Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

sabato 17 aprile 2021

E... IMMEDIATAMENTE DOPO: VACCINAZIONE

Ci risiamo… è già la seconda volta che mi succede in meno di un paio di mesi! Una telefonata o una fredda mail mi avvisano di aver avuto contatti con una persona risultata positiva. Le sensazioni che si susseguono nell’animo sono tante e diverse: emozione, timore di essere stato contagiato, fiducia nella buona sorte che fino a quel momento ti ha assistito.
La prima volta si trattò di un’accidentale visita in un ufficio in cui uno degli operatori era risultato positivo, ieri si è trattato di un collega di lavoro che usualmente frequento. Allora devo restare isolato per una decina di giorni, e non posso fare un tampone perché nell’immediatezza le eventuali positività o negatività potrebbero essere non veritiere. Togliersi un dubbio che ci attanaglia indurrebbe chiunque ad affrontare la realtà sottoponendosi ad un test ma, come detto, non è ancora possibile; la voglia di correre verso uno dei laboratori specializzati è tanta, e la spesa da sostenere non frena affatto. Mi sento bene come non mai, vorrei uscire, lavorare, recarmi in ufficio, ma non si può.
In tutto questo l’hobby della campagna è stato ed è di grande aiuto: nella scorsa primavera, nonostante il lockdown totale a cui siamo stati sottoposti, non ho trascorso mai un intero giorno in casa, allo stesso modo quello che mi succede, la notizia di cui sono stato fatto partecipe, mi lascia quantomeno tranquillo. Nelle ore in cui non sarò al PC per sbrigare in Smart Working le faccende dell’ufficio potrò, nonostante tutto, evadere, uscire, dedicarmi all’orto, all’oliveto, alla piccola casa. Trascorrerò, come già faccio, interi pomeriggi in totale isolamento, la strada asfaltata dista varie centinaia di metri, e il traffico di auto e mezzi agricoli, già di per se poco intenso, giunge alle orecchie quasi gradevole, il vento, poi, intrufolandosi fra i rami produce una sorta di melodia. Le piante sono immobili e non emettono suoni (o almeno noi non siamo in grado di avvertirli), tuttavia si instaura dopo anni con ognuna di esse un rapporto diretto, particolare, una corrispondenza biunivoca che ripaga con grandi soddisfazioni tutto il lavoro ed il sudore che si versa.
A presto, miei cari quattro lettori di questo blog scribacchiato, e spero di comunicarvi che si è trattato ancora un volta solo di una precauzione e… immediatamente dopo: vaccinazione.

martedì 13 aprile 2021

CASE A UN EURO

Si tratta della prima ed unica iniziativa concreta per il recupero delle parti private del nostro Borgo, dal momento in cui è cominciato l’abbandono (inizio anni ottanta), ad oggi. Parlo del cosiddetto Progetto “Case a un euro nel Borgo di Pietramelara (CE)”, di recente messo in cantiere dall’attuale Amministrazione Comunale. Secondo tale progetto “I proprietari che intendono cedere i propri immobili disabitati situati nel centro storico manifestano adesione all'iniziativa dichiarando la volontà e la disponibilità alla cessione al prezzo simbolico di un euro dell’immobile dandone comunicazione scritta al Comune di Pietramelara “. Nella parte comunicativa del progetto si elencano gli obblighi che gli eventuali acquirenti si impegnano ad osservare, nonché il ruolo che l’Ente Comunale dovrebbe giocare.
Sottolineata la sostanziale positività dell’idea, peraltro in linea con tanti altri comuni che come il nostro dispongono di un patrimonio abitativo non più adeguato alle esigenze della vita moderna, ma comunque bisognoso di manutenzione, restauro e rifunzionalizzazione, ritengo che qualche perplessità in merito vada espressa.
Orbene, nel manifesto affisso domenica scorsa riportante, per grosse linee, le direttrici del progetto, si illustrano due possibilità per i proprietari di immobili in condizioni di scarsa sicurezza per l’incolumità pubblica e siti nel Borgo: Ipotesi A – provvedere con urgenza all’eliminazione dei pericoli incombenti, o, in alternativa, Ipotesi B- dichiarare di essere disposto alla cessione gratuita dell’immobile ad eventuali richiedenti.
La prima perplessità riguarda il fatto che, anche evidenziandosi un pericolo per la pubblica incolumità, ed individuando nei proprietari degli immobili la responsabilità di eventuali incidenti e danni, non si prevede alcun tipo di contromisura nei confronti di coloro che non aderiscono all’iniziativa, scegliendo né l’ipotesi A, né tantomeno la B.
La seconda perplessità riguarda gli immobili oggetto di simbolica compravendita. Le case del Borgo vantano una storia plurisecolare ma, nonostante ciò, fino a qualche decennio fa non hanno destato pericoli né immanenti, né futuri; neppure il terremoto del 1980 produsse danni degni di nota, soprattutto perché lo sperone calcareo su cui il borgo venne edificato ha assicurato nel tempo stabilità e sicurezza ai residenti.  Le lesioni, i calcinacci e i crolli derivano piuttosto dall’incuria di coloro che erano tenuti dalla vigente normativa ad assicurare sicurezza: da una parte i proprietari, dall’altra il Comune che doveva vigilare sull’inosservanza degli obblighi a manutenere gli immobili. Dall’ottanta ad oggi le varie amministrazioni succedutesi, per il timore dell’impopolarità, hanno contribuito a produrre lo stato di cose che osserviamo. D’altronde lo stato di degrado dei fabbricati non è omogeneo: alcuni presentano solo tegole sconnesse in procinto di cadere al suolo, altri lesioni più o meno evidenti, in altri già sono avvenuti crolli di solai e coperture; appare evidente che gli immobili più degradati sono quelli più bisognosi con urgenza di interventi ma, allo stesso tempo meno appetibili da parte di eventuali interessati, e tale fatto è in grado di compromettere seriamente l’efficacia del progetto. Inoltre il costo delle opere edili nel borgo è sensibilmente superiore all’ordinario: nessuno, nel pieno delle facoltà mentali, si accollerebbe una spesa di centinaia di migliaia di euro per recuperare un fabbricato semi crollato, ma sono questi   proprio gli immobili che destano più preoccupazioni!
Terza ed ultima perplessità, l’assenza dall’idea progettuale di un attore fondamentale: il delegato al Borgo in Consiglio Comunale; la sua conoscenza dei luoghi, delle problematiche e delle esigenze dei residenti avrebbe senz’altro potuto dare un’accelerazione   alle azioni di recupero.

venerdì 2 aprile 2021

RIARDO/PIETRAMELARA. SEPARAZIONE CONSENSUALE


E’ una vecchia storia quella che descrive i rapporti tra Riardo e Pietramelara, fatta di rivalità ataviche, di campanilismo, di ironia, ma anche di stime reciproche, matrimoni misti, di amicizie che durano una vita. Sono certo, con la consapevolezza derivante da sei decenni di vita, e posso affermare che elementi buoni e cattivi, positivi e negativi sussistano in ambedue i paesi: in definitiva credo che si tratti di due “popoli fratelli”, con i pregi e i difetti tipici dei borghi rurali. Ma, come erano nel passato regolati questi rapporti?  
Ero impegnato tempo fa in una ricerca via web relativa a documenti custoditi presso l’Archivio di Stato di Caserta, e per pura casualità ho avuto contezza di una vicenda inizi ottocento, riguardante la separazione amministrativa tra i due comuni confinanti. Si tratta di un carteggio risalente all’epoca della monarchia murattiana, che va dal 1812 al 1813.
Ritengo che l’annessione di Riardo a Pietramelara sarà stata cosa di qualche anno, non di più; sono portato a pensarlo perché da varie fonti emerge che l’Università di Riardo (questo il nome che assumevano i comuni nel medioevo e rinascimento) è sempre esistita; e va detto che emerge con chiarezza che, anche nel periodo dell’annessione, la comunità riardese ha sempre goduto di ampia autonomia. Una parentesi, quella dell’annessione, dovuta a qualcuno dei frequenti cambi di dinastia nel regno di Napoli: è costume diffuso che chi subentra al potere, al posto di qualcun altro, desidera, sempre e comunque, lasciar segni di cambiamento e di razionalizzazione (vera o presunta) della macchina amministrativa. Dovette essere così, forse proprio nel periodo murattiano, che a qualcuno venne lo schiribizzo di riunire sotto la stessa amministrazione le due comunità che, comunque, continuarono a camminare ognuna per la propria strada. Va detto che Gioacchino Murat, per la propria formazione militare, tenne sempre presente il rigore finanziario ed amministrativo, cosa che lo indusse a sopprimere quelle autonomie amministrative ritenute “minori”.
Dal carteggio, in una supplica indirizzata al Sotto Intendente di Gaeta (funzionario sotto la cui giurisdizione ricadeva il territorio), trasmessa con nota dell’eletto di Riardo Gaetano Zona, datata 12 settembre 1812, “i sottoscritti Cittadini del Comune di Riardo supplicando espongono alla vostra Giustizia, qualmente è pervenuto a loro notizia che dalla Comune di Pietramelara siasi ottenuto che essa di Riardo resti a quella definitivamente unita. Non senza raccapriccio si è intesa e si intende tal novità per tutta la popolazione, la quale quando sperava di essere esonerata da tale schiavitù, dietro gli reclami fatti per una simile pretenzione, si è visto invece punito il giusto ricorso” nella supplica a firma dei sigg. Rocco Di Nuccio, Pietro Zeppetella Tommaso Caiazza ed altri, si lamenta che anche avendo le due comunità ruolo fondiario e bilanci separati, nel decurionato di Pietramelara (attuale consiglio comunale) un solo posto era stato riservato a Riardo. Con nota data in Capua il 12 gennaio 1813 l’Intendente di Terra di Lavoro (il capoluogo fu spostato in Caserta solo nel 1818) comunica al Sotto Intendente di Gaeta che “Il sig. Ministro dell’Interno si è compiaciuto di approvare che il Comune di Riardo rimanendo disunito da Pietramelara, formi un amministrazione sola ed indipendente” ed inoltre dispone che si formi il buggetto (bilancio di previsione) del comune distaccato, e che si nomini sindaco il sig. Tommaso Caiazza, primo eletto Rocco Di Nuccio, secondo eletto Pasquale Spaziano e Gennaro Santagata cancelliere (forse una sorta di segretario comunale di allora). E’ curioso    che tali nomine abbiano interessato proprio i primi firmatari della supplica.
Come fu sentita la cosa a Pietramelara? ... dallo stile delle note presenti nel carteggio noto una certa freddezza, i toni sono estremamente pacati nell’accettazione di quanto disposto dal potere centrale, tant’è che Vincenzo Papa, sindaco di Pietramelara, con nota del 24 gennaio 1813 comunica al Sotto Intendente di Gaeta che “Non prima di questo giorno ho potuto recarmi in Riardo per l’esecuzione  della vostra n. 231, giacché il sig. Tommaso Caiazza , eletto di colà, si era da me spedito in Capoa…”, la nota continua poi con l’elencazione degli adempimenti amministrativi relativi al distacco dei due comuni.
Sono certo che, neanche allora, nel periodo in cui vigeva l’annessione, nessun pietramelarese abbia ritenuto Riardo un “popolo vassallo”. Una separazione “consensuale”, quindi priva di risentimenti da ambedue le parti, forse proprio perché calata dall’alto senza alcuna sollecitazione locale.
 
 

domenica 21 marzo 2021

IL VENTIDUE DI MARZO

“Quantunque gradevole sia sempre a Maria o che si venerino con parzialità le sue allegrezze, o che si onorino i suoi dolori, sendo (essendo, ndr) sempre segno di vera amicizia congratularsi coll’amico sì delle sue gioie che prender parte alle di lui sventure , tuttavia, a parere di Sant’Agostino, mostra più attenzione chi viene in soccorso degli affanni, che quegli che faccia compagnia nei gosimenti” con questo pensiero Monsignor Vincenzo de Ponte, Protonotario Apostolico e Penitenziere della Cattedrale di Teano, inizia il suo diario, tenuto dal 1853 fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1885. Il diario tratta della propria donazione del gruppo scultoreo dell’Addolorata (cfr. immagine di copertina) alla Chiesa di Sant’Agostino in Pietramelara, opera dello scultore napoletano Arcangelo Testa, nonché della festa civile e religiosa che si è poi regolarmente tenuta anche dopo la sua morte, nel mese di ottobre, con qualche breve interruzione dovuta a fatti storici, come ad esempio avvenne nel 1860, in occasione del processo di unificazione “Nell’anno 1860 a causa delle turbolenze del governo, e perché nel mese destinato alla festività di Maria Addolorata  della pietà il paese tribolato dall’orde borboniche, le quali essendo qui accantonate in numero stragrande , e non bastando al loro alloggio le case de privati la nostra Chiesa di AGP, quella cioè di S. Agostino (chiamata anche con quel nome)  fu occupata come quartiere, non potetti perciò al solito far celebrare  l’annuale festività. Quindi nella speme di una pace duratura all’ombra della sabauda Croce sotto il regime di Savoia la farò, a Dio piacendo, più sontuosa celebrare al prossimo anno 1861”. Il de Ponte nutriva simpatie filounitarie e filosavoiarde, quindi, anche se poi si dovette in qualche modo ricredere quando gli italiani presero Roma, annullando il potere temporale del papato “Coll’occasione di’esser stato in Roma facendo parte del gran pellegrinaggio Italiano, che a prestar omaggio di divozione e filiale venerazione al Sommo regnante Pontefice Leone XIII, e per una dichiarazione del Mondo cattolico di molto affetto alle Sante ceneri del gran Pontefice Pio IX insultate villanamente da taluni miscredenti nella notte del 13 luglio quando dal Vaticano venivano trasportate in S.Lorenzo fuori le mura”. Il triduo nel periodo “precalstelpetrosiano” si tenne sempre e comunque in Sant’Agostino, fatta eccezione per il citato motivo nel 1860, e nel 1863 in cui ci fu un crollo parziale della volta “Caduta la lamia della Chiesa di sant’Agostino nel mese di luglio di quest’anno corrente per celebrare la festa della SS,ma Addolorata ho dovuto portare la statua di notte alla Chiesa di San Rocco , e quindi col concorso di tutto il clero ‘o fatto la solita festa”.

Come già si è potuto scribacchiare su questo blog, il culto dell’Immacolata a Pietramelara, che poi ha dato luogo in tempi più recenti al pellegrinaggio al Santuario Mariano di Castelpetroso (IS), si fa risalire appunto alla donazione dell’opera, ed ha avuto considerevoli sviluppi se, a distanza di circa centosettant’anni resiste imperterrito nel numero. In questi giorni, nella Chiesa di Sant’Agostino, tanto cara a tutti noi, si celebra il triduo solenne che si tiene ogni anno; nell’ottocento in ottobre, attualmente, e da quando è iniziato il pellegrinaggio in marzo, per commemorare, appunto l’apparizione della Vergine a due pastorelli avvenuta precisamente il 22 marzo 1888, cioè a distanza di un trentennio dalla donazione stessa; e proprio tale data  “il ventidue di marzo” che viene ricordata nel canto che accompagna sia il triduo che il pellegrinaggio. 

In tempi “normali”, precedenti la pandemia che ci affligge da più di un anno, il pellegrinaggio si teneva nel maggio, percorrendo in origine 90 chilometri, oggi ridotti considerevolmente in virtù delle infrastrutture stradali realizzate nel frattempo. Fu la comunità di Roccaromana ad iniziare il pellegrinaggio, tuttavia dopo qualche anno ci fu un passaggio del testimone alla vicina Pietramelara, grazie all’impegno dell’Arciprete Domenico Lombardo e di un gruppo di persone a lui vicine, tra le quali va ricordata la figura di Zì Salvatore Vitale, un contadino che, con semplicità e grande spirito aggregativo, ha guidato il pellegrinaggio sino alla sua morte .

Le notizie storiche sono tratte dal diario tenuto da Monsignor de Ponte, e continuato post mortem dal fratello Domenicantonio (1853/1896), e dalla pregevole pubblicazione di Pietro De Simone dal titolo “Cronistoria di un Pellegrinaggio” (1985)

martedì 16 marzo 2021

GUZZI, UN DESIDERIO CORONATO

Ieri, 15 marzo, è appena trascorso un giorno importate per me: esattamente cento anni, il 15 marzo 1921, fa nasceva la Moto Guzzi, un mito più che un marchio, per generazioni e generazioni di motociclisti. Dagli anni ruggenti, ai conflitti mondiali, al boom economico e fino ai giorni nostri.

Per Carlo Guzzi, Giorgio Parodi e Giovanni Ravelli, il sogno di "produrre e vendere motociclette e perseguire altre attività legate o connesse ai settori metallurgico e meccanico" sorse per la prima volta durante la prima guerra mondiale. Loro come molti della loro generazione, che hanno fatto grande il nostro paese, guardarono oltre il fango delle trincee e fissarono il loro sguardo sul futuro.

Intorno al 1965, al vertice di questa catena evolutiva, fa il suo debutto il motore che è diventato la firma del marchio di Mandello: il bicilindrico trasversale a 90 gradi raffreddato ad aria. Il cambiamento è stato innanzitutto nella filosofia: lontano dalle prestazioni fine a sé stesse, più vicine alle esigenze del mondo reale. Durata, riparabilità, coppia più che potenza vertiginosa sono diventati i mantra a Mandello. Accoppiato alla trasmissione a cardano, standard di Moto Guzzi, questo robusto e affidabile propulsore è stato originariamente costruito pensando agli utilizzi in ambiti istituzionali particolarmente esigenti, come le Forze Armate; per l’esercito fu infatti sviluppato negli anni ‘60 il famoso “mulo meccanico”, un mezzo speciale che per primo montò il 2 cilindri a V. Una filosofia distinta e distante dai “giapponesismi” ancora tanto diffusi nel mondo delle due ruote.

Cosa ha rappresentato la Guzzi per il vostro blogger scribacchiante? Beh…dopo circa un trentennio di moto giapponesi, acquistate soprattutto grazie alla loro larga reperibilità sul mercato dell’usato a condizioni vantaggiose, il mio cruccio rimaneva sempre quello… la Guzzi, in particolare la V7, una moto che da oltre cinquant’anni ha fatto parlare di sé in ogni angolo del mondo. Sui social si possono visualizzare numerosissimi post di guzzisti di ogni dove, gente dell’Europa settentrionale, dell’estremo oriente, del Nord America. Ed è proprio lì, negli U.S.A., in luogo della fornitura di Harley-Davidson alla polizia, negli anni settanta tra le più famose alternative ci fu la Moto Guzzi V7 Ambassador 750 (dalla quale la casa italiana derivò poi la V7 California: ecco spiegata l'origine del nome), attiva nelle strade di Los Angeles nei primi anni 70 e vista anche in vari film dell'epoca.

Un desiderio, dicevo, il mio, coronato qualche anno fa, con l’acquisto di una moto rodata ed affidabile, compagna di escursioni di breve e medio raggio, come giornate al mare, in estate, distensive passeggiate in gruppo con altri motociclisti. Purtroppo anche in questo caso la pandemia da COVID ha fatto i suoi immancabili danni: le moto giacciono silenti nei garage, immobili e tristi, come noi, ma sono fiducioso che, al più presto, le riprenderemo per ritornare a calcare l’asfalto sicuri.

Come tutte le Guzzi, attraverso i secoli, oltre le guerre, oltre le pandemie.

domenica 14 marzo 2021

UN POPOLO INCLINE ALLA DEMOCRAZIA


Avevo da lungo tempo notizia della sua esistenza, ma per quanto mi fossi impegnato non ero riuscito in alcun modo a trovarlo: si tratta di un testo dello storico locale Raffaele Alfonso Ricciardi, di Roccaromana, autore tra l’altro della nota sul sacco di Pietramelara del 1496, argomento di questo studio prezioso lo “Statuto Municipale di Pietramelara, confermato nel secolo XVI all’Università dalla feudataria Lucrezia Arcamone”, rivenuto grazie al web nella biblioteca comunale di Formia (come ci sia finito me lo sono domandato anche io). Si tratta di una breve nota critica, scritta nel 1891, di commento agli
   articoli, circa 140, di cui si compone lo statuto stesso; il Ricciardi nel prologo fa un excursus storico sulla genesi giuridica dello statuto, sottolineando il fatto che esso è il prodotto di uno sforzo comune delle popolazioni residenti di riscattarsi ed emanciparsi di fronte ai frequenti soprusi feudali  (la sicura tutela dei diritti e il bisogno di unione in uno scopo comune creavano quell’ambiente propizio alle libertà comunali di fronte ai feudatari). Grazie ad alcuni riferimenti il Ricciardi fa risalire il corpo principale dello Statuto all’età sveva (secolo XII e XIII). Ma chi era Lucrezia Arcamone, la feudataria che confermò (non concesse) all’Università (antica dizione di comune) di Pietramelara le norme contenute nello Statuto? La famiglia Arcamone, greca di origini, ma naturalizzata a Napoli, fu in possesso di molteplici baronie, tra cui quella di Roccaromana. Lucrezia era figlia di Agnello Arcamone, Regio Consigliere ed ambasciatore del Regno di Napoli presso il Papa e la Repubblica di Venezia, signore di molti feudi. Antiche leggende (tutte da confermare) tramandano che sia stata una donna di grande bellezza ed anche di costumi piuttosto liberi.
Lo statuto è scritto per la maggior parte in lingua latina, mentre alcuni articoli, probabilmente aggiunti in un momenti successivi, anche non coevi, sono in volgare. Il vostro blogger scribacchiante, facendo ricorso alle scarse reminiscenze liceali, sta cercando di trascriverlo e tradurlo in italiano, per permetterne una migliore fruizione, forse si rivolgerà a qualche buon amico per essere aiutato in quest’opera “ardua”. Nello statuto molti sono i  rifermenti destinati ad assicurare una “certezza del diritto” che evidentemente all’epoca doveva essere un concetto labile; nel prologo/introduzione (in primis) è fatto obbligo a chiunque abbia responsabilità pubblica (quilibet capitaneus et bajulus) di osservare e far osservare le norme dello statuto; si passa poi alle pene per i bestemmiatori, a norme che riguardano danneggiamenti colposi o dolosi nelle proprietà altrui, le truffe, le modalità di elezione dei rappresentanti del popolo, i compensi dovuti ai pubblici ufficiali ed ai magistrati. Viene affermato e ribadito più volte un principio di grande civiltà giuridica, in virtù del quale nessuno può essere inquisito senza una precisa accusa o denuncia, evidentemente allo scopo di evitare soprusi e persecuzioni da parte del potere costituito nei confronti di strati inermi della popolazione, con scarsa possibilità di difesa. Si spazia, quindi, dal diritto privato a quello pubblico, ed al diritto penale; non mancano interessanti curiosità, come il divieto di gioco (d’azzardo) otto giorni prima e otto giorni dopo il Natale e per l’intero mese di agosto, l’impossibilità ed  il divieto di assumere uffici e cariche pubbliche da parte dei Pietravairanesi (homini terrae Prete cuiscumque conditionis), il divieto di mantenere immondizie davanti al propria abitazione nel periodo estivo e nel giorno di sabato tutto l ’anno; infine grande interesse ricopre, per la datazione, la norma c.35 che obbliga i bestemmiatori ad erigere a proprie spese date quantità di muratura nella costruenda chiesa di San Rocco, e se non si possiedono le risorse, pene alternative (et chi non potesse o volesse pagare ditta pena debba stare per sette dj alla porta detta Ecclesia finche dureando le messe scalzo et con una corcia la collo). Ma, se colà già nel XVI secolo si celebrava messa, la chiesa era in costruzione, o si trattava della ristrutturazione di una preesistenza?
Lo statuto di Pietramelara, in definitiva, è l’ulteriore conferma, ove ve ne fosse bisogno, di una civiltà antica, scevra di timori reverenziali verso il potere e pertanto naturalmente incline alla democrazia.

sabato 6 marzo 2021

UNA SORPRESA A PORTATA DI MANO

 

E’ la curiosità che induce la conoscenza!  Ed è così che ho ritrovato la mappa di cui voglio parlare, curiosando un po’ qua e là sul web, come faccio spesso nei momenti di tempo libero. Visitai qualche sera fa il sito dell’Archivio di Stato di Caserta, e digitando “Pietramelara” sul motore di ricerca interno al sito, mi comparve l’immagine che riporto in copertina. Essa fa parte del Fondo “Usi Civici”, e raffigura con estrema schematicità la piana e le alture che la circondano. La risoluzione dell’immagine acquisita via web non mi permetteva di rendermi conto di particolari importanti, allora sono andato a visionarla dal vivo, nella sala studio dell’archivio, sita nella reggia vanvitelliana: una vera e propria miniera di documenti per chi è appassionato di queste cose. Si tratta di una mappa che rappresenta il territorio di Pietramelara nell’anno 1810: ve ne voglio parlare.
A questo punto una breve digressione: cosa sono gli “usi civici”? …Traggo la definizione dall’Enciclopedia Treccani “Sono diritti perpetui spettanti ai membri di una collettività, come tali, su beni appartenenti al demanio, o a un comune, o a un privato. Sono di origine antichissima, e si collegano al remoto istituto della proprietà collettiva sulla terra (…). Il contenuto di questi diritti è assai vario: facoltà di pascolo, di alpeggio, di far legna, di raccoglier fronde o erba, di spigolare, perfino di seminare. Vitali nel primo Medioevo, non furono scalzati dal feudalesimo. Un aspetto della lotta, sostenuta in età successive dalle città, quindi dalle monarchie, contro il feudalesimo, è la reazione contro le usurpazioni dei signori feudali in danno delle collettività”. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che probabilmente indusse l’indagine territoriale che diede luogo alla redazione della mappa. Era l’epoca napoleonica, Giuseppe Bonaparte, salito sul trono di Napoli aveva abolito la feudalità, in uno sforzo di modernizzazione del regno. Evidentemente erano sorte controversie relative a sconfinamenti ed usurpazioni che innescarono la necessità di ristabilire e risistemare del territorio sotto tale punto di vista, anche graficamente.
Ritornando alla mappa, essa è ovviamente priva di ogni criterio geografico e/o topografico, essendo stata redatta “a vista”, senza l’ausilio di strumenti di misurazione. Il supporto è un cartoncino, tipo bristol, piuttosto spesso, le dimensioni sono di un metro di base e ottanta centimetri di altezza, la tecnica grafica è probabilmente l’acquerello, sul disegno sono state riportate annotazioni in corsivo, a china. La forma del territorio descritto è ellissoidale, con asse maggiore in senso est/ovest, il sud con il Monte Maggiore è in alto, il nord in basso. Quali i particolari salienti che maggiormente colpiscono? Un territorio all’epoca già contraddistinto da particolari ancora presenti, come le diffuse alberature di confine e la presenza di masserie; l’uso del suolo prevalentemente a seminativo, fatta eccezione per un vasto oliveto alle falde del Monticello, che si dichiara appartenere al sig. Lucio Caracciolo, duca di Roccaromana; la presenza di estesi castagneti e querceti alla falde del Monte Maggiore, fino a una certa quota, oltre solo boschi cedui (selvatico); i pantani (le pratole), oggi solo un ricordo, allora una presenza idrologica permanente o quasi, tanto da contrassegnarli in colore azzurrino, erano divisi in una parte comunale e l’altra di “spettanza del duca di Roccaromana” (vedi foto in basso);
l’estensione del territorio comunale sensibilmente maggiore rispetto all’attualità, ricomprendendo  una parte del Monte Maggiore oggi in tenimento di Roccaromana, come  Pizzo Madama Marta e dintorni. Al centro della piana il borgo con la porta di Santa Maria in bella vista  (perduta nell’ultima guerra); alcuni toponimi che si sono conservati (le grotti, pizzo Madama Marta, Santa Maria a Fradejanne, la guarana, il palatiello), altri che hanno mutato nel tempo, come il convento di San Francesco, oggi San Pasquale e la via che conduceva ad esso, anch’essa intitolata a S. Francesco; l’attuale sferracavallo è riportata come “covuccio”, mentre l’adiacente parte del Monticello, quella che oggi sovrasta il cimitero, è riportata come “pietra palomba”.
Che dire? … le sorprese sono dietro l’angolo, basta cercarle!