Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

lunedì 6 luglio 2020

OSSERVANDO IL PASSATO

L’Atlante Geografico del Regno di Napoli fu commissionato nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni.
L'importanza di questo Atlante consiste nell'essere stato il primo tentativo di realizzare per le regioni meridionali una cartografia a grande scala, misurata geodeticamente e rilevata sul terreno, non più basata soltanto su elaborazione di mappe precedenti. Il Rizzi Zannoni, nato a Padova nel 1736 , a Napoli, dove giunse nel 1781, convinse le autorità del tempo sulla necessità di metter mano a una carta del tutto nuova, anziché aggiornare la vecchia carta.
Con tali premesse, ho acquistato recentemente una “ristampa anastatica” dell’atlante, e mi sono messo a curiosare il modo in cui è variato l’assetto del nostro territorio dal 1790 (epoca in cui fu rilevata il foglio 10 denominato Terra di lavoro: Caserta), all’epoca la nostra comunità, stando ai dati di un’altra importante opera coeva la “Corografia di Terra di Lavoro”, di Giuseppe Maria Galanti, contava 1614 abitanti, la vicina Roccaromana 1178 e Riardo 734. Come si può vedere dallo stralcio cartografico riportato, l’estensione del nostro perimetro urbano andava poco al di la della cinta muraria del borgo, e l’aspetto di esso era rotondeggiante; i tre grandi isolati posti a sud est potrebbero identificarsi con il convento agostiniano di Santa Maria della Carità, oggi Municipio, e il Palazzo Ducale, oltre di essi i coltivi presenti per centinaia di ettari dall’abitato alle falde del Monte Maggiore, ove si estendevano i vasti possedimenti dei Cavalieri di Malta; il convento Francescano di San Pasquale, all’epoca era intitolato a San Francesco; un vasto bosco planistico, della superficie di almeno due/trecento ettari era sito a ridosso della Rocca di San Felice, e denominato Mena del Boscarello. La viabilità riportata sulla carta descrive solo un unico asse viario che si diparte da Roccaromana, taglia l’abitato di Pietramelara e si dirige verso la Casilina attraversando Riardo. All’epoca, come si può agevolmente notare l’estensione dell’abitato di Roccaromana era più o meno la stessa di Pietramelara, sensibilmente inferiore l’estensione di Riardo, occupata in gran parte dall’imponente mole del castello. I toponimi sono stati conservati, nonostante il tempo trascorso: palatiello, guarana, boscarello, sono contrade rurali che ancora si chiamano così; l’attuale Acqua Sant’Angelo è riportata semplicemente come “Sant’Angelo” e la carta segnala ivi la presenza di un edificio di culto andato perduto. La fontana “del cerro” segnalata era attiva sino a qualche decennio or sono nei pressi della contrada “Spitalera”, adiacente alla citata Acqua Sant’Angelo, ma in tenimento di Roccaromana.
Il confronto con la realtà attuale ci consegna un territorio ancora integro nelle sue componenti più importanti. Il pericolo più incombente è rappresentato dal consumo di suolo che, a fronte di una popolazione cresciuta di 2 volte e mezza in 230 anni, presenta un’area urbana nel frattempo almeno decuplicata, con una massa di volumi disabitati che comincia a far sentire il suo peso nel borgo, nel centro storico e anche in periferia. I boschi pianistici sono ormai solo un labile ricordo legato alla lettura dell’Atlante.
Lo studio dell’evoluzione del territorio può offrire spunti di riflessione, soprattutto se le fonti sulle quali esso si basa sono scientifiche e palesemente documentabili.

domenica 31 maggio 2020

UNA SCOMMESSA PER IL FUTURO

Maggio ci lascia, e questo è sicuro, anzi matematico ma… insieme ad esso ci lascia anche la grande paura che ha caratterizzato questi mesi? Direi di si, forse anche troppo! Il conto alla rovescia iniziato lo scorso 4 maggio, sta per terminare definitivamente, forse il prossimo mercoledì 3 giugno con la definitiva liberalizzazione dei flussi.
La nostra comunità può ritenersi, a buona ragione, fortunata da questo punto di vista, uno o due casi in paese, non di più: un’incidenza sulla popolazione pari a molto meno dell’uno per mille. Bene … ce ne rallegriamo, così come siamo lieti per come siano andate le cose per i due coniugi colpiti, dimessi entrambi e attualmente in buona salute.
La paura, dicevamo, uno dei migliori sistemi escogitati dalla natura per difenderci dalle insidie che quotidianamente la vita ci propina; questo sentimento pare ormai così lontano da noi da renderci di fatto indifesi di fronte alla minaccia, più volte paventata sui media dagli esperti, di un ritorno in forze del contagio. No … non voglio essere ne menagramo, ne profeta di sventure, ma se nel pomeriggio si passa dalle parti dell’area mercato ci si deve render conto che le regole, quelle che hanno permesso a noialtri di non dover fare i conti con la pandemia, sono state dimenticate o addirittura vengono volutamente ignorate. I giovani, si sa, hanno una naturale tendenza ad aggregarsi ed è giusto che, in tempi normali, sia così; tuttavia dovrebbe crescere in loro il senso della responsabilità verso la comunità di cui fanno parte, specie verso le categorie che sono a maggior rischio, perche nei “tempi normali” non siamo ancora ritornati. L’emergenza COVID 19, è tutt’altro che terminata, anche se ragioni di opportunità, insieme al buon andamento dei contagi, hanno indotto un allentamento delle restrizioni. Dal mondo pervengono moniti che bisogna non ignorare: la Svezia che scientemente non aveva voluto imporre alla popolazione misure restrittive, nell’ultima settimana, secondo il Financial Times, è diventata il paese europeo col più alto tasso di mortalità, cioè il numero dei morti in rapporto alla popolazione, a causa della pandemia da coronavirus. In Corea del Sud che il 6 maggio scorso aveva eliminato le restrizioni, perché l'epidemia sembrava sotto controllo, si è avuto un nuovo focolaio in una fabbrica alle porte della capitale che ha fatto registrare 69 nuovi casi collegati a 3600 persone, ed altri esempi si possono citare.
Cari giovani pietramelaresi, siete il nostro orgoglio, la nostra posta nella scommessa con il futuro, che non vogliamo perdere. Il vostro blogger scribacchiante, che è anche padre di due giovani donne, vi invita ad auto imporvi un sistema di regole, anche a dispetto delle attuali liberalizzazioni, ciò costituirebbe un’ottima assicurazione in futuro per tale tipo di rischio.

venerdì 22 maggio 2020

'A SGRIGNATA

Considerato che un blog come quello che state leggendo non può descrivere solo cose belle e piacevoli, ma si debba addentrare anche in spazi più intimi e che riguardano l’essenza umana più profonda, eccomi a parlare della morte, anche se con i soliti argomenti utilizzati.
Sin dagli albori della nostra letteratura i poeti le si sono dedicati, ricordo San Francesco D’Assisi che nel suo Cantico delle Creature, forse il primo componimento in lingua italiana scrive
” Laudato si’, mi’ Signore,
per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare”
,
sottolineando il carattere universale e democratico di questa ineluttabile verità, cosa che lo accosta al nostro Antonio De Curtis (Totò) che in sostanziale linea con i versi precedenti, e forse ispirato da essi, nella Livella, esprime un concetto analogo:
“A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella.
‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme”
,
passando per Ugo Foscolo che nei suoi tormenti interiori descrive la sera dedicandogli un sonetto:
“Forse perché della fatal quïete
Tu sei l'imago a me sì cara vieni
O sera!”

ove la “fatal quiete” altro non è che la morte, desiderata a causa di tali tormenti … e via di seguito citando Dante, o il più recente Edgar Lee Master che nei loro componimenti discutono con i morti e le cose che dicono costoro diventano poesia.
Come viene vissuta la morte(sembra un ossimoro) tra i popoli del Sud Italia, mediterranei, pertanto legati a doppio filo alle culture straniere che li hanno influenzati? Quali le tradizioni legate a un trapasso? Mi vengono subito alla mente le “prefiche”, donne che al seguito dei cortei funebri avevano il compito di piangere il defunto, dietro compenso . Il curioso uso di persone che piangono i morti era praticato ancora in tempi recenti nell'Italia meridionale e si è conservato almeno fino agli anni '50 ad esempio nei paesi della Grecìa salentina dove esistevano le "chiangimuerti" o "rèpute" e dove si sono tramandate alcune nenie di origine greca.
'A sgrignata...era così che la chiamavano i nostri vecchi, alludendo alla sua raffigurazione più classica e frequente, il teschio, che ricorda un uomo che digrigna i denti, appunto. Qui da noi, almeno in tempi diversi dall’attuale, in cui anche i funerali sono stati ridotti all’osso, per via del timore di contagi, la morte ha una dimensione sociale, nel senso che (io non so con quanta efficacia) si cerca di lenire il dolore di chi resta con una visita a casa, nell’immediatezza del trapasso o anche dopo qualche giorno; inoltre ancora si usa, anche se oggi molto meno, di portare il cosiddetto “consuolo”, che consiste in un pranzo con ricco menù in casa del defunto, in genere appena dopo che si sono conclusi i riti esequiali; caratteristico e codificato anche il contenitore del consuolo, “a canestra”, un cesto di elevate dimensioni, atto a contenere per il trasporto pane, vino, il primo e il secondo, in alcuni casi chi ha offerto il consuolo non ha fatto mancare neppure il dolce. Ritengo che il termine consuolo, sia in relazione con la natura del gesto, perché la ricchezza delle portate, specie nei tempi trascorsi di ristrettezze economiche, doveva consolare i familiari del defunto, facendo loro sentire la vicinanza di amici e/o parenti stretti.
Non penso che questa nota sia di cattivo auspicio, tutt’altro, il vostro blogger scribacchiante le attribuisce al contrario una funzione scaramantica, ricordando una plastica espressione in uso in molti dialetti del meridione “salute a nnui”.

sabato 25 aprile 2020

AD UN PASSO DAL NUOVO INIZIO

Aprile ci lascia e con esso anche, sembra, la pandemia di COVID 19. Già da tempo si parlava della “fase 2” in corso di pianificazione e già da tempo trapelavano indiscrezioni. Si potrà finalmente uscire, anche se rimanendo nel territorio regionale, ma a me basta, si potrà passeggiare e/o praticare sport nel rispetto del distanziamento sociale, non avvicinandosi cioè ad altre persone a distanza inferiore a un metro, alcune attività economiche finalmente torneranno ad essere attive, traendo respiro da ciò.
Ma il vostro blogger scribacchiante cosa ha pianificato per se stesso, per la ripresa? Cominciamo con il dire che il lavoro non mi è mai mancato, anzi, come già scritto in qualche mio precedente pezzo, lavorare da casa a volte prolunga nel tempo l’impegno e amplifica le energie da profondere, anche se il lavoro agile ha costituito un’ottima panacea contro la noia della forzata permanenza in casa (http://scribacchiandoperme.blogspot.com/2020/04/tre-settimane-di-lavoro-agile.html).
Il mio pensiero e la mia azione saranno rivolte all’esercizio fisico: riprenderò le mie camminate nei dintorni, con le cuffiette alle orecchie; curerò l’orto e il piccolo podere con maggior frequenza e minore ansia, mi piacerà recarmi in campagna anche solo per dare un’occhiata, constatare come vanno le cose e ritornare sui miei passi dopo poco. Tuttavia una cosa mi è mancata in questi caldi giorni di primavera, e conto di recuperare al più presto: poter inforcare la moto per bighellonare di qua e di la, allontanarsi verso il mare, godere di quel vento che ti sferza la faccia. La moto è una malattia che ti colpisce da ragazzo e da cui non guarisci neanche in età matura (se non senile), la moto è modo di vivere, è libertà assoluta, è rispetto delle proprie capacità di guidarla, è responsabilità verso chi ti siede dietro. Entusiasma sentirne il rombo e, vi confesso, che più e più volte in questi giorni di forzata immobilità, sono sceso in garage solo per il piacere di accendere il motore, così da ferma, e restare ad ascoltarla. Quando il caldo si farà sentire sarà il caso di trascorrere qualche ora al mare, vedremo in seguito quali saranno le prescrizioni impartite, la sola idea che un bagno possa causare rischi di contagio mi fa sorridere.
Vedrò insieme agli amici della Pro Loco, di reiniziare le attività di valorizzazione delle eccellenze locali, monumentali, ambientali ed enogastronomiche, anche nel rispetto dei limiti oggettivi che la situazione impone: dubito della fattibilità della Sagra, ma comunque penso sia possibile organizzare microeventi di basso profilo, con un numero ridotto di partecipanti.
Soprattutto riprenderò, e spero riprenderemo, a frequentare la piazza, vera agorà della nostra comunità. La piazza è luogo di svago, di scambio di idee e discussioni, di incontri anche non programmati con persone che ti fa piacere frequentare, ma proprio perché inaspettati ancora più graditi. Ai tavolini del bar davanti a un caffè o una birra fresca sarà un piacere tornare a ragionare di campagna, di politica, di sport, a commentare secondo l’uso tipicamente paesano la cronaca locale, con quel pizzico di gossip che non guasta.
Ma tutto ciò, ricordiamolo, sarà possibile solo tenendo ben presente che abbiamo scampato un grave pericolo, che siamo stati risparmiati da momenti di sofferenza estrema, e che pertanto dovremo stare attenti ad osservare quelle precauzioni che ci metteranno al sicuro da eventuali nuovi pericoli.

venerdì 17 aprile 2020

ASPARAGI. UN'ALTRA RINUNCIA

Molte sono le cose a cui eravamo abituati e che, in questo periodo di crisi ed emergenza, legata alla diffusione del COVID-19, ci mancano. Mi è sempre piaciuto, ad esempio, nel periodo primaverile andar per asparagi, anche se con la vista che mi ritrovo il bottino frequentemente è molto magro! Attività collaterale nelle scampagnate (rimpiante) del lunedì in albis era proprio quella di dedicarsi alla raccolta degli asparagi, i spar’ci nel nostro dialetto, da impiegare per una estemporanea frittata, da condividere nel cummitiegliu (trad. piccolo convito, merenda condivisa, n.d.r.)
L’asparago presso di noi ha assunto valore simbolico del periodo pasquale e, guarda caso, uno dei piatti più diffusi sulle nostre tavole è proprio la frittata con gli asparagi. La nostra gastronomia poi, contempla anche altre preparazioni che prevedono l’impiego dei gustosi asparagi: ad esempio una variante della “carbonara” classica è proprio quella in cui all’intingolo di uova, guanciale e parmigiano vengono aggiunti, appunto, gli asparagi.
La parola asparago è di origine greca, aspháragos, che a sua volta deriva dal termine persiano asparag=germoglio. Ciò suggerisce l’origine orientale di questa pianta, che, con ogni probabilità, risale all’antica Mesopotamia.
Alla famiglia botanica delle Asparagaceae appartengono oltre 300 specie di asparago, di cui solo alcune sono presenti nel nostro Paese.
Tra le principali, il selvatico o pungente, Asparagus acutifolius. Parliamo del vero asparago selvatico, si tratta della specie spontanea più diffusa e apprezzata nel nostro Paese.
La fuoriuscita del turione (la parte mangereccia della pianta) dal terreno avviene dall’inizio di marzo (regioni del Sud) e prosegue per tutta la stagione vegetativa; sono di colore variabile, dal verde chiaro fino al verde scuro, quasi violaceo. All’inizio sono teneri e non ramificati, ed è questo il momento ideale per raccoglierli e consumarli. Man mano che si sviluppano, assumono una consistenza più coriacea e formano le nuove ramificazioni della pianta.
L’asparago selvatico è una specie molto rustica, presente quasi ovunque in Italia, con una maggiore concentrazione al Centro-Sud.
Cresce a partire dal livello del mare e fino ai 1300 m di altitudine, ad eccezione delle zone con inverni troppo rigidi. Vegeta bene nella macchia mediterranea, nelle leccete e nei boschi caducifogli.
In generale, predilige l’ombra e spesso lo ritroviamo negli antichi frutteti e oliveti.
L’asparago ha proprietà nutritive, legate alla presenza di fibra, vitamine e potassio nonché curative con effetti diuretici, disintossicanti e depurativi.
Essendo una specie molta rustica, l’asparago selvatico cresce bene in terreni marginali (ad esempio una scarpata sassosa), dove poche altre piante riescono a dare buoni raccolti. Altra sua virtù è di essere una specie pioniera nei terreni attraversati dal fuoco e, per la verità, questa sua caratteristica ha ingenerato in qualche luogo il malcostume (o meglio l’attività criminosa) di bruciare delle aree verdi per aspettare che vi si insedino e sviluppino gli asparagi.
Torneremo presto a raccogliere gli asparagi? Penso di si... via! Anche se ho qualche dubbio per quelli di questa primavera: con ogni probabilità la fase 2 dell’emergenza COVID inizierà quando il caldo e la mancanza di piogge ci priveranno di questo bene prezioso.

sabato 4 aprile 2020

TRE SETTIMANE DI LAVORO AGILE

Finisce così la terza settimana lontana dall’ufficio … il “lavoro agile” o, per dirla con un diffuso anglismo, lo “smart working” ha preso il suo posto. E’ un’esperienza che non avevo mai vissuta nella mia trentennale routine lavorativa, e devo dire la verità: si tratta di una modalità di servizio che non avevo mai preso in considerazione.
Apprendo dalla rete che il lavoro agile o smart-working è una «una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell'attività lavorativa.»
Se ne parla solo da qualche anno in Italia, la disciplina giuridica risale al 2014, con la proposta di legge finalizzata a dare maggiore flessibilità al mercato del lavoro, rilanciata in un disegno di legge collegato al Patto di stabilità 2016 .
Molteplici sono i benefici che ne derivano, si pensi che uno studio recente basato sui dati raccolti in tre anni di osservazione e che ha coinvolto 250 persone operanti in 21 imprese, piccole medie e grandi, riporta i seguenti dati medi per dipendente: 2.400 chilometri percorsi in meno, sette giorni guadagnati e 270 chili di anidride carbonica non immessi nell’aria con un risparmio di circa 1300 euro a dipendente.
Per quanto mi riguarda vi assicuro che non si lavora meno … anzi, in questi giorni di permanenza forzata nelle mura di casa, a volte sono rimasto al pc sino al momento prima di andare a letto. Nell’ufficio no, dal momento di tornare a casa è raro che si continui a pensare a come risolvere un problema, ad immaginare una diversa organizzazione da proporre. Oggi poi con la tecnologia che avanza si può condividere tutto in diretta come se si fosse nella stessa stanza: il telefono, la posta elettronica, le videochiamate, le call conferences, permettono a chiunque un approccio con il lavoro diverso e più elastico.
Vi è da dire che molto è legato al senso di responsabilità che si possiede: una cosa che ho potuto constatare in questi giorni e che chi era abituato ad imboscarsi nelle modalità tradizionali, ha trovato e troverà ulteriori modi per farlo con il lavoro agile; chi invece ha sempre lavorato con impegno e professionalità si industria per sbrigare pratiche, corrispondere con l’utenza, confrontarsi con colleghi e superiori, poco o nulla è cambiato sotto questo punto di vista. Invio la mia brava autocertificazione di servizio verso le sedici ma mi trattengo ancora per molto tempo dopo. Gli obiettivi che la direzione generale ha assegnato all’ufficio saranno comunque conseguiti, nonostante la situazione che stiamo vivendo, decisamente atipica? Ritengo di si, la tecnologia ci da una mano, le risorse umane a disposizione hanno un approccio con essa non problematico e generalmente scevro da ansie.
Potrà questa modalità di lavoro svilupparsi e divenire più diffusa, anche grazie al momento che stiamo vivendo? Ci penso frequentemente, sapete, e se a emergenza “Covid 19” conclusa se ne presentasse l’opportunità per me, lavoratore pendolare che trascorre ben due ore della propria giornata in viaggio, potrei optare per essa anche in via definitiva.


giovedì 26 marzo 2020

LA VITA AI TEMPI DEL COVID 19

Sono stato molto perplesso, e molto a lungo sullo scrivere o meno qualcosa sul mio blog scribacchiato intorno a ciò che sta avvenendo … devo dire che poi, in ultimo, ha prevalso quella smania di comunicare che sento da sempre in me.
I giorni che viviamo in paese, come altrove in Italia e nell’intero pianeta, non li avrebbe previsti nessuno, il dramma è forte e, a volte si riassume anche in quelle piccole cose che la vita “di paese” ha saputo e voluto conservare. Mi è dispiaciuto molto, ad esempio, non poter dare un estremo saluto a tante persone care che ci hanno lasciato in questo periodo: il dolore in paese ha una dimensione sociale, e credo che le nostre usanze leniscano in qualche modo il distacco, con una stratta di mano di condoglianze, con un affettuoso abbraccio … cose queste che, almeno per ora, non sono affatto possibili..
Stare inchiodato a casa comincia a pesare … si è vero: le tante incombenze del “lavoro agile”, il tempo che si impiega a sbrigarlo, la concentrazione che a casa è migliore rispetto a una stanza di ufficio, ma comunque si avverte un senso di ansia e di attesa per il tempo migliore che, prima o poi, dovrà pur arrivare!
Fa piacere anche in questa situazione surreale, che l’intera famiglia si sia riunita: il tempo trascorre fra condivisioni di video che sollevano un po’ il morale, innervosimenti repentini, improvvisati show cooking, e cure televisive che durano ore e ore; la sera poi si attendono le diciotto per conoscere dalla conferenza stampa quotidiana a che punto è il progresso del contagio. Il giardino offre occasione di svago se il tempo è bello, ed allora in quel luogo ci si inventano anche lavori che in tempo normale nessuno avrebbe pensato di fare; quando si può si evade anche in campagna.
Per la buona pace del presidente/sceriffo De Luca bisogna ammettere che il “distanziamento sociale”, come viene chiamato, sembra essere l’unica vera medicina efficace, per quanto amarissima, contro il virus, pertanto buttiamola giù e tacciamo, osservando rigidamente le regole che vengono passate sui media con frequenza ossessiva.
Purtroppo anche in tale frangente bisogna concludere che l’Italia è ancora solo un’espressione geografica e che una vera coesione fra il settentrione e il mezzogiorno è ancora di là da venire: c’è chi ironizza sui successi della cura Ascierto, chi non ne riconosce la primogenitura, chi si sofferma (quasi compiacendosene) sulle condizioni in cui versa il sistema sanitario delle regioni del sud; sono sintomi di un sentimento nazionale che, se altrove in Europa è divenuto un punto di forza, da noi stenta oggi come non mai a decollare.
Sono d’accordo con quanti affermano che niente sarà come prima, dopo il Coronavirus 19… l’economia già debole già adesso da segni di ulteriore indebolimento, le borse, anche di paesi molto più sviluppati del nostro, cedono punti su punti, di giorno in giorno,e l’occupazione potrà subire un contraccolpo che solo a crisi superata saremo in grado di quantificare. L’intero Sistema Sanitario Nazionale va ripensato, liberandosi dai criteri ragionieristici che ne hanno condizionato l’efficienza e l’efficacia in una situazione tanto difficile; dobbiamo essere grati a chi ha dispensato i paesi membri della UE dal Patto di Stabilità, solo con un sostanzioso (e ulteriore) indebitamento potremo far ridecollare l’Italia e gli altri paesi duramente colpiti dal Covid 19, spero solo che il sentimento antieuropeo, diffuso oggi quanto non mai possa in qualche modo ridursi.