, ed in pochi secondi era già lontano centinaia di metri da me.

venerdì 1 giugno 2012

Ha uno strano alone stasera la Luna!

Ha uno strano alone stasera la Luna! La luce che emana è una luce malinconica; malinconica quanto la stagione che stiamo attraversando, costellata quasi ogni giorno da pioggerelline londinesi.
In campagna è tutto un lussureggiare di erbe, ma i frutti, quelli, non si vedono. Neppure l’odore del fieno, così frequente e diffuso di questi tempi, si fa avvertire. Per forza!... Con tutta questa pioggia nessuno sfalcia.
Ed è la pioggia la vera protagonista di questa fine primavera, a volte insieme ad un freddo umidissimo che penetra fin nelle ossa.
Se di una cosa possiamo esser certi, è il fatto di non andare incontro ad una siccità estiva prolungata: di pioggia ne è caduta tanta che ormai i bacini e le falde sono stati rimpinguati a dovere.
…Ma l’estate dov’è?
Fa pensare ad una di quelle primedonne che prima di esordire sul palcoscenico, si fanno attendere dai propri beniamini con ritardi voluti e ben congegnati. Sappiamo che essa è appena dietro l’angolo, quasi nascosta dietro ad un drappo del sipario, ma orgoglio ed amor proprio sono più forti della voglia di inondare di se la scena.
Quando l’estate verrà la luce sarà forte ed il caldo opprimente, soffriremo non poco per essa, ma ugualmente la desideriamo con trasporto, stanchi come siamo di questo sprazzo di novembre a fine primavera. Un novembre fuori stagione che, di mattina presto, non manca di manifestarsi in una delle sue vesti più tipiche: la nebbia.
Abbiamo voglia di spiaggia, di mare, di gelati e granite, di anguria, di donne generose vestite in modo succinto, di serata trascorse in piazza fino a tardi, sui tavolini del bar a discutere di mille cose; abbiamo voglia di stancarci del caldo e desiderare una pioggia d’agosto, di quelle che appena finite ritemprano la temperatura, ma anche lo spirito.

venerdì 25 maggio 2012

L'incidente

Caserta, via Vivaldi, ore 15 e 30 circa, sotto la pioggia battente mi avvio a riporre la fida bici nel solito garage; devo girare a sinistra, allungo il braccio, e lui che mi segue (piano) intende che io lo voglia far passare, frena solo quando il muso della “Ipsilon” già quasi mi sfiora; la frenata allungata dal fondo appena umido, l’urto, la caduta: questione di pochi attimi vissuti in un lasso di tempo interminabile.
Penso di esser volato sul cofano, sono sicuro, invece, di essere atterrato su un gluteo, ed adesso ci sorrido anche sopra, ma poteva andare anche molto, ma molto peggio: in quei pochi istanti ripercorri la vita intera, cominci già a pensare che ti porteranno in ospedale, ed anche ad una eventuale permanente invalidità.
Ci vuole molto coraggio, dopo, ad affrontare l’emozione che monta in me, insieme alla paura per il pericolo scampato che, a volte, è superiore a quella di un pericolo eventuale. Ed allora respiro profondamente, come ho imparato a fare per autocontrollarmi, cerco di rassicurare l’investitore che scopro essere anche un collega di ufficio, rassicuro anche i passanti che animati da spirito samaritano vogliono aiutarmi, ed intanto mi rialzo frenato da un dolore lancinante al posteriore.
Riprendo la bici, a fatica la rimetto in ordine di marcia, assistito anche dal mio investitore/soccorritore, mi avvio ai binari, mi aspetta un treno pronto a partire, insieme ai miei abituali compagni di viaggio.
E’ andata bene… sono sicuro che Qualcuno mi è stato affianco anche in quel breve ma intenso lasso di tempo!

domenica 20 maggio 2012

MELISSA

Per quanto possa sembrare piaggeria, non penso possa mancare su questo blog un pensiero per Melissa.
La sua bellissima giovinezza recisa da chissà chi, e con chissà quali intenti, ci impone di fermarci, di pensare, di considerare.
Al suo posto poteva essere chiunque, qualunque giovane studentessa delle superiori, ed è per questo che penso che l’ Istituto Professionale "Morvillo-Falcone" sia quella scuola sotto casa, a pochi passi. Le distanze chilometriche in tali casi si annullano e perdono qualsiasi significato geometrico. Il dolore di quei genitori, di quegli amici, di quei compagni di scuola è e deve essere il nostro dolore.
L’imbarbarimento progressivo della società, indiscutibilmente legato anche al momento particolare che attraversiamo, ha raggiunto ed oltrepassato il livello di guardia. La disperazione però, quella no, non deve prendere il sopravvento: chi può, ad ogni livello, deve far qualcosa, adoperarsi per evitare che tornino a ripetersi episodi di tale gravità.

sabato 12 maggio 2012

MAMME IN FESTA

Chi può scrivere qualcosa sulle mamme, evitando con sicurezza il rischio della retorica?
Ma…è forse retorica quella di un bambino di pochi mesi, che pronuncia come prime sillabe sempre quelle, sempre le stesse: Mam…ma!
E’ questa la domenica della festa della Mamma: è una festa che conosco da sempre, molto, ma molto prima della degenerazione mediatica e filocommerciale, che ha portato, in tempi abbastanza recenti, prima alla Festa del Papà, poi a quella dei Nonni e così via; io lo ricordo bene: questa festa è sempre esistita, anche in periodi più magri di quello attuale. In una domenica di maggio dedicata alla Mamma, nella memoria di un attempato cinquantenne, è vivo il ricordo di recite scolastiche di bambini ed altre iniziative ed eventi sul tema.
Questa festa serve a noi stessi prima che a loro, alle mamme, per permettere di fermarci un attimo a riflettere, dedicare un pensiero ad una mamma vivente, o rimpiangere il tempo trascorso insieme quando la mamma non c’è più, almeno fisicamente.
Dico fisicamente, sì! …perché l’esperienza di aver perso la mamma ti segna per sempre, è vero, ma le mamme non ti lasciano mai, neppure dopo morte.
Ancor oggi, dopo anni, quando (frequentemente) ci rincontriamo nei sogni, al risveglio è forte in me l’impressione di quei due occhi severi ma dolcissimi, che mi scrutano con attenzione passo dopo passo, conoscono ogni mia debolezza e fragilità, ma allo stesso tempo ripongono fiducia illimitata nei miei mezzi.
Mamma, concetto astratto e concretissimo allo stesso tempo, sintesi di domini del pensiero lontani fra loro: biologia, eros, etica, estetica, morale, religione.
Dell’azione di quante mamme è intessuta la storia?...la storia, sì, quella importante e degli uomini importanti, dei Vips, come si direbbe oggi, e quella della gente comune, di tutti i giorni. Quante nel tempo le mano tese per instillare fiducia, infondere sicurezza e coraggio, quanti i sacrifici?... tanti, anche quelli “estremi”.
Auguri a tutte Voi, Mamme.

domenica 6 maggio 2012

Appunti verso Madama Marta.

La pendice Nord del Montemaggiore, la nostra per intenderci, quella che si vede da Riardo, Pietramelara e Roccaromana, è una sorta di parete verde, quasi verticale. Inerpicarsi per uno dei suoi tantissimi sentieri è un avventura affascinante, ma anche tanto faticosa. Invito chiunque a farlo, anche perché è difficilissimo perdersi, dato che il percorso di ogni sentiero è segnatalato a distanze regolari di cinquanta/cento metri e poi, anche perché l’orografia è tanto semplice che basta guardare verso il basso per rendersi conto di dove si è. Domenica mattina, insieme a due amici siamo saliti, zaino in spalla, da “Fosse della Neve” a Pizzo “Madama Marta”: per intenderci la cima rocciosa, a forma di torrione che si vede osservando la montagna verso sud/est, spostata a sinistra di Pietramelara, sulla verticale di Santa Croce/Roccaromana. Lo sforzo fisico è mediamente intenso ma prolungato nel tempo, occorrendo, per raggiungere la meta, circa due ore e mezzo di cammino, di buon passo. Si potrebbero seguire anche altre vie, ma consiglio vivamente questa , perché anche se più lunga, consente di superare il dislivello in maniera estremamente più graduale. Dopo aver lasciato alle spalle il piano di Fosse delle Neve, si comincia a scendere e si raggiungono le “Crucivalli”, una profonda incisione della montagna: data la forte umidità, la vegetazione alta ed il fatto che i raggi del sole raramente illuminano questo luogo vi si è insediata una vegetazione di sottobosco tipica fatta di felci e muschi. Vi dimorano gradi faggi, veri giganti del bosco. Si ricomincia poi a prendere di nuovo quota, diretti verso il “tunnu iarsu”, località interessata dal grande incendio dell’agosto 1974, da tale punto, una ferita del bosco quasi del tutto rimarginata, si può già godere di un panorama sulla valle di Pietramelara. Si scorgono nettamente le tracce di qualche “amante della natura” che si è spinto fin quassù con una moto da trial. Dopo circa mezz’ora si arriva sulla cresta della montagna, e si incontra la piana dei “Sugli a’ tocca”, il sentiero lambisce proprio da vicino uno di essi, un suglio, cioè una fossa scavata dagli animali selvatici o pascolanti dove il terreno è più umido, allo scopo di dissetarsi o quando manca l’acqua, nella stagione calda, ricoprirsi di fango. Si segue allora, quasi in piano, la cresta della montagna per un chilometro o poco più, sino ad arrivare ai piedi di Pizzo “Madama Marta”, sono presenti molteplici punti di osservazione che danno sulla valle, la vegetazione è rada e si può guardare anche verso ovest. Il cammino, per quanto pressoché piano, è molto difficoltoso perché il suolo è disseminato di sassi molto mobili sotto il piede. Tali sassi sono tipici, una vera peculiarità del posto, perché levigati dal vento, sempre presente quassù, danno l’impressione di piccole basole calcaree. E si continua così fino al pianoro sommitale di Pizzo “Madama Marta”, il luogo che ci accoglie per la breve sosta e relativa colazione: il colpo d’occhio è indescrivibile!... spazia dalle alture del Roccamonfina, al Matese ed al Taburno. Alcune cime, le più alte, sono ancora imbiancate da un po’ di neve. Più giù un susseguirsi di valli, interrotte da colli sulle cui pendici sono sorti innumeverevoli borghi; le grandi infrastrutture, ferrovie, strade ed autostrade, sono li testimoni del fatto che il progresso è giunto anche in questi luoghi incantati. Si ricomincia il cammino di ritorno, verso casa, e ti viene in mente quanto una piccola avventura del genere sia una metafora aderente alla vita di tutti i giorni: la fatica per la salita, e poco dopo il cammino reso facile da una leggera discesa, il ritornare sui propri passi a causa di un momentaneo disorientamento, le insidie tese da un sasso non ancorato al terreno, sul quale, appoggiando sicuro il piede, rischi di cadere, il silenzio, il grande silenzio violato dai passi tuoi e dei tuoi compagni, ma, dappertutto e sempre, la soddisfazione di guardarsi intorno ed ammirare quanto di meraviglioso ti circonda. (la foto di copertina è di Mariano Gallo)