Cosa insegnano al nostro territorio le proteste dei pastori dell'ultima settimana in Sardegna? Bisogna premettere che esse non sono una novità, durano infatti da circa una ventina d'anni. Era luglio 2001 quando una delegazione di un centinaio di allevatori sardi raggiunse Genova per trovare visibilità internazionale a sostegno della loro causa in occasione del G8. E, da allora, le azioni eclatanti si sono ripetute con cadenza regolare negli anni.
Sempre gli stessi i problemi denunciati con proteste di piazza, anche molto violente: prezzo del latte troppo basso, fragilità del comparto di fronte alla globalizzazione e alle calamità naturali. Stavolta, però, la protesta è stata amplificata dai social, con i video virali del latte versato ovunque in Sardegna, le immagini dei camion aperti e i loro carichi rovesciati in strada, delle lunghe file di auto bloccate sulle principali arterie dell'isola.
Quali le motivazioni che hanno fatto esplodere il fenomeno?
''La situazione - sottolinea in una nota l’Assolatte - è davvero preoccupante: momenti difficilissimi, dovuti ad una serie di cause concomitanti. Durante la campagna 2017/2018, la produzione di latte di pecora ha avuto un notevole incremento (10-15%). Lo stesso ha fatto quella di Pecorino Romano, principale destinazione del latte sardo, aumentata del 24%. Mentre i consumi interni diminuiscono, anche le esportazioni, motore del settore, sono andate a picco (-33%)”.
Ma come si è arrivati a questo punto? La maggior parte della materia prima prodotta in Sardegna è destinata alla lavorazione di pecorino romano dop: il calo delle esportazioni registrato nel 2018 insieme all’aumento della produzione ha di fatto riempito i magazzini di formaggio, abbattendone il prezzo di vendita all’ingrosso. Come conseguenza, anche il corrispettivo pagato ai pastori, che di latte di pecora vivono, si è ridotto notevolmente, costringendoli alle barricate.
Una situazione analoga a quella di qualche anno fa vissuta dai nostri allevatori bufalini: prezzi che a malapena riuscivano a coprire il costo di produzione, con la conseguente chiusura di molte stalle di fatto marginali, nonostante la forte richiesta dei mercati per la mozzarella, specie per quella con il marchio DOP “Mozzarella di Bufala Campana”.
Dalle nostre parti oggi i rapporti di forza si sono ribaltati, rispetto a quanto succedeva appena uno/due anni fa! Due i fattori che hanno determinato la svolta: prima gli abbattimenti di capi affetti da brucellosi, poi l’entrata a regime di un sistema di tracciabilità del latte, più efficiente rispetto al passato. Ieri si doveva “pregare” il titolare di un caseificio a ritirare (e pagare) il proprio latte, oggi sono loro, i caseificatori, a girare per campagne e contrade per vedere di “acchiappare” qualche quintale di latte bufalino in più al giorno. Si sta riducendo anche l’adozione del doppio prezzo “estate/inverno” per il latte, e può anche prevedersi che in futuro possa annullarsi: i caseifici, infatti, pagano sensibilmente di più il latte durante l’estate, quando la domanda di mozzarella è forte, mentre ritirano a un prezzo più basso quando la domanda cala; si ha notizia di caseificatori che per fidelizzare i propri conferitori, offrono un unico prezzo per l’intero anno.
Tutti risolti i problemi del comparto bufalino, quindi?... oppure si deve temere qualcosa di analogo a quello che oggi succede in Sardegna? Chissà?...Premesso che, almeno per il momento non c’è sovrapproduzione di mozzarella, che l’export continua a tirare, il futuro dipende in gran parte da quanto sapranno fare gli allevatori per elevare la qualità media del latte, per produrre più latte nella stagione primaverile/estiva, per imporre la propria rappresentativa presenza nel Consorzio di Tutela.
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
sabato 16 febbraio 2019
domenica 10 febbraio 2019
DEGRADO DEI BORGHI, PEZZI DI VERITA'
E’ suggestiva la tesi esposta da Domenico Caiazza, nel corso di un articolato intervento tenuto nell'ambito del convegno di ieri sera, sabato 9 febbraio, presso la Sala Consiliare del Comune di Riardo, dal titolo "I Borghi: storia e cultura per la promozione del territorio". In buona sostanza il Caiazza, forte di una cultura storica consolidata nel corso di quattro/cinque decenni, sosteneva che i flussi demografici, dalla comparsa dell’uomo a oggi hanno mostrato una sorta di “pendolarismo geografico” tra pianura e collina, tra città e borghi. La direttrice sempre la stessa, mentre il verso era stabilito dal particolare momento storico: ad esempio l’affermarsi dell’Impero Romano aveva favorito il flusso verso le città e il suo successivo dissolvimento, con il Medioevo, il contrario. Tale tesi, che riprende la famosa teoria dei “corsi e ricorsi storici” di G.B. Vico, è stata suffragata in modo convincente dal relatore, pertanto penso che possa essere accettata.
L’epoca attuale, iniziata negli anni cinquanta/sessanta del ventesimo secolo, è una di quelle in cui le città si sono rafforzate perché le grandi fabbriche, ubicate nelle periferie urbane del Nord Italia, richiedevano braccia e forza-lavoro, determinando spopolamento delle aree rurali, degrado edilizio, depauperamento agricolo e abbandono progressivo dei borghi. Non sappiamo se, quando e come questa fase dell’enunciato “pendolarismo geografico” terminerà e, pertanto, chi amministra comuni in area rurale, con presenza di borghi, deve progettare politiche che in qualche modo attenuino il fenomeno descritto. Abbiamo ascoltato da più di un relatore che la soluzione risieda in una concertazione di interventi decisi nell’ambito partenariato locale tra pubblico e privato, programmando “dal basso” (bottom up) cosa, quando e come fare!
La domanda che si pone il vostro blogger scribacchiante è allora questa: i politici locali, che pur erano presenti tra i relatori ed il parterre del convegno, cosa hanno fatto per intervenire quando il fenomeno era solo agli inizi e i costi finanziari, economici e sociali da sopportare molto più bassi? A ragionare sull’ultimo quarantennio del borgo di Pietramelara, sembra che nelle politiche sia mancato del tutto il coraggio dell’impopolarità. Per evitare il crollo di un tetto o lo staccarsi di un pezzo di cornicione, si doveva intervenire “in danno dei proprietari”, accollando loro la spesa per i lavori di messa in sicurezza, in alternativa costoro avrebbero dovuto rinunciare alla proprietà del bene: dubito che costoro, messi di fronte all’aut aut, avrebbero scelto la prima soluzione. Si è preferito, come al solito, tirare a campare e quello che si ha sotto gli occhi è noto a tutti. Ed ancora: quando è iniziato l’abbandono del borgo (fine anni ‘70/primi anni ‘80) era in corso la stesura del nostro Piano Regolatore, attualmente ancora vigente ancorché scaduto da un pezzo, perché allora si è preferito optare per l’espansione urbanistica e non si è pensato minimamente (come alternativa) a rendere più vivibile il borgo e il centro storico?
I convegni sono eventi interessanti dove si impara sempre qualcosa, vengono enunciate politiche innovative (a volte rivoluzionarie rispetto al passato), ma si deve avere il coraggio, da parte dei politici che li organizzano, di raccontare le vicende nella propria interezza.
L’epoca attuale, iniziata negli anni cinquanta/sessanta del ventesimo secolo, è una di quelle in cui le città si sono rafforzate perché le grandi fabbriche, ubicate nelle periferie urbane del Nord Italia, richiedevano braccia e forza-lavoro, determinando spopolamento delle aree rurali, degrado edilizio, depauperamento agricolo e abbandono progressivo dei borghi. Non sappiamo se, quando e come questa fase dell’enunciato “pendolarismo geografico” terminerà e, pertanto, chi amministra comuni in area rurale, con presenza di borghi, deve progettare politiche che in qualche modo attenuino il fenomeno descritto. Abbiamo ascoltato da più di un relatore che la soluzione risieda in una concertazione di interventi decisi nell’ambito partenariato locale tra pubblico e privato, programmando “dal basso” (bottom up) cosa, quando e come fare!
La domanda che si pone il vostro blogger scribacchiante è allora questa: i politici locali, che pur erano presenti tra i relatori ed il parterre del convegno, cosa hanno fatto per intervenire quando il fenomeno era solo agli inizi e i costi finanziari, economici e sociali da sopportare molto più bassi? A ragionare sull’ultimo quarantennio del borgo di Pietramelara, sembra che nelle politiche sia mancato del tutto il coraggio dell’impopolarità. Per evitare il crollo di un tetto o lo staccarsi di un pezzo di cornicione, si doveva intervenire “in danno dei proprietari”, accollando loro la spesa per i lavori di messa in sicurezza, in alternativa costoro avrebbero dovuto rinunciare alla proprietà del bene: dubito che costoro, messi di fronte all’aut aut, avrebbero scelto la prima soluzione. Si è preferito, come al solito, tirare a campare e quello che si ha sotto gli occhi è noto a tutti. Ed ancora: quando è iniziato l’abbandono del borgo (fine anni ‘70/primi anni ‘80) era in corso la stesura del nostro Piano Regolatore, attualmente ancora vigente ancorché scaduto da un pezzo, perché allora si è preferito optare per l’espansione urbanistica e non si è pensato minimamente (come alternativa) a rendere più vivibile il borgo e il centro storico?
I convegni sono eventi interessanti dove si impara sempre qualcosa, vengono enunciate politiche innovative (a volte rivoluzionarie rispetto al passato), ma si deve avere il coraggio, da parte dei politici che li organizzano, di raccontare le vicende nella propria interezza.
sabato 2 febbraio 2019
PIETRAMELARA: DAL BORGO AI BORGHI
Chi ama ragionare di storia locale, in genere pone come “data cardine” per l’inizio di una edificazione urbana “extra moenia” la costruzione del Palazzo Ducale, terminata nella prima metà del Cinquecento; in realtà da sempre è esistita una Pietramelara “bassa”: prova ne siano i rinvenimenti di una necropoli preromana nei pressi di via Croci durante i lavori per una lottizzazione, negli anni ‘70, ed altri insediamenti di cui si ha notizia, nella zona dei pantani.
La Piana di Pietramelara o, come qualcuno la chiama, la Piana dei “Cinque Castelli” è un vasto bacino imbrifero, formatosi in seguito al deposito di sedimenti di varia natura (alluvionali e vulcanici), in epoca preistorica: in altre parole il fondo valle, costellato di paludi ed acquitrini, venne a riempirsi e man mano gli specchi d’acqua diminuivano, fino ad essere eliminati quasi del tutto . Le genti che la colonizzarono, sanniti e romani, realizzarono una rete di canali ed altre opere che eliminò le acque in eccesso, permettendo così attività economiche ed insediamenti.
Con la fine dell’Impero Romano e dell’ordine giuridico/amministrativo connesso, le opere di bonifica realizzate furono abbandonate e le paludi si riformarono, con la conseguente impossibilità di coltivazione e il diffondersi della malaria. Nel tardo medio evo feudatari, monaci delle abbazie e popolazioni cercarono in qualche modo di invertire tale stato di cose, riportando l’equilibrio idrogeologico in uno stato accettabile in tutta la piana, fatta eccezione per i punti più bassi, i pantani, ove si continuò ad accumulare acqua durante l’inverno, fino a qualche decennio fa.
La necessità, imposta dall’incremento demografico, di trovare nuovi spazi abitativi fuori dalla cinta muraria del borgo, apparve evidente ai Monforte a cui si devono gli inizi del Palazzo Ducale, la fondazione del Monastero di Santa Maria della Carità, oggi sede municipale, e la Porta di Santa Maria. Seguirono gli anni tristi del “dopo sacco” (1496), ed infine verso la metà del Cinquecento, Pietramelara risorse, come luogo geografico e come comunità. Il Palazzo era stato ultimato, Faustina Colonna, che lo abitava, volle nelle sue adiacenze una Chiesa, l’Annunziata; fu allora che riprese (non iniziò) il processo di urbanizzazione della vasta piana. Vi erano all’interno di essa dei punti in cui l’edificazione era concentrata e sviluppata: borgate rurali in cui si praticava l’agricoltura, l’artigianato e qualche piccolo commercio; i signori continuavano a dimorare nel borgo. Da documenti che ho potuto consultare e dallo studio della morfologia del tessuto urbano l’idea che mi sono fatto è questa: in età moderna (1600/1700) si contavano a Pietramelara il borgo dell’Annunziata, il borgo della Croci, quello di San Giovanni, sorto intorno alla cappella e l’ospedale dei Cavalieri di Malta, il borgo dell’Ariola, a metà strada fra il Convento di San Pasquale e il nucleo abitativo originario; elemento comune ad ogni borgo una vasta corte che era adibita a svariate funzioni, e che in molti casi ancora si conserva (all’Annunziata, a San Giovanni, all’Ariola). Vi erano poi dei casali pedemontani, di orgine altomedioevale, di cui si conserva solamente la memoria perché il toponimo è rimasto (San Pancrazio, San Nicola, Grasciano, Saiano).
L’espansione urbana del ventesimo secolo, alimentata da una parallela espansione demografica e favorita dalle rimesse degli emigrati, ha finito per inglobare borghi e casali, dando origine al “tuttuno” che costituisce il nostro amato paese.
Forse si è costruito più del dovuto! … nonostante la popolazione rimanga stabile nel numero, infatti, molti immobili rimangono disabitati, e posti sul mercato, rimangono invenduti per lunghi anni. E’ questo un monito di cui tener debito conto nelle future pianificazioni urbanistiche.
La Piana di Pietramelara o, come qualcuno la chiama, la Piana dei “Cinque Castelli” è un vasto bacino imbrifero, formatosi in seguito al deposito di sedimenti di varia natura (alluvionali e vulcanici), in epoca preistorica: in altre parole il fondo valle, costellato di paludi ed acquitrini, venne a riempirsi e man mano gli specchi d’acqua diminuivano, fino ad essere eliminati quasi del tutto . Le genti che la colonizzarono, sanniti e romani, realizzarono una rete di canali ed altre opere che eliminò le acque in eccesso, permettendo così attività economiche ed insediamenti.
Con la fine dell’Impero Romano e dell’ordine giuridico/amministrativo connesso, le opere di bonifica realizzate furono abbandonate e le paludi si riformarono, con la conseguente impossibilità di coltivazione e il diffondersi della malaria. Nel tardo medio evo feudatari, monaci delle abbazie e popolazioni cercarono in qualche modo di invertire tale stato di cose, riportando l’equilibrio idrogeologico in uno stato accettabile in tutta la piana, fatta eccezione per i punti più bassi, i pantani, ove si continuò ad accumulare acqua durante l’inverno, fino a qualche decennio fa.
La necessità, imposta dall’incremento demografico, di trovare nuovi spazi abitativi fuori dalla cinta muraria del borgo, apparve evidente ai Monforte a cui si devono gli inizi del Palazzo Ducale, la fondazione del Monastero di Santa Maria della Carità, oggi sede municipale, e la Porta di Santa Maria. Seguirono gli anni tristi del “dopo sacco” (1496), ed infine verso la metà del Cinquecento, Pietramelara risorse, come luogo geografico e come comunità. Il Palazzo era stato ultimato, Faustina Colonna, che lo abitava, volle nelle sue adiacenze una Chiesa, l’Annunziata; fu allora che riprese (non iniziò) il processo di urbanizzazione della vasta piana. Vi erano all’interno di essa dei punti in cui l’edificazione era concentrata e sviluppata: borgate rurali in cui si praticava l’agricoltura, l’artigianato e qualche piccolo commercio; i signori continuavano a dimorare nel borgo. Da documenti che ho potuto consultare e dallo studio della morfologia del tessuto urbano l’idea che mi sono fatto è questa: in età moderna (1600/1700) si contavano a Pietramelara il borgo dell’Annunziata, il borgo della Croci, quello di San Giovanni, sorto intorno alla cappella e l’ospedale dei Cavalieri di Malta, il borgo dell’Ariola, a metà strada fra il Convento di San Pasquale e il nucleo abitativo originario; elemento comune ad ogni borgo una vasta corte che era adibita a svariate funzioni, e che in molti casi ancora si conserva (all’Annunziata, a San Giovanni, all’Ariola). Vi erano poi dei casali pedemontani, di orgine altomedioevale, di cui si conserva solamente la memoria perché il toponimo è rimasto (San Pancrazio, San Nicola, Grasciano, Saiano).
L’espansione urbana del ventesimo secolo, alimentata da una parallela espansione demografica e favorita dalle rimesse degli emigrati, ha finito per inglobare borghi e casali, dando origine al “tuttuno” che costituisce il nostro amato paese.
Forse si è costruito più del dovuto! … nonostante la popolazione rimanga stabile nel numero, infatti, molti immobili rimangono disabitati, e posti sul mercato, rimangono invenduti per lunghi anni. E’ questo un monito di cui tener debito conto nelle future pianificazioni urbanistiche.
sabato 26 gennaio 2019
DON STURZO ATTUALE DOPO UN SECOLO
Da pochi giorni è trascorso il primo centenario di quello che viene universalmente riconosciuto come “atto di nascita” del Partito Popolare, nel primo e della Democrazia Cristiana nel secondo dopoguerra: si tratta del manifesto/appello rivolto dal sacerdote siciliano di cui riporto l’incipit: “A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà”
L’ Italia alla quale si rivolse don Luigi Sturzo era appena uscita dalla Grande Guerra. Piangeva 651 mila soldati caduti e 589 mila civili uccisi. La vita media della popolazione, composta da circa 37 milioni di abitanti, non superava i 31 anni per gli uomini e i 32 per le donne. In Basilicata e Calabria l’ analfabetismo toccava punte del 70%.
La lunga gestazione del Partito popolare iniziò con un discorso che don Sturzo tenne a Caltagirone nel 1905, in cui propose per la prima volta la costituzione di un partito di ispirazione cristiana per portare i cattolici all’ interno della politica italiana. Tuttavia da quella intuizione dovettero passare 14 anni e una guerra mondiale. Non dimentichiamo, inoltre, che dal 1874, con il non expedit, “non conviene”, la Chiesa vietava ai credenti di impegnarsi nella vita pubblica nazionale.
Don Sturzo volle che il partito fosse riformatore, interclassista e aconfessionale, che desse voce a operai e contadini, mettendoli al riparo dalle lusinghe socialiste, che si attivasse a favore dei poveri secondo l’ insegnamento del Magistero sociale. Non fondò un “partito cattolico” o conservatore.
Articolata e controversa la storia della DC in Italia, per quattro decenni maggior partito, fatta di luci (molte) e di ombre (soprattutto verso la fine, primi anni 90). Il partito si era progressivamente staccato dai principi sturziani e molti faccendieri avevano ingrossato le sue fila; tuttavia ciò non offusca l’equilibrio politico che condusse a un diffuso benessere economico, sociale e culturale.
Storia parallela, anche se in scala infinitamente più ridotta, quella della DC pietramelarese, che ha retto il nostro comune dal dopoguerra fino al 1975: appena dopo la guerra energie popolari e borghesi si fusero in essa, dando luogo ad una ricostruzione che vide tappe esaltanti nella realizzazione di opere pubbliche, sviluppo e visibilità sulla scena provinciale. La sezione era luogo di incontro, svago e discussione: per tanto tempo funzionò in essa uno dei primi televisori arrivati in paese. Purtroppo anche da noi, con il tempo, in seno al partito si innestarono forze destabilizzatrici e volte al potere portarono ad una profonda scissione, che diede luogo a due sezioni: la prima, storica, in Piazza Sant’Agostino, la seconda lungo via Roma. Molte belle storie finiscono così!
Per concludere riporto, convinto dell’attualità del messaggio, le conclusioni del manifesto sturziano, rivolte “A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl'interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo”.
L’ Italia alla quale si rivolse don Luigi Sturzo era appena uscita dalla Grande Guerra. Piangeva 651 mila soldati caduti e 589 mila civili uccisi. La vita media della popolazione, composta da circa 37 milioni di abitanti, non superava i 31 anni per gli uomini e i 32 per le donne. In Basilicata e Calabria l’ analfabetismo toccava punte del 70%.
La lunga gestazione del Partito popolare iniziò con un discorso che don Sturzo tenne a Caltagirone nel 1905, in cui propose per la prima volta la costituzione di un partito di ispirazione cristiana per portare i cattolici all’ interno della politica italiana. Tuttavia da quella intuizione dovettero passare 14 anni e una guerra mondiale. Non dimentichiamo, inoltre, che dal 1874, con il non expedit, “non conviene”, la Chiesa vietava ai credenti di impegnarsi nella vita pubblica nazionale.
Don Sturzo volle che il partito fosse riformatore, interclassista e aconfessionale, che desse voce a operai e contadini, mettendoli al riparo dalle lusinghe socialiste, che si attivasse a favore dei poveri secondo l’ insegnamento del Magistero sociale. Non fondò un “partito cattolico” o conservatore.
Articolata e controversa la storia della DC in Italia, per quattro decenni maggior partito, fatta di luci (molte) e di ombre (soprattutto verso la fine, primi anni 90). Il partito si era progressivamente staccato dai principi sturziani e molti faccendieri avevano ingrossato le sue fila; tuttavia ciò non offusca l’equilibrio politico che condusse a un diffuso benessere economico, sociale e culturale.
Storia parallela, anche se in scala infinitamente più ridotta, quella della DC pietramelarese, che ha retto il nostro comune dal dopoguerra fino al 1975: appena dopo la guerra energie popolari e borghesi si fusero in essa, dando luogo ad una ricostruzione che vide tappe esaltanti nella realizzazione di opere pubbliche, sviluppo e visibilità sulla scena provinciale. La sezione era luogo di incontro, svago e discussione: per tanto tempo funzionò in essa uno dei primi televisori arrivati in paese. Purtroppo anche da noi, con il tempo, in seno al partito si innestarono forze destabilizzatrici e volte al potere portarono ad una profonda scissione, che diede luogo a due sezioni: la prima, storica, in Piazza Sant’Agostino, la seconda lungo via Roma. Molte belle storie finiscono così!
Per concludere riporto, convinto dell’attualità del messaggio, le conclusioni del manifesto sturziano, rivolte “A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl'interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo”.
giovedì 24 gennaio 2019
UN DONO PER UN DONO
Sta per concludersi in questi giorni l’evento natalizio organizzato dalla Pro Loco Pietramelara, denominato “Un dono per un dono”, in partenariato con le locali scuole, e consistente in una raccolta di giocattoli e libri per ragazzi, da donare a una o più istituzioni che operano nel sociale, sostenendo iniziative di alta valenza, soprattutto nei confronti delle generazioni più giovani, esposte a pericoli di mille nature (violenza fisica e psicologica, abbandono scolastico, lavoro minorile ecc.). La raccolta, conclusasi a ridosso del Natale, precisamente il 20 dicembre scorso, ha portato la sede della Pro Loco ad essere letteralmente sommersa da colorati pacchetti, più di trecento: la generosità dei pietramelaresi non si è smentita neppure stavolta!
Martedì scorso, 22 gennaio è stata consegnata la prima tranche di doni, dopo aver individuato con scrupolo e discrezione a chi indirizzarli. La scelta, condivisa dall’intero consiglio direttivo è caduta sulla comunità denominata “Punto Luce”. Ha fatto da “trait d’union” fra l’Associazione e la comunità l’Avv. Olimpia Rubino, che da anni si interessa di essa, a puro titolo di volontariato, seguendone aspetti giuridici ed amministrativi.
Il Punto Luce è un centro ad alta densità educativa, aperto ai bambini agli adolescenti e ai loro genitori, coordinato da figure educative e animato da volontari. Il centro garantisce ai bambini e agli adolescenti spazi a loro misura dove trovare opportunità di crescita e di sviluppo; sorge in una struttura confiscata alla criminalità organizzata e messa a disposizione dal Comune di Casal di Principe. Aperto dal lunedì al venerdì, bambini e adolescenti dai 6 anni in su hanno la possibilità di svolgere gratuitamente molteplici attività legate allo studio, all’utilizzo sicuro del computer e di internet, alla lettura, ai laboratori artistici, culturali e ricreativi, al movimento e al gioco creativo.
Le attività sono realizzate in collaborazione con la Cooperativa EVA, da anni presente sul territorio con interventi a sostegno dell’infanzia e delle donne. L'attenzione della Cooperativa EVA, che da 18 anni lavora per il contrasto alla violenza di genere, è rivolta soprattutto alle bambine e alle ragazze che sono le più esposte al circolo vizioso della mancanza di opportunità. La Cooperativa offre ai giovani nuovi orizzonti e nuove possibilità affinché crescano liberi di scegliere e di autodeterminarsi.
La delegazione della Pro Loco, con Francesco, presidente, accompagnato da Luca, Antimo, Pina e Pasqualino, è stata accolta con particolare calore ed entusiasmo … ma non è finita qui! Tra qualche giorno, presso una seconda analoga comunità sarà completata la consegna dei doni offerti dai bambini e ragazzi di Pietramelara.
La Pro Loco tiene a ringraziare i bambini che hanno offerto con tanta generosità i doni, le scuole di Pietramelara, con il Preside Di Lauro e le maestre, e l’Avv. Rubino, che hanno dato un impulso prezioso alla riuscita dell’evento.
Martedì scorso, 22 gennaio è stata consegnata la prima tranche di doni, dopo aver individuato con scrupolo e discrezione a chi indirizzarli. La scelta, condivisa dall’intero consiglio direttivo è caduta sulla comunità denominata “Punto Luce”. Ha fatto da “trait d’union” fra l’Associazione e la comunità l’Avv. Olimpia Rubino, che da anni si interessa di essa, a puro titolo di volontariato, seguendone aspetti giuridici ed amministrativi.
Il Punto Luce è un centro ad alta densità educativa, aperto ai bambini agli adolescenti e ai loro genitori, coordinato da figure educative e animato da volontari. Il centro garantisce ai bambini e agli adolescenti spazi a loro misura dove trovare opportunità di crescita e di sviluppo; sorge in una struttura confiscata alla criminalità organizzata e messa a disposizione dal Comune di Casal di Principe. Aperto dal lunedì al venerdì, bambini e adolescenti dai 6 anni in su hanno la possibilità di svolgere gratuitamente molteplici attività legate allo studio, all’utilizzo sicuro del computer e di internet, alla lettura, ai laboratori artistici, culturali e ricreativi, al movimento e al gioco creativo.
Le attività sono realizzate in collaborazione con la Cooperativa EVA, da anni presente sul territorio con interventi a sostegno dell’infanzia e delle donne. L'attenzione della Cooperativa EVA, che da 18 anni lavora per il contrasto alla violenza di genere, è rivolta soprattutto alle bambine e alle ragazze che sono le più esposte al circolo vizioso della mancanza di opportunità. La Cooperativa offre ai giovani nuovi orizzonti e nuove possibilità affinché crescano liberi di scegliere e di autodeterminarsi.
La delegazione della Pro Loco, con Francesco, presidente, accompagnato da Luca, Antimo, Pina e Pasqualino, è stata accolta con particolare calore ed entusiasmo … ma non è finita qui! Tra qualche giorno, presso una seconda analoga comunità sarà completata la consegna dei doni offerti dai bambini e ragazzi di Pietramelara.
La Pro Loco tiene a ringraziare i bambini che hanno offerto con tanta generosità i doni, le scuole di Pietramelara, con il Preside Di Lauro e le maestre, e l’Avv. Rubino, che hanno dato un impulso prezioso alla riuscita dell’evento.
martedì 23 ottobre 2018
UN RESTAURO "FUORI MODA"
Lo spunto me lo diede proprio Teresa, la giovane artista e restauratrice che si sta occupando di esse, le quattro bombe a corona del monumento ai caduti, in piazza. Il comune le ha chiesto di far qualcosa per frenare il sensibile degrado, inflitto ad esse dal tempo e dall’incuria. Il restauro, ormai quasi completo, in vista delle tradizionali celebrazioni del IV Novembre, è consistito in una ripulitura interna, nel riprendere i punti più corrosi dalla ruggine, e in una riverniciatura esterna con un trattamento contro le intemperie. Visto il mio interesse per la cosa, Teresa mi propose: “perché non scrivi qualcosa su queste bombe, e sui restauri che sto conducendo?”. Nella nostra estemporanea chiacchierata, durata non più di un quarto d’ora, mi raccontò che alcune persone di passaggio avevano affermato che si trattava di residuati bellici della I guerra mondiale: “impossibile” avventai io “gli aerei del tempo non potevano in alcun modo trasportare un peso del genere, è evidente che risalgono alla seconda e non alla prima guerra mondiale”. Tempo dopo, una ricerca sul web mi ha permesso di ricredermi in parte: si tratta effettivamente di qualcosa risalente al primo conflitto mondiale, ma non precisamente di bombe di aereo, bensì di bombe “da bombarda”, ovvero ordigni utilizzati dal nostro Esercito in quel conflitto come proiettili di un mortaio da trincea di grosso calibro (la bombarda, appunto cal.240 mm), in dotazione a una specialità di artiglieria, detti appunto “bombardieri”, con maggiore precisione si tratta di bombe da bombarda mod. “240 C”. La conferma definitiva alla mia supposizione mi fu fornita dalla foto di copertina di quest’articolo: nell’immagine proveniente dal Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto, si vede con chiarezza che, in un bosco innevato, alcuni soldati con l’uniforme del Regio Esercito Italiano, lavorano nei pressi di un deposito, ove sono state accatastate bombe uguali in tutto e per tutto a quelle che fanno da corona al nostro monumento; la fustaia di abeti e l’innevamento stanno ad indicare che dovrebbe trattarsi di qualche punto della dorsale alpina, allora “zona operazioni”. Ma non poteva che essere così! … bombe americane, inglesi o tedesche se ritrovate inesplose venivano fatte brillare dagli artificieri, solo quelle italiane, disponibili a conflitto terminato potevano essere disinnescate e rese inoffensive per far da corona al monumento ai caduti di un qualsiasi paese. Il nostro monumento, raffigurante un fante che alza il braccio sinistro esultando per la vittoria, è stato posto in Piazza San Rocco nel 1923, il ventennio fascista era cominciato da qualche mese, e non siamo in possesso, anche perché il nostro archivio comunale è andato disperso, dei documenti che ci permettano di conoscerne l’autore e chi lo avesse commissionato.
Non è facile, miei cari quattro lettori, scribacchiare di armi e di strumenti che danno la morte, specie in tempi come questi, in cui i valori del patriottismo, delle identità etniche e geografiche sono tanto “fuori moda”. Al di la delle ideologie, ritengo comunque che sia una cosa buona restituire dignità a quei residuati, intanto per ricordare ed onorare coloro che con l’estremo sacrificio hanno contribuito a delineare il senso di italianità, ma anche, e soprattutto, per un monito alle future generazioni che possa fare da argine ai pericoli che corre la nostra democrazia e la libertà del Nostro Popolo.
Lode a te Teresa, quindi, che ti sei resa disponibile per il restauro.
Non è facile, miei cari quattro lettori, scribacchiare di armi e di strumenti che danno la morte, specie in tempi come questi, in cui i valori del patriottismo, delle identità etniche e geografiche sono tanto “fuori moda”. Al di la delle ideologie, ritengo comunque che sia una cosa buona restituire dignità a quei residuati, intanto per ricordare ed onorare coloro che con l’estremo sacrificio hanno contribuito a delineare il senso di italianità, ma anche, e soprattutto, per un monito alle future generazioni che possa fare da argine ai pericoli che corre la nostra democrazia e la libertà del Nostro Popolo.
Lode a te Teresa, quindi, che ti sei resa disponibile per il restauro.
venerdì 19 ottobre 2018
L'ABBAZIA DELLA FERRARA
Non c’è monumento dell’alto casertano che più di esso renda testimonianza di cultura, fede e progresso sociale anche in tempi oscuri come il medioevo: l’importanza dell’ Abbazia delle Ferrara, in agro del comune di Vairano Patenora, è purtroppo pari alla sua ridotta notorietà, i più ne ignorano infatti anche l’esistenza.
Edificata a partire dall’anno 1171, per opera di Giovanni de Ferraris, monaco di Fossanova, i lavori di costruzione terminarono nel 1179, e l’abbazia divenne in breve tempo una potente istituzione, con estesi possedimenti non solo nel territorio di Vairano. La platea dei beni dell’Abbazia redatta dal Notaio De Pernutis nel 1622, riporta beni in anche in Pietramelara e Riardo: il toponimo “Ferrarelle” (piccola ferrara) deriverebbe infatti proprio da beni posseduti in quel comune dall’Abbazia, e non, come comunemente si crede, dal fatto che le acque che vi sgorgano siano ricche di ferro.
L’importanza sul territorio di questa istituzione religiosa si fonda sul principio che “i frati, senza alcuna rinunzia al lavoro, assicurano così il necessario per loro stessi e l’assistenza, insieme con la protezione e l’addestramento a coloro, contadini,pastori e artigiani che gli si votano”. Un vero e proprio volano di progresso e sviluppo economico/sociale, con una diffusione capillare, grazie alle articolazioni territoriali con le “grange”, gestite dai conversi e le “curie” gestite dai mercedari. In altre parole i monaci attraverso lo studio e la sperimentazione facevano proprie le innovazioni e le trasferivano a chiunque veniva in contatto con loro; essi vedevano nel territorio integrazione spinta fra boschi, pascoli e campi coltivati, secondo una concezione ecologica ed agronomica rivoluzionaria per quei tempi, ed oggi quanto mai attuale.
Nella sua millenaria storia l’abbazia ha attraversato varie fasi; certamente, quella caratterizzata dalla gestione dell’abate Taddeo fu quella di maggiore splendore. Infatti, nelle prime tre decadi del XIII secolo l’abbazia poté contare sull'amicizia e sulla devozione all'ordine cistercense dell’imperatore Federico II, che soggiornò nel 1223 e nel 1229 nell'abbazia, incontrando l’amico abate Taddeo.
Posizionata su di un ramo del cammino della via Francigena del Sud, nell'anno 1223 ospitò dei cavalieri dell’ordine teutonico provenienti da Oriente.
Dopo la gestione dell’abate Taddeo iniziò una lungo processo di decadimento, sia morale che economico dell’abbazia, fino alla soppressione avvenuta nel 1807; in seguito l’abbazia venne utilizzata come una comune masseria, modificandone irreparabilmente l’originaria struttura.
Rispetto all’aspetto attuale, l’ingresso era rivolto a Sud, in direzione di Vairano. L’interno era costituito da una chiesa con più altari e campanile con tre campane, ormai completamente distrutti, un chiostro con al centro una grande cisterna, mentre al piano superiore vi erano le celle dei monaci.
Sopravvive, in pessime condizioni strutturali, la cappella della Scala Santa, dove è possibile ammirare un affresco, della fine del XIII sec., che rappresenta i funerali di Malgerio Sorello, “valletto e falconiere” di Federico II, che si ritirò a vivere nell’abbazia fino alla morte. Nell’affresco sono raffigurati la Beata Vergine Maria con il Bambino, S. Benedetto, con il mano il libro della Regola, e S. Bernardo di Chiaravalle, anch’egli con un libro sul quale è possibile leggere «Memento, Domine, animae famuli tui, fratris Malgerii Sorelli, militis» (ricordati Signore dell’anima del tuo servo, fra Malgerio Sorello, soldato). Secondo lo storico avv. Domenico Caiazza nell'affresco è rappresentato anche Pietro del Morrone, passato alla storia come Celestino V, papa del “gran rifiuto” citato nell’Inferno dantesco.
Edificata a partire dall’anno 1171, per opera di Giovanni de Ferraris, monaco di Fossanova, i lavori di costruzione terminarono nel 1179, e l’abbazia divenne in breve tempo una potente istituzione, con estesi possedimenti non solo nel territorio di Vairano. La platea dei beni dell’Abbazia redatta dal Notaio De Pernutis nel 1622, riporta beni in anche in Pietramelara e Riardo: il toponimo “Ferrarelle” (piccola ferrara) deriverebbe infatti proprio da beni posseduti in quel comune dall’Abbazia, e non, come comunemente si crede, dal fatto che le acque che vi sgorgano siano ricche di ferro.
L’importanza sul territorio di questa istituzione religiosa si fonda sul principio che “i frati, senza alcuna rinunzia al lavoro, assicurano così il necessario per loro stessi e l’assistenza, insieme con la protezione e l’addestramento a coloro, contadini,pastori e artigiani che gli si votano”. Un vero e proprio volano di progresso e sviluppo economico/sociale, con una diffusione capillare, grazie alle articolazioni territoriali con le “grange”, gestite dai conversi e le “curie” gestite dai mercedari. In altre parole i monaci attraverso lo studio e la sperimentazione facevano proprie le innovazioni e le trasferivano a chiunque veniva in contatto con loro; essi vedevano nel territorio integrazione spinta fra boschi, pascoli e campi coltivati, secondo una concezione ecologica ed agronomica rivoluzionaria per quei tempi, ed oggi quanto mai attuale.
Nella sua millenaria storia l’abbazia ha attraversato varie fasi; certamente, quella caratterizzata dalla gestione dell’abate Taddeo fu quella di maggiore splendore. Infatti, nelle prime tre decadi del XIII secolo l’abbazia poté contare sull'amicizia e sulla devozione all'ordine cistercense dell’imperatore Federico II, che soggiornò nel 1223 e nel 1229 nell'abbazia, incontrando l’amico abate Taddeo.
Posizionata su di un ramo del cammino della via Francigena del Sud, nell'anno 1223 ospitò dei cavalieri dell’ordine teutonico provenienti da Oriente.
Dopo la gestione dell’abate Taddeo iniziò una lungo processo di decadimento, sia morale che economico dell’abbazia, fino alla soppressione avvenuta nel 1807; in seguito l’abbazia venne utilizzata come una comune masseria, modificandone irreparabilmente l’originaria struttura.
Rispetto all’aspetto attuale, l’ingresso era rivolto a Sud, in direzione di Vairano. L’interno era costituito da una chiesa con più altari e campanile con tre campane, ormai completamente distrutti, un chiostro con al centro una grande cisterna, mentre al piano superiore vi erano le celle dei monaci.
Sopravvive, in pessime condizioni strutturali, la cappella della Scala Santa, dove è possibile ammirare un affresco, della fine del XIII sec., che rappresenta i funerali di Malgerio Sorello, “valletto e falconiere” di Federico II, che si ritirò a vivere nell’abbazia fino alla morte. Nell’affresco sono raffigurati la Beata Vergine Maria con il Bambino, S. Benedetto, con il mano il libro della Regola, e S. Bernardo di Chiaravalle, anch’egli con un libro sul quale è possibile leggere «Memento, Domine, animae famuli tui, fratris Malgerii Sorelli, militis» (ricordati Signore dell’anima del tuo servo, fra Malgerio Sorello, soldato). Secondo lo storico avv. Domenico Caiazza nell'affresco è rappresentato anche Pietro del Morrone, passato alla storia come Celestino V, papa del “gran rifiuto” citato nell’Inferno dantesco.
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