Nei racconti della mia vecchia zia, ormai ultranovantenne, ma dalla mente e dalla memoria più che lucida, ricorre spesso uno legato ai suoi ricordi di guerra. Si tratta di un fatto che è molto esemplificativo di come siano e come pensino i pietramelaresi. Il fatto è questo: la fine dell’estate 1943 aveva indotto l’Italia all’armistizio, e conseguentemente le truppe tedesche divennero all’improvviso, da alleati, nemici ed invasori; lo sbarco in Sicilia e poi quello a Salerno degli Angloamericani provocò la ritirata dei tedeschi dall’Italia meridionale, durante la quale essi si abbandonarono a saccheggi, rappresaglie e rastrellamenti di uomini validi da deportare in Germania. L’autunno stava per iniziare e, data la situazione, la popolazione civile inerme abbandonò il paese e, come poteva, si ritirò sulle alture circostanti, avendo cura di nascondere gli uomini più validi nei rigogliosi boschi del Monte Maggiore; qualcuno di essi doveva pur riunirsi alla famiglia, trovare qualcosa da mangiare e da bere, cambiare qualche povero indumento, pertanto periodicamente usciva dal perimetro del bosco e ritrovava gli affetti in qualche “cesa” (piccolo appezzamento coltivato in montagna, ndr), in un pagliaio, o in una vecchia masseria; ma ciò era possibile solo se i tedeschi erano altrove, se essi pattugliavano la zona era prudente restare nascosti tra macchie, alberi e cespugli. Si determinò così l’esigenza di conoscere a distanza se costoro erano in zona oppure no; la necessaria comunicazione di tale notizia fu stabilita ricorrendo ad uno stratagemma semplice ma estremamente efficace: vi era proprio ai piedi della montagna, una antica masseria (ancora esistente) abitata da un uomo chiamato zì Beniamino, dotato come ogni altro contadino di saggezza e furbizia, costui stabilì e fece sapere che quando i tedeschi erano in zona avrebbe steso una coperta colorata al balcone principale della masseria, ben visibile da vari punti del bosco, quando invece dal balcone non pendeva nulla, voleva dire che i tedeschi si trovavano altrove. Con la coperta stesa al balcone allora si rimaneva nel bosco, con la coperta ritirata via libera, si poteva ritrovare la famiglia. La cosa si diffuse a tal punto che anche terminati gli eventi bellici, quella masseria in contrada Grasciano assunse il nome di “massarìa ‘ra cuperta”.
Quante vite siano state risparmiate, quante deportazioni evitate non ci è dato di sapere: rimane comunque ancora vivo nella memoria collettiva del popolo pietramelarese una storia che sa di furbizia, solidarietà umana e saggezza contadina.
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
martedì 30 giugno 2015
domenica 14 giugno 2015
OBIETTIVO CENTRATO: MISSIONE COMPIUTA
Ottima l’esperienza vissuta oggi, 14 giugno 2015, in occasione della Giornata del Turista, evento organizzato dall’Associazione Work in Progress, che nella sua diramazione pietramelarese ha come presidente Giovanni Zarone. La macchina dei preparativi era in funzione da almeno un mese, e il risultato non ha tardato a rivelarsi. Donne, uomini e bambini sono pervenuti nella nostra piccola città da numerose località della regione e, a giudicare dai feedback raccolti, l’esperienza è stata ampiamente positiva per ognuno che voluto vivere questa piccola avventura.
Dopo un iniziale momento di rodaggio l’organizzazione ha cominciato a funzionare alla grande e questo ha permesso di gestire i gruppi ed accompagnarli in un itinerario storico/turistico che si è dipanato fra le chiese parrocchiali, il palazzo ducale, il borgo. Di ottimo gradimento anche i piatti tipici, degustati con modicissima spesa presso le due locande allestite da ristoratori locali, impegnati al massimo nel promuovere saperi e sapori del territorio. La pizzeria “Route sixty six” e il Bar De Nuccio hanno soddisfatto in pieno le aspettative dei numerosi turisti che hanno ritenuto vantaggiosa l’offerta abbinata “visita guidata/pasto”.
Sarà l’analisi dei questionari di gradimento a dire l’ultima parola sulla riuscita dell’evento, ed essa permetterà anche di correggere il tiro rispetto ad alcuni fattori, ma sicuramente, dalle impressioni ricevute a caldo, ognuno dei partecipanti ritornerà in paese quanto prima e diffonderà la nomea di un paese ancora “a misura d’uomo”, di straordinari tesori ignorati dai più, di una gioventù ancora in grado di impegnarsi senza secondi fini.
All’anno prossimo, ragazzi e complimenti da chi vi ha visto operare “da vicino”.
Dopo un iniziale momento di rodaggio l’organizzazione ha cominciato a funzionare alla grande e questo ha permesso di gestire i gruppi ed accompagnarli in un itinerario storico/turistico che si è dipanato fra le chiese parrocchiali, il palazzo ducale, il borgo. Di ottimo gradimento anche i piatti tipici, degustati con modicissima spesa presso le due locande allestite da ristoratori locali, impegnati al massimo nel promuovere saperi e sapori del territorio. La pizzeria “Route sixty six” e il Bar De Nuccio hanno soddisfatto in pieno le aspettative dei numerosi turisti che hanno ritenuto vantaggiosa l’offerta abbinata “visita guidata/pasto”.
Sarà l’analisi dei questionari di gradimento a dire l’ultima parola sulla riuscita dell’evento, ed essa permetterà anche di correggere il tiro rispetto ad alcuni fattori, ma sicuramente, dalle impressioni ricevute a caldo, ognuno dei partecipanti ritornerà in paese quanto prima e diffonderà la nomea di un paese ancora “a misura d’uomo”, di straordinari tesori ignorati dai più, di una gioventù ancora in grado di impegnarsi senza secondi fini.
All’anno prossimo, ragazzi e complimenti da chi vi ha visto operare “da vicino”.
mercoledì 10 giugno 2015
WORK IN PROGRESS
Avrei preferito che qualcuno si fosse occupato del mio paese, di quel paesaggio straordinariamente armonioso, di quel borgo che parla di storia vissuta, di uomini fieri ma… purtroppo nulla. Amministrazioni comunali che si sono succedute, pro loco, ambientalisti: nulla di nulla, ed il risultato è sotto gli occhi di chiunque!
Tuttavia non bisogna fare di tutt’erba un fascio! Sembra che fra tante nuvole un timido raggio di sole stia spuntando; fatemela passare, miei cari quattro lettori, questa metafora che sa poco di meteorologia e tanto di retorica, perché chi è assetato di luce nel buio riesce ad intravedere anche una fiammella lontana centinaia di metri.
Di cosa parlo? Ah, si, certo, non li ho ancora nominati: si tratta dei ragazzi di Work in Progress, espressione anglosassone che ben si attanaglia alla realtà di quella associazione. Motivati, volenterosi e volontari, hanno programmato per domenica 14 giugno prossimo un evento ambizioso e profondamente innovativo per Pietramelara: la “Giornata del Turista”, un mix di visite guidate ai monumenti, enogastronomia e socialità.
E’ estremamente probabile che mentre scrivo questi giovani si stiano dando da fare per pulire gli angoli del borgo più degradati, per restituire dignità a quelle pietre testimoni di tanta gloria; altri invece si staranno dedicando all’organizzazione logistica per offrire ai nostri graditi ospiti di domenica, servizi in grado di suscitare un alto livello di gradimento.
E’ veramente una bella realtà “Work in Progress”: da subito ha cercato di affrontare con piglio innovativo un problema, quello del valorizzazione del territorio e del marketing territoriale, in cui tanti hanno fallito; l’evento programmato è certamente ambizioso, ma le energie in campo non mancano, e Giovanni, il presidente, anche se di poche parole, ha il carattere ed il carisma del leader. Noialtri che qualche anno in più l’abbiamo vissuto e che ricordiamo bene cos’era Pietramelara in tale campo una trentina di anni or sono, una mano la diamo volentieri, con il condividere l’organizzazione dell’evento che si prepara, con il dispensare qualche consiglio a mezza bocca (solo se richiesto), mettendo a disposizione le attitudini a cui siamo maggiormente inclini. Le premesse per il successo ci sono tutte: impegno, dedizione, amore per la nostra terra e soprattutto assoluta mancanza di interessi materiali, almeno quelli immediati. Si, perché tra i tanti obiettivi che l’associazione si è dati, vi è anche quello di offrire qualche sbocco occupazionale al gruppo di giovani che vi collaborano; obiettivo sicuramente non a portata di mano, date le condizioni di contesto in cui ci si muove, ma che sicuramente potrà essere conseguito se il percorso intrapreso sarà continuato con l’impegno e la costanza mostrati sinora.
Tuttavia non bisogna fare di tutt’erba un fascio! Sembra che fra tante nuvole un timido raggio di sole stia spuntando; fatemela passare, miei cari quattro lettori, questa metafora che sa poco di meteorologia e tanto di retorica, perché chi è assetato di luce nel buio riesce ad intravedere anche una fiammella lontana centinaia di metri.
Di cosa parlo? Ah, si, certo, non li ho ancora nominati: si tratta dei ragazzi di Work in Progress, espressione anglosassone che ben si attanaglia alla realtà di quella associazione. Motivati, volenterosi e volontari, hanno programmato per domenica 14 giugno prossimo un evento ambizioso e profondamente innovativo per Pietramelara: la “Giornata del Turista”, un mix di visite guidate ai monumenti, enogastronomia e socialità.
E’ estremamente probabile che mentre scrivo questi giovani si stiano dando da fare per pulire gli angoli del borgo più degradati, per restituire dignità a quelle pietre testimoni di tanta gloria; altri invece si staranno dedicando all’organizzazione logistica per offrire ai nostri graditi ospiti di domenica, servizi in grado di suscitare un alto livello di gradimento.
E’ veramente una bella realtà “Work in Progress”: da subito ha cercato di affrontare con piglio innovativo un problema, quello del valorizzazione del territorio e del marketing territoriale, in cui tanti hanno fallito; l’evento programmato è certamente ambizioso, ma le energie in campo non mancano, e Giovanni, il presidente, anche se di poche parole, ha il carattere ed il carisma del leader. Noialtri che qualche anno in più l’abbiamo vissuto e che ricordiamo bene cos’era Pietramelara in tale campo una trentina di anni or sono, una mano la diamo volentieri, con il condividere l’organizzazione dell’evento che si prepara, con il dispensare qualche consiglio a mezza bocca (solo se richiesto), mettendo a disposizione le attitudini a cui siamo maggiormente inclini. Le premesse per il successo ci sono tutte: impegno, dedizione, amore per la nostra terra e soprattutto assoluta mancanza di interessi materiali, almeno quelli immediati. Si, perché tra i tanti obiettivi che l’associazione si è dati, vi è anche quello di offrire qualche sbocco occupazionale al gruppo di giovani che vi collaborano; obiettivo sicuramente non a portata di mano, date le condizioni di contesto in cui ci si muove, ma che sicuramente potrà essere conseguito se il percorso intrapreso sarà continuato con l’impegno e la costanza mostrati sinora.
domenica 24 maggio 2015
AL TEATRO TEMPIO
La prima cosa che viene da chiederti mentre percorri l’erto sentiero che ti conduce in quel luogo è la seguente: “… ma è mai possibile che uomini e donne di ventidue/ventitre secoli fa erano così diversi da noi da affrontare una prova così dura per assistere ad uno spettacolo teatrale?”; si, ma poi, appena giunti, la suggestione di quelle pietre e lo sguardo che spazia su un panorama mozzafiato fanno passare in second’ordine la domanda che ti eri posto.
La scoperta o, se vogliamo, la riscoperta avvenne nell’anno 2000 ed è dovuta al prof. Nicolino Lombardi di S.Potito Sannitico, dirigente scolastico dinamico, appassionato di volo ultraleggero e di foto aeree. In una mattina particolarmente tersa, dal minuscolo abitacolo ebbe l’intuizione e cominciò a scattare, e dopo, in studio l’esame più attento delle immagini confermò che qualcosa di importante stava per ritornare alla luce.
Il Teatro Tempio San Nicola, in agro del comune di Pietravairano venne costruito presumibilmente in età Romana-Repubblicana ( quarto/quinto secolo a.C.) ed è unico nel suo genere sopratutto per il suo posizionamento in altura. Si tratta di un complesso di fortificazioni di varia tipologia e grandezza con mura in opera poligonali che si caratterizzano lungo le dorsali ad una quota che va dai 300-600 metri. Arroccate su posizioni elevate esse dovevano rappresentare l'elemento più caratterizzante del paesaggio antico, perlomeno in epoca preromana. Le dimensioni del complesso archeologico non sono molto grandi, ma comunque in grado di porre allo studioso o al semplice visitatore, come il vostro blogger scribacchiante, innumerevoli domande, fra le quali quella di cui vi parlavo all’inizio dell’articolo.
La tipologia della parte inferiore è chiaramente quella di un teatro le cui gradinate si trovano in uno stato di conservazione variabile dal buono, al discreto, al completamente cancellato; gli ordini di gradini sono una quindicina circa, il settore meglio riconoscibile è rappresentato dall'edificio scenico, la tecnica edilizia impiegata sembra essere “ad opera incerta”, realizzata con scapoli di calcare locale, di grosse e medie dimensioni, appena sbozzati, uniti da tenace malta, rappezzati con rari blocchi di tufo.
A ragion veduta, bisogna comunque dire che lo sforzo fisico necessario a raggiungere il sito è ampiamente ripagato dalle emozioni che vi si vivono. Personalmente, da profano di queste cose, mi sono fatto l’idea che l’orografia del luogo, nei tempi in cui il teatro funzionava doveva essere ben diversa: forse il complesso edificio doveva sorgere al centro o ai margini di un ampio pianoro che ospitava anche un villaggio fortificato, e che tale morfologia è stata stravolta nel lungo lasso di tempo che è intercorso, per l’effetto di cataclismi di varia natura (frane e terremoti). Quanto possa essere verosimile tale ipotesi non lo so, compito di chi mi legge confermarla o confutarla ma, a poche ore dalla visita, rimane in me un senso di meraviglia e di stupore positivo nel pensare a quanto questo ritrovamento contribuisca alla convinzione di un’antica civiltà nell’alto casertano, la nostra, non solo dedita alla pastorizia, all’agricoltura ed alle armi, ma dotata di un culto del bello assolutamente singolare per il tempo che viveva.
La scoperta o, se vogliamo, la riscoperta avvenne nell’anno 2000 ed è dovuta al prof. Nicolino Lombardi di S.Potito Sannitico, dirigente scolastico dinamico, appassionato di volo ultraleggero e di foto aeree. In una mattina particolarmente tersa, dal minuscolo abitacolo ebbe l’intuizione e cominciò a scattare, e dopo, in studio l’esame più attento delle immagini confermò che qualcosa di importante stava per ritornare alla luce.
Il Teatro Tempio San Nicola, in agro del comune di Pietravairano venne costruito presumibilmente in età Romana-Repubblicana ( quarto/quinto secolo a.C.) ed è unico nel suo genere sopratutto per il suo posizionamento in altura. Si tratta di un complesso di fortificazioni di varia tipologia e grandezza con mura in opera poligonali che si caratterizzano lungo le dorsali ad una quota che va dai 300-600 metri. Arroccate su posizioni elevate esse dovevano rappresentare l'elemento più caratterizzante del paesaggio antico, perlomeno in epoca preromana. Le dimensioni del complesso archeologico non sono molto grandi, ma comunque in grado di porre allo studioso o al semplice visitatore, come il vostro blogger scribacchiante, innumerevoli domande, fra le quali quella di cui vi parlavo all’inizio dell’articolo.
La tipologia della parte inferiore è chiaramente quella di un teatro le cui gradinate si trovano in uno stato di conservazione variabile dal buono, al discreto, al completamente cancellato; gli ordini di gradini sono una quindicina circa, il settore meglio riconoscibile è rappresentato dall'edificio scenico, la tecnica edilizia impiegata sembra essere “ad opera incerta”, realizzata con scapoli di calcare locale, di grosse e medie dimensioni, appena sbozzati, uniti da tenace malta, rappezzati con rari blocchi di tufo.
A ragion veduta, bisogna comunque dire che lo sforzo fisico necessario a raggiungere il sito è ampiamente ripagato dalle emozioni che vi si vivono. Personalmente, da profano di queste cose, mi sono fatto l’idea che l’orografia del luogo, nei tempi in cui il teatro funzionava doveva essere ben diversa: forse il complesso edificio doveva sorgere al centro o ai margini di un ampio pianoro che ospitava anche un villaggio fortificato, e che tale morfologia è stata stravolta nel lungo lasso di tempo che è intercorso, per l’effetto di cataclismi di varia natura (frane e terremoti). Quanto possa essere verosimile tale ipotesi non lo so, compito di chi mi legge confermarla o confutarla ma, a poche ore dalla visita, rimane in me un senso di meraviglia e di stupore positivo nel pensare a quanto questo ritrovamento contribuisca alla convinzione di un’antica civiltà nell’alto casertano, la nostra, non solo dedita alla pastorizia, all’agricoltura ed alle armi, ma dotata di un culto del bello assolutamente singolare per il tempo che viveva.
giovedì 30 aprile 2015
PRIMO MAGGIO A FRADEJANNE
E’ una tradizione antica quella di salire alla piccola chiesetta di Santa Maria a Fradejanne, per il nostro dialetto “’ncoppa ‘a Maronna a Fradjanne”. Fino a qualche decennio fa la ricorrenza cadeva l’otto di maggio, giorno sacro alla Vergine, in cui tra l’altro si recita anche la “supplica”; dagli anni ottanta in poi il giorno è stato anticipato ad oggi, primo dello stesso mese, concomitante con la “festa del lavoro”,forse per favorire una più larga partecipazione. E’ un evento che coinvolge molti fedeli e pellegrini, provenienti da Pietramelara, Riardo, Roccaromana, Rocchetta e Croce, Formicola e Giano Vetusto. Uno o più sacerdoti celebrano la messa, nella chiesetta omonima oppure nell’eremo del San Salvatore situato sull’altro versante a monte del paesino di Croce. Ci si incontra tra amici e tra famiglie e si sale insieme per i sentieri del Monte Maggiore, ricchi di natura e panorami e quasi del tutto privi di pericolo. Per noialtri il programma è abbastanza codificato: si parte dal pianoro delle “fosse della neve”, ci si inerpica per il sentiero, che fa anche da “Via Crucis” fino alla chiesetta di Fradejanne, si ascolta la Santa Messa; chi sale per la prima volta rimane a bocca aperta di fronte al panorama mozzafiato che si gode dal ciglio del profondo strapiombo (vedi foto di copertina); chi vuole poi si inoltra sino al San Salvatore, sito a circa mezz’ora di cammino; al ritorno ci si ferma per il rituale picnic, o per dirla alla pietramelarese per il cosidetto “cummitiegliu” (etimologia: piccolo convito); è tutto un trionfo di frittate agli asparagi, salsicce e salumi vari, formaggi freschi e stagionati, la “pizza ‘e pummarole”, la pizza “cas’ e ove” e tant’altro della nostra gastronomia rurale.
Da parte di chi scrive molti ricordi ( … e ti pareva) di quando, in gioventù, seguivo gli operai forestali della Comunità Montana: insieme a loro abbiamo tracciato e realizzato il sentiero che da “fosse della neve” reca a Fradejanne, evitando di passare per “noccia”, con un notevole risparmio nella percorrenza che si è in tal modo abbreviata di una ventina di minuti
E’ una festa popolare, anche se da qualche anno ha perso un po’ di smalto, le cui origini, si è detto, risalgono a secoli e secoli fa, quando la montagna era popolata da boscaioli, carbonai e, chissà, da qualche banda di briganti: qualcuno che si prendesse cura delle loro povere anime doveva pur esserci; deve risalire a quei tempi, difficilmente databili con precisione, la costruzione delle due chiesette di Fradejanne in agro di Pietramelara, e del San Salvatore che appartiene a Rocchetta e Croce. Probabilmente qualche monaco eremita, Frate Giovanni, divenuto poi nella nostra lingua “Fradjanni” si ritirò in quei luoghi, incominciò a costruire il piccolo tempio e si occupò anche di dipingere l’immagine della Vergine, a dire il vero molto grossolana nel tratto e di scarso pregio artistico, ma ugualmente tanto presente nella memoria collettiva e nelle fede popolare di ognuno di noi.
Da parte di chi scrive molti ricordi ( … e ti pareva) di quando, in gioventù, seguivo gli operai forestali della Comunità Montana: insieme a loro abbiamo tracciato e realizzato il sentiero che da “fosse della neve” reca a Fradejanne, evitando di passare per “noccia”, con un notevole risparmio nella percorrenza che si è in tal modo abbreviata di una ventina di minuti
E’ una festa popolare, anche se da qualche anno ha perso un po’ di smalto, le cui origini, si è detto, risalgono a secoli e secoli fa, quando la montagna era popolata da boscaioli, carbonai e, chissà, da qualche banda di briganti: qualcuno che si prendesse cura delle loro povere anime doveva pur esserci; deve risalire a quei tempi, difficilmente databili con precisione, la costruzione delle due chiesette di Fradejanne in agro di Pietramelara, e del San Salvatore che appartiene a Rocchetta e Croce. Probabilmente qualche monaco eremita, Frate Giovanni, divenuto poi nella nostra lingua “Fradjanni” si ritirò in quei luoghi, incominciò a costruire il piccolo tempio e si occupò anche di dipingere l’immagine della Vergine, a dire il vero molto grossolana nel tratto e di scarso pregio artistico, ma ugualmente tanto presente nella memoria collettiva e nelle fede popolare di ognuno di noi.
venerdì 3 aprile 2015
TIPI STRANI
L’universo della mia infanzia, quello che io sono solito definire “prima galassia” (cfr.DUE GALASSIE,30/10/2011 http//scribacchiandoperme.blogspot.it/2011/10/due-galassie.html) , è costellato di personaggi particolari, figure che la memoria conserva, attori di uno spettacolo vivido e colorito, di cui Pietramelara è stata contemporaneamente palcoscenico e platea. Eccovene un piccolo campionario.
Ero un bambino di pochi anni, eppure la sua figura mi è rimasta impressa: si chiamava Ottavio,”Ottaviucciu” per tanti, pare che da giovane avesse fatto il sarto, e che nel suo mestiere avesse portato la fama di sapere il fatto suo, preciso nel tagliare, pronto ad individuare gusti e preferenze dei clienti che si rivolgevano a lui; proveniva da una famiglia benestante, anche se popolare e non borghese; si racconta che la passione non corrisposta per una donna lo avesse fatto precipitare in una profonda depressione, prima, ed in un’alienazione assoluta in seguito; non era pericoloso, e non dava fastidio a nessuno, nel suo continuo vagare, giorno e notte, per le strade del paese parlava in continuazione da solo, in un dialetto stretto e a bassa voce; aveva dei vezzi, tipo quello di non accettare sigarette se non quelle già parzialmente fumate da coloro che gliele offrivano; per qualche intemperanza un giorno fu ricoverato in un ospedale psichiatrico, un “manicomio” come si diceva allora, e non fece più ritorno in paese.
Che dire poi di Alò, donna anziana, sulla settantina, che abitava in via San Pasquale in un basso? … aveva vissuto in America da giovane, e il suo nomignolo era dovuto al tipico saluto americaneggiante che rivolgeva a tutti: “Hello”, in paese poi corrotto in Alò. Portava sempre dei grandi occhiali da sole molto scuri e si dipingeva le labbra con un rossetto di colore rosso vivo, i capelli erano sempre tinti; fumava e molto. Dovevo starle simpatico, perché ricordo bene che incontrandomi, da bambino con i miei, era solita rivolgermi un saluto particolare “Hello Francis”, con la voce roca e profonda, tipica di chi una sigaretta accende e l’altra spegne. La solitudine l’aveva fatta precipitare nell’alcolismo e man mano la spirale in cui era caduta la condusse sino alla morte.
Rivangando ancora nella memoria mi torna alla mente Frantonio (Frate Antonio), monaco questuante del Convento di San Pasquale, che girava chiedendo l’elemosina con una cassettina per le offerte in una mano e un campanello nell’altra;portava una bisaccia a tracolla dalla quale estraeva caramelline alla liquirizia che offriva ai bambini che mettevano una monetina nella cassetta; la cosa era più che notoria a tutti e quelle caramelline, che forse sono ancora in commercio, per tale motivo venivano universalmente chiamate “caramelle ‘e Frantonio”; la sua voce era di tono indefinito e variabile, andava dal basso profondo all’acuto, qualcuno per tale motivo si divertiva a chiamarlo “Frantonio settevucelle”; era originario dell’hinterland napoletano e nessuno sa il motivo per cui prese i voti, rimase presso il nostro convento per due o tre decenni ma poi, verso la metà degli anni 70 lo lasciò.
Storie tristi di amori delusi, di solitudine, di alienazione; anime perse che nella loro umiltà qualcosa l’avranno sicuramente lasciato se, a distanza di un cinquantennio qualcuno ancora parla e scribacchia di loro, come di tanti altri personaggi ancora, nel mio “Mondo Piccolo”, per tanti versi rassomigliante a quello di Giovannino Guareschi: “piccolo” proprio perché fatto non di grandi imprese e di uomini illustri, ma delle vicende di persone comuni e umili di un paese di campagna, tra le quali anche coloro che occupano posizioni più importanti nella gerarchia del mondo del paese, restano comunque piccoli, cioè umili e semplici come tutti gli altri abitanti, senza differenza alcuna con i tipi strani di cui vi ho parlato.
Ero un bambino di pochi anni, eppure la sua figura mi è rimasta impressa: si chiamava Ottavio,”Ottaviucciu” per tanti, pare che da giovane avesse fatto il sarto, e che nel suo mestiere avesse portato la fama di sapere il fatto suo, preciso nel tagliare, pronto ad individuare gusti e preferenze dei clienti che si rivolgevano a lui; proveniva da una famiglia benestante, anche se popolare e non borghese; si racconta che la passione non corrisposta per una donna lo avesse fatto precipitare in una profonda depressione, prima, ed in un’alienazione assoluta in seguito; non era pericoloso, e non dava fastidio a nessuno, nel suo continuo vagare, giorno e notte, per le strade del paese parlava in continuazione da solo, in un dialetto stretto e a bassa voce; aveva dei vezzi, tipo quello di non accettare sigarette se non quelle già parzialmente fumate da coloro che gliele offrivano; per qualche intemperanza un giorno fu ricoverato in un ospedale psichiatrico, un “manicomio” come si diceva allora, e non fece più ritorno in paese.
Che dire poi di Alò, donna anziana, sulla settantina, che abitava in via San Pasquale in un basso? … aveva vissuto in America da giovane, e il suo nomignolo era dovuto al tipico saluto americaneggiante che rivolgeva a tutti: “Hello”, in paese poi corrotto in Alò. Portava sempre dei grandi occhiali da sole molto scuri e si dipingeva le labbra con un rossetto di colore rosso vivo, i capelli erano sempre tinti; fumava e molto. Dovevo starle simpatico, perché ricordo bene che incontrandomi, da bambino con i miei, era solita rivolgermi un saluto particolare “Hello Francis”, con la voce roca e profonda, tipica di chi una sigaretta accende e l’altra spegne. La solitudine l’aveva fatta precipitare nell’alcolismo e man mano la spirale in cui era caduta la condusse sino alla morte.
Rivangando ancora nella memoria mi torna alla mente Frantonio (Frate Antonio), monaco questuante del Convento di San Pasquale, che girava chiedendo l’elemosina con una cassettina per le offerte in una mano e un campanello nell’altra;portava una bisaccia a tracolla dalla quale estraeva caramelline alla liquirizia che offriva ai bambini che mettevano una monetina nella cassetta; la cosa era più che notoria a tutti e quelle caramelline, che forse sono ancora in commercio, per tale motivo venivano universalmente chiamate “caramelle ‘e Frantonio”; la sua voce era di tono indefinito e variabile, andava dal basso profondo all’acuto, qualcuno per tale motivo si divertiva a chiamarlo “Frantonio settevucelle”; era originario dell’hinterland napoletano e nessuno sa il motivo per cui prese i voti, rimase presso il nostro convento per due o tre decenni ma poi, verso la metà degli anni 70 lo lasciò.
Storie tristi di amori delusi, di solitudine, di alienazione; anime perse che nella loro umiltà qualcosa l’avranno sicuramente lasciato se, a distanza di un cinquantennio qualcuno ancora parla e scribacchia di loro, come di tanti altri personaggi ancora, nel mio “Mondo Piccolo”, per tanti versi rassomigliante a quello di Giovannino Guareschi: “piccolo” proprio perché fatto non di grandi imprese e di uomini illustri, ma delle vicende di persone comuni e umili di un paese di campagna, tra le quali anche coloro che occupano posizioni più importanti nella gerarchia del mondo del paese, restano comunque piccoli, cioè umili e semplici come tutti gli altri abitanti, senza differenza alcuna con i tipi strani di cui vi ho parlato.
mercoledì 25 febbraio 2015
IL VENTRE DI NAPOLI... E LA PIOGGIA
Che effetto fa Napoli con la pioggia? Quali sono le sensazioni di un osservatore che, dal diciassettesimo piano di una torre del Centro Direzionale, ha sotto gli occhi una città dall’aspetto così lontano dalla consueta oleografia? … un’oleografia che artisti e media continuano a propinarci, ma che tanti danni ha fatto a questa città e a questo popolo, ieri come oggi.
Ci pensavo stamattina alla finestra: avevo sotto gli occhi questa città comunque bella, che sotto una pioggerellina incessante mi appariva come una sorta di ventaglio aperto tra mare e collina; e come in ogni altro ventaglio che si rispetti anche Napoli ha le sue piume, ed ogni piuma è un palazzo, una cupola, la guglia di un campanile, un silo del porto. E per ogni piuma una, cento, mille storie di vita, di lavoro, di amori, di passioni, di miseria, a volte di efferati crimini.
Assorto fra tali pensieri mi ero un po’ estraniato dal contesto e, ritornato in me, ho diretto lo sguardo oltre la ferrovia, nei quartieri del “risanamento”, tra il borgo orefici, il rettifilo, forcella, i tribunali, e non ho potuto fare a meno di pensare quanto ancora attuale fosse la denuncia forte e disincantata di Matilde Serao, riportata dal meraviglioso saggio dal nome “Il ventre di Napoli”, la cui lettura si è rivelata per me un’inesauribile fonte di conoscenza verso la città che tanto amiamo ma che poco o nulla ci è nota. La tesi della scrittrice era sostanzialmente questa: il popolo napoletano da sempre è condannato alla miseria ed al degrado, fisico e morale, a causa di una classe politica con scarsa conoscenza dei reali problemi e con interessi assolutamente divergenti dal vero “risanamento” della città. Il degrado osservato dalla grande Matilde era presente ai tempi del colera nel 1865, episodio che diede vita all’operazione “risanamento”, era presente qualche decennio dopo, ai tempi in cui il saggio fu scritto e purtroppo è presente ancora oggi, dopo più di un secolo e mezzo.
A pensarci bene c’è bisogno di una grigia giornata di pioggia, anche a Napoli, perché con il sole, la luce e i colori rendono tutto molto più bello ed accettabile; con il sole il mare è di un blu profondo, le facciate dei palazzi del centro storico assumono un fascino ed una tonalità tutta particolare che solo in pochi posti si può ammirare. Con la pioggia no!.. con la pioggia emerge la verità nel modo più crudo.
Ci pensavo stamattina alla finestra: avevo sotto gli occhi questa città comunque bella, che sotto una pioggerellina incessante mi appariva come una sorta di ventaglio aperto tra mare e collina; e come in ogni altro ventaglio che si rispetti anche Napoli ha le sue piume, ed ogni piuma è un palazzo, una cupola, la guglia di un campanile, un silo del porto. E per ogni piuma una, cento, mille storie di vita, di lavoro, di amori, di passioni, di miseria, a volte di efferati crimini.
Assorto fra tali pensieri mi ero un po’ estraniato dal contesto e, ritornato in me, ho diretto lo sguardo oltre la ferrovia, nei quartieri del “risanamento”, tra il borgo orefici, il rettifilo, forcella, i tribunali, e non ho potuto fare a meno di pensare quanto ancora attuale fosse la denuncia forte e disincantata di Matilde Serao, riportata dal meraviglioso saggio dal nome “Il ventre di Napoli”, la cui lettura si è rivelata per me un’inesauribile fonte di conoscenza verso la città che tanto amiamo ma che poco o nulla ci è nota. La tesi della scrittrice era sostanzialmente questa: il popolo napoletano da sempre è condannato alla miseria ed al degrado, fisico e morale, a causa di una classe politica con scarsa conoscenza dei reali problemi e con interessi assolutamente divergenti dal vero “risanamento” della città. Il degrado osservato dalla grande Matilde era presente ai tempi del colera nel 1865, episodio che diede vita all’operazione “risanamento”, era presente qualche decennio dopo, ai tempi in cui il saggio fu scritto e purtroppo è presente ancora oggi, dopo più di un secolo e mezzo.
A pensarci bene c’è bisogno di una grigia giornata di pioggia, anche a Napoli, perché con il sole, la luce e i colori rendono tutto molto più bello ed accettabile; con il sole il mare è di un blu profondo, le facciate dei palazzi del centro storico assumono un fascino ed una tonalità tutta particolare che solo in pochi posti si può ammirare. Con la pioggia no!.. con la pioggia emerge la verità nel modo più crudo.
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