E’ una tradizione antica quella di salire alla piccola chiesetta di Santa Maria a Fradejanne, per il nostro dialetto “’ncoppa ‘a Maronna a Fradjanne”. Fino a qualche decennio fa la ricorrenza cadeva l’otto di maggio, giorno sacro alla Vergine, in cui tra l’altro si recita anche la “supplica”; dagli anni ottanta in poi il giorno è stato anticipato ad oggi, primo dello stesso mese, concomitante con la “festa del lavoro”,forse per favorire una più larga partecipazione. E’ un evento che coinvolge molti fedeli e pellegrini, provenienti da Pietramelara, Riardo, Roccaromana, Rocchetta e Croce, Formicola e Giano Vetusto. Uno o più sacerdoti celebrano la messa, nella chiesetta omonima oppure nell’eremo del San Salvatore situato sull’altro versante a monte del paesino di Croce. Ci si incontra tra amici e tra famiglie e si sale insieme per i sentieri del Monte Maggiore, ricchi di natura e panorami e quasi del tutto privi di pericolo. Per noialtri il programma è abbastanza codificato: si parte dal pianoro delle “fosse della neve”, ci si inerpica per il sentiero, che fa anche da “Via Crucis” fino alla chiesetta di Fradejanne, si ascolta la Santa Messa; chi sale per la prima volta rimane a bocca aperta di fronte al panorama mozzafiato che si gode dal ciglio del profondo strapiombo (vedi foto di copertina); chi vuole poi si inoltra sino al San Salvatore, sito a circa mezz’ora di cammino; al ritorno ci si ferma per il rituale picnic, o per dirla alla pietramelarese per il cosidetto “cummitiegliu” (etimologia: piccolo convito); è tutto un trionfo di frittate agli asparagi, salsicce e salumi vari, formaggi freschi e stagionati, la “pizza ‘e pummarole”, la pizza “cas’ e ove” e tant’altro della nostra gastronomia rurale.
Da parte di chi scrive molti ricordi ( … e ti pareva) di quando, in gioventù, seguivo gli operai forestali della Comunità Montana: insieme a loro abbiamo tracciato e realizzato il sentiero che da “fosse della neve” reca a Fradejanne, evitando di passare per “noccia”, con un notevole risparmio nella percorrenza che si è in tal modo abbreviata di una ventina di minuti
E’ una festa popolare, anche se da qualche anno ha perso un po’ di smalto, le cui origini, si è detto, risalgono a secoli e secoli fa, quando la montagna era popolata da boscaioli, carbonai e, chissà, da qualche banda di briganti: qualcuno che si prendesse cura delle loro povere anime doveva pur esserci; deve risalire a quei tempi, difficilmente databili con precisione, la costruzione delle due chiesette di Fradejanne in agro di Pietramelara, e del San Salvatore che appartiene a Rocchetta e Croce. Probabilmente qualche monaco eremita, Frate Giovanni, divenuto poi nella nostra lingua “Fradjanni” si ritirò in quei luoghi, incominciò a costruire il piccolo tempio e si occupò anche di dipingere l’immagine della Vergine, a dire il vero molto grossolana nel tratto e di scarso pregio artistico, ma ugualmente tanto presente nella memoria collettiva e nelle fede popolare di ognuno di noi.
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
giovedì 30 aprile 2015
venerdì 3 aprile 2015
TIPI STRANI
L’universo della mia infanzia, quello che io sono solito definire “prima galassia” (cfr.DUE GALASSIE,30/10/2011 http//scribacchiandoperme.blogspot.it/2011/10/due-galassie.html) , è costellato di personaggi particolari, figure che la memoria conserva, attori di uno spettacolo vivido e colorito, di cui Pietramelara è stata contemporaneamente palcoscenico e platea. Eccovene un piccolo campionario.
Ero un bambino di pochi anni, eppure la sua figura mi è rimasta impressa: si chiamava Ottavio,”Ottaviucciu” per tanti, pare che da giovane avesse fatto il sarto, e che nel suo mestiere avesse portato la fama di sapere il fatto suo, preciso nel tagliare, pronto ad individuare gusti e preferenze dei clienti che si rivolgevano a lui; proveniva da una famiglia benestante, anche se popolare e non borghese; si racconta che la passione non corrisposta per una donna lo avesse fatto precipitare in una profonda depressione, prima, ed in un’alienazione assoluta in seguito; non era pericoloso, e non dava fastidio a nessuno, nel suo continuo vagare, giorno e notte, per le strade del paese parlava in continuazione da solo, in un dialetto stretto e a bassa voce; aveva dei vezzi, tipo quello di non accettare sigarette se non quelle già parzialmente fumate da coloro che gliele offrivano; per qualche intemperanza un giorno fu ricoverato in un ospedale psichiatrico, un “manicomio” come si diceva allora, e non fece più ritorno in paese.
Che dire poi di Alò, donna anziana, sulla settantina, che abitava in via San Pasquale in un basso? … aveva vissuto in America da giovane, e il suo nomignolo era dovuto al tipico saluto americaneggiante che rivolgeva a tutti: “Hello”, in paese poi corrotto in Alò. Portava sempre dei grandi occhiali da sole molto scuri e si dipingeva le labbra con un rossetto di colore rosso vivo, i capelli erano sempre tinti; fumava e molto. Dovevo starle simpatico, perché ricordo bene che incontrandomi, da bambino con i miei, era solita rivolgermi un saluto particolare “Hello Francis”, con la voce roca e profonda, tipica di chi una sigaretta accende e l’altra spegne. La solitudine l’aveva fatta precipitare nell’alcolismo e man mano la spirale in cui era caduta la condusse sino alla morte.
Rivangando ancora nella memoria mi torna alla mente Frantonio (Frate Antonio), monaco questuante del Convento di San Pasquale, che girava chiedendo l’elemosina con una cassettina per le offerte in una mano e un campanello nell’altra;portava una bisaccia a tracolla dalla quale estraeva caramelline alla liquirizia che offriva ai bambini che mettevano una monetina nella cassetta; la cosa era più che notoria a tutti e quelle caramelline, che forse sono ancora in commercio, per tale motivo venivano universalmente chiamate “caramelle ‘e Frantonio”; la sua voce era di tono indefinito e variabile, andava dal basso profondo all’acuto, qualcuno per tale motivo si divertiva a chiamarlo “Frantonio settevucelle”; era originario dell’hinterland napoletano e nessuno sa il motivo per cui prese i voti, rimase presso il nostro convento per due o tre decenni ma poi, verso la metà degli anni 70 lo lasciò.
Storie tristi di amori delusi, di solitudine, di alienazione; anime perse che nella loro umiltà qualcosa l’avranno sicuramente lasciato se, a distanza di un cinquantennio qualcuno ancora parla e scribacchia di loro, come di tanti altri personaggi ancora, nel mio “Mondo Piccolo”, per tanti versi rassomigliante a quello di Giovannino Guareschi: “piccolo” proprio perché fatto non di grandi imprese e di uomini illustri, ma delle vicende di persone comuni e umili di un paese di campagna, tra le quali anche coloro che occupano posizioni più importanti nella gerarchia del mondo del paese, restano comunque piccoli, cioè umili e semplici come tutti gli altri abitanti, senza differenza alcuna con i tipi strani di cui vi ho parlato.
Ero un bambino di pochi anni, eppure la sua figura mi è rimasta impressa: si chiamava Ottavio,”Ottaviucciu” per tanti, pare che da giovane avesse fatto il sarto, e che nel suo mestiere avesse portato la fama di sapere il fatto suo, preciso nel tagliare, pronto ad individuare gusti e preferenze dei clienti che si rivolgevano a lui; proveniva da una famiglia benestante, anche se popolare e non borghese; si racconta che la passione non corrisposta per una donna lo avesse fatto precipitare in una profonda depressione, prima, ed in un’alienazione assoluta in seguito; non era pericoloso, e non dava fastidio a nessuno, nel suo continuo vagare, giorno e notte, per le strade del paese parlava in continuazione da solo, in un dialetto stretto e a bassa voce; aveva dei vezzi, tipo quello di non accettare sigarette se non quelle già parzialmente fumate da coloro che gliele offrivano; per qualche intemperanza un giorno fu ricoverato in un ospedale psichiatrico, un “manicomio” come si diceva allora, e non fece più ritorno in paese.
Che dire poi di Alò, donna anziana, sulla settantina, che abitava in via San Pasquale in un basso? … aveva vissuto in America da giovane, e il suo nomignolo era dovuto al tipico saluto americaneggiante che rivolgeva a tutti: “Hello”, in paese poi corrotto in Alò. Portava sempre dei grandi occhiali da sole molto scuri e si dipingeva le labbra con un rossetto di colore rosso vivo, i capelli erano sempre tinti; fumava e molto. Dovevo starle simpatico, perché ricordo bene che incontrandomi, da bambino con i miei, era solita rivolgermi un saluto particolare “Hello Francis”, con la voce roca e profonda, tipica di chi una sigaretta accende e l’altra spegne. La solitudine l’aveva fatta precipitare nell’alcolismo e man mano la spirale in cui era caduta la condusse sino alla morte.
Rivangando ancora nella memoria mi torna alla mente Frantonio (Frate Antonio), monaco questuante del Convento di San Pasquale, che girava chiedendo l’elemosina con una cassettina per le offerte in una mano e un campanello nell’altra;portava una bisaccia a tracolla dalla quale estraeva caramelline alla liquirizia che offriva ai bambini che mettevano una monetina nella cassetta; la cosa era più che notoria a tutti e quelle caramelline, che forse sono ancora in commercio, per tale motivo venivano universalmente chiamate “caramelle ‘e Frantonio”; la sua voce era di tono indefinito e variabile, andava dal basso profondo all’acuto, qualcuno per tale motivo si divertiva a chiamarlo “Frantonio settevucelle”; era originario dell’hinterland napoletano e nessuno sa il motivo per cui prese i voti, rimase presso il nostro convento per due o tre decenni ma poi, verso la metà degli anni 70 lo lasciò.
Storie tristi di amori delusi, di solitudine, di alienazione; anime perse che nella loro umiltà qualcosa l’avranno sicuramente lasciato se, a distanza di un cinquantennio qualcuno ancora parla e scribacchia di loro, come di tanti altri personaggi ancora, nel mio “Mondo Piccolo”, per tanti versi rassomigliante a quello di Giovannino Guareschi: “piccolo” proprio perché fatto non di grandi imprese e di uomini illustri, ma delle vicende di persone comuni e umili di un paese di campagna, tra le quali anche coloro che occupano posizioni più importanti nella gerarchia del mondo del paese, restano comunque piccoli, cioè umili e semplici come tutti gli altri abitanti, senza differenza alcuna con i tipi strani di cui vi ho parlato.
mercoledì 25 febbraio 2015
IL VENTRE DI NAPOLI... E LA PIOGGIA
Che effetto fa Napoli con la pioggia? Quali sono le sensazioni di un osservatore che, dal diciassettesimo piano di una torre del Centro Direzionale, ha sotto gli occhi una città dall’aspetto così lontano dalla consueta oleografia? … un’oleografia che artisti e media continuano a propinarci, ma che tanti danni ha fatto a questa città e a questo popolo, ieri come oggi.
Ci pensavo stamattina alla finestra: avevo sotto gli occhi questa città comunque bella, che sotto una pioggerellina incessante mi appariva come una sorta di ventaglio aperto tra mare e collina; e come in ogni altro ventaglio che si rispetti anche Napoli ha le sue piume, ed ogni piuma è un palazzo, una cupola, la guglia di un campanile, un silo del porto. E per ogni piuma una, cento, mille storie di vita, di lavoro, di amori, di passioni, di miseria, a volte di efferati crimini.
Assorto fra tali pensieri mi ero un po’ estraniato dal contesto e, ritornato in me, ho diretto lo sguardo oltre la ferrovia, nei quartieri del “risanamento”, tra il borgo orefici, il rettifilo, forcella, i tribunali, e non ho potuto fare a meno di pensare quanto ancora attuale fosse la denuncia forte e disincantata di Matilde Serao, riportata dal meraviglioso saggio dal nome “Il ventre di Napoli”, la cui lettura si è rivelata per me un’inesauribile fonte di conoscenza verso la città che tanto amiamo ma che poco o nulla ci è nota. La tesi della scrittrice era sostanzialmente questa: il popolo napoletano da sempre è condannato alla miseria ed al degrado, fisico e morale, a causa di una classe politica con scarsa conoscenza dei reali problemi e con interessi assolutamente divergenti dal vero “risanamento” della città. Il degrado osservato dalla grande Matilde era presente ai tempi del colera nel 1865, episodio che diede vita all’operazione “risanamento”, era presente qualche decennio dopo, ai tempi in cui il saggio fu scritto e purtroppo è presente ancora oggi, dopo più di un secolo e mezzo.
A pensarci bene c’è bisogno di una grigia giornata di pioggia, anche a Napoli, perché con il sole, la luce e i colori rendono tutto molto più bello ed accettabile; con il sole il mare è di un blu profondo, le facciate dei palazzi del centro storico assumono un fascino ed una tonalità tutta particolare che solo in pochi posti si può ammirare. Con la pioggia no!.. con la pioggia emerge la verità nel modo più crudo.
Ci pensavo stamattina alla finestra: avevo sotto gli occhi questa città comunque bella, che sotto una pioggerellina incessante mi appariva come una sorta di ventaglio aperto tra mare e collina; e come in ogni altro ventaglio che si rispetti anche Napoli ha le sue piume, ed ogni piuma è un palazzo, una cupola, la guglia di un campanile, un silo del porto. E per ogni piuma una, cento, mille storie di vita, di lavoro, di amori, di passioni, di miseria, a volte di efferati crimini.
Assorto fra tali pensieri mi ero un po’ estraniato dal contesto e, ritornato in me, ho diretto lo sguardo oltre la ferrovia, nei quartieri del “risanamento”, tra il borgo orefici, il rettifilo, forcella, i tribunali, e non ho potuto fare a meno di pensare quanto ancora attuale fosse la denuncia forte e disincantata di Matilde Serao, riportata dal meraviglioso saggio dal nome “Il ventre di Napoli”, la cui lettura si è rivelata per me un’inesauribile fonte di conoscenza verso la città che tanto amiamo ma che poco o nulla ci è nota. La tesi della scrittrice era sostanzialmente questa: il popolo napoletano da sempre è condannato alla miseria ed al degrado, fisico e morale, a causa di una classe politica con scarsa conoscenza dei reali problemi e con interessi assolutamente divergenti dal vero “risanamento” della città. Il degrado osservato dalla grande Matilde era presente ai tempi del colera nel 1865, episodio che diede vita all’operazione “risanamento”, era presente qualche decennio dopo, ai tempi in cui il saggio fu scritto e purtroppo è presente ancora oggi, dopo più di un secolo e mezzo.
A pensarci bene c’è bisogno di una grigia giornata di pioggia, anche a Napoli, perché con il sole, la luce e i colori rendono tutto molto più bello ed accettabile; con il sole il mare è di un blu profondo, le facciate dei palazzi del centro storico assumono un fascino ed una tonalità tutta particolare che solo in pochi posti si può ammirare. Con la pioggia no!.. con la pioggia emerge la verità nel modo più crudo.
martedì 17 febbraio 2015
LA PAPERA, IL FICO E LA FONTANA
Chi segue questo blog, è nato dalle nostre parti e vi ha vissuto l’infanzia un cinquantennio or sono o su di lì, potrà ricordarsi di una vecchia filastrocca che si usava ripetere ai bambini per intrattenerli. Come al solito in queste cose apparentemente semplici, c’è molto del nostro vissuto, della memoria collettiva della nostra gente e dei sentimenti che essa in larga parte condivideva. La filastrocca era accompagnata da una gestualità codificata e consisteva nell’identificare le piccole dita della mano del bambino con cinque omini, che venivano “chiamati in causa” piegando leggermente una ad una le dita stesse. Si cominciava con il prendere la piccola mano e, con il palmo rivolto verso l’alto si ripeteva la filastrocca che, se ben ricordo, faceva così:
...ccà ce sttà na funtanella
addò ce bbeve 'na paparella
(a questo punto si cominciava a piegare una ad una
delicatamente le piccole dita)
chistu l’acchiappa
chistu l’accire
chistu la spenna
n’atu s’a mangia
e chist’atu rice:
“ziu ziu ncoppa alla ficu
t’e mangiatu le ficu meie
c’è rimastu gli ciaccuni …
vieni rimani ca so mature”
che tradotto vuole dire
qui c’è una fontanella
dove beve una paperella
questo l’acchiappa
questo l’uccide
questo la spenna
un altro se la mangia
e quest’altro dice:
“uomo uomo sopra al fico
ti sei mangiato i miei fichi
ci hai lasciato solo quelle acerbe
ma se torni domani le troverai mature”
Si tratta come avrete potuto leggere di un quadretto idilliaco: una fresca fontanella, una graziosa ochetta che vi si reca per bere, che però culmina con un episodio cruento... c’è l’omino che acchiappa la papera, quello che l'uccide, quello che si occupa di spennarla ed il solito opportunista che se la pappa.
E’ vero, vi ho riportato solo una filastrocca infantile ed evidentemente partorita da menti poco avvezze alle lettere, ma comunque sempre in grado di farmi chiedere il perché delle tante incongruenze in essa contenute: prima di tutto il fatto che sia composta di due parti completamente slegate fra loro, poi per lo strano comportamento del quinto omino che, al posto di lamentarsi per essere stato escluso dal lauto pasto costituito dal pennuto in tal modo sacrificato, se la prende con un ladro di fichi, sinora non apparso nel contesto, rimproverandolo di aver lasciato sulla pianta solo i fichi acerbi (i ciaccuni), ma comunque invitandolo a ritornare domani perché li avrebbe trovati maturi.
E qui vi volevo, miei cari “quattro lettori”: non vi sembra questo il paradigma di una solidarietà sempre presente in diversi aspetti di quella civiltà, non è un comportamento solidale quello del quinto omino? … la gente di un tempo ormai trascorso di sicuro non versava nell’abbondanza, ma era comunque conscia dei doveri verso gli altri, anche, ad esempio,condividendo i frutti di un fico con un uomo anziano (ziu), e quindi nel bisogno, che senza alcun permesso se ne era cibato.
...ccà ce sttà na funtanella
addò ce bbeve 'na paparella
(a questo punto si cominciava a piegare una ad una
delicatamente le piccole dita)
chistu l’acchiappa
chistu l’accire
chistu la spenna
n’atu s’a mangia
e chist’atu rice:
“ziu ziu ncoppa alla ficu
t’e mangiatu le ficu meie
c’è rimastu gli ciaccuni …
vieni rimani ca so mature”
che tradotto vuole dire
qui c’è una fontanella
dove beve una paperella
questo l’acchiappa
questo l’uccide
questo la spenna
un altro se la mangia
e quest’altro dice:
“uomo uomo sopra al fico
ti sei mangiato i miei fichi
ci hai lasciato solo quelle acerbe
ma se torni domani le troverai mature”
Si tratta come avrete potuto leggere di un quadretto idilliaco: una fresca fontanella, una graziosa ochetta che vi si reca per bere, che però culmina con un episodio cruento... c’è l’omino che acchiappa la papera, quello che l'uccide, quello che si occupa di spennarla ed il solito opportunista che se la pappa.
E’ vero, vi ho riportato solo una filastrocca infantile ed evidentemente partorita da menti poco avvezze alle lettere, ma comunque sempre in grado di farmi chiedere il perché delle tante incongruenze in essa contenute: prima di tutto il fatto che sia composta di due parti completamente slegate fra loro, poi per lo strano comportamento del quinto omino che, al posto di lamentarsi per essere stato escluso dal lauto pasto costituito dal pennuto in tal modo sacrificato, se la prende con un ladro di fichi, sinora non apparso nel contesto, rimproverandolo di aver lasciato sulla pianta solo i fichi acerbi (i ciaccuni), ma comunque invitandolo a ritornare domani perché li avrebbe trovati maturi.
E qui vi volevo, miei cari “quattro lettori”: non vi sembra questo il paradigma di una solidarietà sempre presente in diversi aspetti di quella civiltà, non è un comportamento solidale quello del quinto omino? … la gente di un tempo ormai trascorso di sicuro non versava nell’abbondanza, ma era comunque conscia dei doveri verso gli altri, anche, ad esempio,condividendo i frutti di un fico con un uomo anziano (ziu), e quindi nel bisogno, che senza alcun permesso se ne era cibato.
sabato 7 febbraio 2015
RIECCOMI
Ritornare a scrivere (o scribacchiare come vuole il titolo del blog), miei cari quattro lettori, dopo due mesi di “silenzio stampa” non è stato facile e tantomeno mi ha riempito di entusiasmo. Quali i motivi di un silenzio mai durato tanto a lungo?... nessuno e tutti. Chi scribacchia per se e per gli altri, e lo fa senza altro scopo oltre il piacere stesso di farlo, vuole scrivere sempre cose sensate, capaci di destare interesse e condivisione ma, in tutto questo lasso di tempo niente è stato in grado di stimolare il mio estro, le mie emozioni. In altre parole, lo confesso, non ho scritto nulla perché non avevo nulla da scrivere ne su me stesso, ne sulla terra che continuo ad abitare, ne sulla “pietramelaresità”. Certo… avrei potuto “cavalcare la tigre” del malcontento diffuso nei miei concittadini continuando a lanciare strali di fuoco nei confronti di chi ci (dis)amministra ma, nonostante la mia notoria contrarietà al sistema, ritengo che il buon senso vada adoperato anche in questo ambito e che per tutto ci sia una misura, una soglia da non varcare. Tornerò a farlo appena lo riterrò opportuno.
Non è una dichiarazione di resa la mia, ne tantomeno una sorta di testamento: già in passato ho vissuto crisi del genere che, quasi sempre, sono state seguite da periodi molto intensi e penso che anche stavolta, nonostante la durata sensibilmente maggiore, dovrebbe trattarsi della stessa cosa.
Vi aggiorno su di me, se la cosa vi fa piacere, dopo un Natale quasi tutto trascorso in compagnia di una “fedele e duratura” influenza, il ritorno in ufficio ha comportato una significativa novità: distacco a Napoli, presso la Direzione Generale Politiche Agricole, Alimentari e Forestali; era stato manifestato un bisogno e il sottoscritto ha risposto “Presente!”. Come tutte le cose nuove tale distacco ha generato apprensioni: luoghi conosciuti, ma gente nuova per colleghi e superiori, metodi di lavoro e tematiche diverse e, quel che per me è peggio assenza completa di contatto con l’utenza, le aziende, gli Enti, gli uomini; il lavoro che ho condotto finora in gran parte era fatto proprio di questo: consulenza a tecnici, imprenditori, amministratori pubblici, partecipazione a convegni ed eventi vari, contatto continuo con la realtà agricola e rurale”in loco”. Ma… tant’è: mi abituerò anche a questo nuovo lavoro. Napoli è una città caotica quanto si vuole e relativamente lontana dal mio borgo natio ma tanto bella da rimanere incantati: dribblare il traffico appena sceso dal treno o lasciando l’ufficio, respirare la sua aria salsa, guardare il Golfo da una stanza al 17simo piano in parte attenuerà questo senso di ignoto che mi pervade.
Non è una dichiarazione di resa la mia, ne tantomeno una sorta di testamento: già in passato ho vissuto crisi del genere che, quasi sempre, sono state seguite da periodi molto intensi e penso che anche stavolta, nonostante la durata sensibilmente maggiore, dovrebbe trattarsi della stessa cosa.
Vi aggiorno su di me, se la cosa vi fa piacere, dopo un Natale quasi tutto trascorso in compagnia di una “fedele e duratura” influenza, il ritorno in ufficio ha comportato una significativa novità: distacco a Napoli, presso la Direzione Generale Politiche Agricole, Alimentari e Forestali; era stato manifestato un bisogno e il sottoscritto ha risposto “Presente!”. Come tutte le cose nuove tale distacco ha generato apprensioni: luoghi conosciuti, ma gente nuova per colleghi e superiori, metodi di lavoro e tematiche diverse e, quel che per me è peggio assenza completa di contatto con l’utenza, le aziende, gli Enti, gli uomini; il lavoro che ho condotto finora in gran parte era fatto proprio di questo: consulenza a tecnici, imprenditori, amministratori pubblici, partecipazione a convegni ed eventi vari, contatto continuo con la realtà agricola e rurale”in loco”. Ma… tant’è: mi abituerò anche a questo nuovo lavoro. Napoli è una città caotica quanto si vuole e relativamente lontana dal mio borgo natio ma tanto bella da rimanere incantati: dribblare il traffico appena sceso dal treno o lasciando l’ufficio, respirare la sua aria salsa, guardare il Golfo da una stanza al 17simo piano in parte attenuerà questo senso di ignoto che mi pervade.
sabato 13 dicembre 2014
RANDAGI
Tra i tanti problemi con cui i pietramelaresi si devono, per forza di cose, confrontare emerge oggi anche quello del randagismo. Non sempre è stato così! Esso ha assunto le dimensioni di “problema” solo da qualche anno. In passato un efficiente servizio di accalappiamento garantiva l’assenza totale di cani "homeless" per strada; con il passaggio di competenze alle ASL si è assistito ad un progressivo aggravamento degli inconvenienti, acuito dalla totale mancanza nei dintorni di strutture recettive per tali animali. Per chi gira a piedi o in bicicletta non è raro imbattersi dalle parti dell’area mercato, in piazza Sant’ Agostino, o nella più frequentata piazza San Rocco, in branchi veri e propri che, se prima rappresentavano solo una minaccia dal punto di vista igienico sanitario, per la diffusione dei parassiti, oggi possono trasformarsi in un serio pericolo per l’incolumità di persone e animali domestici.
Qualche ciclista o qualche pedone, in passato come di recente, ha vissuto “un brutto quarto d’ora” imbattendosi in animali affamati, o aggressivi per il possesso di una femmina. Come sempre avviene in questi casi, il problema viene sollevato solo dopo che i danni (più o meno gravi) sono stati causati; noi proviamo a sollevarlo quando si ha solo una percezione di un pericolo che, se per ora è solo latente, prima o poi può divenire serio e reale. E’ da lodare senz’altro lo spirito in base al quale qualcuno provvede al loro sostentamento, ma questi animali, si sa, hanno uno spiccato senso della territorialità e, lasciati moltiplicare senza controllo potrebbero cominciare ad attaccare i passanti, specie nelle ore serali e notturne in cui tale senso si acuisce in modo particolare.
L’amore per gli animali, specie per i cani, consacrati dalla letteratura come emblema di fedeltà, è un imperativo a cui uomini e comunità che si definiscono civili non si possono in alcun modo sottrarre, d'altro canto garantire e tutelare la sicurezza e l’incolumità dei cittadini è tra le funzioni principali di chi riveste cariche ed ha responsabilità amministrative.
Nei programmi elettorali di più di un gruppo politico si ritrova immancabilmente la realizzazione di un canile, che serva eventualmente anche i comuni limitrofi: si tratta con evidenza della soluzione più semplice, immediata ed umana al problema, capace di indurre occupazione, nonché anche l’unica consentita dalla vigente normativa in materia. E’ un fatto, comunque che, trascorse le campagne elettorali, la cosa cada sistematicamente nel dimenticatoio e, complici le solite “difficoltà finanziarie” e le ristrettezze del momento, non se ne faccia nulla.
Qualche ciclista o qualche pedone, in passato come di recente, ha vissuto “un brutto quarto d’ora” imbattendosi in animali affamati, o aggressivi per il possesso di una femmina. Come sempre avviene in questi casi, il problema viene sollevato solo dopo che i danni (più o meno gravi) sono stati causati; noi proviamo a sollevarlo quando si ha solo una percezione di un pericolo che, se per ora è solo latente, prima o poi può divenire serio e reale. E’ da lodare senz’altro lo spirito in base al quale qualcuno provvede al loro sostentamento, ma questi animali, si sa, hanno uno spiccato senso della territorialità e, lasciati moltiplicare senza controllo potrebbero cominciare ad attaccare i passanti, specie nelle ore serali e notturne in cui tale senso si acuisce in modo particolare.
L’amore per gli animali, specie per i cani, consacrati dalla letteratura come emblema di fedeltà, è un imperativo a cui uomini e comunità che si definiscono civili non si possono in alcun modo sottrarre, d'altro canto garantire e tutelare la sicurezza e l’incolumità dei cittadini è tra le funzioni principali di chi riveste cariche ed ha responsabilità amministrative.
Nei programmi elettorali di più di un gruppo politico si ritrova immancabilmente la realizzazione di un canile, che serva eventualmente anche i comuni limitrofi: si tratta con evidenza della soluzione più semplice, immediata ed umana al problema, capace di indurre occupazione, nonché anche l’unica consentita dalla vigente normativa in materia. E’ un fatto, comunque che, trascorse le campagne elettorali, la cosa cada sistematicamente nel dimenticatoio e, complici le solite “difficoltà finanziarie” e le ristrettezze del momento, non se ne faccia nulla.
sabato 6 dicembre 2014
UNA FESTA PER LE API
La mia terra è da sempre legata alle api, simbolo di laboriosità e coesione sociale, non è un caso il fatto che nello stemma del mio comune, Pietramelara, è raffigurato un piccolo sciame che esce da una roccia, e le api ricorrono inoltre nello stemma araldico di importantissime famiglie che hanno scritto la storia di Italia e di Europa.
Domattina, 7 dicembre parteciperò ad un evento: ricorrerà il giorno di Sant’Ambrogio, famoso protettore della città di Milano, meno noto anche perché è il protettore delle api; la tradizione vuole, infatti che al santo, quando era ancora in fasce, si posarono delle api sulle labbra. Per la ricorrenza un gruppo di appassionati apicoltori, giovani e meno giovani, ha voluto organizzare un’evento dal titolo “Festa della Biodiversità e del Miele in Terra di Lavoro”, che si terrà in mattinata, con inizio alle dieci, presso la “Oasi Regina degli Angeli”, in quel di Marzano Appio, alla frazione Ameglio. Gli organizzatori mi hanno invitato a tenere una relazione al convegno e cercherò, per l’occasione, di dare testimonianza del contributo della mia professione al mondo delle api, di quanto è già stato fatto, di quanto resti da fare per questo piccolo insetto che, da sempre, ha avuto un ruolo nell’evoluzione della civiltà umana. Altri relatori si occuperanno di illustrare aspetti vari dell’apicoltura e “a latere” assaggi di miele, prodotti apistici ed enogastromia locale.
Le api e gli apicoltori, che si occupano di loro, al di là del giusto tornaconto economico, rendono un servigio insostituibile alla natura e al mondo intero: producono alimenti ed altri prodotti di elevatissimo pregio e valore e contribuiscono alla tutela della biodiversità, grazie all’impollinazione che assicurano a piante frutticole, orticole e foraggere. Senza le api le produzioni, in ogni comparto dell’agricoltura, sarebbero notevolmente più basse e, pertanto, esse sono un prezioso alleato dell’umanità, che nel terzo millennio della storia ha sempre più fame (anche se gli alimenti da noi finiscono nella spazzatura). Salvaguardare le api diventa, oggi più che mai, un imperativo per ognuno di noi, ognuno per il proprio ruolo, specialmente per le diverse minacce che esse subiscono. All’inquinamento dell’acqua e dell’atmosfera, storici nemici delle api, ogni giorno si aggiungono nuove e più serie minacce, malattie e parassiti. La scienza fa quello che può, ma anche in questo caso la responsabilità della globalizzazione è stata importantissima: flussi di merci importate senza i necessari controlli hanno determinato l’insorgere anche qui da noi di malattie sconosciute e pertanto poco combattibili. E’ recente il caso della comparsa a Reggio Calabria, del coleottero degli alveari Aethina tumida, talmente dannoso da far considerare trascurabile il problema varroa, che tanti apicoltori ha afflitto in passato.
Domattina, 7 dicembre parteciperò ad un evento: ricorrerà il giorno di Sant’Ambrogio, famoso protettore della città di Milano, meno noto anche perché è il protettore delle api; la tradizione vuole, infatti che al santo, quando era ancora in fasce, si posarono delle api sulle labbra. Per la ricorrenza un gruppo di appassionati apicoltori, giovani e meno giovani, ha voluto organizzare un’evento dal titolo “Festa della Biodiversità e del Miele in Terra di Lavoro”, che si terrà in mattinata, con inizio alle dieci, presso la “Oasi Regina degli Angeli”, in quel di Marzano Appio, alla frazione Ameglio. Gli organizzatori mi hanno invitato a tenere una relazione al convegno e cercherò, per l’occasione, di dare testimonianza del contributo della mia professione al mondo delle api, di quanto è già stato fatto, di quanto resti da fare per questo piccolo insetto che, da sempre, ha avuto un ruolo nell’evoluzione della civiltà umana. Altri relatori si occuperanno di illustrare aspetti vari dell’apicoltura e “a latere” assaggi di miele, prodotti apistici ed enogastromia locale.
Le api e gli apicoltori, che si occupano di loro, al di là del giusto tornaconto economico, rendono un servigio insostituibile alla natura e al mondo intero: producono alimenti ed altri prodotti di elevatissimo pregio e valore e contribuiscono alla tutela della biodiversità, grazie all’impollinazione che assicurano a piante frutticole, orticole e foraggere. Senza le api le produzioni, in ogni comparto dell’agricoltura, sarebbero notevolmente più basse e, pertanto, esse sono un prezioso alleato dell’umanità, che nel terzo millennio della storia ha sempre più fame (anche se gli alimenti da noi finiscono nella spazzatura). Salvaguardare le api diventa, oggi più che mai, un imperativo per ognuno di noi, ognuno per il proprio ruolo, specialmente per le diverse minacce che esse subiscono. All’inquinamento dell’acqua e dell’atmosfera, storici nemici delle api, ogni giorno si aggiungono nuove e più serie minacce, malattie e parassiti. La scienza fa quello che può, ma anche in questo caso la responsabilità della globalizzazione è stata importantissima: flussi di merci importate senza i necessari controlli hanno determinato l’insorgere anche qui da noi di malattie sconosciute e pertanto poco combattibili. E’ recente il caso della comparsa a Reggio Calabria, del coleottero degli alveari Aethina tumida, talmente dannoso da far considerare trascurabile il problema varroa, che tanti apicoltori ha afflitto in passato.
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