Nel tardo pomeriggio di un giorno d’ inizio ottobre la torre alzò un poco la testa e vide la luna: la luce del giorno era ancora chiara e la luna nel cielo ancora azzurro aveva in volto quel colorito grigio pallido, tipico di queste situazioni, quando il sole a occidente non è ancora del tutto tramontato, e chiunque dal basso,osservando l’alto colle che sovrasta Roccaromana, le poteva scorgere tutte e due, così vicine. E sì… dovette alzare la testa la povera torre, perché per quanto alta potesse essere, era pur sempre opera dell’uomo, mentre la luna era stata creata da qualcuno “un po’ più importante”, e posta in quel punto del cielo.
Incominciarono a chiacchierare così alla buona, come due vecchie vicine di casa al balcone: “Sono qui da mille anni e più – cominciò la torre – e sapessi quante ne ho viste! Fui tirata su per ordine di un certo capo normanno di cui non ricordo il nome; in origine ero a pianta quadrata, come la mia sorella di Pietramelara, che mi sta dirimpetto, ma poi, qualche secolo dopo, in età svevo-angioina fui resa a pianta circolare, fu come aggiungermi addosso un vestito sull’altro, ma la cosa non ha generato in me alcun fastidio; ai miei piedi doveva esistere, ma se ne è persa la memoria, un piccolo borgo di boscaioli e carbonai, ma gli stenti e la solitudine hanno determinato il suo abbandono prima e la sua cancellazione poi”. “Guarda che ti passo sulla testa almeno una volta al giorno, da sempre, quindi conosco tutta la tua storia- rispose la luna- ma il tuo modo di raccontarti mi piace e mi incuriosisce, perciò continua…”.
“Mah, che ti posso dire- riprese la torre- come il piccolo borgo che dominavo, anch’fui abbandonata in tempi molto antichi e quell’abbandono è poi degenerato in rovina, ma la famiglia di un eremita che curava questa cappellina, qui accanto,mi ha tenuto compagnia fino all’ultima guerra, c’erano bambini, galline, qualche capra e si respirava, nella miseria, aria di vita serena e gioiosa; purtroppo si allontanarono in seguito ad un bombardamento che distrusse quasi del tutto la cappellina e provocò danni e ferite anche a me! Da allora ho dormito sempre più sola e la solitudine non faceva altro che aggravare il mio stato: il bosco, riprendendosi ciò che da sempre era stato suo, mi aveva ormai del tutto avvinghiata nelle sue spire e le radici avevano finito per intrufolarsi in ogni muro e parete”. La luna si rabbuiò in volto all’udire un racconto tanto drammatico, ma la torre la rassicurò “…non ti crucciare, come vedi da qualche anno a questa parte una nuova sensibilità ha caratterizzato Roccaromana e chi l’ha amministrata, e ciò ha permesso di restituirmi dignità, se non splendore antico; si comincia già a vedere qualche visitatore nelle aperture domenicali e spero che con il tempo siano sempre di più i turisti e i curiosi interessati a me”.
La notte era ormai calata sulle due e la Luna salutò la sua amica per riprendere la sua orbita, dandole appuntamento alla sera dopo. (le ho viste ieri stasera, sul tardi, in una delle mie passeggiate in campagna, ndr)
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
martedì 3 ottobre 2017
sabato 9 settembre 2017
LE HO COMPRATE DA DECATHLON
Passare un giorno con gli amici per vivere una piccola avventura è una di quelle cose che ti riconcilia con la vita. Stamattina ascensione alla cima del Monte Maggiore, Pizzo San Salvatore, quota metri 1037 slm, ma non è di questo che vi voglio parlare, e neppure delle tante cose belle ed emozionanti, viste e vissute lungo il cammino, reso faticoso dalle asperità, dal dislivello da colmare e dagli anni che cominciano a farsi sentire. Cinque ore filate a camminare, discutere, ridere, osservare, non essere quasi mai d’accordo su nulla. Tuttavia un piacere intenso che porterò nel cuore ancora per tanto tempo: aver trascorso questo tempo con loro mi ha ritemprato di una settimana faticosa, conclusasi ieri, venerdì nel tardo pomeriggio; poi il viaggio in treno con gli annessi e le peripezie del caso.
Della passeggiata in montagna vi dicevo: ero titubante sul parteciparvi, e mi sono convinto solo dietro insistenza, tuttavia devo dire di essere grato a chi queste insistenze le ha fatte, perché oggi, a parte un poco di stanchezza fisica, mi sento veramente ritemprato nello spirito. Chi, tra i miei quattro lettori ne volesse sapere di più troverà immagini e qualche video su fb.
La nota di colore più intensa e che più delle altre ha suscitato ilarità nel gruppo è stata sicuramente lo scollamento progressivo, dapprima solo accennato, e via via sempre più grave della suola delle scarpe da trekking di uno di noi. Dovete sapere che, giunti nella vasta piana denominata “ i sugli ‘a tocca”, una delle suole era appena staccata in punta, invece a poche centinaia di metri dalla cima, la suola penzolava del tutto (come da foto di copertina), rimanendo attaccata solo dalla parte del tacco; sapevo della possibilità di trovare qualche filo atto a riparare alla meglio la scarpa, perciò ho rassicurato il mio compagno di cammino “stringi i denti che arrivati in cima, la sistemiamo”… e così è stato, con uno spezzone di filo elettrico e un coltello sono riuscito ad accomodare l’imprevisto. Inutile parlarvi dell’ironia e dello sfottò a cui il poveretto è stato sottoposto da parte di tutto il gruppo, il nostro per difendersi poteva solo continuar a ripetere: “sono scarpe ottime, le ho comprate da Decathlon”, non voleva proprio rassegnarsi all’idea che con quelle suole aveva “preso una sòla”; l’evidenza inoltre lo ha contraddetto nel modo più plateale, perché poco dopo aver preso la via del ritorno si è staccata (stavolta completamente) l’altra suola, mentre quella riaccomodata resisteva (ancora per poco), infatti altri due o trecento metri dopo, si è staccata completamente anche la suola riparata alla meglio dal sottoscritto: il mio compagno di viaggio, di cui per discrezione non rivelo il nome, ha dovuto quindi coprire la quasi intera distanza del ritorno praticamente scalzo, continuando imperterrito però a ripetere “le scarpe sono buone, le ho comprate da Decathlon”.
Alla fine anche i miei piedi (stavolta non le scarpe) cominciavano a dare segni di cedimento ma, provvidenziale quanto non mai, si è parata davanti a noi l’auto che doveva ricondurci in paese, parcheggiata nei pressi della località Fosse della Neve.
Della passeggiata in montagna vi dicevo: ero titubante sul parteciparvi, e mi sono convinto solo dietro insistenza, tuttavia devo dire di essere grato a chi queste insistenze le ha fatte, perché oggi, a parte un poco di stanchezza fisica, mi sento veramente ritemprato nello spirito. Chi, tra i miei quattro lettori ne volesse sapere di più troverà immagini e qualche video su fb.
La nota di colore più intensa e che più delle altre ha suscitato ilarità nel gruppo è stata sicuramente lo scollamento progressivo, dapprima solo accennato, e via via sempre più grave della suola delle scarpe da trekking di uno di noi. Dovete sapere che, giunti nella vasta piana denominata “ i sugli ‘a tocca”, una delle suole era appena staccata in punta, invece a poche centinaia di metri dalla cima, la suola penzolava del tutto (come da foto di copertina), rimanendo attaccata solo dalla parte del tacco; sapevo della possibilità di trovare qualche filo atto a riparare alla meglio la scarpa, perciò ho rassicurato il mio compagno di cammino “stringi i denti che arrivati in cima, la sistemiamo”… e così è stato, con uno spezzone di filo elettrico e un coltello sono riuscito ad accomodare l’imprevisto. Inutile parlarvi dell’ironia e dello sfottò a cui il poveretto è stato sottoposto da parte di tutto il gruppo, il nostro per difendersi poteva solo continuar a ripetere: “sono scarpe ottime, le ho comprate da Decathlon”, non voleva proprio rassegnarsi all’idea che con quelle suole aveva “preso una sòla”; l’evidenza inoltre lo ha contraddetto nel modo più plateale, perché poco dopo aver preso la via del ritorno si è staccata (stavolta completamente) l’altra suola, mentre quella riaccomodata resisteva (ancora per poco), infatti altri due o trecento metri dopo, si è staccata completamente anche la suola riparata alla meglio dal sottoscritto: il mio compagno di viaggio, di cui per discrezione non rivelo il nome, ha dovuto quindi coprire la quasi intera distanza del ritorno praticamente scalzo, continuando imperterrito però a ripetere “le scarpe sono buone, le ho comprate da Decathlon”.
Alla fine anche i miei piedi (stavolta non le scarpe) cominciavano a dare segni di cedimento ma, provvidenziale quanto non mai, si è parata davanti a noi l’auto che doveva ricondurci in paese, parcheggiata nei pressi della località Fosse della Neve.
lunedì 4 settembre 2017
SAGRA 2017.ANALISI DI UN EVENTO
A una settimana di distanza dalla conclusione, vi sembra un esercizio facile quello del tirare le somme della Sagra al Borgo 2017? Tutt’altro! A giudicare comunque dall’ apprezzamento generale, dagli incoraggiamenti a continuare sul solco tracciato, dai consistenti flussi di visitatori, di cui alcuni giunti da località molto distanti, sembra che tutto sia andato benone. Dico “sembra”, perché qualche critica è pervenuta, via web o così, detta in faccia.
Sia chiaro:il giudizio mio, insieme a quello di coloro che con me hanno condiviso quest’avventura, non è probante, in quanto parti in causa. Ad ogni modo lo sforzo organizzativo è stato veramente enorme, esso ha coinvolto giovani, persone mature, a volte intere famiglie; sono stati utilizzati e trasformati quintali di farina, centinaia di uova, carne saucciciara da sfamare un reggimento, ettolitri di vino e via dicendo. Per non parlare del sudore versato e della fatica fatta!
In nome della trasparenza, per la fornitura della carne è stata inviata una “manifestazione di interesse” a tre macellerie locali, con l’invito a far pervenire l’offerta in busta chiusa.L’apertura delle buste è stata pubblica, e la merce è stata fornita dalla ditta il cui prezzo e le cui condizioni sono risultate più vantaggiose. L’allestimento ha coinvolto il volontariato confluito intorno alla Pro Loco, lodevoli ragazzi animati da una lodevolissima motivazione, insieme a due o tre ditte locali specializzate in servizi di varia natura.
Veniamo alle critiche: la prima e più forte riguardava la natura contadina della sagra; effettivamente si è giocato un poco sulla terminologia, perché più che di una sagra contadina, nelle intenzioni si è trattato di una sagra rurale; su questa differenza ho avuto modo di intrattenermi nel corso del convegno inaugurale, tenutosi al Teatrino “degli Archi” il giorno 24 agosto scorso, la sfumatura non è di poco conto. Il valore della ruralità, ancora presente in vasti strati della popolazione pietramelarese, fonda le sue radici nel millenario borgo, alla cui valorizzazione e riscoperta tende la sagra; tale valore abbraccia i rapporti di vicinato, gli usi, i costumi, le attività economiche, ivi comprese quelle agricole. Pertanto una sagra esclusivamente contadina avrebbe coinvolto solo uno degli aspetti della ruralità, ma non tutti, ed avrebbe automaticamente escluso il borgo, da sempre location naturale e storica della sagra.
Seconda critica: l’organizzazione.Penso di aver in parte già risposto ad essa nella premessa di questo pezzo, comunque un evento così complesso può comportare qualche stonatura e/o imperfezione, ci sta! Si tratta della prima sagra al borgo organizzata da questa pro loco (nata solo qualche mese fa) ed è già in corso un’autoanalisi ed un’autocritica interna che, per l’anno prossimo dovrebbe eliminare tali stonature, con umiltà chiediamo scusa per esse. Va detto tuttavia che alcune criticità, tipo carenza di posti a sedere non potranno mai essere rimosse, a causa della carenza di spazio, che d’altro canto costituisce una delle peculiarità più suggestive del nostro borgo.
Terza critica: l’uso del dialetto. Esso rappresenta uno dei modi più autentici di riaffermare la nostra identità, è stato da sempre il mezzo di comunicazione più usato, ed il fatto che giovani e giovanissime ne conservino l’uso non può che farci piacere; lasciatemelo dire in questo punto (per me) la polemica si è fatta pretestuosa!
Sia chiaro:il giudizio mio, insieme a quello di coloro che con me hanno condiviso quest’avventura, non è probante, in quanto parti in causa. Ad ogni modo lo sforzo organizzativo è stato veramente enorme, esso ha coinvolto giovani, persone mature, a volte intere famiglie; sono stati utilizzati e trasformati quintali di farina, centinaia di uova, carne saucciciara da sfamare un reggimento, ettolitri di vino e via dicendo. Per non parlare del sudore versato e della fatica fatta!
In nome della trasparenza, per la fornitura della carne è stata inviata una “manifestazione di interesse” a tre macellerie locali, con l’invito a far pervenire l’offerta in busta chiusa.L’apertura delle buste è stata pubblica, e la merce è stata fornita dalla ditta il cui prezzo e le cui condizioni sono risultate più vantaggiose. L’allestimento ha coinvolto il volontariato confluito intorno alla Pro Loco, lodevoli ragazzi animati da una lodevolissima motivazione, insieme a due o tre ditte locali specializzate in servizi di varia natura.
Veniamo alle critiche: la prima e più forte riguardava la natura contadina della sagra; effettivamente si è giocato un poco sulla terminologia, perché più che di una sagra contadina, nelle intenzioni si è trattato di una sagra rurale; su questa differenza ho avuto modo di intrattenermi nel corso del convegno inaugurale, tenutosi al Teatrino “degli Archi” il giorno 24 agosto scorso, la sfumatura non è di poco conto. Il valore della ruralità, ancora presente in vasti strati della popolazione pietramelarese, fonda le sue radici nel millenario borgo, alla cui valorizzazione e riscoperta tende la sagra; tale valore abbraccia i rapporti di vicinato, gli usi, i costumi, le attività economiche, ivi comprese quelle agricole. Pertanto una sagra esclusivamente contadina avrebbe coinvolto solo uno degli aspetti della ruralità, ma non tutti, ed avrebbe automaticamente escluso il borgo, da sempre location naturale e storica della sagra.
Seconda critica: l’organizzazione.Penso di aver in parte già risposto ad essa nella premessa di questo pezzo, comunque un evento così complesso può comportare qualche stonatura e/o imperfezione, ci sta! Si tratta della prima sagra al borgo organizzata da questa pro loco (nata solo qualche mese fa) ed è già in corso un’autoanalisi ed un’autocritica interna che, per l’anno prossimo dovrebbe eliminare tali stonature, con umiltà chiediamo scusa per esse. Va detto tuttavia che alcune criticità, tipo carenza di posti a sedere non potranno mai essere rimosse, a causa della carenza di spazio, che d’altro canto costituisce una delle peculiarità più suggestive del nostro borgo.
Terza critica: l’uso del dialetto. Esso rappresenta uno dei modi più autentici di riaffermare la nostra identità, è stato da sempre il mezzo di comunicazione più usato, ed il fatto che giovani e giovanissime ne conservino l’uso non può che farci piacere; lasciatemelo dire in questo punto (per me) la polemica si è fatta pretestuosa!
sabato 26 agosto 2017
PENSO CHE BASTI!
Collaborare per un evento costa fatica, fisica e mentale: è cosa risaputa! Collaborare a Pietramelara con la Pro Loco,per un evento denominato Sagra al Borgo, invece no, comporta solamente una sorta di distruzione pressoché totale delle energie, fisiche e mentali; alla fine una di queste ultime tre giornate, dedicate a salire e scendere per i vicoli del borgo, non ho contato quante volte al giorno, dalla mattina alle otto fino a mezzanotte inoltrata, una doccia quasi già dormendo per la stanchezza e poi via, a letto.
Un’esperienza fatta di fatica intensa: anche un semplice fardello d’acqua va portato su a mano o a spalla, dal punto raggiungibile in auto sino al punto più alto del borgo; tutto è più difficile, faticoso e complicato! Un’esperienza da vivere, tuttavia, in prima persona per capire veramente di cosa si tratta. Bellissima ed elettrizzante, il contatto con tante persone giovani e meno giovani, lo spirito goliardico, il senso di gratitudine che traspare dai volti dei pochi pietramelaresi rimasti li ad abitare, ti ripagano da ogni fatica, anche con gli interessi.
E’ stata una tre giorni cominciata giovedì mattina, con l’organizzazione del convegno inaugurale, al teatrino degli archi, a seguire ieri venerdì e oggi sabato, tutti vissuti di un fiato: le cucine da pulire ed allestire, i punti del "percorso del gusto" da rendere vivibili ed adatti ad una degustazione guidata, gli espositori da accogliere, il tutto in una quasi contemporaneità da togliere il fiato. Alla fine però, con qualche ora di anticipo rispetto all’inizio dell’evento tutto è già pronto, in modo da offrire alle tante (si spera) persone che vorranno vivere la sagra, uno spettacolo in grado di soddisfare le aspettative anche dei più esigenti.
Cosa porterò con me? …prima di tutto il piacere di aver lavorato intensamente a contatto con persone che non conoscevo e che non mi conoscevano, rivelatisi dei grandi compagni di viaggio, pronti a sostenerti anche quando ciò che si richiedeva loro non era del tutto comprensibile, come dire: lo faccio proprio perché me lo stai dicendo tu…anche se la cosa non mi convince affatto! La soddisfazione, inoltre, di aver fatto qualcosa per il mio paese, e che in questo qualcosa sono racchiusi valori per cui si è spesa una vita intera.
Penso che basti!
Un’esperienza fatta di fatica intensa: anche un semplice fardello d’acqua va portato su a mano o a spalla, dal punto raggiungibile in auto sino al punto più alto del borgo; tutto è più difficile, faticoso e complicato! Un’esperienza da vivere, tuttavia, in prima persona per capire veramente di cosa si tratta. Bellissima ed elettrizzante, il contatto con tante persone giovani e meno giovani, lo spirito goliardico, il senso di gratitudine che traspare dai volti dei pochi pietramelaresi rimasti li ad abitare, ti ripagano da ogni fatica, anche con gli interessi.
E’ stata una tre giorni cominciata giovedì mattina, con l’organizzazione del convegno inaugurale, al teatrino degli archi, a seguire ieri venerdì e oggi sabato, tutti vissuti di un fiato: le cucine da pulire ed allestire, i punti del "percorso del gusto" da rendere vivibili ed adatti ad una degustazione guidata, gli espositori da accogliere, il tutto in una quasi contemporaneità da togliere il fiato. Alla fine però, con qualche ora di anticipo rispetto all’inizio dell’evento tutto è già pronto, in modo da offrire alle tante (si spera) persone che vorranno vivere la sagra, uno spettacolo in grado di soddisfare le aspettative anche dei più esigenti.
Cosa porterò con me? …prima di tutto il piacere di aver lavorato intensamente a contatto con persone che non conoscevo e che non mi conoscevano, rivelatisi dei grandi compagni di viaggio, pronti a sostenerti anche quando ciò che si richiedeva loro non era del tutto comprensibile, come dire: lo faccio proprio perché me lo stai dicendo tu…anche se la cosa non mi convince affatto! La soddisfazione, inoltre, di aver fatto qualcosa per il mio paese, e che in questo qualcosa sono racchiusi valori per cui si è spesa una vita intera.
Penso che basti!
mercoledì 23 agosto 2017
SOPRA LA POLEMICA
Il signor Lino Martone, che si professa meridionalista/gramsciano ha dato il “la” ad una lunga ed articolata polemica sul Forum Pietramelara, tra lo stesso e un nutrito gruppo di iscritti al forum di tendenza meridionalista/filo borbonica, riguardo al contenuto delle lapidi a corredo di un monumento a ricordo degli scontri, avvenuti tra Pietramelara e Roccaromana, tra garibaldini e soldati borbonici, ai tempi della riunificazione italiana, precisamente il 19 settembre 1860.
Il monumento, sorto sulla rotonda all’incrocio murro/croci/cinque vie, è stato realizzato negli ultimi giorni dell’amministrazione Leonardo a Pietramelara, rappresentandone una sorta di “canto del cigno” (vedi foto... evidentemente un cigno stonato, mah!).
Facezie a parte, mi si consenta di dire anch’io la mia opinione al riguardo: sono anch’io un convinto meridionalista, e pertanto conscio di quante negatività abbia causato la tanto celebrata unità d’Italia al meridione, basti pensare che a distanza di più di un secolo e mezzo la cosiddetta “questione meridionale” è ancora di scottante attualità. Il brigantaggio è stato solo un segno, forse il più tangibile, degli squilibri sociali determinatisi. Leopoldo Franchetti, esponente toscano della destra, tutt’altro che filomeridionale, nel 1875 scrisse: “Il genere di vita dei contadini è tale, che farsi brigante è un miglioramento, piuttosto che un peggioramento nella loro condizione”. Per reprimere il brigantaggio vennero commessi crimini orrendi, vedi le stragi di Pontelandolfo e Casalduni, a pochi passi da casa nostra, che per la ferocia fanno impallidire persino le rappresaglie naziste dell’ultimo conflitto mondiale, e i cui autori continuano ad essere celebrati come “eroi della patria”.
Carmine Crocco, Nico Nanco, Michelina De Cesare, ritenuti comuni criminali fino a ieri, cominciano (a ragione) ad essere rivalutati come difensori dell’identità meridionale fino all’estremo sacrificio
Non condivido tuttavia due cose fra quelle dette sul Forum: in primo luogo la nostalgia filo borbonica, e poi il modo di vedere la figura di Garibaldi. Andiamo con ordine: la dinastia borbonica sul trono di Napoli, iniziò con Carlo III, fu un periodo veramente felice e volto al progresso, anche per la saggia regia e l’influenza esercitata da uomini del calibro di Bernardo Tanucci; una volta che Carlo lasciò Napoli per la Spagna, i suoi successori non diedero prova di se altrettanto positiva, e sono convinto che gran parte della responsabilità per la dissoluzione del regno del sud, che durava da oltre cinque secoli, sia connessa alla loro condotta tentennante ed ondivaga, combattuta fra il progressismo di regine centroeuropee e il bigottismo diffuso nella corte.
Garibaldi, poi, lungi dall’essere il mercenario assetato di ricchezze, come detto nel Forum da qualcuno (l’esilio a Caprera ne è la più evidente prova) è stato, a parere di chi scrive, piuttosto un ingenuo idealista, strumentalizzato dall’ambizione di Cavour e di chiunque altro interessato a depredare il sud.Nel 1880, due anni prima di morire, evidentemente deluso dal come erano andate le cose dopo l’unità, ebbe a dire: “Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero e in preda alla parte peggiore della nazione”.
I fatti della storia vanno analizzati alla luce dei documenti, altrimenti anche ciò che si scrive su un Forum appare un modo come un altro di ricercare visibilità e/o seguire una moda del momento.
Il monumento, sorto sulla rotonda all’incrocio murro/croci/cinque vie, è stato realizzato negli ultimi giorni dell’amministrazione Leonardo a Pietramelara, rappresentandone una sorta di “canto del cigno” (vedi foto... evidentemente un cigno stonato, mah!).
Facezie a parte, mi si consenta di dire anch’io la mia opinione al riguardo: sono anch’io un convinto meridionalista, e pertanto conscio di quante negatività abbia causato la tanto celebrata unità d’Italia al meridione, basti pensare che a distanza di più di un secolo e mezzo la cosiddetta “questione meridionale” è ancora di scottante attualità. Il brigantaggio è stato solo un segno, forse il più tangibile, degli squilibri sociali determinatisi. Leopoldo Franchetti, esponente toscano della destra, tutt’altro che filomeridionale, nel 1875 scrisse: “Il genere di vita dei contadini è tale, che farsi brigante è un miglioramento, piuttosto che un peggioramento nella loro condizione”. Per reprimere il brigantaggio vennero commessi crimini orrendi, vedi le stragi di Pontelandolfo e Casalduni, a pochi passi da casa nostra, che per la ferocia fanno impallidire persino le rappresaglie naziste dell’ultimo conflitto mondiale, e i cui autori continuano ad essere celebrati come “eroi della patria”.
Carmine Crocco, Nico Nanco, Michelina De Cesare, ritenuti comuni criminali fino a ieri, cominciano (a ragione) ad essere rivalutati come difensori dell’identità meridionale fino all’estremo sacrificio
Non condivido tuttavia due cose fra quelle dette sul Forum: in primo luogo la nostalgia filo borbonica, e poi il modo di vedere la figura di Garibaldi. Andiamo con ordine: la dinastia borbonica sul trono di Napoli, iniziò con Carlo III, fu un periodo veramente felice e volto al progresso, anche per la saggia regia e l’influenza esercitata da uomini del calibro di Bernardo Tanucci; una volta che Carlo lasciò Napoli per la Spagna, i suoi successori non diedero prova di se altrettanto positiva, e sono convinto che gran parte della responsabilità per la dissoluzione del regno del sud, che durava da oltre cinque secoli, sia connessa alla loro condotta tentennante ed ondivaga, combattuta fra il progressismo di regine centroeuropee e il bigottismo diffuso nella corte.
Garibaldi, poi, lungi dall’essere il mercenario assetato di ricchezze, come detto nel Forum da qualcuno (l’esilio a Caprera ne è la più evidente prova) è stato, a parere di chi scrive, piuttosto un ingenuo idealista, strumentalizzato dall’ambizione di Cavour e di chiunque altro interessato a depredare il sud.Nel 1880, due anni prima di morire, evidentemente deluso dal come erano andate le cose dopo l’unità, ebbe a dire: “Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero e in preda alla parte peggiore della nazione”.
I fatti della storia vanno analizzati alla luce dei documenti, altrimenti anche ciò che si scrive su un Forum appare un modo come un altro di ricercare visibilità e/o seguire una moda del momento.
mercoledì 16 agosto 2017
LA RIFFA
Chi non ha conosciuto la Pietramelara “che fu” forse non sa che, all’interno delle feste di piazza, accanto ai riti religiosi, ai soliti concertini, con cantanti più o meno alla moda, ed alle bande musicali, vi erano anche degli aspetti secondari non meno pittoreschi e degni di essere ricordati. A volte, come nel caso della tradizione che vado a descrivervi, lo scorrere del tempo ha eliminato del tutto o quasi questo genere di cose: esse continuano, tuttavia, a sopravvivere nelle memoria di quelli come me.
A San Rocco, a Sant’Antonio, a San Pasquale, o nella festa della Madonna a San Giovanni, si teneva la “riffa”: non era una lotteria, come comunemente si è portati a pensare, ma si trattava, in sostanza, di un’asta contadina, che serviva a tramutare in danaro le offerte ricevute “in natura” dai “mastri di festa” (oggi comitato). Costoro, quando facevano il giro delle masserie, un tempo numerose, raramente ricevevano offerte “in contanti”, ma la brava gente che vi abitava e lavorava era solita offrire per la festa pollame vivo, uova, formaggi e salumi, ecc. Il momento della riffa, molto seguito, era in genere immediatamente successivo il rientro della processione del santo: si allestiva un rudimentale podio (a volte una semplice sedia o una cassetta di legno), il banditore vi saliva e con la sua voce possente cercava di imbonire la folla per piazzare la merce che era stata offerta. Niente a che vedere con Sotheby’s e Christie’s, famose case d’asta anglosassoni, per carità! Nessun martelletto di legno battuto al momento dell’aggiudicazione, anzi…i modi del banditore erano spicci, e la lingua utilizzata solo il pietramelarese stretto; non di rado si poteva assistere a qualche divertente “siparietto” generato da un avventore che non condivideva del tutto l’operato e la correttezza del banditore, oppure anche a qualche scherzoso scambio di battute: la riffa destava interesse anche da parte di chi non era interessato ad acquistare nulla, proprio per queste particolari situazioni che frequentemente si generavano.
I banditori erano locali: quelli che ricordo io, brava gente del posto, dotata di voce forte e chiara e di una certa furbizia, che cercava di sbarcare il lunario lavorando in campagna o come manovale edile e che, aveva trovato il modo di arrotondare i magri guadagni, prestandosi per tale impegno nei giorni delle feste; il compenso? … una “mazzetta” di poche migliaia di lire che, se la riffa andava particolarmente bene, poteva anche essere incrementata, oppure anche nulla per devozione al santo che si festeggiava. Un’arte particolare, quella del banditore di paese, che consisteva soprattutto nell’accendere l’interesse dei presenti nei confronti delle povere cose “arriffate”. Se costui si accorgeva che qualcuno che si stava avvicinando poteva eventualmente essere interessato ai beni “arriffati” , prendeva tempo, prima di aggiudicare frettolosamente un “lotto”, fatto per esempio da un paio di gallinelle e/o un pollastro; ed allora le rituali sequenze che precedevano l’aggiudicazione “una, roi e ttrè” (Trad.:uno, due e tre) diventavano “una, roi…una, roi… una, roi” ripetute un numero indefinito di volte, prima di arrivare al fatidico “ …e ttrè” . Le ultime riffe che ricordo risalgono alla fine degli anni settanta dello scorso secolo; in seguito, un po’ perché le offerte “in natura” non si ricevevano più, un po’ per il diminuito interesse generale, o ancora perché non si trovavano più persone disposte a fare da banditore, esse sono ineluttabilmente passate nel dimenticatoio.
Roba povera quella che si “arriffava”, merce di poco conto, forse anche per questo motivo per deridere qualcuno di spessore umano molto ridotto o dall’aspetto curioso, nel nostro dialetto è entrato in uso l’invito scherzoso che gli si rivolgeva: “vatt’ a arriffà” (Trad.: vatti a far vendere all’asta [perché vali veramente poco]) . Nel nostro linguaggio comune, inoltre, stavolta in italiano, la riffa richiama alla mente una locuzione, un modo di dire di uso corrente: “di riffa o di raffa”. Quante volte vi sarà capitato di dire o di sentir dire: “di riffa o di raffa, hai ottenuto ciò che volevi”, che significa: lo scopo è stato raggiunto in un modo o nell'altro, comunque sia. E’ straordinario, infatti, come queste cose, ritenute dai più come secondarie e poco degne di nota o di ricordo, abbiano potuto incidere a tal punto sul nostro modo di essere e di comunicare, fino ad indurre delle vere e proprie forme di linguaggio!
A San Rocco, a Sant’Antonio, a San Pasquale, o nella festa della Madonna a San Giovanni, si teneva la “riffa”: non era una lotteria, come comunemente si è portati a pensare, ma si trattava, in sostanza, di un’asta contadina, che serviva a tramutare in danaro le offerte ricevute “in natura” dai “mastri di festa” (oggi comitato). Costoro, quando facevano il giro delle masserie, un tempo numerose, raramente ricevevano offerte “in contanti”, ma la brava gente che vi abitava e lavorava era solita offrire per la festa pollame vivo, uova, formaggi e salumi, ecc. Il momento della riffa, molto seguito, era in genere immediatamente successivo il rientro della processione del santo: si allestiva un rudimentale podio (a volte una semplice sedia o una cassetta di legno), il banditore vi saliva e con la sua voce possente cercava di imbonire la folla per piazzare la merce che era stata offerta. Niente a che vedere con Sotheby’s e Christie’s, famose case d’asta anglosassoni, per carità! Nessun martelletto di legno battuto al momento dell’aggiudicazione, anzi…i modi del banditore erano spicci, e la lingua utilizzata solo il pietramelarese stretto; non di rado si poteva assistere a qualche divertente “siparietto” generato da un avventore che non condivideva del tutto l’operato e la correttezza del banditore, oppure anche a qualche scherzoso scambio di battute: la riffa destava interesse anche da parte di chi non era interessato ad acquistare nulla, proprio per queste particolari situazioni che frequentemente si generavano.
I banditori erano locali: quelli che ricordo io, brava gente del posto, dotata di voce forte e chiara e di una certa furbizia, che cercava di sbarcare il lunario lavorando in campagna o come manovale edile e che, aveva trovato il modo di arrotondare i magri guadagni, prestandosi per tale impegno nei giorni delle feste; il compenso? … una “mazzetta” di poche migliaia di lire che, se la riffa andava particolarmente bene, poteva anche essere incrementata, oppure anche nulla per devozione al santo che si festeggiava. Un’arte particolare, quella del banditore di paese, che consisteva soprattutto nell’accendere l’interesse dei presenti nei confronti delle povere cose “arriffate”. Se costui si accorgeva che qualcuno che si stava avvicinando poteva eventualmente essere interessato ai beni “arriffati” , prendeva tempo, prima di aggiudicare frettolosamente un “lotto”, fatto per esempio da un paio di gallinelle e/o un pollastro; ed allora le rituali sequenze che precedevano l’aggiudicazione “una, roi e ttrè” (Trad.:uno, due e tre) diventavano “una, roi…una, roi… una, roi” ripetute un numero indefinito di volte, prima di arrivare al fatidico “ …e ttrè” . Le ultime riffe che ricordo risalgono alla fine degli anni settanta dello scorso secolo; in seguito, un po’ perché le offerte “in natura” non si ricevevano più, un po’ per il diminuito interesse generale, o ancora perché non si trovavano più persone disposte a fare da banditore, esse sono ineluttabilmente passate nel dimenticatoio.
Roba povera quella che si “arriffava”, merce di poco conto, forse anche per questo motivo per deridere qualcuno di spessore umano molto ridotto o dall’aspetto curioso, nel nostro dialetto è entrato in uso l’invito scherzoso che gli si rivolgeva: “vatt’ a arriffà” (Trad.: vatti a far vendere all’asta [perché vali veramente poco]) . Nel nostro linguaggio comune, inoltre, stavolta in italiano, la riffa richiama alla mente una locuzione, un modo di dire di uso corrente: “di riffa o di raffa”. Quante volte vi sarà capitato di dire o di sentir dire: “di riffa o di raffa, hai ottenuto ciò che volevi”, che significa: lo scopo è stato raggiunto in un modo o nell'altro, comunque sia. E’ straordinario, infatti, come queste cose, ritenute dai più come secondarie e poco degne di nota o di ricordo, abbiano potuto incidere a tal punto sul nostro modo di essere e di comunicare, fino ad indurre delle vere e proprie forme di linguaggio!
venerdì 28 luglio 2017
UNA CREATURA MATURA
E’ una creatura matura il mio “Scribacchiando”: ha varcato da tempo il traguardo dei 200.000 accessi, i feedback sono generalmente positivi, la censura ha provato in modo maldestro a farlo tacere (ottenendo il risultato opposto), viene letto in paesi lontani, a volte remoti a tal punto da non conoscerne neppure l’esatta ubicazione sul globo terrestre. Sono rimasto piacevolmente colpito sere fa, quando nel corso di una pubblica assemblea una giovane signora mi ha additato come custode e comunicatore delle tradizioni e dell’identità comune di Pietramelara, proprio grazie al mio blog; le sono grato per tale attestazione verbale e rinnovo i miei ringraziamenti anche per via telematica. Dovrei essere contento ed appagato … niente affatto! L’accresciuta visibilità acuisce il senso di responsabilità di chi, alla tastiera, scrive per Pietramelara e i pietramelaresi; pertanto sono alla costante ricerca di mezzi per migliorare il blog e farlo conoscere sempre a più persone, soprattutto fuori dai confini territoriali di questo comune, e tale bisogno accresce in me l’ansia. Qualcuno mi ha suggerito, visto il successo e la vasta visibilità, di aprire spazi pubblicitari tra le pagine del blog ma, sinceramente, prima di tutto non ritengo sia cosa per me, e poi ciò potrebbe anche costituire un eventuale condizionamento nelle tematiche da trattare e nel modo di trattarle, pertanto l’ipotesi è stata scartata senza ripensamenti. Scribacchio per me e non certo per danaro!
Parlare di Pietramelara, della sua gente, del dialetto e delle tradizioni, riportare l’aneddotica popolare tramandata dalla tradizione orale: è stato questo il gruppo di argomenti trattati per molto tempo quasi in eslusiva; tuttavia oggi le cose sono un po’ cambiate, la nostalgia è una leva su cui appoggiarsi con moderazione, pertanto le tematiche, anche non tralasciando il gruppo originario si sono arricchite di argomenti più attuali quali, ad esempio, la politica locale. Le elezioni dello scorso giugno hanno costituito la materia per una serie di articoli, la cui gestazione si è rivelata lunga e laboriosa, a causa del mio essere “terzo” rispetto ad ambedue le liste che si contendevano la gestione del nostro comune. Mi sembra, ed aspetto eventuale conferma da parte dei miei quattro lettori, di essere riuscito a non far trasparire faziosità e/o partigianeria per chicchessia.
La scrittura è il modo di esprimermi che preferisco, la scrittura è chiara e non da luogo ad equivoci: scripta manent … dicevano i nostri progenitori latini. L’espressione orale è per sua natura più mutevole nell’interpretazione.
Parlare di Pietramelara, della sua gente, del dialetto e delle tradizioni, riportare l’aneddotica popolare tramandata dalla tradizione orale: è stato questo il gruppo di argomenti trattati per molto tempo quasi in eslusiva; tuttavia oggi le cose sono un po’ cambiate, la nostalgia è una leva su cui appoggiarsi con moderazione, pertanto le tematiche, anche non tralasciando il gruppo originario si sono arricchite di argomenti più attuali quali, ad esempio, la politica locale. Le elezioni dello scorso giugno hanno costituito la materia per una serie di articoli, la cui gestazione si è rivelata lunga e laboriosa, a causa del mio essere “terzo” rispetto ad ambedue le liste che si contendevano la gestione del nostro comune. Mi sembra, ed aspetto eventuale conferma da parte dei miei quattro lettori, di essere riuscito a non far trasparire faziosità e/o partigianeria per chicchessia.
La scrittura è il modo di esprimermi che preferisco, la scrittura è chiara e non da luogo ad equivoci: scripta manent … dicevano i nostri progenitori latini. L’espressione orale è per sua natura più mutevole nell’interpretazione.
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