…e quando cominciai, un anno fa, non potevo neppure lontanamente immaginarlo, neanche innestandovi una sostanziosa dose di ottimismo: chi poteva pensare che uomini distanti migliaia e migliaia di chilometri da me potessero leggere del mio pensiero, delle mie emozioni, dei miei interessi, della mia terra e le sue tradizioni? Singapore, Giappone, Federazione Russa ed ancora Stati Uniti, Argentina sono paesi in cui il mio scrivere induce qualcuno ad onorare il mio blog di uno o più accessi.
Devo constatare, a ragion veduta, che veramente con Internet le distanze si sono contratte, le differenze culturali annullate! Il blog è uno strumento potente ed economico al tempo stesso, in grado di veicolare flussi di informazioni con efficienza ed efficacia fino ad ieri insospettabili.
Quattromiladuecento accessi, o poco più, in un anno, farebbero sorridere un blogger di professione, ma per me sono veramente tanti, soprattutto se si tiene conto della tematica che il mio blog “Scribacchiando per me” affronta: si tratta di cose che, ad un osservatore distratto e superficiale, non fanno “né caldo né freddo”, ma…è evidente, il numero dei distratti e dei superficiali comincia a diminuire.
Sono contento e soddisfatto, con queste pagine, di rendere un servizio alla terra che mi ha generato, facendo conoscere il suo dialetto, le sue tradizioni, le usanze, i luoghi ed i personaggi particolari; mi piace coinvolgere i miei “quattro lettori” nelle elucubrazioni in tema di sentimenti; provo soddisfazione nel diffondere la “filosofia del pensiero debole”.
Grazie, carissimi amici, del favore che mi accordate e, spero, mi accorderete in futuro.
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
martedì 14 febbraio 2012
martedì 7 febbraio 2012
Totonno 'e quagliarella
Tra le tante cose che devo a mio padre, anche una certa conoscenza della canzone napoletana classica, quella proposta da Grandi Maestri come Sergio Bruni, per intenderci. In particolare ne ricordo “Totonno ‘e Quagliarella” il cui protagonista, è un ubriaco filosofo che, sebbene abbia subìto diverse sventure, non si abbatte, ma si accontenta di quel poco che la vita gli offre e, di fronte alle innumerevoli difficoltà dell’esistenza, adotta la tecnica “dell’arrangiarsi”, che poi è una concezione di vita tipicamente napoletana. In una delle strofe salienti, emblema di quella filosofia di vita Totonno a titolo di esempio raccontava:
Ce steva ‘nu scarparo puveriello,
chiagneva sempe ca purtava 'a croce...
'A sciorta lle scassaje 'o bancariello
e pe se allamentà...perdette 'a voce!
Il povero ciabattino si lamentava in continuazione della sua sfortuna, ma ciò non gli fruttò nient’altro che una irrimediabile perdita di voce; e, quindi, dopo essersi tanto lamentato, divenne afono, oltre che povero.
Chi porta una croce è indotto a pensare che essa è l’unica, o quantomeno, che essa pesi enormemente più di quelle portate dagli altri; purtroppo non è così! … di croci e relativi portatori è disseminata la superficie di questo pianeta; a volte il pudore, l’ipocrisia, l’amor proprio o l’orgoglio inducono qualcuno a nascondere la croce e quanto pesi portarla.
Per quanto mi riguarda, ricordo che ascoltavo con certo fastidio, dalla voce del grande Sergio Bruni, i versi “Totonno ‘e Quagliarella”: la gioia di vivere di un bambino, le convinzioni dettate da una infanzia per certi versi ovattata, non mi facevano accettare quella filosofia di vita realistica e triste… ma, oggi, dopo aver vissuto le mie esperienze, devo riconoscerne tutta la realistica positività; devo a quell’insegnamento paterno, arricchito di musicalità partenopea, l’aver potuto presagire, già nella più tenera età, che la vita nell’età matura sarebbe stata tutt’altro che facile. Al contrario oggi, rileggendo il testo integrale del pezzo, sono quasi portato a pensare che Totonno sia stato l’antesignano dei filosofi del “pensiero debole”, a me tanto cari.
Il noto proverbio vuole che “aver compagno a duol scema la pena”, ma io ritengo che, tra la folta categoria dei portatori di croci varie, esso non funzioni più di tanto. Tuttavia giova, ve lo assicuro, compenetrarsi con sincerità e senza melensi pietismi nelle altrui, oltre che nelle proprie, piccole e grandi sventure, magari con una semplice espressione di incoraggiamento.
NDR: Il testo di “Totonno ‘e Quagliarella” fu scritto da Giovanni Capurro nel 1919 (famosissimo poeta autore dei versi de ‘O SOLE MIO), e musicata da Francesco Buongiovanni; sono disponibili sul web sia il testo che qualche video di varie interpretazioni
Ce steva ‘nu scarparo puveriello,
chiagneva sempe ca purtava 'a croce...
'A sciorta lle scassaje 'o bancariello
e pe se allamentà...perdette 'a voce!
Il povero ciabattino si lamentava in continuazione della sua sfortuna, ma ciò non gli fruttò nient’altro che una irrimediabile perdita di voce; e, quindi, dopo essersi tanto lamentato, divenne afono, oltre che povero.
Chi porta una croce è indotto a pensare che essa è l’unica, o quantomeno, che essa pesi enormemente più di quelle portate dagli altri; purtroppo non è così! … di croci e relativi portatori è disseminata la superficie di questo pianeta; a volte il pudore, l’ipocrisia, l’amor proprio o l’orgoglio inducono qualcuno a nascondere la croce e quanto pesi portarla.
Per quanto mi riguarda, ricordo che ascoltavo con certo fastidio, dalla voce del grande Sergio Bruni, i versi “Totonno ‘e Quagliarella”: la gioia di vivere di un bambino, le convinzioni dettate da una infanzia per certi versi ovattata, non mi facevano accettare quella filosofia di vita realistica e triste… ma, oggi, dopo aver vissuto le mie esperienze, devo riconoscerne tutta la realistica positività; devo a quell’insegnamento paterno, arricchito di musicalità partenopea, l’aver potuto presagire, già nella più tenera età, che la vita nell’età matura sarebbe stata tutt’altro che facile. Al contrario oggi, rileggendo il testo integrale del pezzo, sono quasi portato a pensare che Totonno sia stato l’antesignano dei filosofi del “pensiero debole”, a me tanto cari.
Il noto proverbio vuole che “aver compagno a duol scema la pena”, ma io ritengo che, tra la folta categoria dei portatori di croci varie, esso non funzioni più di tanto. Tuttavia giova, ve lo assicuro, compenetrarsi con sincerità e senza melensi pietismi nelle altrui, oltre che nelle proprie, piccole e grandi sventure, magari con una semplice espressione di incoraggiamento.
NDR: Il testo di “Totonno ‘e Quagliarella” fu scritto da Giovanni Capurro nel 1919 (famosissimo poeta autore dei versi de ‘O SOLE MIO), e musicata da Francesco Buongiovanni; sono disponibili sul web sia il testo che qualche video di varie interpretazioni
mercoledì 1 febbraio 2012
LA MIA LINGUA
E’ l’unica lingua che posso dire di conoscere bene: il mio dialetto! Si parla dalle nostre parti, terra di vecchi contadini ed artigiani che, la sera d’inverno, servendosi di esso, si scambiavano idee ed informazioni alla luce ed al calore del focolare, mentre nella bella stagione amavano più o meno fare lo stesso mentre si “frischiava” (cfr nota), magari su un vecchio sedile di pietra accanto l’aia.
E’ una vecchia conoscenza ed un vecchio amore, quello con la mia lingua, figlia sicuramente di quella napoletana, ma anche fortemente distante da essa per sonorità, qui molto più dure ed accentuate, e per evidenti influenze sannite e longobarde. Uno dei miei tanti progetti incompiuti: quello di raccogliere e salvare dal disuso vecchi termini e verbi. Allora avevo meno di vent’anni e tante idee per la testa…ma non è detto che ciò che non è stato fatto in gioventù non lo si possa rifinire e completare nell’età matura!
Non rinuncio, quindi, mai ad usare il mio dialetto per comunicare - è ovvio- con chi mi capisce con facilità, con chi condivide con me l’avventura di vivere la nostra terra; sarebbe veramente assurdo e velleitario rivolgersi ad un milanese, usando il nostro linguaggio.
Quant’è bello ritrovarsi fra amici che condividono questa passione e passare il tempo a rivangare vecchi modi di dire, nomi di oggetti della civiltà contadina, aggettivi! Sono momenti in cui l’identità comune emerge con forza: allora, il superlativo assoluto di bugiardo è “pezzecchieru”, quello di goloso è “all’ccarissu”. Chi si ricorda come si chiamava quella paletta metallica destinata a ripulire la madia dai residui di pasta di pane? A ‘raritora, da non confondere con la stannatora oggetto simile, ma di dimensioni maggiori, utile a liberare l’aratro dalla terra umida ed argillosa che vi si attaccava…e così via.
L’ilarità si fa forte quando si passa ai soprannomi che alcune famiglie, dopo secoli, non si riescono a scrollare di dosso: perché, anche se in alcuni casi si tratta solo di richiami al mestiere o all’attività esercitata, o semplicemente alla provenienza geografica, in altri il soprannome comporta una feroce carica di derisione, anche per questioni che adesso non sarebbero assolutamente “politically corrects”, come difetti fisici, difetti di pronuncia, caratteri particolari ed altro. Ma, tant’è: nel nostro retroterra culturale non si è mai andati troppo per il sottile ; le ipocrisie, i modi di dire edulcorati non fanno parte di esso, certamente, ma non dobbiamo meravigliarcene: erano tempi, quelli in cui la nostra lingua si è generata, dove dire bianco significava solo e semplicemente bianco e, al contrario, nero.
Ndr: “frischiare” indica l’usanza di godersi il fresco delle sere d’estate, ragionando all’aperto, per strada con le persone della famiglia e del vicinato.
E’ una vecchia conoscenza ed un vecchio amore, quello con la mia lingua, figlia sicuramente di quella napoletana, ma anche fortemente distante da essa per sonorità, qui molto più dure ed accentuate, e per evidenti influenze sannite e longobarde. Uno dei miei tanti progetti incompiuti: quello di raccogliere e salvare dal disuso vecchi termini e verbi. Allora avevo meno di vent’anni e tante idee per la testa…ma non è detto che ciò che non è stato fatto in gioventù non lo si possa rifinire e completare nell’età matura!
Non rinuncio, quindi, mai ad usare il mio dialetto per comunicare - è ovvio- con chi mi capisce con facilità, con chi condivide con me l’avventura di vivere la nostra terra; sarebbe veramente assurdo e velleitario rivolgersi ad un milanese, usando il nostro linguaggio.
Quant’è bello ritrovarsi fra amici che condividono questa passione e passare il tempo a rivangare vecchi modi di dire, nomi di oggetti della civiltà contadina, aggettivi! Sono momenti in cui l’identità comune emerge con forza: allora, il superlativo assoluto di bugiardo è “pezzecchieru”, quello di goloso è “all’ccarissu”. Chi si ricorda come si chiamava quella paletta metallica destinata a ripulire la madia dai residui di pasta di pane? A ‘raritora, da non confondere con la stannatora oggetto simile, ma di dimensioni maggiori, utile a liberare l’aratro dalla terra umida ed argillosa che vi si attaccava…e così via.
L’ilarità si fa forte quando si passa ai soprannomi che alcune famiglie, dopo secoli, non si riescono a scrollare di dosso: perché, anche se in alcuni casi si tratta solo di richiami al mestiere o all’attività esercitata, o semplicemente alla provenienza geografica, in altri il soprannome comporta una feroce carica di derisione, anche per questioni che adesso non sarebbero assolutamente “politically corrects”, come difetti fisici, difetti di pronuncia, caratteri particolari ed altro. Ma, tant’è: nel nostro retroterra culturale non si è mai andati troppo per il sottile ; le ipocrisie, i modi di dire edulcorati non fanno parte di esso, certamente, ma non dobbiamo meravigliarcene: erano tempi, quelli in cui la nostra lingua si è generata, dove dire bianco significava solo e semplicemente bianco e, al contrario, nero.
Ndr: “frischiare” indica l’usanza di godersi il fresco delle sere d’estate, ragionando all’aperto, per strada con le persone della famiglia e del vicinato.
giovedì 26 gennaio 2012
DUE SORELLE
Sono come due sorelle per me … e sono molto affezionato ad entrambe: si chiamano Tristezza ed Allegria. Mi fanno sempre compagnia, e quando si vede una, l’altra non è che sia lontana oppure sta riposando, è solo nascosta appena un po’ più in la, pronta a scacciare l’avversaria e, prontamente, prendere possesso del mio umore.
La vittoria è un fatto del tutto momentaneo e transitorio, anche perché la partita fra le due è sempre aperta e sembra non finire mai. L’interminabile lotta in me tra le due non è che sia iniziata tanto tempo fa, forse la si può far risalire a quando sono spuntati i molari “del Giudizio” … o giù di lì.
Con questo non voglio dire che sono un musone, né un ridanciano o, peggio ancora, una persona volubile e fortemente influenzabile dalle cose e dalle situazioni, la proverbiale “Jatta e’ zi Maria” (cfr nota), tanto per intenderci; fatto sta che le sorelline coesistono pariteticamente in me e, anche se si possono vedere come il fumo negli occhi, nessuna delle due rinuncerebbe all’altra, neanche per tutto l’oro del mondo.
Chi, come il sottoscritto, ha un difetto, quello di lasciar troppo facilmente trasparire l’ingombrante presenza dell’una o dell’altra, per non essere vittima di incalzanti ed indiscreti interrogatori, a volte deve ricorrere all’aiuto di una terza sorella anch’essa molto importante per me: Solitudine. Non è questa una compagna con cui trascorro molto tempo o, per lo meno, dedico a lei molto meno tempo delle altre due, tuttavia sono convinto, oggi più che mai della grande utilità del suo aiuto, soprattutto in determinati momenti.
In campagna, nel silenzio, poi, vi assicuro che si apprezza moltissimo Solitudine: sono momenti di piacere intenso, gli unici in cui ritrovo me stesso!
Ndr: “a Jatta e’ zi Maria, che primu chiagne e roppu rire” (la gatta di zia Maria che prima piange e dopo ride) è, nell’immaginario comune della nostra infanzia, l’animalizzazione dell’umore mutevole.
La vittoria è un fatto del tutto momentaneo e transitorio, anche perché la partita fra le due è sempre aperta e sembra non finire mai. L’interminabile lotta in me tra le due non è che sia iniziata tanto tempo fa, forse la si può far risalire a quando sono spuntati i molari “del Giudizio” … o giù di lì.
Con questo non voglio dire che sono un musone, né un ridanciano o, peggio ancora, una persona volubile e fortemente influenzabile dalle cose e dalle situazioni, la proverbiale “Jatta e’ zi Maria” (cfr nota), tanto per intenderci; fatto sta che le sorelline coesistono pariteticamente in me e, anche se si possono vedere come il fumo negli occhi, nessuna delle due rinuncerebbe all’altra, neanche per tutto l’oro del mondo.
Chi, come il sottoscritto, ha un difetto, quello di lasciar troppo facilmente trasparire l’ingombrante presenza dell’una o dell’altra, per non essere vittima di incalzanti ed indiscreti interrogatori, a volte deve ricorrere all’aiuto di una terza sorella anch’essa molto importante per me: Solitudine. Non è questa una compagna con cui trascorro molto tempo o, per lo meno, dedico a lei molto meno tempo delle altre due, tuttavia sono convinto, oggi più che mai della grande utilità del suo aiuto, soprattutto in determinati momenti.
In campagna, nel silenzio, poi, vi assicuro che si apprezza moltissimo Solitudine: sono momenti di piacere intenso, gli unici in cui ritrovo me stesso!
Ndr: “a Jatta e’ zi Maria, che primu chiagne e roppu rire” (la gatta di zia Maria che prima piange e dopo ride) è, nell’immaginario comune della nostra infanzia, l’animalizzazione dell’umore mutevole.
mercoledì 18 gennaio 2012
Una mattina di gennaio un sacrificio pagano
Ricordate?...Sono questi i giorni centrali di una stagione in cui si consumava (e si consuma ancora anche se molto meno) un rito cruento e festoso al tempo stesso: nel gelo tipico di queste mattine, il silenzio del paese veniva squarciato da urla agghiaccianti, rantoli che divenivano via via più flebili, fino ad estinguersi del tutto di nuovo nel silenzio. Qualche forestiero poco avvezzo alle “nostre cose” poteva impressionarsi, ma si trattava solo dell’uccisione del maiale. Era una sorta di sacrificio pagano il cui rituale si tramanda da secoli attraverso le generazioni. Un gancio ed un coltello appuntito per trafiggere il povero suino destinato a salsicce, prosciutti e lonze; esso veniva poi “scorticato”, cioè privato delle setole, si provvedeva infine a privarlo delle interiora e una volta decapitato lo si divideva in due metà, in senso longitudinale. Tali metà erano e sono dette ancora “pacche”, nel nostro dialetto denso di sonorità. A questo punto il rito si interrompeva e si lasciavano le “pacche” appese per permettere alla carne troppo fresca di frollare al rigido inverno. Solo all’indomani mattina il lavoro riprendeva ed il maiale veniva “scurtellato” cioè diviso nei vari tagli.
Crescendo il maiale si alimentava di cose povere, rifiuti alimentari che venivano pertanto sottratti all’immondizia e nobilitati; il rito dell’uccisione del maiale, poi, era collegato con tante altre tradizioni che facevano da cornice e corollario: lo scambio degli “arrusti” (assaggi) fra famiglie del vicinato e della parentela, il riunirsi delle donne per tagliare “a punta di coltello” le carni da insaccare; tra l’altro la regola imponeva che le donne venissero scrupolosamente ispezionate dalle anziane di casa, per evitare che qualcuna, indisposta dal ciclo mestruale, toccasse le carni e che queste, così contaminate, andassero incontro ad un’ineluttabile avariarsi.
Questa breve sintesi di una tradizione, ci rende conto di una cultura contadina le cui regole, fisse ed immutabili, non sono state mai scritte da nessuno, tuttavia vigevano codificate attraverso la tradizione orale.
L’uccisione del maiale era in passato un episodio gioioso e ricco di significati sociali e solidali, soprattutto tenuto conto delle condizioni economiche non particolarmente floride in cui si viveva dalle nostre parti, un occasione per “scialare” con cose semplici e buonissime: carne sauccicciara, zuffrittu, braciole di cotiche, sanguinacci e tanto altro.
Il maiale rappresentava, per la nostra gente, il parallelo del “Dio Bisonte” dei nativi nordamericani: di esso nulla era inutile, pelle, orecchie, piedi, interiora, tutto poteva placare una fame atavica, figlia di una povertà dignitosa e mai miserabile.
Crescendo il maiale si alimentava di cose povere, rifiuti alimentari che venivano pertanto sottratti all’immondizia e nobilitati; il rito dell’uccisione del maiale, poi, era collegato con tante altre tradizioni che facevano da cornice e corollario: lo scambio degli “arrusti” (assaggi) fra famiglie del vicinato e della parentela, il riunirsi delle donne per tagliare “a punta di coltello” le carni da insaccare; tra l’altro la regola imponeva che le donne venissero scrupolosamente ispezionate dalle anziane di casa, per evitare che qualcuna, indisposta dal ciclo mestruale, toccasse le carni e che queste, così contaminate, andassero incontro ad un’ineluttabile avariarsi.
Questa breve sintesi di una tradizione, ci rende conto di una cultura contadina le cui regole, fisse ed immutabili, non sono state mai scritte da nessuno, tuttavia vigevano codificate attraverso la tradizione orale.
L’uccisione del maiale era in passato un episodio gioioso e ricco di significati sociali e solidali, soprattutto tenuto conto delle condizioni economiche non particolarmente floride in cui si viveva dalle nostre parti, un occasione per “scialare” con cose semplici e buonissime: carne sauccicciara, zuffrittu, braciole di cotiche, sanguinacci e tanto altro.
Il maiale rappresentava, per la nostra gente, il parallelo del “Dio Bisonte” dei nativi nordamericani: di esso nulla era inutile, pelle, orecchie, piedi, interiora, tutto poteva placare una fame atavica, figlia di una povertà dignitosa e mai miserabile.
sabato 7 gennaio 2012
VENTO
Il vento stamattina è freddo, ostile, e ti ulula contro quasi a volerti rimproverare qualcosa. Il suo borbottio, a volte sussurrato, a volte intenso richiama “le voci di dentro”, per usare un’espressione eduardiana.
A piedi o in bici, cammini contro vento, ascolti e ti ascolti. Allontanandosi dal paese i rumori prodotti dall’uomo si fanno sempre più sommessi, attenuati e quando rimani solo, nel bel mezzo dei campi, rimane solo la voce del vento e ti sembra che qualcuno ti cammini accanto e ti parli a volte con accenti amichevoli, a volte con piglio severo; se alzi lo sguardo verso l’alto le nuvole, poi, disegnano geometrie insolite, sempre mutevoli. Sono momenti di umore altalenante, affascinato come sei dalla bellezza che ti circonda ma, al tempo stesso, colpito dal freddo pungente e dai pensieri cupi che ti suggerisce il contesto.
Mentre ragiono, tra me e me, mi ritorna alla mente un adagio sentenzioso, molto da filosofo “del pensiero debole” , letto tanti anni fa in un quadretto appeso alla parete: “pigl’ o juorn comme vvè, a femmina comm’ è… e o vient’ comme soscia”
N.d.r. : …per chi ha poca confidenza con il napoletano, il proverbio si traduce più o meno così “prendi il giorno così come viene, la donna secondo il suo verso e il vento nella sua direzione”
A piedi o in bici, cammini contro vento, ascolti e ti ascolti. Allontanandosi dal paese i rumori prodotti dall’uomo si fanno sempre più sommessi, attenuati e quando rimani solo, nel bel mezzo dei campi, rimane solo la voce del vento e ti sembra che qualcuno ti cammini accanto e ti parli a volte con accenti amichevoli, a volte con piglio severo; se alzi lo sguardo verso l’alto le nuvole, poi, disegnano geometrie insolite, sempre mutevoli. Sono momenti di umore altalenante, affascinato come sei dalla bellezza che ti circonda ma, al tempo stesso, colpito dal freddo pungente e dai pensieri cupi che ti suggerisce il contesto.
Mentre ragiono, tra me e me, mi ritorna alla mente un adagio sentenzioso, molto da filosofo “del pensiero debole” , letto tanti anni fa in un quadretto appeso alla parete: “pigl’ o juorn comme vvè, a femmina comm’ è… e o vient’ comme soscia”
N.d.r. : …per chi ha poca confidenza con il napoletano, il proverbio si traduce più o meno così “prendi il giorno così come viene, la donna secondo il suo verso e il vento nella sua direzione”
venerdì 30 dicembre 2011
UN BRINDISI PER GUARDARE AVANTI
Fine anno, la moda imperante è quella dei bilanci: delle cose andate bene e di quelle andate meno bene. Sono convinto che, dato il tempo che corre, sia molto più utile guardare al futuro che rinvangare il passato, anche se molto vicino. Allora il brindisi che stiamo per accingerci a fare, la bottiglia che stiamo per stappare, siano rivolti più alle cose buone del prossimo anno che alle meno buone di quello appena trascorso.
Il 2012 riserva a noi pietramelaresi un appuntamento importante: in primavera si terranno le elezioni del Sindaco e del Consiglio Comunale. Le modalità, imposte anche dalle ultime ristrettezze finanziarie, saranno innovative rispetto al passato, con un numero di persone da eleggere molto più ridotto.
Poco o nulla si sa di cosa “bolla in pentola”: vecchi e nuovi gruppi, vecchi e nuovi personaggi o stanno lavorando nell’ombra oppure, più verosimilmente, non stanno lavorando affatto; ma… qualunque sia il responso delle urne, si chinerà il capo ad esso in segno di sommo rispetto.
Ritengo sterilmente polemico ripercorrere gli errori politico amministrativi degli ultimi venti anni: sono cose passate sulle quali si è discusso ed almanaccato fin troppo! Molto meglio pensare a ciò che va fatto. Chi vincerà la tornata elettorale si troverà ad affrontare un arduo lavoro, estremamente complicato dalle ristrettezze finanziarie nelle quali versano quasi tutti gli Enti Locali. Lo sviluppo ed il rilancio dell’economia, questo il primo imperativo categorico! Il tempo dei miraggi sembra essere definitivamente trascorso, è inutile e dannoso, pertanto, continuare a sperare in un industrializzazione che appare, oggi più che mai, un obiettivo privo di conseguibilità; destinare risorse umane e finanziarie alle opere pubbliche ed alle infrastrutture sembra altrettanto fuori dal tempo. Lo ripetiamo da sempre: ci si dovrà concentrare sulle risorse disponibili ed imperniare su di esse un processo virtuoso di sviluppo. Paesaggio, ambiente, enogastronomia: queste le nostre industrie! Il conseguimento di un obiettivo tanto ambizioso come lo "sviluppo sostenibile" richiederà l’utilizzo di strumenti difficili da utilizzare, primo fra tutti il “marketing territoriale”. Il richiamo, specie nella stagione primaverile/estiva di singoli o gruppi darà ossigeno ad ogni settore della nostra economia, ormai asfittica: all’agricoltura, capace se vuole di produrre vere e proprie eccellenze, al commercio ed alle attività recettive.
Certo, un’ efficace campagna di attrazione è costosa, dovendo essere condotta mettendo in campo eventi, insieme a strumenti multimediali (stampa, radio/TV, Internet), ma le risorse richieste ci sono, basta cercarle. Specifiche opportunità sono riconosciute ai Comuni dai Fondi Strutturali dell’Unione Europea. Si potrebbero, ancora, ad esempio, conseguire risparmi con una gestione del personale più attenta e meno spendacciona.
Ecco l’augurio da porgere ai prossimi Amministratori: possiate essere ricordati in futuro dai vostri concittadini per ciò che di nuovo avete introdotto! Buon 2012.
Iscriviti a:
Post (Atom)






