Sono come due sorelle per me … e sono molto affezionato ad entrambe: si chiamano Tristezza ed Allegria. Mi fanno sempre compagnia, e quando si vede una, l’altra non è che sia lontana oppure sta riposando, è solo nascosta appena un po’ più in la, pronta a scacciare l’avversaria e, prontamente, prendere possesso del mio umore.
La vittoria è un fatto del tutto momentaneo e transitorio, anche perché la partita fra le due è sempre aperta e sembra non finire mai. L’interminabile lotta in me tra le due non è che sia iniziata tanto tempo fa, forse la si può far risalire a quando sono spuntati i molari “del Giudizio” … o giù di lì.
Con questo non voglio dire che sono un musone, né un ridanciano o, peggio ancora, una persona volubile e fortemente influenzabile dalle cose e dalle situazioni, la proverbiale “Jatta e’ zi Maria” (cfr nota), tanto per intenderci; fatto sta che le sorelline coesistono pariteticamente in me e, anche se si possono vedere come il fumo negli occhi, nessuna delle due rinuncerebbe all’altra, neanche per tutto l’oro del mondo.
Chi, come il sottoscritto, ha un difetto, quello di lasciar troppo facilmente trasparire l’ingombrante presenza dell’una o dell’altra, per non essere vittima di incalzanti ed indiscreti interrogatori, a volte deve ricorrere all’aiuto di una terza sorella anch’essa molto importante per me: Solitudine. Non è questa una compagna con cui trascorro molto tempo o, per lo meno, dedico a lei molto meno tempo delle altre due, tuttavia sono convinto, oggi più che mai della grande utilità del suo aiuto, soprattutto in determinati momenti.
In campagna, nel silenzio, poi, vi assicuro che si apprezza moltissimo Solitudine: sono momenti di piacere intenso, gli unici in cui ritrovo me stesso!
Ndr: “a Jatta e’ zi Maria, che primu chiagne e roppu rire” (la gatta di zia Maria che prima piange e dopo ride) è, nell’immaginario comune della nostra infanzia, l’animalizzazione dell’umore mutevole.
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
giovedì 26 gennaio 2012
mercoledì 18 gennaio 2012
Una mattina di gennaio un sacrificio pagano
Ricordate?...Sono questi i giorni centrali di una stagione in cui si consumava (e si consuma ancora anche se molto meno) un rito cruento e festoso al tempo stesso: nel gelo tipico di queste mattine, il silenzio del paese veniva squarciato da urla agghiaccianti, rantoli che divenivano via via più flebili, fino ad estinguersi del tutto di nuovo nel silenzio. Qualche forestiero poco avvezzo alle “nostre cose” poteva impressionarsi, ma si trattava solo dell’uccisione del maiale. Era una sorta di sacrificio pagano il cui rituale si tramanda da secoli attraverso le generazioni. Un gancio ed un coltello appuntito per trafiggere il povero suino destinato a salsicce, prosciutti e lonze; esso veniva poi “scorticato”, cioè privato delle setole, si provvedeva infine a privarlo delle interiora e una volta decapitato lo si divideva in due metà, in senso longitudinale. Tali metà erano e sono dette ancora “pacche”, nel nostro dialetto denso di sonorità. A questo punto il rito si interrompeva e si lasciavano le “pacche” appese per permettere alla carne troppo fresca di frollare al rigido inverno. Solo all’indomani mattina il lavoro riprendeva ed il maiale veniva “scurtellato” cioè diviso nei vari tagli.
Crescendo il maiale si alimentava di cose povere, rifiuti alimentari che venivano pertanto sottratti all’immondizia e nobilitati; il rito dell’uccisione del maiale, poi, era collegato con tante altre tradizioni che facevano da cornice e corollario: lo scambio degli “arrusti” (assaggi) fra famiglie del vicinato e della parentela, il riunirsi delle donne per tagliare “a punta di coltello” le carni da insaccare; tra l’altro la regola imponeva che le donne venissero scrupolosamente ispezionate dalle anziane di casa, per evitare che qualcuna, indisposta dal ciclo mestruale, toccasse le carni e che queste, così contaminate, andassero incontro ad un’ineluttabile avariarsi.
Questa breve sintesi di una tradizione, ci rende conto di una cultura contadina le cui regole, fisse ed immutabili, non sono state mai scritte da nessuno, tuttavia vigevano codificate attraverso la tradizione orale.
L’uccisione del maiale era in passato un episodio gioioso e ricco di significati sociali e solidali, soprattutto tenuto conto delle condizioni economiche non particolarmente floride in cui si viveva dalle nostre parti, un occasione per “scialare” con cose semplici e buonissime: carne sauccicciara, zuffrittu, braciole di cotiche, sanguinacci e tanto altro.
Il maiale rappresentava, per la nostra gente, il parallelo del “Dio Bisonte” dei nativi nordamericani: di esso nulla era inutile, pelle, orecchie, piedi, interiora, tutto poteva placare una fame atavica, figlia di una povertà dignitosa e mai miserabile.
Crescendo il maiale si alimentava di cose povere, rifiuti alimentari che venivano pertanto sottratti all’immondizia e nobilitati; il rito dell’uccisione del maiale, poi, era collegato con tante altre tradizioni che facevano da cornice e corollario: lo scambio degli “arrusti” (assaggi) fra famiglie del vicinato e della parentela, il riunirsi delle donne per tagliare “a punta di coltello” le carni da insaccare; tra l’altro la regola imponeva che le donne venissero scrupolosamente ispezionate dalle anziane di casa, per evitare che qualcuna, indisposta dal ciclo mestruale, toccasse le carni e che queste, così contaminate, andassero incontro ad un’ineluttabile avariarsi.
Questa breve sintesi di una tradizione, ci rende conto di una cultura contadina le cui regole, fisse ed immutabili, non sono state mai scritte da nessuno, tuttavia vigevano codificate attraverso la tradizione orale.
L’uccisione del maiale era in passato un episodio gioioso e ricco di significati sociali e solidali, soprattutto tenuto conto delle condizioni economiche non particolarmente floride in cui si viveva dalle nostre parti, un occasione per “scialare” con cose semplici e buonissime: carne sauccicciara, zuffrittu, braciole di cotiche, sanguinacci e tanto altro.
Il maiale rappresentava, per la nostra gente, il parallelo del “Dio Bisonte” dei nativi nordamericani: di esso nulla era inutile, pelle, orecchie, piedi, interiora, tutto poteva placare una fame atavica, figlia di una povertà dignitosa e mai miserabile.
sabato 7 gennaio 2012
VENTO
Il vento stamattina è freddo, ostile, e ti ulula contro quasi a volerti rimproverare qualcosa. Il suo borbottio, a volte sussurrato, a volte intenso richiama “le voci di dentro”, per usare un’espressione eduardiana.
A piedi o in bici, cammini contro vento, ascolti e ti ascolti. Allontanandosi dal paese i rumori prodotti dall’uomo si fanno sempre più sommessi, attenuati e quando rimani solo, nel bel mezzo dei campi, rimane solo la voce del vento e ti sembra che qualcuno ti cammini accanto e ti parli a volte con accenti amichevoli, a volte con piglio severo; se alzi lo sguardo verso l’alto le nuvole, poi, disegnano geometrie insolite, sempre mutevoli. Sono momenti di umore altalenante, affascinato come sei dalla bellezza che ti circonda ma, al tempo stesso, colpito dal freddo pungente e dai pensieri cupi che ti suggerisce il contesto.
Mentre ragiono, tra me e me, mi ritorna alla mente un adagio sentenzioso, molto da filosofo “del pensiero debole” , letto tanti anni fa in un quadretto appeso alla parete: “pigl’ o juorn comme vvè, a femmina comm’ è… e o vient’ comme soscia”
N.d.r. : …per chi ha poca confidenza con il napoletano, il proverbio si traduce più o meno così “prendi il giorno così come viene, la donna secondo il suo verso e il vento nella sua direzione”
A piedi o in bici, cammini contro vento, ascolti e ti ascolti. Allontanandosi dal paese i rumori prodotti dall’uomo si fanno sempre più sommessi, attenuati e quando rimani solo, nel bel mezzo dei campi, rimane solo la voce del vento e ti sembra che qualcuno ti cammini accanto e ti parli a volte con accenti amichevoli, a volte con piglio severo; se alzi lo sguardo verso l’alto le nuvole, poi, disegnano geometrie insolite, sempre mutevoli. Sono momenti di umore altalenante, affascinato come sei dalla bellezza che ti circonda ma, al tempo stesso, colpito dal freddo pungente e dai pensieri cupi che ti suggerisce il contesto.
Mentre ragiono, tra me e me, mi ritorna alla mente un adagio sentenzioso, molto da filosofo “del pensiero debole” , letto tanti anni fa in un quadretto appeso alla parete: “pigl’ o juorn comme vvè, a femmina comm’ è… e o vient’ comme soscia”
N.d.r. : …per chi ha poca confidenza con il napoletano, il proverbio si traduce più o meno così “prendi il giorno così come viene, la donna secondo il suo verso e il vento nella sua direzione”
venerdì 30 dicembre 2011
UN BRINDISI PER GUARDARE AVANTI
Fine anno, la moda imperante è quella dei bilanci: delle cose andate bene e di quelle andate meno bene. Sono convinto che, dato il tempo che corre, sia molto più utile guardare al futuro che rinvangare il passato, anche se molto vicino. Allora il brindisi che stiamo per accingerci a fare, la bottiglia che stiamo per stappare, siano rivolti più alle cose buone del prossimo anno che alle meno buone di quello appena trascorso.
Il 2012 riserva a noi pietramelaresi un appuntamento importante: in primavera si terranno le elezioni del Sindaco e del Consiglio Comunale. Le modalità, imposte anche dalle ultime ristrettezze finanziarie, saranno innovative rispetto al passato, con un numero di persone da eleggere molto più ridotto.
Poco o nulla si sa di cosa “bolla in pentola”: vecchi e nuovi gruppi, vecchi e nuovi personaggi o stanno lavorando nell’ombra oppure, più verosimilmente, non stanno lavorando affatto; ma… qualunque sia il responso delle urne, si chinerà il capo ad esso in segno di sommo rispetto.
Ritengo sterilmente polemico ripercorrere gli errori politico amministrativi degli ultimi venti anni: sono cose passate sulle quali si è discusso ed almanaccato fin troppo! Molto meglio pensare a ciò che va fatto. Chi vincerà la tornata elettorale si troverà ad affrontare un arduo lavoro, estremamente complicato dalle ristrettezze finanziarie nelle quali versano quasi tutti gli Enti Locali. Lo sviluppo ed il rilancio dell’economia, questo il primo imperativo categorico! Il tempo dei miraggi sembra essere definitivamente trascorso, è inutile e dannoso, pertanto, continuare a sperare in un industrializzazione che appare, oggi più che mai, un obiettivo privo di conseguibilità; destinare risorse umane e finanziarie alle opere pubbliche ed alle infrastrutture sembra altrettanto fuori dal tempo. Lo ripetiamo da sempre: ci si dovrà concentrare sulle risorse disponibili ed imperniare su di esse un processo virtuoso di sviluppo. Paesaggio, ambiente, enogastronomia: queste le nostre industrie! Il conseguimento di un obiettivo tanto ambizioso come lo "sviluppo sostenibile" richiederà l’utilizzo di strumenti difficili da utilizzare, primo fra tutti il “marketing territoriale”. Il richiamo, specie nella stagione primaverile/estiva di singoli o gruppi darà ossigeno ad ogni settore della nostra economia, ormai asfittica: all’agricoltura, capace se vuole di produrre vere e proprie eccellenze, al commercio ed alle attività recettive.
Certo, un’ efficace campagna di attrazione è costosa, dovendo essere condotta mettendo in campo eventi, insieme a strumenti multimediali (stampa, radio/TV, Internet), ma le risorse richieste ci sono, basta cercarle. Specifiche opportunità sono riconosciute ai Comuni dai Fondi Strutturali dell’Unione Europea. Si potrebbero, ancora, ad esempio, conseguire risparmi con una gestione del personale più attenta e meno spendacciona.
Ecco l’augurio da porgere ai prossimi Amministratori: possiate essere ricordati in futuro dai vostri concittadini per ciò che di nuovo avete introdotto! Buon 2012.
lunedì 26 dicembre 2011
"IL MASCHIO E' FORTE E A BALLARE NON CI VA"
Nei Natale dell’età matura mi mancano tanto quelle piccole/grandi cose di contorno tipiche di questo periodo dell’anno.
Alla faccia di chi mi accusa di essere un inguaribile nostalgico, con la testa sempre volta all’indietro, conservo come un tesoretto prezioso questi piccoli ricordi di serate serene, trascorse insieme a loro, ai miei carissimi amici di un tempo, senza rituali consumistici da osservare. Si trattava di interminabili partite a “stoppa”, nelle quali dopo che la sfortuna più nera ti si era accanita contro, ti trovavi alla fine della serata con due o trecento lire in meno in tasca (diconsi circa 10 o 15 centesimi attuali). Le tombolate, due o tre l’anno, per lo più nelle stesse case: con i soliti “lesti di mano” diventati talmente bravi e disinvolti nel tirar fuori dal cestino i numeri che più erano loro utili, da far esclamare a qualcuno, tra l’ironico ed il contrariato : “…siete stati capaci di trasformare la tombola in un’attività criminosa”.
Le feste da ballo, nelle case messe a disposizione dai più volenterosi e disponibili: il repertorio musicale per ballare, quasi sempre uguale,andava da Aznavuor ai Beatles e Fred Buongusto per i “lenti”, da Barry White al resto della nascente “Disco Music”, per gli “svelti”.
A questo proposito mi ritorna alla mente un episodio veramente curioso: in uno degli ultimi Natale degli anni ’70, un personaggio locale, allora abbastanza in auge, organizzò un festa, selezionando rigidamente gli inviti ed escludendo gran parte dei maschietti “ruspanti” locali, a vantaggio di invitati esotici facenti parte delle sue amicizie. Gli esclusi, tra i quali il sottoscritto, non avendo gradito la cosa, si organizzarono “in quattro e quattr’otto”, e diedero vita ad un vero e proprio corteo di protesta in puro stile “sessantottino”, con tanto di striscioni, cartelli e coperchi di pentole e posate per accompagnare lo slogan ripetuto da ognuno: “Il maschio è forte e a ballare non ci va”. Il corteo partì da Piazza San Rocco e si diresse sotto la casa in cui si teneva la festa, dove si sciolse poco dopo, anche perché si diffuse la voce che nel frattempo erano stati chiamati i Carabinieri. La cosa, singolare e curiosa, ebbe il suo bell’eco di stampa e fu riportata dal “Mattino” e dalle nascenti Radio Locali, che da poco avevano cominciato a trasmettere in FM.
E… tante tante altre cose da raccontare, relative al periodo natalizio, intrise di una nostalgia che solo chi ha vissuto vari decenni può condividere: ricordi che si riaffacciano alla mente richiamati dal rivedere un volto dimenticato dopo anni, dal ritrovare tra le tue vecchie cose un ritaglio di giornale ormai ingiallito, oppure semplicemente discorrendo per strada con un amico del tempo che fu.
Alla faccia di chi mi accusa di essere un inguaribile nostalgico, con la testa sempre volta all’indietro, conservo come un tesoretto prezioso questi piccoli ricordi di serate serene, trascorse insieme a loro, ai miei carissimi amici di un tempo, senza rituali consumistici da osservare. Si trattava di interminabili partite a “stoppa”, nelle quali dopo che la sfortuna più nera ti si era accanita contro, ti trovavi alla fine della serata con due o trecento lire in meno in tasca (diconsi circa 10 o 15 centesimi attuali). Le tombolate, due o tre l’anno, per lo più nelle stesse case: con i soliti “lesti di mano” diventati talmente bravi e disinvolti nel tirar fuori dal cestino i numeri che più erano loro utili, da far esclamare a qualcuno, tra l’ironico ed il contrariato : “…siete stati capaci di trasformare la tombola in un’attività criminosa”.
Le feste da ballo, nelle case messe a disposizione dai più volenterosi e disponibili: il repertorio musicale per ballare, quasi sempre uguale,andava da Aznavuor ai Beatles e Fred Buongusto per i “lenti”, da Barry White al resto della nascente “Disco Music”, per gli “svelti”.
A questo proposito mi ritorna alla mente un episodio veramente curioso: in uno degli ultimi Natale degli anni ’70, un personaggio locale, allora abbastanza in auge, organizzò un festa, selezionando rigidamente gli inviti ed escludendo gran parte dei maschietti “ruspanti” locali, a vantaggio di invitati esotici facenti parte delle sue amicizie. Gli esclusi, tra i quali il sottoscritto, non avendo gradito la cosa, si organizzarono “in quattro e quattr’otto”, e diedero vita ad un vero e proprio corteo di protesta in puro stile “sessantottino”, con tanto di striscioni, cartelli e coperchi di pentole e posate per accompagnare lo slogan ripetuto da ognuno: “Il maschio è forte e a ballare non ci va”. Il corteo partì da Piazza San Rocco e si diresse sotto la casa in cui si teneva la festa, dove si sciolse poco dopo, anche perché si diffuse la voce che nel frattempo erano stati chiamati i Carabinieri. La cosa, singolare e curiosa, ebbe il suo bell’eco di stampa e fu riportata dal “Mattino” e dalle nascenti Radio Locali, che da poco avevano cominciato a trasmettere in FM.
E… tante tante altre cose da raccontare, relative al periodo natalizio, intrise di una nostalgia che solo chi ha vissuto vari decenni può condividere: ricordi che si riaffacciano alla mente richiamati dal rivedere un volto dimenticato dopo anni, dal ritrovare tra le tue vecchie cose un ritaglio di giornale ormai ingiallito, oppure semplicemente discorrendo per strada con un amico del tempo che fu.
mercoledì 21 dicembre 2011
FILOSOFIA NATALIZIA
Non mi sono mai trovato a mio agio nel periodo natalizio: troppi brutti ricordi e troppe coincidenze con negatività varie che hanno interessato me e le persone che mi sono più vicine! La mia meteoropatia fa il resto, ed ecco che in coincidenza con giornate brevi e tempo grigio, il mio umore è “a pezzi”.
Ritengo, d’altronde, che, al giorno d’oggi, nonostante la crisi, il benessere sia talmente diffuso da non far rimpiangere a nessuno il tempo passato, tempo in cui, però, il Natale veniva vissuto con maggiore semplicità e al riparo da derive consumistiche.
Quest’anno, poi, sento ancora di più il disagio tipico del periodo natalizio: sarà il tempo che passa, saranno tante altre piccole contrarietà che si aggiungono, sarà stata la tragica fine del caro Ninuccio, che ci ha lasciati sbigottiti, increduli ed anche un poco impauriti. Fatto sta che sto vivendo questi giorni che ci separano dalla fine dell’anno come un “male necessario”, e sono impegnato in una sorta di conto alla rovescia per cercare di esorcizzare tutta la malinconia che ho dentro.
Io amo i giorni “normali”: quelli in cui ti svegli la mattina presto per andare al lavoro, quelli in cui ti ritiri stanco ma appagato per l’impegno profuso ed il contributo che hai dato. Amo la vita ed il mondo che mi gira intorno, le persone che condividono con me un pezzo di strada o l’intero viaggio; ed è per questo che, nonostante le mie malinconie, sono qui, con un sorriso sereno sulle labbra, ad augurarvi BUON NATALE 2011.
Ritengo, d’altronde, che, al giorno d’oggi, nonostante la crisi, il benessere sia talmente diffuso da non far rimpiangere a nessuno il tempo passato, tempo in cui, però, il Natale veniva vissuto con maggiore semplicità e al riparo da derive consumistiche.
Quest’anno, poi, sento ancora di più il disagio tipico del periodo natalizio: sarà il tempo che passa, saranno tante altre piccole contrarietà che si aggiungono, sarà stata la tragica fine del caro Ninuccio, che ci ha lasciati sbigottiti, increduli ed anche un poco impauriti. Fatto sta che sto vivendo questi giorni che ci separano dalla fine dell’anno come un “male necessario”, e sono impegnato in una sorta di conto alla rovescia per cercare di esorcizzare tutta la malinconia che ho dentro.
Io amo i giorni “normali”: quelli in cui ti svegli la mattina presto per andare al lavoro, quelli in cui ti ritiri stanco ma appagato per l’impegno profuso ed il contributo che hai dato. Amo la vita ed il mondo che mi gira intorno, le persone che condividono con me un pezzo di strada o l’intero viaggio; ed è per questo che, nonostante le mie malinconie, sono qui, con un sorriso sereno sulle labbra, ad augurarvi BUON NATALE 2011.
domenica 18 dicembre 2011
Caro Ninuccio
Caro Ninuccio,
io lo so che ancora non era venuto il momento di salutarci, e che qualcosa in più a Pietramelara lo volevi ancora regalare. Qualcuno, che accecato dall’avidità e dalla violenza ha interrotto i tuoi giorni… ci ha privato di un altro uomo/simbolo della “pietramelaresità”.
Già la “pietramelaresità”, questo valore che ci accomuna, fatto di disponibilità, gentilezza, senso dell’accoglienza, faceva di te un impiegato modello del nostro Comune, di quelli -per intenderci- a cui rivolgersi chiamandoli solo per nome: Ninù.
Ricordo che da bambino ammiravo ed invidiavo la velocità delle tue dita sulla tastiera di quella vecchia Olivetti: certificati consegnati in tempo reale (attesa zero nel significato letterale) dietro una semplice richiesta verbale, formulata magari in quel nostro dialetto così particolare.
Quando dopo vari decenni hai terminato il servizio, non ti sei mai staccato da Piazza Sant’Agostino, dal tuo vecchio caro municipio e sono state quelle panchine ad accogliere i tuoi giorni da pensionato, tra una discussione di calcio e una di ciclismo, sport che tanto amavi.
Devo dirti la verità: la vicenda della tua fine, tanto tragica ed assurda, non mi va proprio giù!... Io che tante volte ho contrabbandato il mio paese come un’isola al riparo da certe negatività purtroppo così comuni nelle realtà urbane e metropolitane, mi sento sbugiardato, spiazzato, ammutolito. Chi, alla ricerca di quattro spiccioli, a posto fine ai tuoi giorni, ha derubato anche noi che restiamo di qualcosa di molto prezioso. Da oggi le porte saranno più chiuse, le persiane più abbassate, gli sguardi più sospettosi e diffidenti, anche nei confronti di chi ha bisogno di solidarietà, apertura, fiducia. E’ questo il portato della tua fine assurda: ulteriore degrado di un clima il cui peggioramento è iniziato, in verità, da qualche tempo.Tuo aff.mo Francesco
Iscriviti a:
Post (Atom)






