Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

mercoledì 13 dicembre 2017

PROTAGONISTA DI UN TERRITORIO

Nato un cinquantennio fa da una “costola” dell’omologo matesino, il Liceo Scientifico Statale “Leonardo da Vinci”, ha rappresentato e rappresenta un’istituzione culturale di elevato spessore per l’intero territorio dell’Alto Casertano. Chi scrive fa parte del nutrito gruppo di ex allievi iscrittosi nei primi anni 70: l’autonomia scolastica era stata appena conquistata, e pertanto ci si era affrancati da quella sudditanza (anche solo psicologica) con Piedimonte Matese. L’appartamento nel condominio di Via Napoli non bastava più, e allora ci fu il trasferimento nello stabile di un albergo dismesso, sulla stessa via, a ridosso di una stazione di servizio, infine dopo circa un ventennio la sede attuale, definitiva, ariosa e congrua alle funzioni didattiche.
Dicevo dell’importanza assunta da questa scuola nell’intero Alto Casertano: gli allievi pervenivano un po’ dappertutto, anche se alcuni comuni come Pietramelara e Sparanise, più popolosi, facevano la parte del leone; ma erano altresì degnamente rappresentati la stessa Vairano, Marzano Appio, Calvi Risorta, Pietravairano ed altri.
Reputo fondamentale il contributo del nostro liceo alla formazione di una classe dirigente locale, impostasi nel tempo grazie ad una solida preparazione umana e culturale, che ha reso agevole il successivo percorso universitario. Medici, ingegneri, avvocati, brillanti funzionari e dirigenti nelle pubbliche amministrazioni sono stati il prodotto di una mentalità, di un metodo di studio collaudato che non ha tardato ad imporsi in tutta la sua positività. Anche coloro che hanno mantenuto magari un profilo più basso, impiegati e casalinghe, hanno conservato in se il tratto distintivo derivante da quella formazione sana e disciplinata, in grado di coniugare ad un tempo una civiltà rurale già allora al tramonto, con le sfide di una modernità che faceva sentire le sue spinte in modo sempre più impellente.
Scegliere il Da Vinci non è mai stato un ripiego, al contrario, si è trattato sempre di una scelta consapevole, in direzione di quel collaudato metodo e nel contesto di un territorio che ha voluto crescere culturalmente e socialmente, astraendosi da quelle negatività che purtroppo negli ultimi anni hanno caratterizzato la nostra provincia, mediaticamente passata da “terra di lavoro” a “terra dei fuochi” (…e può bastare!). E’ vero, il nostro liceo è stato tacciato anche di provincialismo, ma quanto è servito anche il provincialismo a tener lontane le negatività tipiche di parallele realtà cittadine e metropolitane? Lascio a voi il giudizio.
Protagonisti di questa scuola sono stati i presidi e i docenti che, storicamente, ne hanno retto le sorti, insieme alla grande schiera di studenti che con motivazione, impegno e spirito di sacrificio hanno condiviso il percorso.
Si celebrerà il prossimo sabato il cinquantenario della nostra scuola, sarà sicuramente una festa bellissima, percorsa forse da una sottile vena di nostalgia: si rincontreranno persone che non si vedevano da decenni, si abbracceranno sorridendo delle mille disavventure grandi e piccole vissute tra le mura scolastiche, ricorderanno i loro professori, specialmente i tanti che non sono più in vita. A loro la gratitudine per la generosità, la motivazione, la professionalità che mettevano nelle lezioni, ma anche per qualche rimprovero particolarmente forte e severo, in grado di correggere sul nascere eventuali deviazioni.
Francesco, blogger ed ex allievo

mercoledì 6 dicembre 2017

FORMICHE O CICALE? (breve riflessione)

C’è un modo di dire, un espressione ancora abbastanza in uso da noi : “Sparagnammu e cumparimmu” che, tradotto vuol dire “risparmiamo e (al tempo stesso) facciamo bella figura”. La cosa ha da sempre spinto il mio interesse, perché in essa sono racchiusi due capisaldi fondamentali del vivere contadino di un tempo, la civiltà rurale che, per certi versi, ancora ci permea: la parsimonia e il decoro personale nelle azioni, nel lavoro, nella casa. Due paroline ed una congiunzione in grado di esprimere tutta una filosofia, un modo di vivere la realtà, volto si al risparmio, al mettere da parte nell’abbondanza, aspettando tempi più grami, ma anche ad apparire, rifuggire dalla miseria, soprattutto quella morale.
“La cicala e la formica” è una favola famosissima, scritta da Esopo e arrivata a noi grazie a Jean de La Fontaine, in cui l’operosa e diligente, ma dura, formica rifiuta in inverno di aiutare la cicala che ha passato l’estate a cantare (vedi immagine di copertina). Risparmiare ed accumulare permette di affrontare le difficoltà con maggiore serenità, ma a volte rende duri ed egoisti.
Sparagnammu e cumparimmu supera, in qualche modo, anche le due categorie stabilite dalla favola. Si, perché, se è vero com’è vero, che il comportamento che ha portato a coniare il detto di cui si discute è tipico della nostra gente, anche l’atavica abitudine e propensione al risparmio non giustifica l’accostamento netto con la categoria delle formiche. Cumparimmu indica infatti anche un’apertura verso gli altri, uno spirito solidaristico presente nella civiltà rurale tanto quanto il risparmio.

martedì 28 novembre 2017

A CHI VA LA MAGLIA NERA?

C’ho provato anch’io…si, a leggere e documentarmi un po’ sul web, intorno a questo ultimo posto in classifica che la nostra Provincia ha beccato: ho visto gli indicatori presi in esame, ho cercato di ragionarci sopra, ho confrontato la nostra realtà con quella delle provincie confinanti e quelle più lontane… ma c’è tanto da scandalizzarsi, tanto da scrivere e riempire le colonne dei vari media? E’ così grande la sorpresa? Penso proprio di no! Il degrado oggettivo fotografato dall’autorevole quotidiano che da ben 28 anni stila la classifica, lo conoscevo bene io, così come lo conosceva ognuno che per motivi vari di lavoro, di studio, di affari gira le nostre zone.
Gestione fallimentare del ciclo rifiuti, servizi inesistenti o quasi, diritto allo studio e allo sport di fatto negato alle giovani generazioni, occasioni di lavoro sempre più rare, sistema economico precario, insieme a tant’altro sono le componenti arcinote del risultato negativissimo sortito dalla nostra provincia, un tempo “Terra di lavoro” e ancor prima “Campania Felix”.
Tuttavia penso che una cosa non sia stata detta con la sufficiente chiarezza: la maglia nera non va al territorio, che ci riserva ancora spazi di incredibile suggestione e monumenti che hanno sfidato i millenni, la maglia nera va alla nostra classe dirigente, incapace oggi come ieri di decisioni impopolari e priva di capacità progettuale, va a noialtri, che nel segreto della cabina elettorale finiamo per votare sempre la stessa categoria di persone, indipendentemente dallo schieramento. L’ente provinciale, ormai di fatto sciolto, e la regione, hanno avuto, infatti, alternanze al potere, ma sia con la destra che con la sinistra il risultato è stato sempre lo stesso, ed ugualmente disastroso.
E si badi bene: neppure noi dell’entroterra ci salviamo, anzi certi malcostumi che hanno preso origine altrove nel passato, oggi sono presenti nell’alto casertano, più e meglio che nelle zone di origine; basta aprire un giornale e la cronaca, anche quella locale, ne è piena.
Possiamo ancora svegliarci, abbiamo ancora possibilità di risalire la china, almeno di qualche posizione? Sinceramente non saprei…

venerdì 10 novembre 2017

FRATE ANSELMO

Il 7 ottobre del 1571, giorno della battaglia di Lepanto (una città greca posta all’imboccatura del golfo di Corinto), è una data molto importante perché segnò la fine dello strapotere dell’Impero Turco nelle acque del Mediterraneo, si fronteggiarono due grandi flotte: la Lega Santa e i Turchi, composte da centinaia di navi. La cosa si risolse in una grande disfatta dei turchi, che persero quasi tutte le navi e circa 35.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri. Da quella data in genere gli storici fanno partire il definitivo tramonto della potenza turca, nonché l’espansione della civiltà occidentale.
Pochi sanno, tuttavia, che a tale battaglia prese parte attiva anche un nostro concittadino, un monaco cappuccino di nome Frate Anselmo da Pietramelara, partito con un gruppo di confratelli dal Convento di Paliano (FR) al seguito di Marcantonio Colonna. Nella battaglia il nostro si distinse nell’uso delle armi più che nei pii uffici per il quale era stato imbarcato. Insieme ad altri monaci doveva infatti, a bordo di quelle navi, amministrare i sacramenti ai marinai, rimettere i loro peccati e, se del caso, anche combattere. Narrano le cronache dell’epoca: “Il qual caso come parve al padre Anselmo da Pietramelara che fosse venuto, perchè dopo molta uccisione di Cristiani la galera sua era piena di nemici, così afferrò con ambe le mani un roncone: e invece d'elmo crinito e di corazza lucente, camuffato di aguzzo cappuccio e di bigio saione, non altro mostrando che il ferro acuto e l’ispida barba, con sì fiero piglio e di tanto furore avventossi contro i nemici, e così grande spavento mise nelle anime loro al solo mostrarsi, che dopo aver cò suoi manrovesci straziato sette turchi , cacciò tutti gli altri in fuga, o spinseli a gettarsi nel mare; senza che nessuno s'ardisse affrontarsi con lui. L' annalista Boverio ne fa sapere che frate Anselmo raccontando il suo fatto in Roma al Papa, il fece sorrider”.
L’episodio fece scalpore, quindi, al punto che anche l’allora Papa Pio V si interessò alla cosa e volle ascoltare divertito dalla stessa bocca di frate Anselmo, il racconto dei fatti. Leggo inoltre da altro contributo rinvenuto sul web “Frate Anselmo di Pietramolara, prefetto dei monaci, che si troverà su una galera di cui si erano impadroniti i turchi, presa una spada con due mani ne distenderà sette, facendo arretrare gli altri. Rimarrà illeso e andando poi a chiedere perdono al papa, sarà confortato sentendosi rispondere di essere “più degno di lode che di dispensa”.
Sono convinto, anche mancando le fonti, che frate Anselmo fosse stato il figlio cadetto di una famiglia nobile, addestrato in gioventù a maneggiare le armi, ma costretto dalla legge del maggiorascato a farsi monaco: una vicenda che richiamerebbe quella di Gertrude, la Monaca di Monza, di manzionana memoria. Un uomo di chiesa combattivo e risoluto nel difendere il proprio mondo, i valori secondo i quali era stato allevato, la sua stessa possibilità di continuare liberamente ad essere monaco. Risolutezza, spirito combattivo, animosità: caratteri da sempre presenti nella nostra comunità, ieri più che attualmente, da prendere ad esempio soprattutto oggi, tempo in cui la globalizzazione del pianeta mina dalle fondamenta l'identità occidentale.


venerdì 3 novembre 2017

CONTRANOMI

I contranomi affibbiati alle persone e alle famiglie costituiscono uno (dei tanti) caratteri distintivi del vivere in paese. E’ sempre un po’ difficile parlarne e scriverne, anche perché, essendone l’uso ancora corrente, si rischia di urtare la suscettibilità di qualcuno; ricordo ancora le polemiche che si levarono quando il carissimo e compianto Don Roberto, una trentina d’anni fa, diede alle stampe un calendario parrocchiale che riportava, appunto, un elenco di soprannomi e la loro probabile origine.
Le motivazioni che li hanno determinati sono le più svariate: si va da cose assolutamente innocue ed inoffensive, del tipo mestiere o attività esercitata (ju pittore, ju fattore,ju seggiaru, ju craparu, fuciliere, ecc.), per passare dalla provenienza da altri luoghi (ju ianese, a’ baiarda, a’ riardese), fino ad arrivare ad evidenziare il richiamo di difetti fisici e menomazioni traumatiche (ju zuoppu, ju surdu, manimuzzu), o tratti del carattere particolarmente negativi, uscendo platealmente dalla traccia del “politically correct”.
Molte volte le famiglie si sono trascinati addosso i soprannomi, o contra nomi, per generazioni e generazioni, tanto che è divenuto, a volte, difficile individuare una persona contraddistinta in tal modo, chiamandola con il vero nome e cognome, senza aggiungere quella nota distintiva da tutti conosciuta in paese. Non succede da noi, a Pietramelara, ma in qualche paese dei dintorni, il soprannome è citato persino sugli annunci funebri affissi ai muri, allo scopo di permettere di individuare con maggiore facilità a tutti chi è la persona passata a miglior vita (vedi foto di copertina).
Nel nostro dialetto dare un soprannome ad una persona, corrisponde al verbo “accacciare”, e chi viene “accacciato” in un determinato modo difficilmente può liberarsi da tale carattere distinitivo: c’è chi riesce a scherzarci sopra e chi no. In alcuni casi il contra nome viene anche femminilizzato ed allora la mogli e le figlie di Ju pittore, diventano “’e pitturesse”, così come per le “fatturesse”, le “papesse”...e così via.
Quante volte, nel passato, da giovani, o anche adesso ci siamo ritrovati a sorridere insieme di questo o quell’altro soprannome, a cercare di spiegarcene l’origine, a considerare, infine, quanto ancora sia aderente alla realtà attuale.
Fanno ridere, è vero, e suscitano in genere ironia, ma sono parte imprescindibile della nostra identità; non ci si dovrebbe scandalizzare o arrabbiare, allora sentendosi chiamati con il proprio soprannome, perché esso dovrebbe farci sentire integrati in un tessuto sociale di tipo rurale, nel quale l’ipocrisia, le metafore e il “dire per non dire” non sono mai esistiti! Ad esempio, nel tempo remoto in cui si sono generati alcuni contra nomi, nessuno mai si sarebbe sognato di definire uno zoppo “diversamente deambulante”, con il rischio di non essere compreso da nessuno, bastava ed avanzava quella semplice parolina accoppiata al nome di battesimo, sarà stata anche forte ed offensiva, ma allo stesso tempo scevra da ogni equivoco.

lunedì 23 ottobre 2017

GIUDIZIO SOSPESO

Trascorsi ormai quattro mesi dalle elezioni, torno sul tema della politica locale. Se i miei quattro lettori mi consentono auto citazioni, riporto quanto scritto domenica 4 giugno 2017, una settimana o due prima delle elezioni (cfr. CAMBIARE ROTTA: E' QUESTO IL MOMENTO https://scribacchiandoperme.blogspot.it/2017/06/cambiare-rotta-e-questo-il-momento.html)“Si cominci dalla riforma del sistema amministrativo/gestionale, con individuazione delle criticità e ricerca dei mezzi per correggerle; la raccolta dei rifiuti sia integrata dall’entrata in funzione (una buona volta) dell’ isola ecologica, che tra l’altro è costata in termini di contenzioso, migliaia di euro al comune” ed ancora “si adegui la rete idrica alle aspettative dei cittadini, specie di coloro che abitano sul borgo e/o nei piani alti delle case; si pensi a forme di sgravio fiscale per chi ancora con coraggio abita sul paese alto”.
Certo, i problemi di Pietramelara non si esauriscono solo nei due passaggi riportati ma, se limitiamo l’analisi preliminare ad essi, va detto che se da un lato si è iniziato a far sentire il fiato sul collo a funzionari molto attenti solo a prebende da parte dell’Ente, e che si deve prendere atto dall’entrata in funzione dell’isola ecologica (…trica e venga ‘bbona!), dall’altro siamo ancora indietro.
La rete idrica affetta da mille mali (fragilità estrema delle condotte, eccessiva diffusione sul territorio rispetto al corpo idrico disponibile, ecc.) risente di una mancanza assoluta di attenzione e manutenzione, tanto che, ad esempio, una perdita in via Pescara è li da mesi senza che nessuno si preoccupi di arrestarla; tutto ciò incrementa i costi di gestione e peggiora il servizio dal punto di vista quali/quantitativo, e chi ci rimette sono i soliti abitanti del borgo insieme agli occupanti dei piani più alti degli immobili.
Due recentissimi eventi la “Sagra” di fine agosto e le “Cantine del Borgo” di qualche giorno fa hanno dimostrato inequivocabilmente che il borgo di Pietramelara, coniugato con la voglia di fare di una gioventù viva e piena di iniziative, può effettivamente trasformarsi da problema in opportunità. Il richiamo esercitato dai due appuntamenti ha superato ampiamente le aspettative più rosee, pertanto è venuto il momento di favorire la rinascita del Borgo mediante l’istaurarsi di un’imprenditoria sana e coraggiosa, incoraggiata dagli sgravi fiscali ed altre forme di aiuto; le poche famiglie ancora dimoranti lassù non devono e non possono essere lasciate sole con i propri problemi: un cambio deciso di rotta, ispirato anche da coloro che in Amministrazione sono a tanto deputati, va intrapreso.
Amministrare Pietramelara, così come un altro comune di dimensione simile, è compito arduo e lo si sa; proprio per tale motivo distrazioni e/o disattenzioni non sono ammesse da parte di chi ha ricevuto ampio mandato dalla popolazione, forte di una componente giovanile di tutto rispetto.
Per il momento il giudizio è sospeso, vedremo più in la!

sabato 14 ottobre 2017

1496 - PIETRAMELARA DOPO IL SACCO

Molti conoscono, anche grazie alla celebrazione del cinque centenario avvenuta venti anni or sono, l’episodio del passato più cruento vissuto da Pietramelara e dalla sua gente: il sacco e la distruzione del 12 marzo 1496. Si sono poi succeduti altri eventi, visite guidate ed altro che hanno tenuta viva la memoria di quel giorno così triste. Al riguardo, il documento più importante è costituito da una pregevole monografia data alle stampe nel 1892, ad opera di Raffaele Alfonso Ricciardi, storico di Roccaromana, dal titolo “Pietramelara e la sua distruzione nel MCCCCXCVI”, peraltro distribuita in forma di “ristampa anastatica”, proprio in occasione del citato cinque centenario. Per avere un’idea del dramma riporto il racconto di Giacomo Gallo, cronista del tempo, secondo il quale più del 75% della popolazione fu uccisa e il resto venduta come schiavi a Napoli.
Ciò che pochi sanno o immaginano, invece, è il modo ed il tempo in cui Pietramelara è risorta come comunità. Leggendo la pregevole opera del Ricciardi vi sono due cose che mi hanno colpito, riferite alla vita di Pietramelara in tempo successivo alla distruzione.
In primo luogo: non si sa quando la comunità si riorganizzò, ad ogni buon conto il Ricciardi annota: “Mezzo secolo dopo, nel 1546, a causa della numerazione dei fuochi, la prima che esista per questo paese , i suoi abitanti non ascendevano che a appena 546 individui”. I cognomi vengono elencati e non è raro imbattersi in qualcuno ancora esistente: De Angelis, Montanaro, Peluso, La Villa , Lombardo, Regna , Riccio, Conte, Mancino, Caiazza , Bassi, Perrotta, Izzo. E’ evidente che vi furono dei sopravvissuti alla strage, o fuggiti perché avvertivano l’imminente pericolo, o perché dimoranti in campagna, oppure ancora trasferiti da altri luoghi e stabilitisi in paese.
La seconda cosa riguarda un colorito episodio: la contesa di una campana, prelevata dalla chiesa di Sant’Agostino, allora Santa Maria della Carità, ad opera dei Roccaromanesi, appena dopo la distruzione e il sacco, e posta da costoro nella chiesa dell’Annunziata, nei pressi del vecchio ospedale: un vero e proprio atto di sciacallaggio! I sopravvissuti di Pietramelara, chiesero al Re Federico d’Aragona con ripetute suppliche la restituzione della campana, ma costui non solo non volle intervenire, ma si dimostrò anche abbastanza seccato, confermando al donazione a favore dell’Annunziata di Roccaromana. Il carteggio reca date che vanno dal novembre 1496, pochi mesi dopo il sacco, al luglio 1497 e, a parere di chi scrive stanno a dimostrare il carattere combattivo della nostra gente, anche dopo aver subito una storia tanto tragica. La campana contesa va vista, a mio parere, come simbolo aggregante di una comunità che, sebbene sconfitta militarmente e decimata, sa ritrovare intorno ad essa il motivo e la ragione per guardare avanti.