Viviamo i tempi della moneta elettronica, della moneta virtuale: il bitcoin che, confesso con candore ancora non ho capito cosa sia e a cosa serva. Gli acquisti li facciamo servendoci di carte di credito o bancomat, al supermercato e al centro commerciale, oppure on line su Amazon o altre piattaforme del genere. Si tratta di sicuro di grandi innovazioni, in grado di permettere servizi rapidi ed efficienti, risparmio per chi acquista, garanzie sulla qualità dei beni acquistati, economicità legata al non dover compiere spostamenti ecc. Eppure se mi soffermo un po’ a pensarci su, non posso non considerare come sia cambiato il mondo ed il sistema anche in questo campo, negli ultimi decenni.
Se rivado indietro solo di qualche tempo, rivedo me adolescente, oppure ancor giovane quando, in famiglia, per le spese quotidiane si utilizzava il sistema della cosiddetta “libretta”. A pensarci ora fa sorridere: si trattava in sostanza di un sistema di pagamento differito, basato sulla reciproca fiducia fra acquirente e negoziante: ci si recava in salumeria, si comprava ciò che di volta in volta serviva per le necessità quotidiane e al posto di pagare “cash”, come si direbbe oggi, chi aveva acquistato, il capofamiglia o un congiunto, trascriveva il conto della spesa su un minuscolo libretto (a' libretta per l'appunto) custodito dal negoziante, uno per ogni famiglia che aveva optato per tale modalità. Alla fine del mese, percepito lo stipendio, si portava a casa a’ libretta, e si faceva il conto di quanto si doveva corrispondere; la mia famiglia si è sempre servita dal nostro storico salumiere Michele, la cui attività sita di fronte all’innesto di via Angelone su via San Pasquale è cessata da tempo, e devo dire che in tanti anni di uso di tale sistema non ricordo mai una contestazione ne da una ne dall’altra parte, il conto lo aveva fatto ju pruf’ssore (mio padre, n.d.r), e non c’era motivo di dubitare sulla precisione dello stesso! Il nostro salumiere era talmente noto che ancor’oggi qualcuno usa definire quel punto di Pietramelara “annanzi addò Michele” (trad.:davanti da Michele), e innumerevoli erano anche le famiglie che avevano optato per tale comodo sistema che, è evidente, dati i tempi cambiati non è più assolutamente utilizzabile, anche perché l’obbligo di emissione dello scontrino determinerebbe una potenziale evasione per ogni acquisto. A’ libretta veniva utilizzata dai clienti di Michele, ma anche di tante altre salumerie in paese: da una parte vi era il vantaggio di differire il pagamento a momenti di maggiore disponibilità economica, dall’altra di utilizzare a’ libretta come efficace strumento di marketing in grado di attirare come clienti famiglie, un tempo più numerose di oggi, in grado di fare acquisti ingenti e continuati nel tempo. Oggi analogamente, alcuni esercizi accettano in pagamento buoni mensa, in luogo di moneta: il sistema non è più bilaterale, ma interviene un terzo soggetto che emette i buoni, il quale non di rado si è dimostrato molto meno affidabile e degno di fiducia dei clienti con libretta di un tempo.
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
sabato 16 giugno 2018
mercoledì 13 giugno 2018
IL CIAO
Entrò nella mia giovane vita circa un cinquantennio fa, avevo poco più di nove anni in quel luglio 1969, lo comprò mio padre per se stesso, ma solo dopo qualche tempo per vari motivi fu mio, solo mio (o quasi), e da allora non ne è più uscito, perché tuttora lo posseggo, custodendolo gelosamente, anche se non lo uso ormai più. Parlo del Ciao, ciclomotore della Piaggio progettato dall'ingegner Gaddi, che sin dalla sua presentazione ebbe un rapido successo, soprattutto grazie ad uno strumento di marketing di particolare efficacia: la semplicità meccanica. Era provvisto infatti di un minuscolo motore a due tempi funzionante a miscela, raffreddato ad aria; l'avviamento era a pedali, molto simili a quelli di una bicicletta.
Dotato di un telaio molto semplice in lamiera d'acciaio, le cui forme richiamavano le biciclette da donna, e al cui interno era ricavato anche il serbatoio del carburante, e di impianto frenante a tamburo, divenne in breve tempo un veicolo di successo, al pari dell'altra famosa creazione della casa, la Vespa.
Nella fabbricazione si era cercato di ridurre al minimo i costi e di contenere il peso (inferiore a 40 kg, a secco); tutto era improntato alla massima semplicità, a partire dall'impianto delle sospensioni anteriori “a biscottino”. Per quanto riguarda il posteriore, la sospensione era addirittura inesistente e il comfort per il guidatore era affidato a delle molle sottostanti al sellino. Queste scelte tecniche resero possibile, di presentarlo al pubblico il 11 ottobre 1967, a un prezzo di listino che andava da 54.000 lire alle 61.000 lire (attuali 27/30 euro).
Uno dei suoi punti di forza era certamente il peso irrisorio, oltre al ridotto consumo di carburante, pari a circa 50 km/l, e alla manutenzione particolarmente semplificata. Il suo successo non fu limitato al mercato italiano, ed ottenne un buon riscontro anche sul mercato tedesco. Durante i quasi 40 anni di produzione, con 3 milioni e mezzo di esemplari, il Ciao è stato il ciclomotore italiano più venduto nel mondo.
La data di immatricolazione del mio Ciao, versione special con variatore, come da libretto in foto di copertina, è il 22 luglio 1969: per un riferimento temporale, il giorno prima un americano di nome Neil Armstrong aveva posato per primo il piede sul suolo lunare. Non esagero se dico che guidandolo ho imparato tanto, anche dalla vita: l’ho usato per spostamenti in paese, per andare a scuola, per le scorribande con amici dotati di mezzi dello stesso tipo e … anche per far colpo su qualche ragazza, anche se (non sempre) con pieno successo, forse anche perché la modestia del mezzo era un indicatore attendibile delle condizioni economiche del conducente . Tuttavia sono molto legato a questo m’zzicciull (piccolo mezzo), come lo chiamava mio padre nel suo idioma napoletaneggiante, per i ricordi che mi legano a lui, per le ore serene che ho trascorso guidandolo, perché per me soprattutto è diventato un’icona, un oggetto simbolo di quegli anni sereni e spensierati.
Dotato di un telaio molto semplice in lamiera d'acciaio, le cui forme richiamavano le biciclette da donna, e al cui interno era ricavato anche il serbatoio del carburante, e di impianto frenante a tamburo, divenne in breve tempo un veicolo di successo, al pari dell'altra famosa creazione della casa, la Vespa.
Nella fabbricazione si era cercato di ridurre al minimo i costi e di contenere il peso (inferiore a 40 kg, a secco); tutto era improntato alla massima semplicità, a partire dall'impianto delle sospensioni anteriori “a biscottino”. Per quanto riguarda il posteriore, la sospensione era addirittura inesistente e il comfort per il guidatore era affidato a delle molle sottostanti al sellino. Queste scelte tecniche resero possibile, di presentarlo al pubblico il 11 ottobre 1967, a un prezzo di listino che andava da 54.000 lire alle 61.000 lire (attuali 27/30 euro).
Uno dei suoi punti di forza era certamente il peso irrisorio, oltre al ridotto consumo di carburante, pari a circa 50 km/l, e alla manutenzione particolarmente semplificata. Il suo successo non fu limitato al mercato italiano, ed ottenne un buon riscontro anche sul mercato tedesco. Durante i quasi 40 anni di produzione, con 3 milioni e mezzo di esemplari, il Ciao è stato il ciclomotore italiano più venduto nel mondo.
La data di immatricolazione del mio Ciao, versione special con variatore, come da libretto in foto di copertina, è il 22 luglio 1969: per un riferimento temporale, il giorno prima un americano di nome Neil Armstrong aveva posato per primo il piede sul suolo lunare. Non esagero se dico che guidandolo ho imparato tanto, anche dalla vita: l’ho usato per spostamenti in paese, per andare a scuola, per le scorribande con amici dotati di mezzi dello stesso tipo e … anche per far colpo su qualche ragazza, anche se (non sempre) con pieno successo, forse anche perché la modestia del mezzo era un indicatore attendibile delle condizioni economiche del conducente . Tuttavia sono molto legato a questo m’zzicciull (piccolo mezzo), come lo chiamava mio padre nel suo idioma napoletaneggiante, per i ricordi che mi legano a lui, per le ore serene che ho trascorso guidandolo, perché per me soprattutto è diventato un’icona, un oggetto simbolo di quegli anni sereni e spensierati.
sabato 9 giugno 2018
CICLI
Anche nei rapporti sociali vi sono delle ciclicità che non si possono ignorare: se ripenso ai miei ultimi tre decenni mi rendo conto che di cicli ne ho vissuti almeno tre, uno per decennio. Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta, ho partecipato ai matrimoni dei miei amici più stretti e, naturalmente, ho vissuto il mio. Erano quelli, anni veramente spensierati: gli studi finiti da poco, molte speranze, qualche soldino in tasca. Una filosofia condivisa poi, quella di vivere un po’ alla giornata, accontentandosi di quello che la vita ed il contesto ti presentava; serenità, gioia di vivere, senza le ansie derivanti dalle responsabilità che sarebbero inevitabilmente giunte dopo. Partecipare ad una festa, allora, era veramente un piacere! Stare insieme per scherzare, cazzeggiare (come si usa dire oggi) e, non ultimo, per gustare ciò che gli sposi avevano preparato per noi nel ricco menù. Tutt’altro discorso per il mio matrimonio: in particolare, è rimasta impressa la preoccupazione della mia mamma, non solo perché tutto andasse bene e per l’agio degli invitati, ma soprattutto perché stava per generarsi una nuova famiglia, con tutti i vantaggi e le criticità connesse.
Dopo qualche anno (e siamo alla fine dei novanta/inizio nuovo millennio), le prime comunioni della prole che quei matrimoni avevano generato. Tutto o quasi era cambiato: una famiglia da portare avanti, le responsabilità di un lavoro che man mano crescevano, erano contemperate dalla forza derivante da un’età che, sebbene non del tutto verde, ti metteva in grado di gestire tutto al meglio. Il cambio di millennio generava ansie ed aspettative positive: tanto per citarne una, chi non ricorda l’apprensione per il “millenium bug”, conosciuto anche come Y2K bug o Year 2000 problem, in italiano baco del millennio?.. è il nome attribuito ad un potenziale difetto informatico (bug) che si manifestò al cambio di data della mezzanotte tra il venerdì 31 dicembre 1999 e il sabato 1º gennaio 2000, problema che si rivelò poi di minor portata del previsto e piuttosto circoscritto, grazie alle misure di precauzione adottate. Le prime comunioni di quei preadolescenti erano feste gioiose anch’esse, velate di un po’ di malinconia per il tempo che passava inesorabile. Erano occasioni quelle per rivedere amici e coppie di amici che la vita, il lavoro ed altro avevano separato geograficamente da noi, ricordare la goliardia e l’allegria dei bei momenti trascorsi insieme.
Ed eccoci giunti ai giorni nostri, alla soglia del terzo decennio del duemila: i matrimoni dei nostri figli. Ho finito per rendermi conto dell’inizio di questo terzo ciclo, da qualche giorno. Aver partecipato giovedì alla bella festa per Alessandra ed Andrea (foto di copertina) insieme all’invito ricevuto poche ore fa per il matrimonio di Luigi, tra l’altro mio “patino” (tenuto a battesimo, n.d.r.), ha immediatamente in me generato tale convinzione.
L’emozione a volte ti coinvolge anche quando non ci pensi e, mentre ti incammini nel corteo nuziale, si genera il pensiero che di li a poco potrebbe essere la tua volta, ad accompagnare una sposa all’altare. La storia si ripete, secondo la grande intuizione di G.B. Vico, ed ecco che quei pensieri e quelle preoccupazioni di tua madre, tanti anni fa, potranno (dovranno) esser tuoi.
Dopo qualche anno (e siamo alla fine dei novanta/inizio nuovo millennio), le prime comunioni della prole che quei matrimoni avevano generato. Tutto o quasi era cambiato: una famiglia da portare avanti, le responsabilità di un lavoro che man mano crescevano, erano contemperate dalla forza derivante da un’età che, sebbene non del tutto verde, ti metteva in grado di gestire tutto al meglio. Il cambio di millennio generava ansie ed aspettative positive: tanto per citarne una, chi non ricorda l’apprensione per il “millenium bug”, conosciuto anche come Y2K bug o Year 2000 problem, in italiano baco del millennio?.. è il nome attribuito ad un potenziale difetto informatico (bug) che si manifestò al cambio di data della mezzanotte tra il venerdì 31 dicembre 1999 e il sabato 1º gennaio 2000, problema che si rivelò poi di minor portata del previsto e piuttosto circoscritto, grazie alle misure di precauzione adottate. Le prime comunioni di quei preadolescenti erano feste gioiose anch’esse, velate di un po’ di malinconia per il tempo che passava inesorabile. Erano occasioni quelle per rivedere amici e coppie di amici che la vita, il lavoro ed altro avevano separato geograficamente da noi, ricordare la goliardia e l’allegria dei bei momenti trascorsi insieme.
Ed eccoci giunti ai giorni nostri, alla soglia del terzo decennio del duemila: i matrimoni dei nostri figli. Ho finito per rendermi conto dell’inizio di questo terzo ciclo, da qualche giorno. Aver partecipato giovedì alla bella festa per Alessandra ed Andrea (foto di copertina) insieme all’invito ricevuto poche ore fa per il matrimonio di Luigi, tra l’altro mio “patino” (tenuto a battesimo, n.d.r.), ha immediatamente in me generato tale convinzione.
L’emozione a volte ti coinvolge anche quando non ci pensi e, mentre ti incammini nel corteo nuziale, si genera il pensiero che di li a poco potrebbe essere la tua volta, ad accompagnare una sposa all’altare. La storia si ripete, secondo la grande intuizione di G.B. Vico, ed ecco che quei pensieri e quelle preoccupazioni di tua madre, tanti anni fa, potranno (dovranno) esser tuoi.
domenica 3 giugno 2018
UNA FESTA LAICA CON AMPIO GRADO DI LIBERTA'
A evento concluso, penso che qualche considerazione si possa fare: parlo, è evidente, del Montemaggiore Festival, fissato per il primo maggio, rimandato per i noti motivi e quindi tenutosi ieri, 2 giugno.
Partiamo dall'inizio: la passeggiata naturalistica; non ha riscosso grande partecipazione, dieci quindici persone, è vero, ma forse si tratta della fase più autentica ed “in chiave” di tutta la manifestazione. Essa ha avvicinato alla nostra montagna giovani che non la conoscono, ed ha riavvicinato persone che in passato la frequentavano e oggi per motivi di vario ordine non lo fanno più; riporto il caso di Daniele, mio compagno di scuola, da oltre un quarantennio a Milano per lavoro, che non ha voluto farsi sfuggire l’occasione di ripercorre passi dell’infanzia e dell’adolescenza, quando nel bosco si andava per funghi, asparagi o semplicemente perché il territorio era vissuto nella sua interezza. Le tante foto pubblicate sui social, insieme ai commenti sono la dimostrazione più evidente del successo della passeggiata, al di la del numero di partecipanti.
Veniamo alla parte serale: il concerto, che ha visto la partecipazione soprattutto dei giovani, accorsi in gran numero alla nostra “area mercato” (per quanto ancora la chiameremo così?), è stato un momento di aggregazione come non si vedeva da tempo. Ha generato un’alternativa credibile alla solita uscita verso Vairano e i suoi soliti ritrovi; questo per un genitore ha la sua importanza, specie per uno ansioso come chi scrive. Gli standisti, soddisfatti dall’affluenza, hanno potuto dare il meglio di se stessi, offrendo una vetrina di produzioni alimentari tipiche. Se un’obiezione va fatta, essa è da legarsi alla mancata esibizione dei gruppi musicali locali, come avvenne lo scorso anno, privandoli di una chance di farsi conoscere di ampio respiro e coinvolgimento.
Quale la valenza di questo evento, giunto al secondo appuntamento: si è trattato di una “festa laica”, con ampio grado di libertà riguardo al programma, cosa significa? Anche la Sagra al Borgo lo è, da tanto tempo, ma essa è molto più restrittiva dovendosi, per forza di cose, incentrarsi sulla riscoperta e rivalutazione del borgo e della enogastronomia locale; in questo caso veramente l’organizzazione della Pro Loco ha potuto spaziare con la mente, dando vita ad un programma articolato e diversificato ove l’unico trait d’union era il luogo geografico dove si doveva tenere l’evento.
Partiamo dall'inizio: la passeggiata naturalistica; non ha riscosso grande partecipazione, dieci quindici persone, è vero, ma forse si tratta della fase più autentica ed “in chiave” di tutta la manifestazione. Essa ha avvicinato alla nostra montagna giovani che non la conoscono, ed ha riavvicinato persone che in passato la frequentavano e oggi per motivi di vario ordine non lo fanno più; riporto il caso di Daniele, mio compagno di scuola, da oltre un quarantennio a Milano per lavoro, che non ha voluto farsi sfuggire l’occasione di ripercorre passi dell’infanzia e dell’adolescenza, quando nel bosco si andava per funghi, asparagi o semplicemente perché il territorio era vissuto nella sua interezza. Le tante foto pubblicate sui social, insieme ai commenti sono la dimostrazione più evidente del successo della passeggiata, al di la del numero di partecipanti.
Veniamo alla parte serale: il concerto, che ha visto la partecipazione soprattutto dei giovani, accorsi in gran numero alla nostra “area mercato” (per quanto ancora la chiameremo così?), è stato un momento di aggregazione come non si vedeva da tempo. Ha generato un’alternativa credibile alla solita uscita verso Vairano e i suoi soliti ritrovi; questo per un genitore ha la sua importanza, specie per uno ansioso come chi scrive. Gli standisti, soddisfatti dall’affluenza, hanno potuto dare il meglio di se stessi, offrendo una vetrina di produzioni alimentari tipiche. Se un’obiezione va fatta, essa è da legarsi alla mancata esibizione dei gruppi musicali locali, come avvenne lo scorso anno, privandoli di una chance di farsi conoscere di ampio respiro e coinvolgimento.
Quale la valenza di questo evento, giunto al secondo appuntamento: si è trattato di una “festa laica”, con ampio grado di libertà riguardo al programma, cosa significa? Anche la Sagra al Borgo lo è, da tanto tempo, ma essa è molto più restrittiva dovendosi, per forza di cose, incentrarsi sulla riscoperta e rivalutazione del borgo e della enogastronomia locale; in questo caso veramente l’organizzazione della Pro Loco ha potuto spaziare con la mente, dando vita ad un programma articolato e diversificato ove l’unico trait d’union era il luogo geografico dove si doveva tenere l’evento.
sabato 26 maggio 2018
FURTI: UN'ATTENTA REGIA
Mi convince poco, anzi mi lascia perplesso, questa storia dei furti in casa, che ormai si rinnova e si aggiorna con cadenza quasi quotidiana. Mi convince poco… si, perché ormai risulta quasi palese ed evidente che a gestire il tutto vi è una “attenta regia” pietramelarese. Queste le costanti: i furti avvengono in pieno giorno, approfittando di momenti di temporanea assenza dei proprietari, vengono preferite le zone periferiche e le case abitate da vedove e/o comunque anziani. Sono elementi questi che non possono prescindere da osservazioni ripetute e costanti sul territorio da parte di chi lo conosce, e bene!
Grande è lo sgomento che ne deriva: il solo vedere la propria casa a soqquadro (come dall’immagine di copertina), insieme alla consapevolezza di essere stati violati nelle proprie cose, genera uno stato di rabbia frammisto alla frustrazione per l’impotenza di reagire. E menomale che fino ad adesso, per una serie di coincidenze i furti sono rimasti solo furti, e che finora non c’è mai stata violenza ad accompagnare tali drammatici avvenimenti.
Qualcuno, sull’onda emozionale del momento, ha evidenziato l’importanza e l’opportunità di una rete di videosorveglianza, peraltro già sostenuta finanziariamente dal nostro comune negli anni passati ma mai decollata: a costoro va risposto che tale mezzo si rivela efficace soprattutto nei centri storici e nelle ore serali e notturne, ma il contesto delineato non è proprio quello. Cosa fare allora? … aspettare con ansia il prossimo drammatico episodio? … tapparsi in casa e rinunciare del tutto a quella socialità tipica dei nostri paesi?
Il problema – è chiaro – non può essere risolto dai singoli cittadini, neanche organizzandosi in ronde, come suggestivamente sento ripetere sui social network; tuttavia ritengo i cittadini possano egualmente rendersi protagonisti, che una nuova linea di dialogo vada stabilita con le istituzioni: comune e forze dell’ordine, ad essi va riferita ogni stranezza, ogni frequentazione ritenuta irrituale, ogni comportamento che travalica la normalità specie da parte di persone notoriamente in passato coinvolte in vicende del genere. Ne potrebbero scaturire nuove piste da indagare, anche a carico di insospettabili, e la cosa potrebbe determinare anche l’eliminazione di quella “attenta regia” di cui si parlava all’inizio.
Grande è lo sgomento che ne deriva: il solo vedere la propria casa a soqquadro (come dall’immagine di copertina), insieme alla consapevolezza di essere stati violati nelle proprie cose, genera uno stato di rabbia frammisto alla frustrazione per l’impotenza di reagire. E menomale che fino ad adesso, per una serie di coincidenze i furti sono rimasti solo furti, e che finora non c’è mai stata violenza ad accompagnare tali drammatici avvenimenti.
Qualcuno, sull’onda emozionale del momento, ha evidenziato l’importanza e l’opportunità di una rete di videosorveglianza, peraltro già sostenuta finanziariamente dal nostro comune negli anni passati ma mai decollata: a costoro va risposto che tale mezzo si rivela efficace soprattutto nei centri storici e nelle ore serali e notturne, ma il contesto delineato non è proprio quello. Cosa fare allora? … aspettare con ansia il prossimo drammatico episodio? … tapparsi in casa e rinunciare del tutto a quella socialità tipica dei nostri paesi?
Il problema – è chiaro – non può essere risolto dai singoli cittadini, neanche organizzandosi in ronde, come suggestivamente sento ripetere sui social network; tuttavia ritengo i cittadini possano egualmente rendersi protagonisti, che una nuova linea di dialogo vada stabilita con le istituzioni: comune e forze dell’ordine, ad essi va riferita ogni stranezza, ogni frequentazione ritenuta irrituale, ogni comportamento che travalica la normalità specie da parte di persone notoriamente in passato coinvolte in vicende del genere. Ne potrebbero scaturire nuove piste da indagare, anche a carico di insospettabili, e la cosa potrebbe determinare anche l’eliminazione di quella “attenta regia” di cui si parlava all’inizio.
venerdì 18 maggio 2018
Ai Letizia il premio Industria Felix
Ci riempie di gioia e legittimo orgoglio il premio conferito all’Azienda Letizia Srl, sita in Contrada Pantano di Pietramelara. L’ambito riconoscimento denominato “Industria Felix” è nato nel 2015 come sperimentazione regionale in Puglia da un’inchiesta del giornalista Michele Montemurro, ed è stato consegnato nel corso di una cerimonia tenutasi ieri 18 maggio nell'aula Chiesa dell'Università LUISS Guido Carli (vedi foto di copertina).
A scegliere le migliori imprese sulla base dell’oggettività dei bilanci è un Comitato Scientifico composto, tra gli altri, dai delegati dell’Università Luiss Guido Carli e di alcune associazioni degli industriali. Il Comitato Scientifico valuta la sintesi dell’inchiesta su poco più di 70mila bilanci in relazione ad un algoritmo che individua le aziende che, nelle rispettive dimensioni, hanno registrato i migliori risultati di bilancio e incremento nelle unità lavorative impiegate.
La famiglia Letizia, da oltre un quarantennio a Pietramelara, ha creato e sviluppato nel nostro paese un’azienda fortemente legata al territorio e alle sue produzioni di eccellenza, in primo luogo la mozzarella di bufala, prodotto di punta dell’enogastronomia campana. Tuttavia la lungimiranza del capostipite Cristoforo e della coesa famiglia ha interpretato a pieno la multifunzionalità dell’azienda, spingendosi oltre: dalla selezione genetica dei capi allevati, ormai ai vertici, alla produzione rinnovabile di energia da biomasse aziendali. Credere nel territorio e nell’agricoltura, attività legata alla tradizione ma fortemente proiettata nel futuro, alla lunga ha prodotto brillanti risultati economici e riconoscimenti in ambito nazionale.
Leggo da Repubblica di ieri, in un articolo dedicato all’evento “Il sintagma “Industria Felix” vuole costituire il riconoscimento più giusto e più grato all’inventiva, allo zelo e alla determinazione di chiunque abbia inteso mettere a disposizione la propria capacità di “costruire” un’attività, dandole non solo quello sviluppo spaziale, che la fa crescere progressivamente all’interno della sfera dei propri interessi e di quelli della società alla quale il cittadino industrius appartiene, ma anche quel generoso nutrimento che la renda capace di dar frutti copiosi e redditizi in termini di benessere sociale e di progresso economico”.
Complimenti, allora, a tutti i componenti della famiglia Letizia, e che sul loro esempio anche tanti altri imprenditori del territorio sappiano cogliere le sfide legate a un mercato sempre più globalizzato ma comunque in grado di preferire la specificità di aziende, produzioni e tipicità.
A scegliere le migliori imprese sulla base dell’oggettività dei bilanci è un Comitato Scientifico composto, tra gli altri, dai delegati dell’Università Luiss Guido Carli e di alcune associazioni degli industriali. Il Comitato Scientifico valuta la sintesi dell’inchiesta su poco più di 70mila bilanci in relazione ad un algoritmo che individua le aziende che, nelle rispettive dimensioni, hanno registrato i migliori risultati di bilancio e incremento nelle unità lavorative impiegate.
La famiglia Letizia, da oltre un quarantennio a Pietramelara, ha creato e sviluppato nel nostro paese un’azienda fortemente legata al territorio e alle sue produzioni di eccellenza, in primo luogo la mozzarella di bufala, prodotto di punta dell’enogastronomia campana. Tuttavia la lungimiranza del capostipite Cristoforo e della coesa famiglia ha interpretato a pieno la multifunzionalità dell’azienda, spingendosi oltre: dalla selezione genetica dei capi allevati, ormai ai vertici, alla produzione rinnovabile di energia da biomasse aziendali. Credere nel territorio e nell’agricoltura, attività legata alla tradizione ma fortemente proiettata nel futuro, alla lunga ha prodotto brillanti risultati economici e riconoscimenti in ambito nazionale.
Leggo da Repubblica di ieri, in un articolo dedicato all’evento “Il sintagma “Industria Felix” vuole costituire il riconoscimento più giusto e più grato all’inventiva, allo zelo e alla determinazione di chiunque abbia inteso mettere a disposizione la propria capacità di “costruire” un’attività, dandole non solo quello sviluppo spaziale, che la fa crescere progressivamente all’interno della sfera dei propri interessi e di quelli della società alla quale il cittadino industrius appartiene, ma anche quel generoso nutrimento che la renda capace di dar frutti copiosi e redditizi in termini di benessere sociale e di progresso economico”.
Complimenti, allora, a tutti i componenti della famiglia Letizia, e che sul loro esempio anche tanti altri imprenditori del territorio sappiano cogliere le sfide legate a un mercato sempre più globalizzato ma comunque in grado di preferire la specificità di aziende, produzioni e tipicità.
sabato 5 maggio 2018
UNA COMPAGNA DI VIAGGIO
E’ sabato, per molti giorno non lavorativo, se ne approfitta per lo svago, per il bricolage in casa, per sistemare faccende arretrate durante la settimana, la sera poi, quando si può, si esce: locali, la movida per i giovani, birra e pizza. Ecco… proprio di questo volevo scribacchiare, della pizza, divenuta, insieme alla pasta, l'alimento italiano più conosciuto all'estero. Per amore di completezza devo dire che, per quanto amante della buona pizza, non sono particolarmente felice di andare il sabato sera in pizzeria: troppa folla, file interminabili e, per di più, qualità deludente del prodotto e del servizio proprio a causa del sovraffollamento, anche nei posti più rinomati. Meglio i giorni infrasettimanali, in cui si viene serviti nell’arco della mezz’ora (quando va male) e di sicuro la pizza è stata fatta lievitare nei tempi giusti, il forno non viene stressato, gli ingredienti e le varianti preferite sono sempre disponibili. Di sabato no: a metà serata terminano i funghi e le zucchine, il numero di avventori supera ampiamente le stime ed allora bisogna rimpastare, attendere la lievitazione. Ecco come una distensiva uscita serale di sabato può trasformarsi in una snervante attesa di ore (non esagero), e per di più con una pizza al limite dell’immangiabile!
Eppure questo alimento rappresenta una compagna di viaggio che ci accompagna dall’infanzia alla vecchiaia, è uno dei tanti fregi dei quali noi campani dovremmo, a buon diritto esser fieri: la pizza era praticamente ignota al di là della cinta urbana napoletana ancora nel XIX secolo, oggi di sicuro è divenuta “international food”, consumato in ogni continente; anche se è poi difficile mangiarne una buona allontanandosi solo un centinaio di chilometri dalla Campania.
Ha generato in me qualche perplessità il fatto che nel 2017 l'Unesco ha dichiarato l'Arte dei pizzaiuoli napoletani "Patrimonio dell'umanità”, ma la pizza mi piace, a volte la mangio anche a pranzo, nello spacco dell’orario lavorativo: il profumo che sprigiona appena uscita dal forno stimola il mio subconscio, producendo abbondante salivazione, per non parlare poi del primo boccone rovente, ma comunque gradevolissimo.
L'etimologia del nome "pizza" deriverebbe secondo alcuni, da pinsa , cioè alimento steso mediante pressione (delle mani o di un matterello).
La sua storia è lunga, complessa e incerta: le prime attestazioni scritte della parola "pizza" risalgono al latino volgare della città di Gaeta nel 997. Un successivo documento, datato 1201 presente presso la biblioteca della diocesi di Sulmona-Valva, riporta la parola "pizzas" ripetuta due volte. Già comunque nell'antichità focacce schiacciate, lievitate e non, erano diffuse presso gli Egizi, i Greci e i Romani.
Benché si tratti ormai di un prodotto diffuso in tutto il mondo, la pizza è un piatto originario della cucina napoletana. Nel sentire comune, spesso, ci si riferisce con questo termine alla pizza tonda condita con pomodoro e mozzarella, ossia la variante più conosciuta della cosiddetta pizza napoletana, la pizza Margherita.
Va detto che nel nostro dialetto, con il termine “pizza” si indicano anche le torte dolci ma, se a Napoli e dintorni le pizze sono state sempre cotte nel forno senza nessuno stampo, da noi ‘a pizza cu e pummarole si fa nel ruoto, non si usa sugo ma pomodori interi (freschi o conservati quando non è stagione), ed è indissolubilmente legata (almeno nella memoria) alla preparazione del pane fatto in casa.
Eppure questo alimento rappresenta una compagna di viaggio che ci accompagna dall’infanzia alla vecchiaia, è uno dei tanti fregi dei quali noi campani dovremmo, a buon diritto esser fieri: la pizza era praticamente ignota al di là della cinta urbana napoletana ancora nel XIX secolo, oggi di sicuro è divenuta “international food”, consumato in ogni continente; anche se è poi difficile mangiarne una buona allontanandosi solo un centinaio di chilometri dalla Campania.
Ha generato in me qualche perplessità il fatto che nel 2017 l'Unesco ha dichiarato l'Arte dei pizzaiuoli napoletani "Patrimonio dell'umanità”, ma la pizza mi piace, a volte la mangio anche a pranzo, nello spacco dell’orario lavorativo: il profumo che sprigiona appena uscita dal forno stimola il mio subconscio, producendo abbondante salivazione, per non parlare poi del primo boccone rovente, ma comunque gradevolissimo.
L'etimologia del nome "pizza" deriverebbe secondo alcuni, da pinsa , cioè alimento steso mediante pressione (delle mani o di un matterello).
La sua storia è lunga, complessa e incerta: le prime attestazioni scritte della parola "pizza" risalgono al latino volgare della città di Gaeta nel 997. Un successivo documento, datato 1201 presente presso la biblioteca della diocesi di Sulmona-Valva, riporta la parola "pizzas" ripetuta due volte. Già comunque nell'antichità focacce schiacciate, lievitate e non, erano diffuse presso gli Egizi, i Greci e i Romani.
Benché si tratti ormai di un prodotto diffuso in tutto il mondo, la pizza è un piatto originario della cucina napoletana. Nel sentire comune, spesso, ci si riferisce con questo termine alla pizza tonda condita con pomodoro e mozzarella, ossia la variante più conosciuta della cosiddetta pizza napoletana, la pizza Margherita.
Va detto che nel nostro dialetto, con il termine “pizza” si indicano anche le torte dolci ma, se a Napoli e dintorni le pizze sono state sempre cotte nel forno senza nessuno stampo, da noi ‘a pizza cu e pummarole si fa nel ruoto, non si usa sugo ma pomodori interi (freschi o conservati quando non è stagione), ed è indissolubilmente legata (almeno nella memoria) alla preparazione del pane fatto in casa.
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