La tragedia di queste ore mi tocca da vicino: per me, pendolare, quelle ventisette vite spezzate sono i miei compagni di viaggio, con i quali scherzo, sorrido, commento il livello del servizio ferroviario. Quei due treni della 'Ferrotramviaria', le ferrovie del Nord barese, che si sono scontrati frontalmente intorno alle 11.30 di ieri , sulla tratta a binario unico tra Andria e Corato, in aperta campagna, erano in tutto e per tutto quelli che uso prendere io per andare e tornare dal lavoro, i viaggiatori per la stragrande maggioranza pendolari, come me.
Viaggiare in treno per lavoro o per studio è un’esperienza coinvolgente e socializzante e io li immagino, questi compagni di viaggio mai conosciuti un istante prima dell’impatto fatale: c’era sicuramente qualcuno che chiacchierava, qualcuno leggeva, altri ascoltavano musica o osservavano il display dello smartphone, il livello dell’aria condizionata poteva essere troppo caldo o troppo freddo, e fuori dal finestrino la campagna pugliese, arida e bellissima, con il mare sull’orizzonte. Tempo qualche attimo e il viaggio si è interrotto… per non essere mai più ripreso. La scena del dramma: i corpi straziati, i lamenti dei feriti, le lamiere contorte e fumanti.
Il mestiere del pendolare non è piacevole, lo si fa per bisogno, ma dopo poco tempo lo si ama, a tal punto da non poterne fare a meno. D’inverno si esce di mattina quando è ancora notte e si ritorna a sera, quando l’oscurità è già calata; insieme si soffre il freddo pungente e d’estate il caldo torrido, insieme si soffrono ritardi e soppressioni di treni, disagi che, se da un lato turbano non poco gli equilibri quotidiani, dall’altro rinsaldano rapporti, nella solidarietà che può essere indotta solo da una comune disavventura. Da pendolari si osservano scene che difficilmente si potrebbero osservare altrove, un’umanità tutta da raccontare, variegata e multietnica, che soffre, spera, e soprattutto cerca di progredire nello studio e nel lavoro.
In tale cornice si è consumata una tragedia immane, forse il più grave incidente che la storia ferroviaria di questa nazione possa ricordare. Ben ventisette vittime e cinquanta feriti sono l’ennesimo tributo pagato da questo sud operoso alla disattenzione politica, all’ignorare problemi annosi che di giorno in giorno accrescono la loro gravità. Riposate in pace, miei cari compagni di viaggio mai conosciuti, per il momento non posso dire altro.
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
mercoledì 13 luglio 2016
lunedì 20 giugno 2016
GATTOPARDI A PIETRAMELARA
Le elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale a Pietramelara ci saranno solo l’anno venturo, eppure alcune considerazioni, anche alla luce dei recenti risultati elettorali vanno fatte.
Quello a cui abbiamo assistito è stato un voto di protesta e di rifiuto, le forze di centrosinistra hanno accusato il colpo e, anche se il nostro Presidente del Consiglio si sbraccia per rassicurare e rassicurarsi, per affermare che, in fondo, si tratta solo di un voto locale, che il governo del paese non subisce alcuna delegittimazione, è chiaro che da stanotte nulla sarà come prima. Per non parlare poi del centrodestra, entità politica sempre più in rarefazione, lacerato com’è da faide interne e mancanza di leaders autorevoli. La gente non ne può più di decisioni ingiuste e cervellotiche, le condizioni di molte famiglie sono sempre più critiche, e pertanto si reagisce affidandosi a chi viene percepito come antitesi alle forze al potere. Non sono convinto infatti che quella di stanotte sia una vittoria piena di Grillo e del suo movimento pentastellato; chiunque altro fosse partito dallo stesso punto, in un contesto del genere, avrebbe riscosso il favore degli elettori, grazie al solo fatto di essersi dichiarato “contro” (contro il governo, contro l’euro, contro l’Unione Europea…contro tutto).
In che modo tale stato di cose influenzerà l’elettorato pietramelarese? I mali dell’Italia sono i mali di Pietramelara, inoltre qui da noi si soffre per una forte carenza nei servizi pubblici che rende di fatto sempre più difficoltosa la vita; non è un popolo reattivo il nostro e in passato abbiamo dovuto assistere a “gattorpadeschi” cambiamenti (nel romanzo di Tomasi di Lampedusa il protagonista dice "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi" ndr). In un ventennio si sono alternate due amministrazioni alla guida del comune, sono cambiati – si – gli uomini ma la musica che si è ascoltata è praticamente la stessa. In altre parole si è assistito ad una sostanziale continuità, in base alla quale alcuni poteri hanno imposto il gruppo dirigente grazie a piccoli ricatti e clientele, ricevendo in cambio laute prebende dagli eletti. La paura di cambiare ha fatto il resto e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: i paesi circostanti ci hanno superato da tempo sotto il profilo dello sviluppo economico, della cultura e dei servizi e mentre da noi si continuava a pensare solo agli asfalti altrove si progettavano e realizzavano opere di forte impatto economico e culturale. Si pensi al restauro della torre longobarda di Statigliano, alla rifunzionalizzazione dell’imponente castello di Riardo (di recente location di eventi culturali di alta rilevanza), al ritrovamento del teatro tempio di Monte San Nicola in Pietravairano e tanto altro. Nessuna attenzione è stata dedicata nel frattempo al nostro borgo, meno che nulla al complesso archeologico delle Grotte di Seiano, eppure le risorse c’erano, bastava richiederle nei modi appropriati!
Chi la domenica mattina si reca al millenario mercato avrà constato che esso versa in stato di agonia, grazie alla brillante intuizione della delocalizzazione al di fuori del perimetro urbano, responsabile, tra l’altro in gran parte anche della crisi acuta sofferta dal commercio nel centro storico.
E’ uno scenario tutt’altro che piacevole, anche perché, diciamoci la verità, continuando di questo passo la nostra terra è destinata a uno spopolamento sempre più drammatico; e lo spopolamento induce comunità fatte di vecchi, dove si vive di sola televisione e i contatti sociali sono sempre più rarefatti.
Per ritornare al tema iniziale, alle elezioni, si avverte un urgente bisogno di cambiamento, di una reazione spontanea ed energica; alla stregua di quanto avvenuto a Roma e a Torino (in misura minore a Napoli) la gente deve resistere ai piccoli favori in cambio di uno o più voti; i poteri che da due decenni hanno condizionato le elezioni si risveglieranno anch’essi fra poco e cercheranno ancora una volta di rendere immutata ed immutabile la scena, ma ad essi va opposto un secco no.
Quello a cui abbiamo assistito è stato un voto di protesta e di rifiuto, le forze di centrosinistra hanno accusato il colpo e, anche se il nostro Presidente del Consiglio si sbraccia per rassicurare e rassicurarsi, per affermare che, in fondo, si tratta solo di un voto locale, che il governo del paese non subisce alcuna delegittimazione, è chiaro che da stanotte nulla sarà come prima. Per non parlare poi del centrodestra, entità politica sempre più in rarefazione, lacerato com’è da faide interne e mancanza di leaders autorevoli. La gente non ne può più di decisioni ingiuste e cervellotiche, le condizioni di molte famiglie sono sempre più critiche, e pertanto si reagisce affidandosi a chi viene percepito come antitesi alle forze al potere. Non sono convinto infatti che quella di stanotte sia una vittoria piena di Grillo e del suo movimento pentastellato; chiunque altro fosse partito dallo stesso punto, in un contesto del genere, avrebbe riscosso il favore degli elettori, grazie al solo fatto di essersi dichiarato “contro” (contro il governo, contro l’euro, contro l’Unione Europea…contro tutto).
In che modo tale stato di cose influenzerà l’elettorato pietramelarese? I mali dell’Italia sono i mali di Pietramelara, inoltre qui da noi si soffre per una forte carenza nei servizi pubblici che rende di fatto sempre più difficoltosa la vita; non è un popolo reattivo il nostro e in passato abbiamo dovuto assistere a “gattorpadeschi” cambiamenti (nel romanzo di Tomasi di Lampedusa il protagonista dice "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi" ndr). In un ventennio si sono alternate due amministrazioni alla guida del comune, sono cambiati – si – gli uomini ma la musica che si è ascoltata è praticamente la stessa. In altre parole si è assistito ad una sostanziale continuità, in base alla quale alcuni poteri hanno imposto il gruppo dirigente grazie a piccoli ricatti e clientele, ricevendo in cambio laute prebende dagli eletti. La paura di cambiare ha fatto il resto e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: i paesi circostanti ci hanno superato da tempo sotto il profilo dello sviluppo economico, della cultura e dei servizi e mentre da noi si continuava a pensare solo agli asfalti altrove si progettavano e realizzavano opere di forte impatto economico e culturale. Si pensi al restauro della torre longobarda di Statigliano, alla rifunzionalizzazione dell’imponente castello di Riardo (di recente location di eventi culturali di alta rilevanza), al ritrovamento del teatro tempio di Monte San Nicola in Pietravairano e tanto altro. Nessuna attenzione è stata dedicata nel frattempo al nostro borgo, meno che nulla al complesso archeologico delle Grotte di Seiano, eppure le risorse c’erano, bastava richiederle nei modi appropriati!
Chi la domenica mattina si reca al millenario mercato avrà constato che esso versa in stato di agonia, grazie alla brillante intuizione della delocalizzazione al di fuori del perimetro urbano, responsabile, tra l’altro in gran parte anche della crisi acuta sofferta dal commercio nel centro storico.
E’ uno scenario tutt’altro che piacevole, anche perché, diciamoci la verità, continuando di questo passo la nostra terra è destinata a uno spopolamento sempre più drammatico; e lo spopolamento induce comunità fatte di vecchi, dove si vive di sola televisione e i contatti sociali sono sempre più rarefatti.
Per ritornare al tema iniziale, alle elezioni, si avverte un urgente bisogno di cambiamento, di una reazione spontanea ed energica; alla stregua di quanto avvenuto a Roma e a Torino (in misura minore a Napoli) la gente deve resistere ai piccoli favori in cambio di uno o più voti; i poteri che da due decenni hanno condizionato le elezioni si risveglieranno anch’essi fra poco e cercheranno ancora una volta di rendere immutata ed immutabile la scena, ma ad essi va opposto un secco no.
giovedì 2 giugno 2016
FESTA DELLA REPUBBLICA
Nei ricordi di un bambino degli anni ’60 la Festa della Repubblica si identifica soprattutto nel non aver mai mancato, insieme a mio padre, l’appuntamento televisivo con la bellissima parata sui Fori Imperiali. A parte tutti i bei discorsi sugli armamenti, sul pacifismo e bla, bla, bla… apprezzavo quel vero clima di festa, quella partecipazione di una grande folla ad un evento sentito, vissuto e condiviso: la musica delle fanfare, le uniformi, uomini e donne, giovani e bellissimi, mostravano al mondo il volto dell’Italia, una nazione e un popolo da poco riemersi da una guerra disastrosa, che aveva saputo recuperare posizioni su posizioni e da qualche anno aveva partecipato alla fondazione dell’Europa Unita.
La nascita della Repubblica Italiana avvenne a seguito dei risultati del referendum istituzionale del 2 e 3 giugno1946, indetto per determinare la forma di Stato da dare all'Italia e che vide 12.717.923 (54,3%) cittadini favorevoli alla repubblica e 10.719.284 (45,7%) cittadini favorevoli alla monarchia, i cui risultati furono proclamati dalla Corte di cassazione il 10 giugno 1946, mentre il giorno successivo tutta la stampa dette ampio risalto alla notizia. I presunti brogli elettorali e altre supposte azioni "di disturbo" della consultazione popolare, pur avendo costituito un tema di rivendicazione da parte dei sostenitori della causa monarchica, non sono stati mai confermati dagli storici non di parte; d’altronde il margine della vittoria fu ampio e non risicato (2 milioni di voti), motivo per il quale difficilmente tali brogli avrebbero potuto influenzare il risultato finale della consultazione.
Il tempo è cambiato e ci ha cambiato, ed anche se stamattina non mancherò di guardare in televisione la parata (o almeno qualche pezzo di essa), guardo al 2 Giugno come una grande occasione di coesione nazionale. Dopo un certo percorso di studi e documentazione, il 2 Giugno, oggi per il vostro blogger scribacchiante, è stata una grande occasione storica, per il Sud dell’Italia, di liberarsi di una dinastia imposta con le baionette, il fuoco e la violenza su un popolo inerme. Mettere i Savoia sul trono d’Italia infatti costò la vita a milioni di uomini, donne e persino bambini, rei semplicemente di non essere d’accordo, e interi paesi in quella guerra non dichiarata furono di fatto cancellati, vedi gli episodi di Pontelandolfo e Casalduni. Ma non bastò: dopo essersi impossessati dell’intera penisola, i Savoia ressero il gioco del fascismo e, caduto questo, con il nemico alle porte, si diedero a una vergognosa fuga da quella Roma di cui si erano impossessati ottant’anni prima.
Eppure fu proprio il popolo del Sud a sostenere maggiormente la monarchia nel referendum: nello spoglio delle schede i risultati, dalle nostre parti furono ampiamente a favore della monarchia, e dopo il referendum non mancarono scontri, durante i quali si verificarono alcune vittime, come ad esempio a Napoli, in Via Medina. Strano popolo il nostro, si affeziona ai suoi capi e si fa manovrare oggi come allora da loschi figuri!
La nascita della Repubblica Italiana avvenne a seguito dei risultati del referendum istituzionale del 2 e 3 giugno1946, indetto per determinare la forma di Stato da dare all'Italia e che vide 12.717.923 (54,3%) cittadini favorevoli alla repubblica e 10.719.284 (45,7%) cittadini favorevoli alla monarchia, i cui risultati furono proclamati dalla Corte di cassazione il 10 giugno 1946, mentre il giorno successivo tutta la stampa dette ampio risalto alla notizia. I presunti brogli elettorali e altre supposte azioni "di disturbo" della consultazione popolare, pur avendo costituito un tema di rivendicazione da parte dei sostenitori della causa monarchica, non sono stati mai confermati dagli storici non di parte; d’altronde il margine della vittoria fu ampio e non risicato (2 milioni di voti), motivo per il quale difficilmente tali brogli avrebbero potuto influenzare il risultato finale della consultazione.
Il tempo è cambiato e ci ha cambiato, ed anche se stamattina non mancherò di guardare in televisione la parata (o almeno qualche pezzo di essa), guardo al 2 Giugno come una grande occasione di coesione nazionale. Dopo un certo percorso di studi e documentazione, il 2 Giugno, oggi per il vostro blogger scribacchiante, è stata una grande occasione storica, per il Sud dell’Italia, di liberarsi di una dinastia imposta con le baionette, il fuoco e la violenza su un popolo inerme. Mettere i Savoia sul trono d’Italia infatti costò la vita a milioni di uomini, donne e persino bambini, rei semplicemente di non essere d’accordo, e interi paesi in quella guerra non dichiarata furono di fatto cancellati, vedi gli episodi di Pontelandolfo e Casalduni. Ma non bastò: dopo essersi impossessati dell’intera penisola, i Savoia ressero il gioco del fascismo e, caduto questo, con il nemico alle porte, si diedero a una vergognosa fuga da quella Roma di cui si erano impossessati ottant’anni prima.
Eppure fu proprio il popolo del Sud a sostenere maggiormente la monarchia nel referendum: nello spoglio delle schede i risultati, dalle nostre parti furono ampiamente a favore della monarchia, e dopo il referendum non mancarono scontri, durante i quali si verificarono alcune vittime, come ad esempio a Napoli, in Via Medina. Strano popolo il nostro, si affeziona ai suoi capi e si fa manovrare oggi come allora da loschi figuri!
venerdì 27 maggio 2016
ADDA PASSA' A NUTTATA
Nel recente pezzo, pubblicato dal sottoscritto su questo blog, dal titolo “Tre Fasi”, un passaggio è stato oggetto di polemica. Il passaggio è il seguente: “E’ il momento di aprire gli occhi, vengano fuori i giovani, quelli motivati e dotati di iniziativa. Altrove ha funzionato! Il vecchio è stato oggetto di rifiuto netto e totale: donne e uomini di età raramente superiore ai quaranta hanno dato luogo ad amministrazioni slegate dal passato e da compromessi. Può funzionare anche da noi? … non saprei, ma di sicuro vale la pena tentare”. In sostanza, mi si accusava di essere stato discriminatorio nei confronti degli ultraquarantenni. Ma… già da come si legge, la formula è dubitativa, indice del fatto che anche il vostro blogger scribacchiante non ha piena certezza del successo di un’iniziativa politico/amministrativa del genere; orbene , dato che i miei scritti non hanno alcun carattere normativo, e pertanto mai e poi mai potrebbero essere discriminatori nei confronti di chicchessia, se sono stato poco chiaro cerco di spiegarmi meglio all’amico che si è sentito piccato dal passaggio in questione.
Ritengo che, dato lo stato in cui versa Pietramelara (zero servizi, economia al collasso, casta impiegatizia costosa ed autoreferenziale, territorio abbandonato a se stesso), sarebbe preferibile che, dopo tante amministrazioni legate al passato, si cominciasse a respirare un po’ di aria nuova, nuove donne, nuovi uomini e, soprattutto, nuove idee; con questo non voglio impedire niente a nessuno, per carità! Anche perché pochi decenni di vita non sempre sono sinonimi di “giovinezza mentale”: c’è chi nasce già vecchio e chi continua, invece, a conservare mentalità aperta anche a oltre ottant’anni. Chi vuole si faccia avanti e si sottoponga al giudizio dell’elettorato, indipendentemente dalle esperienze passate e dagli anni che ha vissuto.
Chi si propone alla guida della nostra comunità deve essere conscio che l’Ente ha bisogno di una rivoluzione totale, dal punto di vista gestionale, politico e finanziario. La cosa richiede tempo e passione, insieme ad attributi che, nel colorito linguaggio meridionale, vanno sotto il nome di “palle”. Se ci guardiamo un attimo indietro si vede con chiarezza che quello che è mancato da almeno due decenni è il coraggio dell’impopolarità; la scelta è stata quella di salvaguardare interessi particolari e lasciarsi vivere, tanto, per dirla con il grande Eduardo “Adda passà a nuttata”.
Le “minestre riscaldate” non dovrebbero piacere più a nessuno eppure…
Il primo obiettivo che ci si deve porre è: Pietramelara torni ad essere un paese “normale”. Il nostro Paese, dobbiamo con serenità ed onestà riconoscerlo, da tempo è uscito dal solco della normalità, dove per normalità si intende soprattutto chiarezza nei ruoli e nelle funzioni, sicurezza sociale, fiducia nell’avvenire. Il politico fa il tecnico, ed il tecnico fa il politico, il funzionario tifoso fa la campagna elettorale, questi sono indicatori di una situazione da correggere e di ruoli da ripristinare, nell’interesse di tutti.
La sicurezza manca, le nostre case continuano ad essere violate, e si verificano episodi criminosi sino a qualche mese fa del tutto inimmaginabili; i giovani, soprattutto i giovani, sono sfiduciati.
Altro che discriminazione... chiunque condivida questo appello si proponga, ormai il tempo a disposizione è veramente poco!
Ritengo che, dato lo stato in cui versa Pietramelara (zero servizi, economia al collasso, casta impiegatizia costosa ed autoreferenziale, territorio abbandonato a se stesso), sarebbe preferibile che, dopo tante amministrazioni legate al passato, si cominciasse a respirare un po’ di aria nuova, nuove donne, nuovi uomini e, soprattutto, nuove idee; con questo non voglio impedire niente a nessuno, per carità! Anche perché pochi decenni di vita non sempre sono sinonimi di “giovinezza mentale”: c’è chi nasce già vecchio e chi continua, invece, a conservare mentalità aperta anche a oltre ottant’anni. Chi vuole si faccia avanti e si sottoponga al giudizio dell’elettorato, indipendentemente dalle esperienze passate e dagli anni che ha vissuto.
Chi si propone alla guida della nostra comunità deve essere conscio che l’Ente ha bisogno di una rivoluzione totale, dal punto di vista gestionale, politico e finanziario. La cosa richiede tempo e passione, insieme ad attributi che, nel colorito linguaggio meridionale, vanno sotto il nome di “palle”. Se ci guardiamo un attimo indietro si vede con chiarezza che quello che è mancato da almeno due decenni è il coraggio dell’impopolarità; la scelta è stata quella di salvaguardare interessi particolari e lasciarsi vivere, tanto, per dirla con il grande Eduardo “Adda passà a nuttata”.
Le “minestre riscaldate” non dovrebbero piacere più a nessuno eppure…
Il primo obiettivo che ci si deve porre è: Pietramelara torni ad essere un paese “normale”. Il nostro Paese, dobbiamo con serenità ed onestà riconoscerlo, da tempo è uscito dal solco della normalità, dove per normalità si intende soprattutto chiarezza nei ruoli e nelle funzioni, sicurezza sociale, fiducia nell’avvenire. Il politico fa il tecnico, ed il tecnico fa il politico, il funzionario tifoso fa la campagna elettorale, questi sono indicatori di una situazione da correggere e di ruoli da ripristinare, nell’interesse di tutti.
La sicurezza manca, le nostre case continuano ad essere violate, e si verificano episodi criminosi sino a qualche mese fa del tutto inimmaginabili; i giovani, soprattutto i giovani, sono sfiduciati.
Altro che discriminazione... chiunque condivida questo appello si proponga, ormai il tempo a disposizione è veramente poco!
sabato 21 maggio 2016
RISORSE ALTROVE NON DISPONIBILI
Giovedì mattina, Reggia di Caserta, sala degli specchi, per un convegno sulle proprietà nutritive e farmaceutiche della mela annurca, giovedì pomeriggio nella nostra palestra comunale, annessa alla scuola media, relatore a nome dell’associazione “Work in progress/Pietramelara” in un evento dedicato alla “giornata della famiglia”, sulle tematiche della civiltà rurale e del territorio e sugli obiettivi dell’associazione, venerdì, infine, presente all'inaugurazione della rinata Torre Normanna di Roccaromana. Come stanno insieme cose così distanti nelle problematiche affrontate? La risposta è semplice: il mimino comune denominatore è proprio il territorio, inteso come spazio fisico ove si incontrano la storia, la civiltà, l’economia e la politica.
Mi spiego meglio, una mattinata dedicata all’annurca è stata l’occasione per apprendere lo stato della ricerca su questa peculiarità straordinaria della nostra terra, la Campania settentrionale, una volta Campania Felix; parlare, invece, a ragazzi e genitori di Pietramelara si poneva l’obiettivo di comunicare gli elementi di una civiltà rurale che in passato ci ha plasmato, nel carattere e nel lavoro, e i cui effetti non si sono ancora del tutto attenuati; il suggestivo evento di inaugurazione dell’imponente torre, da sempre sotto i nostri occhi, ai vertici della collina che sovrasta Roccaromana, è stato un momento di straordinaria coesione fra comunità. Come si può capire il nucleo dell’interesse riguarda un’insieme di particolari ed elementi che si riferiscono imprescindibilmente alla nostra identità; si tratta in sostanza di tre momenti vicini si nel tempo ma, anche e soprattutto, dotati di una loro spinta coerenza interna. Essere stato presente ad ognuno di essi ha comportato il rafforzamento nel vostro blogger scribacchiante di una consapevolezza: sentirsi sempre di più cittadino di questo mondo un po’ defilato, scarso di infrastrutture e servizi, nel quale chi vi abita è costretto per lavorare ad emigrare altrove o, nella migliore delle ipotesi, a fare il pendolare. Ma, ne sono convinto, un mondo per il quale è ancora possibile fare qualcosa, prima del suo definitivo tramonto.
Autorevoli economisti sostengono che il persistere di un’economia debole nel meridione d’Italia sia dovuto in massima parte all’errore commesso della classe dirigente di aver preferito puntare in passato ad un “economia mobile” i cui i beni si possono produrre ovunque (a costi più ridotti) senza che le caratteristiche del prodotto ne risentano (industria automobilistica, degli elettrodomestici, industria chimica). A tale tipo di economia mobile si contrappone un’economia del territorio, che valorizza risorse altrove non disponibili: paesaggio, ambiente, monumenti, eccellenze agroalimentari. I beni e i servizi che ne derivano possono essere solo goffamente imitati, ma mai, in alcun modo, riprodotti altrove.
Le Fiat Panda prodotte in Polonia o in Brasile, ad esempio, sono in tutto e per tutto identiche a quelle prodotte a Pomigliano d’Arco o a Cassino, ma sicuramente costano di meno a chi le produce, inducendolo nella costante tentazione di chiudere gli impianti più costosi, con i disastrosi cali occupazionali a cui assistiamo quotidianamente. Provate invece a produrre mele annurche, mozzarella di bufala, o aglianico in un altro territorio diverso da quello di origine: collezionerete di sicuro insuccessi! Ed è facile comprenderne il motivo.
La Torre Normanna, appena rifunzionalizzata e recuperata ha sfidato i secoli, ed ad onta di cataclismi e terremoti rimarrà ancora li per tanto tempo, a disposizione del turista o di chiunque altro ne voglia fruire.
Ecco allora che la premessa di questo pezzo: sostanziale omogeneità fra i tre eventi che mi hanno visto presente, si inserisce in un quadro di progettualità politica per il futuro, che fa, ad esempio, degli amministratori di Roccaromana o degli associati a Work in progress – Pietramelara degli innovatori, persone in grado di vedere ben aldilà della punta del proprio naso. Per la sopravvivenza dei nostri territori e delle comunità che vi abitano è indispensabile tale approccio.
Mi spiego meglio, una mattinata dedicata all’annurca è stata l’occasione per apprendere lo stato della ricerca su questa peculiarità straordinaria della nostra terra, la Campania settentrionale, una volta Campania Felix; parlare, invece, a ragazzi e genitori di Pietramelara si poneva l’obiettivo di comunicare gli elementi di una civiltà rurale che in passato ci ha plasmato, nel carattere e nel lavoro, e i cui effetti non si sono ancora del tutto attenuati; il suggestivo evento di inaugurazione dell’imponente torre, da sempre sotto i nostri occhi, ai vertici della collina che sovrasta Roccaromana, è stato un momento di straordinaria coesione fra comunità. Come si può capire il nucleo dell’interesse riguarda un’insieme di particolari ed elementi che si riferiscono imprescindibilmente alla nostra identità; si tratta in sostanza di tre momenti vicini si nel tempo ma, anche e soprattutto, dotati di una loro spinta coerenza interna. Essere stato presente ad ognuno di essi ha comportato il rafforzamento nel vostro blogger scribacchiante di una consapevolezza: sentirsi sempre di più cittadino di questo mondo un po’ defilato, scarso di infrastrutture e servizi, nel quale chi vi abita è costretto per lavorare ad emigrare altrove o, nella migliore delle ipotesi, a fare il pendolare. Ma, ne sono convinto, un mondo per il quale è ancora possibile fare qualcosa, prima del suo definitivo tramonto.
Autorevoli economisti sostengono che il persistere di un’economia debole nel meridione d’Italia sia dovuto in massima parte all’errore commesso della classe dirigente di aver preferito puntare in passato ad un “economia mobile” i cui i beni si possono produrre ovunque (a costi più ridotti) senza che le caratteristiche del prodotto ne risentano (industria automobilistica, degli elettrodomestici, industria chimica). A tale tipo di economia mobile si contrappone un’economia del territorio, che valorizza risorse altrove non disponibili: paesaggio, ambiente, monumenti, eccellenze agroalimentari. I beni e i servizi che ne derivano possono essere solo goffamente imitati, ma mai, in alcun modo, riprodotti altrove.
Le Fiat Panda prodotte in Polonia o in Brasile, ad esempio, sono in tutto e per tutto identiche a quelle prodotte a Pomigliano d’Arco o a Cassino, ma sicuramente costano di meno a chi le produce, inducendolo nella costante tentazione di chiudere gli impianti più costosi, con i disastrosi cali occupazionali a cui assistiamo quotidianamente. Provate invece a produrre mele annurche, mozzarella di bufala, o aglianico in un altro territorio diverso da quello di origine: collezionerete di sicuro insuccessi! Ed è facile comprenderne il motivo.
La Torre Normanna, appena rifunzionalizzata e recuperata ha sfidato i secoli, ed ad onta di cataclismi e terremoti rimarrà ancora li per tanto tempo, a disposizione del turista o di chiunque altro ne voglia fruire.
Ecco allora che la premessa di questo pezzo: sostanziale omogeneità fra i tre eventi che mi hanno visto presente, si inserisce in un quadro di progettualità politica per il futuro, che fa, ad esempio, degli amministratori di Roccaromana o degli associati a Work in progress – Pietramelara degli innovatori, persone in grado di vedere ben aldilà della punta del proprio naso. Per la sopravvivenza dei nostri territori e delle comunità che vi abitano è indispensabile tale approccio.
venerdì 22 aprile 2016
A PALLA E ZAZZA'
Si trattava di un rudimentale giocattolo in voga nella mia (…sigh) lontana infanzia, chiamato “a pall’ e zazzà”, si vendeva nelle feste di paese ed era molto semplice: una piccola pallina di pezza legata ad un sottile elastico lungo un metro circa, costava cinquanta o cento lire (due/cinque centesimi di euro), non di più. Come si vede dall’immagine di copertina, il divertimento consisteva nel scagliare la palla e recuperarla nel palmo della mano, dopo che l’elastico teso si ritirava e riscagliarla, e così via per un numero indefinito di volte e con frequenza crescente. Chi sarà stato poi questo zazzà non è dato saperlo, ma forse è solo un’onomatopea derivante dal suono prodotto dalla pallina nell’incessante vai e vieni.
Il nostro linguaggio rurale, a volte spietato e colorito, si è impadronito di questa pallina che va e viene dalla nostra mano, e così “a pall’ e zazzà” è divenuta la metafora di cose e persone costrette a fare avanti e indietro da un luogo all’altro, per un numero indefinito di volte. Di fronte a tale comportamento, ancora qualcuno, evidentemente legato al nostro antico modo di dire, esclama ancora “m’ pari a pall’ e zazzà” (trad.: sembri la palla di zazzà) oppure “e’ fattu a fin’ r’ a pall’ e zazzà” (trad.: hai fatto la fine della palla di zazzà, ndr).
Prendete me, ad esempio: ieri mattina a Caserta, poi a Napoli per risolvere problemi di lavoro e, una volta individuata la soluzione, di nuovo a Caserta per applicarla nella realtà: tipico comportamento che ricorda da vicino la nostra pallina. Mi è venuto di istinto, parlando con una collega, che chiedeva di tale mio andirivieni: “aggiu fatt’ a fine r’ a pall’ e zazzà”, le ho risposto; meravigliata e divertita mi ha chiesto di cosa si trattasse, ed io allora ho dovuto spiegarle tutto quanto ho descritto a voi quattro lettori, nella premessa.
Ma non crediate che il mio sia un caso isolato o singolare: tutt’altro! Quante altre volte è capitato a me stesso, e a tanti altri ancora. I casi e le circostanze della vita a volte ci costringono ad affrontare problemi “a pezzi”, quasi come si fa componendo un mosaico: ed allora un pezzo qua, l’altro la, e un altro ancora nel posto dove eravamo stati prima. Questo pendolare da un luogo all’altro alla ricerca di beni, condizioni di vita, idee o altro ha fatto di noi un insieme di uomini e donne sempre più dominati dallo stress quotidiano, anche perché non è tanto l’andirivieni ad affaticare, ma soprattutto il contesto: mezzi pubblici che non passano, traffico urbano, tempo meteo avverso, appuntamenti mancati e quant’altro. L’immagine plastica e suggestiva della pallina che si allontana e che, inevitabilmente richiamata dall’elastico teso, si riavvicina è quella che rende più da vicino l’immagine di noialtri.
Il nostro linguaggio rurale, a volte spietato e colorito, si è impadronito di questa pallina che va e viene dalla nostra mano, e così “a pall’ e zazzà” è divenuta la metafora di cose e persone costrette a fare avanti e indietro da un luogo all’altro, per un numero indefinito di volte. Di fronte a tale comportamento, ancora qualcuno, evidentemente legato al nostro antico modo di dire, esclama ancora “m’ pari a pall’ e zazzà” (trad.: sembri la palla di zazzà) oppure “e’ fattu a fin’ r’ a pall’ e zazzà” (trad.: hai fatto la fine della palla di zazzà, ndr).
Prendete me, ad esempio: ieri mattina a Caserta, poi a Napoli per risolvere problemi di lavoro e, una volta individuata la soluzione, di nuovo a Caserta per applicarla nella realtà: tipico comportamento che ricorda da vicino la nostra pallina. Mi è venuto di istinto, parlando con una collega, che chiedeva di tale mio andirivieni: “aggiu fatt’ a fine r’ a pall’ e zazzà”, le ho risposto; meravigliata e divertita mi ha chiesto di cosa si trattasse, ed io allora ho dovuto spiegarle tutto quanto ho descritto a voi quattro lettori, nella premessa.
Ma non crediate che il mio sia un caso isolato o singolare: tutt’altro! Quante altre volte è capitato a me stesso, e a tanti altri ancora. I casi e le circostanze della vita a volte ci costringono ad affrontare problemi “a pezzi”, quasi come si fa componendo un mosaico: ed allora un pezzo qua, l’altro la, e un altro ancora nel posto dove eravamo stati prima. Questo pendolare da un luogo all’altro alla ricerca di beni, condizioni di vita, idee o altro ha fatto di noi un insieme di uomini e donne sempre più dominati dallo stress quotidiano, anche perché non è tanto l’andirivieni ad affaticare, ma soprattutto il contesto: mezzi pubblici che non passano, traffico urbano, tempo meteo avverso, appuntamenti mancati e quant’altro. L’immagine plastica e suggestiva della pallina che si allontana e che, inevitabilmente richiamata dall’elastico teso, si riavvicina è quella che rende più da vicino l’immagine di noialtri.
venerdì 1 aprile 2016
TRE FASI
La storia del mio “fare per Pietramelara” può essere delineata in tre fasi: la prima fu quella della partecipazione, la seconda è stata di impegno diretto, la terza, infine, quella che sto vivendo, la definirei dell’osservazione.
La partecipazione appartiene alla giovinezza, vissuta fra questo tranquillo paese e una facoltà universitaria ribollente di fermenti politico/sociali. Erano i cosiddetti “anni di piombo”: la lotta armata, il caso Moro e gli altri attentati, i collettivi ove si contestava di tutto. Scelta difficile quella del “non comunista”: non era di moda esserlo e, se ti “andava bene” venivi additato per fascista o bigotto/baciapile.
A fare da contraltare a tutto ciò la vita tranquilla di Pietramelara: tre o quattro sezioni di partito, partecipazione attiva della popolazione alle scelte determinanti, una fase di progresso politico/sociale, culturale ed economico mai vista ne prima, ne dopo (purtroppo). Chiunque, compreso il sottoscritto, sentiva il diritto/dovere di partecipare, dire la sua, offrire un contributo. Ho militato allora (con orgoglio) in un grande partito: la Democrazia Cristiana, Diccì nell’acronimo più frequente. La sezione veniva vissuta come luogo di incontro, di contatto e di crescita. Certo, si trattava soprattutto di ascoltare uomini dotati di esperienze vastissime che andavano dal dopoguerra ad allora, e alla mia età poco o nulla si poteva incidere, ma devo dire che a me è servito molto anche quello.
Gli anni della maturità mi hanno consegnato alla seconda fase, quella del mio impegno diretto: il crollo del comunismo, lo stravolgimento politico determinato da “tangentopoli”, la caduta delle torri gemelle, la fine di un millennio e l’inizio del successivo, questo il contesto. Iniziò allora l’ inesorabile declino di Pietramelara sia in termini assoluti (occupazione, crisi demografica ed ambientale) che relativi (rispetto ai comuni confinanti) . La reazione ad un malcontento serpeggiante ma mai espresso dall’elettorato, si tradusse per me in impegno sempre più forte e tangibile, che culminò nella conquista di un seggio in consiglio comunale, tra i banchi dell’opposizione. Periodo di grandi battaglie, in cui non sono mancate le soddisfazioni, ma anche interrogazioni troppe volte senza risposta, accessi agli atti negati o lacunosi, boicottaggio del dibattito sereno e democratico, nascondendosi dietro la forza dei numeri. Non so se sia stato molto o poco , ma tant’è quanto ho saputo e potuto dare.
Nella considerazione che un seguito a tale percorso, così lungo ed articolato, sia di fatto precluso, e che (a mio parere) troppe volte le scelte dell’elettorato non sono condivisibili, eccomi passato alla terza fase, quella dell’osservazione. Attenzione però! … sbaglia chi crede che questa sia la fase del guardare e stare zitto, oppure del cercare di metabolizzare in silenzio tutte le eventuali negatività che ci riserva il futuro di un paese che ho amato ed amo. Tutt’altro: forte della visibilità che mi conferisce questo blog scribacchiato, come vedete sottolineo e sottolineerò con energia ogni scelta che mi lascia perplesso, dovunque provenga. Già da tempo giungono notizie poco rassicuranti: trame tessute nell’ombra vedrebbero la formazione di una coalizione che definire consociativa è il massimo della benevolenza. Autori nel passato di nefandezze di ogni genere starebbero per riaffacciarsi sulla scena, al limite presentandosi nel ruolo del “poco entusiasta” che, per spirito di responsabilità, accetta di sacrificarsi per il bene supremo di un paese ormai allo sbando. E’ il momento di aprire gli occhi, vengano fuori i giovani, quelli motivati e dotati di iniziativa. Altrove ha funzionato! Il vecchio è stato oggetto di rifiuto netto e totale, donne e uomini di età raramente superiore ai quaranta hanno dato luogo ad amministrazioni slegate dal passato e da compromessi. Può funzionare anche da noi? … non saprei, ma di sicuro vale la pena tentare.
FRANCESCO
La partecipazione appartiene alla giovinezza, vissuta fra questo tranquillo paese e una facoltà universitaria ribollente di fermenti politico/sociali. Erano i cosiddetti “anni di piombo”: la lotta armata, il caso Moro e gli altri attentati, i collettivi ove si contestava di tutto. Scelta difficile quella del “non comunista”: non era di moda esserlo e, se ti “andava bene” venivi additato per fascista o bigotto/baciapile.
A fare da contraltare a tutto ciò la vita tranquilla di Pietramelara: tre o quattro sezioni di partito, partecipazione attiva della popolazione alle scelte determinanti, una fase di progresso politico/sociale, culturale ed economico mai vista ne prima, ne dopo (purtroppo). Chiunque, compreso il sottoscritto, sentiva il diritto/dovere di partecipare, dire la sua, offrire un contributo. Ho militato allora (con orgoglio) in un grande partito: la Democrazia Cristiana, Diccì nell’acronimo più frequente. La sezione veniva vissuta come luogo di incontro, di contatto e di crescita. Certo, si trattava soprattutto di ascoltare uomini dotati di esperienze vastissime che andavano dal dopoguerra ad allora, e alla mia età poco o nulla si poteva incidere, ma devo dire che a me è servito molto anche quello.
Gli anni della maturità mi hanno consegnato alla seconda fase, quella del mio impegno diretto: il crollo del comunismo, lo stravolgimento politico determinato da “tangentopoli”, la caduta delle torri gemelle, la fine di un millennio e l’inizio del successivo, questo il contesto. Iniziò allora l’ inesorabile declino di Pietramelara sia in termini assoluti (occupazione, crisi demografica ed ambientale) che relativi (rispetto ai comuni confinanti) . La reazione ad un malcontento serpeggiante ma mai espresso dall’elettorato, si tradusse per me in impegno sempre più forte e tangibile, che culminò nella conquista di un seggio in consiglio comunale, tra i banchi dell’opposizione. Periodo di grandi battaglie, in cui non sono mancate le soddisfazioni, ma anche interrogazioni troppe volte senza risposta, accessi agli atti negati o lacunosi, boicottaggio del dibattito sereno e democratico, nascondendosi dietro la forza dei numeri. Non so se sia stato molto o poco , ma tant’è quanto ho saputo e potuto dare.
Nella considerazione che un seguito a tale percorso, così lungo ed articolato, sia di fatto precluso, e che (a mio parere) troppe volte le scelte dell’elettorato non sono condivisibili, eccomi passato alla terza fase, quella dell’osservazione. Attenzione però! … sbaglia chi crede che questa sia la fase del guardare e stare zitto, oppure del cercare di metabolizzare in silenzio tutte le eventuali negatività che ci riserva il futuro di un paese che ho amato ed amo. Tutt’altro: forte della visibilità che mi conferisce questo blog scribacchiato, come vedete sottolineo e sottolineerò con energia ogni scelta che mi lascia perplesso, dovunque provenga. Già da tempo giungono notizie poco rassicuranti: trame tessute nell’ombra vedrebbero la formazione di una coalizione che definire consociativa è il massimo della benevolenza. Autori nel passato di nefandezze di ogni genere starebbero per riaffacciarsi sulla scena, al limite presentandosi nel ruolo del “poco entusiasta” che, per spirito di responsabilità, accetta di sacrificarsi per il bene supremo di un paese ormai allo sbando. E’ il momento di aprire gli occhi, vengano fuori i giovani, quelli motivati e dotati di iniziativa. Altrove ha funzionato! Il vecchio è stato oggetto di rifiuto netto e totale, donne e uomini di età raramente superiore ai quaranta hanno dato luogo ad amministrazioni slegate dal passato e da compromessi. Può funzionare anche da noi? … non saprei, ma di sicuro vale la pena tentare.
FRANCESCO
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