Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

lunedì 12 luglio 2021

INGLESI: ANCORA AL VERTICE DI UN IMPERO?

Non sono usualmente un estimatore del calcio, tuttavia per una ragione di orgoglio identitario nazionale, ho assistito dall’inizio a tutte le partite disputate dall’Italia nel Campionato Europeo appena concluso vittoriosamente. L’epilogo con la premiazione è stato coronato da un episodio che definire disgustoso è poco! … I calciatori inglesi che si strappavano la medaglia dal collo appena ricevuta, quasi un gesto liberatorio per un’ingiustizia subita? Direi proprio di no. Avrebbero dovuto ricordare la benevolenza dell’arbitro Makkelie nel concedere un rigore dubbio se non inesistente, nella semifinale contro la Danimarca, almeno questo! La partita è stata corretta e il responso sul possesso palla chiarissimo: 65% contro un misero 35% inglese. Neppure la delusione di chi dopo due soli minuti era in vantaggio potrebbe giustificare il gesto.
Gli inglesi forse sono ancora convinti di essere al vertice dell’impero planetario conquistato fra il settecento e l’ottocento, in cui i popoli colonizzati erano costretti a vessazioni e sfruttamento economico. Un po' come quei nobili decaduti che per sopravvivere sono costretti a vendere i gioielli di famiglia, ma che comunque mantengono un comportamento sussiegoso nei confronti degli altri. L’impero britannico si è ormai dissolto, da almeno un cinquantennio!
La dice lunga in tal senso anche la decisione di quel popolo di uscire dall’Unione Europea, la Brexit; ciò, a conti fatti, ha causato danni ingenti all’economia britannica. Il primo ministro Alexander Boris de Pfeffel Johnson, ha agito sicuro di spuntare un buon compromesso con Bruxelles, ma è un fatto che ora, dei due, è il più debole: gli europei possono sostituire abbastanza bene la perdita di acquirenti britannici per i loro prodotti, mentre Londra adesso ha molti più problemi a fare a meno dei ricavi del commercio con l’Europa. Secondo le prime stime dell’Office for national statistics inglese (Ons), le esportazioni britanniche verso l’Europa sono diminuite del 75% a gennaio 2021 rispetto a dicembre 2020 per quanto riguarda i prodotti alimentari (cibo e bevande insieme), e del 25% nel settore medico.  
Il gesto poco elegante e tanto antisportivo di togliersi la medaglia dal collo si spiega quindi con un senso di diffusa superiorità rispetto al resto d’Europa, che tuttavia si scontra con la frustrazione di una realtà che nei fatti lo contraddice in modo totale. Va comunque fatto notare (per onestà) che di tale vicenda esiste anche un precedente italianissimo. Nel 2013, infatti, al momento della premiazione della squadra della Roma che aveva appena disputato la finale di Coppa Italia, con la Lazio, i calciatori della Roma, tutti con un’espressione rigorosamente funerea, venivano premiati dal Presidente del Senato. Per primo il capitano Totti e poi tutti gli altri, un attimo dopo aver ricevuto la medaglia, se la toglievano stizziti, in un gesto di evidente rifiuto della sconfitta e del secondo posto. 
Se condanna ci deve essere condanna sia per chiunque si comporti in tale deprecabile modo, entro e fuori dai confini nazionali!

sabato 3 luglio 2021

DON PASQUALINO

 

Cosa ci resta di un uomo, se non i ricordi che ci legano a lui e le cose che ha fatto per gli altri? Se costui poi, è stato un sacerdote che ha vissuto (letteralmente) in prima linea, il suo ministero, allora vale la pena di parlarne.
Don Pasqualino Izzo, (vedi foto 1) nacque negli U.S.A., a Rochester il 27 febbraio 1910, un figlio come tanti dell’emigrazione, quella iniziata appena dopo l’unità nazionale.  Tornata a Pietramelara la famiglia, il nostro frequentò il seminario e il 15 luglio 1934, all’età di ventiquattro anni fu ordinato sacerdote. Il contesto politico generale era tutt’altro che tranquillo, in pieno ventennio fascista, e l’Italia si avvicinava alla guerra, accanto alla Germania nazista. Il giovane sacerdote servì la patria con il grado di tenente cappellano, presso l’Ospedale da Campo 571, nella ex Jugoslavia a Grosuplje, cittadina dell’attuale Slovenia che dal 1941 al 1943, durante l'occupazione, ha fatto parte della Provincia Italiana di Lubiana. Con l’armistizio del 8 settembre le cose si misero male per gli italiani in divisa, e la sorte peggiore toccò a coloro che si trovavano al di fuori dell’Italia. Al proposito, dalla documentazione che mi è stata fornita dalla sig. Ada Di Lorenzo, nipote di Don Pasqualino, egli scriveva: “Quando fu compiuto l’armistizio, addì 8 settembre 1943, mi trovavo a Novo Mesto, ove mi ero recato per ragioni di servizio. Il giorno seguente partii sollecitamente. Rientrato superando non poche difficoltà di viaggio a Grosuplje, mi riunii alla mia unità, ed insieme tentammo la fuga. Se non che a Lubiana fu impossibile proseguire, e dovetti rifugiarmi presso quel centro ospedaliero, riuscendo a occultarmi ai tedeschi, che però dopo parecchi giorni mi catturarono, trattenendomi a Lubiana fino al 5 ottobre 1943. Dopo tale data mi inviarono a Verona, da cui proseguii per Roma, rendendomi irreperibile ai tedeschi, ai quali precedentemente avevo fornito falso indirizzo”
Tornato a Pietramelara, Don Pasqualino succedé a Don Michele Angelone, dapprima dal settembre 1944 in qualità di “economo spirituale” e, dal febbraio 1946 come parroco in Sant’Agostino, che allora portava la denominazione parrocchiale di “San Lorenzo Martire”.
Ma veniamo al sacerdote che ricordo io, quello dei giorni più vicini a noi. Ancor prima del compianto Don Roberto, Don Pasqualino si rese conto che la sua missione andava portata fra la gente e soprattutto fra i giovani, interpretandone le esigenze di socialità.  Si adoperò per dotare il nostro comune del primo campo sportivo, e fu tra i primi presidenti del calcio Pietramelarese. Acquisì l’ala sinistra del Palazzo Comunale, recuperando parzialmente un bene espropriato agli Agostiniani un secolo e mezzo prima, in epoca napoleonica, e parallelamente realizzò, al primo piano, la sala parrocchiale, che ospitava anche un piccolo cinema per ragazzi; qualche volta in tale sala si tenne anche qualche veglione e feste da ballo. In quegli anni, intorno al ’70, fu anche adeguato l’altare maggiore ai dettami conciliari. Erano quelli gli anni ruggenti per il nostro paese, che allora esprimeva le sue energie in senso più positivo che mai; il momento storico, il carattere sanguigno e l’autorevolezza permettevano a Don Pasqualino di dichiarare apertamente di essere democristiano, e nonostante ciò mantenere i rapporti più che cordiali con coloro i quali in paese professavano fedi politiche diverse; notoria ad esempio era infatti la sua amicizia con Gianni Sorbo,  leader socialista del tempo e sindaco negli anni settanta/ottanta.
Resse anche per qualche tempo la parrocchia di San Felice, nonostante la vecchiaia non si dimise da parroco, e festeggiò il 60simo di sacerdozio in una bella festa di popolo in piazza (vedi foto 2) il 15 luglio 1994, dopo qualche mese si spense il 20 settembre dello stesso anno.

martedì 15 giugno 2021

UNA STORIA PIETRAMELARESE

 

Parsippany-Troy Hills, comunemente chiamata Parsippany, è un comune degli Stati Uniti d'America della Contea di Morris, nello Stato del New Jersey. Il comune è stato istituito come township il 12 marzo 1928: 53.238 gli abitanti, non si tratta affatto quindi della megalopoli americana a cui siamo di solito abituati a pensare. Nel 2006 Parsippany secondo la rivista Money venne riconosciuta al diciassettesimo posto delle città da visitare negli Stati Uniti. Per la cronaca, in questa cittadina risiede anche la sede americana della Ferrero, tra le maggiori industrie italiane nel mondo. È in questo piccolo comune statunitense che si svolge la storia che vi vado a raccontare.
Partito da Pietramelara, dopo aver perso la mamma Filomena (guarda caso il nome di mia madre e di mia figlia) morta nel dare alla luce la sorellina Maria, che qualcuno ricorderà, il 24 maggio 1905 Antonio Cerbo (foto di copertina), fratello di mio nonno Pasquale, arrivò a New York, sbarcando dalla nave “Città di Torino” (dati desunti dal sito CISEI- Centro Internazionale Studi Emigrazione Italiana); aveva 17 anni e di mestiere faceva il contadino, non era analfabeta. Spaesato come può esserlo un ragazzo proiettato in un universo così distante e distinto da quello di origine, non si perse affatto d’animo, giunto che fu, non so come, a  Parsippany, fu il primo italiano a risiedervi, e qui avviò un'azienda agricola lungo la strada. Il piccolo   stand crebbe fino a diventare formalmente Cerbo's nel 1913. Come da tradizione la conduzione familiare è durata da quel momento sino ad oggi, ed ora è gestita dalla 3a e 4a generazione della famiglia Cerbo, proprio qui nello stesso punto in cui tutto è iniziato.
Cerbo's Greenhouse and Garden Center è l'attività più antica di Parsippany, persino più antica della città stessa! L'atto originale è stato completato su un pezzo di carta pergamena e consisteva in 26 acri (circa 10 ettari e mezzo), molti dei quali sono stati espropriati per la realizzazione della Route 80, una lunga autostrada che percorre gli states da Est a Ovest. Il 2021, quindi è il 108simo anno di attività, con l’orgoglio di portare avanti l'impegno di Antonio nei confronti della comunità locale.
Attualmente la Cerbo's Greenhouse vanta ben 3 sedi in tutto il North Jersey. Il garden center a Parsippany è attivo da 105 anni e funge anche da cantiere di vendita al dettaglio/all'ingrosso. Il vivaio a Hampton è un altro cantiere di vendita al dettaglio/all'ingrosso dove coltiviamo anche il nostro vivaio. La terza sede è la fattoria di alberi nella città di Branchville, divenuta maggior produttrice di alberi da ombra, ornamentali e sempreverdi. A novembre e dicembre viene gestita anche una fattoria di alberi di Natale "scegli e taglia".,
Una storia di drammi familiari, affetti spezzati dalla sorte, alterne fortune ma anche di orgoglio profondo e legame con la tradizione, con l’amore viscerale per la terra che fa da filo conduttore in un viaggio fra Pietramelara e gli USA. L’epilogo di questa storia ci consegna una realtà produttiva di grande valenza esemplare, offertaci da  Antonio Cerbo, un uomo del popolo i cui discendenti ancora onorano la sua memoria nel migliore dei modi.
(il pezzo è stato scritto in seguito al desiderio realizzato di mia figlia Maria Francesca di ritrovare questi parenti americani)

venerdì 4 giugno 2021

DALLA PRIMA ALL'ULTIMA ORA


Sono stati gli uomini a fare Pietramelara o, al contrario, è stata Pietramelara a fare gli uomini? E’ ponendomi questo interrogativo che mi accingo a scribacchiare una serie di pezzi dedicati ai Pietramelaresi illustri, a coloro che hanno lasciato un’impronta netta e positiva sul suolo di questo paese. Confuso da dove cominciare, penso di dedicare il primo di questi pezzi al dottor Filippo Adipietro (vedi foto di copertina), servendomi come fonte di un breve opuscolo datato 9 dicembre 1995, dato alle stampe in occasione dello scoprimento del busto bronzeo in Municipio. L’opera era stata dapprima destinata alla sala della biblioteca comunale, dopodiché fu traslata nella sala consiliare.
Il medico di tante generazioni di pietramelaresi, per tanti ron F'lippu, nacque il 9 agosto 1900, a Pietramelara, da Giovanni Alfredo, anch’egli medico, e da Rosa de Ponte. La famiglia era di origine partenopea e giunse in paese al seguito del nonno Filippo, che assunse l’ufficio di Segretario Comunale qualche decennio prima, quindi appena dopo l’unificazione d’Italia.
Il piccolo Filippo studiò dapprima presso il convitto “Agostino Nifo” di Sessa Aurunca, dove conseguì la maturità classica, fu quindi chiamato alle armi sul finire del primo conflitto mondiale, insieme ai cosiddetti “ragazzi del '99”. Terminata la leva, e dopo la fine vittoriosa del conflitto, si iscrisse alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Napoli, che al tempo aveva maestri della levatura di Antonio Cardarelli, Leonardo Bianchi, Giuseppe Moscati. E proprio di Moscati, medico santo, fu allievo nel corso dell’internato tenutosi presso l’Ospedale degli Incurabili; della frequenza di un uomo di così alto profilo morale ed etico il dottor Adipietro conservò per sempre l’impronta professionale ed umana. Il 21 novembre 1925 si laureò, e successivamente si specializzò in Traumatologia e Chirurgia d’Urgenza, nonché in Ostetricia e Ginecologia. Sposò nel 1928 la signora Maria Sanniti, donna di grande bellezza che gli diede quattro figli. Scelse allora di esercitare in Pietramelara, scartando le lusinghe di una sicura carriera a Napoli. Nel 1939 fu nominato Ufficiale Sanitario di un vasto tenimento che comprendeva anche Riardo, Baia, Roccaromana, Pietravairano, Caianello e Vairano Patenora.
Partecipò alla guerra di Spagna, in cui fu anche ferito: il suo servizio encomiabile gli valse una Croce di Guerra. Tornato, fu nominato podestà di Pietramelara ma, appena insediato, fu richiamato alle armi con il grado di Tenente Medico; a guerra finita, nel 1951 gli fu conferita una seconda Croce al Valor Militare. Dopo l’armistizio si distinse nella cura dei molti feriti per l’occupazione tedesca   e, a tal proposito, l’arciprete Lombardo ebbe a scrivere di lui: “Il Dottor Filippo Adipietro rimase al suo posto dalla prima all’ultima ora e si prodigò con slancio ed abnegazione nella cura dei feriti e dei moribondi”. Tornata la pace, fu nominato direttore sanitario dell’Ospedale di Roccaromana, e continuò per lungo tempo ad esercitare la professione medica presso il palazzo di famiglia. Dopo una breve malattia la morte lo raggiunse il 2 agosto 1983.
La vicenda umana a professionale di quest’uomo offre lo spunto per più di una riflessione: l’attaccamento al luogo natio, lo slancio che mostrava nell’esercizio della professione medica, la pietà dimostrata nei confronti dei propri pazienti, specie i più indigenti, ne hanno fatto un modello ancora presente, dopo un quarantennio dalla scomparsa, nella memoria di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo.
 

domenica 30 maggio 2021

L'ACQUEDOTTO E LE SPERANZE DELUSE

 


L’Acquedotto della Campania Occidentale (A.C.O.) fu progettato e parzialmente realizzato dalla ex Cassa per lo Sviluppo del Mezzogiorno al fine di attuare le previsioni del Piano Regolatore Generale degli Acquedotti. L’esecuzione dei lavori iniziò verso la fine degli anni settanta, e interessò una direttrice della nostra provincia in senso Nordovest/Sudest, attraversando nelle nostre vicinanze i comuni di Presenzano, Vairano Patenora, Pietravairano, Roccaromana e Pietramelara, per concludersi nei primi anni novanta; il complesso sistema idrico entrò in funzione nel 1998.
Nel nostro comune, in contrada San Martino, inizia poi una lunga galleria a sezione circolare del diametro di circa otto metri, e per una lunghezza di otto chilometri fino a sbucare nel versante sud del Monte Maggione, in comune di Pontelatone.
L’Acquedotto della Campania Occidentale fu pensato per provvedere integralmente alle necessità idriche di 71 Comuni delle province di Napoli e Caserta, per una popolazione di circa 3.800.000 abitanti.
Ad oggi l’opera è da ritenersi realizzata per l’81% delle previsioni, mancano al completamento l’integrazione delle risorse idriche con le fonti di S. Bartolomeo e la sistemazione definitiva della captazione del fiume Gari. L’acquedotto attinge le sue risorse in tre diverse regioni: Campania, Lazio e Molise.
Della galleria nel Monte Maggiore, dicevo, e delle illusioni a cui ha dato luogo: chi non ha vissuto quegli anni forse non sa che nella perforazione della matrice calcarea, a circa un chilometro dall’imbocco, pertanto in comune di Pietramelara, fu rinvenuto un corpo idrico di buone dimensioni e portata (se la memoria non mi inganna, circa 14 litri al secondo); la qualità dell’acqua era buona, fatta eccezione per la durezza, fatto naturale dovuto al calcare che attraversava. Era logico aspettarsi che acque rinvenute a Pietramelara dovessero essere destinate ai suoi cittadini: così non fu, anche per ragioni tecniche, comunque superabili con la volontà e modica spesa, ma anche per una certa rassegnazione che si fece strada nell’amministrazione di allora. Bisognava far pesare sul piatto il danno subito per l’attraversamento della condotta, e per l’imposizione di una servitù destinata ancora a vigere per decenni e decenni. In cambio la Protezione Civile ci concesse la realizzazione del campo pozzi che attualmente alimenta il nostro acquedotto comunale. Per la cronaca, quando in alcuni periodi critici viene prelevata acqua dalla condotta, per le necessità del nostro comune, tale prelievo è a titolo oneroso.
Ma molto di più furono deluse le aspettative di quanti vedevano nella galleria la possibilità di realizzarne una, magari più grande, che riassumesse in se le funzioni di trasporto idrico e stradale! Un’utopia per qualcuno, non per quanti sanno fare grandi sogni; se realizzata tale idea progetto avrebbe permesso di raggiungere in pochi minuti il casello autostradale di Santa Maria Capua Vetere, oppure con qualche chilometro in più la città di Caserta, lato San Leucio; inoltre se diretti a Napoli si sarebbero potuti guadagnare almeno venti minuti di percorrenza. Sono convinto che per tale idea bisognava fare qualcosa in più, magari prima, quando l’opera era in fase progettuale, le disponibilità finanziarie non mancavano allora. Si poteva ricorrere a metodi di protesta organizzata, coinvolgendo le parti sociali interessate: sindacati, organizzazioni professionali degli agricoltori, e comuni cointeressati. Purtroppo niente di tutto questo, e per raggiungere Caserta e Napoli siamo ancora costretti a percorrere la pericolosa e affollata Casilina.
 
 
 

domenica 16 maggio 2021

IL FAI NEL NOSTRO BORGO


Le Giornate FAI di Primavera sono il primo grande evento nazionale dedicato ad arte e cultura organizzato dopo l’ultimo periodo di lockdown.
Anche quest’anno la grande manifestazione di piazza del FAI, dal 1993 il più importante evento dedicato al patrimonio culturale che celebra arte, storia e natura, torna a coinvolgere gli italiani - dopo i mesi difficili vissuti - nell’entusiasmante scoperta delle bellezze che ci circondano, con prenotazione obbligatoria sul sito www.giornatefai.it fino a esaurimento posti disponibili ed entro la mezzanotte del giorno precedente la visita.
Nel casertano sono sei i luoghi da visitare tra Riardo e Pietramelara. Nel nostro comune: la visita del centro storico e della torre medievale; per effetto della disponibilità di Carmelo, volontario della Pro Loco Pietramelara, poi è stato possibile “fuori programma”, offrire l’opportunità di conoscere il Palazzo Ducale Caracciolo e la sua storia.
A conclusione della prima giornata, quali le impressioni e le considerazioni del vostro blogger scribacchiante? Positività diffusa, prima di tutto, una grande vetrina offerta al nostro patrimonio monumentale: la visibilità è stata enorme se si pensa che i visitatori provenivano da ogni dove. I luoghi di origine più frequenti Napoli e Caserta, ma anche realtà urbane più lontane quali Portici e Salerno. Personalmente sono stato ben felice di illustrare agli intervenuti i particolari architettonici ed urbanistici del nostro Borgo, delinearne la storia, con frequente riferimento al cruento episodio vissuto nel marzo 1496, in cui gli “stradiotti” veneziani misero a “ferro e fuoco” la terra che rimase bandita ed abbandonata per lunghi anni. Il culmine ed il termine di ogni visita si teneva sul belvedere della Torre Longobarda, ed era per me un piacere che i visitatori, quando varcavano la botola alla fine della scala a chiocciola, emettevamo quasi sempre un “oohh” di compiaciuta meraviglia ad osservare la nostra piana, cosparsa di piccoli borghi, masserie ed ordinate coltivazioni, piana in cui l’aspetto rurale si è conservato predominante rispetto a quello urbano. Tante le domande e le curiosità da soddisfare: “quante famiglie abitano ancora sul borgo”, “a chi rivolgersi per il bando Case a un euro”, “qual è origine del nome Pietramelara” le più frequenti e ripetute, ma anche tanto altro. 
A ragione veduta i volontari FAI, quelli della Croce Rossa, la Pro Loco Pietramelara e le altre associazioni ed istituzioni hanno saputo giocare la propria parte; l’organizzazione ha funzionato in modo puntuale e grazie al rispetto della tempistica è stato possibile dare a tutti i visitatori l’opportunità di visitare il borgo in sicurezza e con cognizione di causa.
Le “occasioni mancate non sono mancate”, non è un gioco di parole, ad esempio, in altri tempi sarebbe stato possibile visitare il Museo di Arte Sacra, felice intuizione di Don Roberto, e ormai dissolto ad opera di preti distratti e sprovveduti; ed inoltre certo, ci si sarebbe aspettato che i “padroni di casa”, un sindaco, un vicesindaco, qualche assessore, magari il delegato al centro storico, invisibile da qualche tempo, si fosse fatto vedere con un saluto di benvenuto: ciò non è avvenuto… pazienza, è evidente che anche di sabato avevano tanto da fare.
 

venerdì 23 aprile 2021

TRIC TRAC (eccetera eccetera)

C’è un momento nelle vicende di una famiglia che induce sempre qualche problema: la successione e divisione ereditaria. Nel caso della mia, come in tante altre, d’altronde, le cose si sono risolte in breve tempo, grazie al buon senso dei contendenti/coeredi, in altri casi, al contrario, si sfocia prima in acredini, liti, e poi addirittura in cause giudiziarie. Basta fare un semplice giro del vicinato per averne contezza.

Dividere un patrimonio ereditato dopo che termina la vita di un genitore, infatti, aggiunge al dolore per la dipartita di una persona cara, anche il fastidio di discussioni interminabili, puntigli che impegnano in trattative lunghissime ed estenuanti, prima di giungere ad un risultato soddisfacente. Si ha notizia che le controversie si sono trascinate in alcuni casi per anni interi, a volte decenni, con il risultato che, tra spese legali e giudiziarie, perizie e scartoffie varie, gran parte dell’eredità si volatilizza. Va detto che in talune situazioni le ingiustizie possono provenire proprio dal testatore, il quale, nel dividere il patrimonio, si fa guidare più dalle preferenze e simpatie che da un criterio equo, nel vero senso della parola.

Anche in questo ambito la saggezza popolare ha detto la sua: l’eredità, secondo coscienza, va divisa in parti uguali! C’è una curiosa espressione nel nostro dialetto, utilizzata sino a qualche decennio fa ed oggi forse dimenticata, che si riferisce proprio a tale criterio di equità nella divisione ereditaria… l’avete sentita, la conoscete? “Tric trac, tant’ a parte”. I botti di Natale non c’entrano affatto: essa vuol dire, in altre parole che ogni quota dell’eredità deve assumere per ciascun coerede un valore congruo ed equivalente. Non conosco la derivazione e/o l’etimologia della cosa: azzardando una spiegazione il tric dovrebbe essere un parametro indefinito, una sorta della "X" in algebra, la cui entità economica deve essere pari (o quasi) al trac, altro parametro indefinito, da cui la volontà del testatore di non commettere ingiustizie, nei confronti di chi gli sopravvive. Se il tric equivale a un mezzo, un terzo (e via dicendo) dell’eredità, altrettanto varrà il trac.