Non è un bel giorno questo per me! Sembra ieri eppure sono passati ben trenta lunghi anni da quella fredda mattina del 29 dicembre 1985; ci siamo salutati e sei andato via così, in silenzio.
E lo sai… quando si parla di un periodo così lungo lo si fa con un certo rispetto, una sorta di timore reverenziale; in trent’anni si cresce, si diventa ben maturi, si fanno esperienze di ogni tipo, eppure a me sembra che tutto questo tempo sia volato in un solo attimo. E’ inutile parlarti di quello che ho fatto e di ciò che non ho fatto: ritengo tu lo sappia almeno quanto me. La separazione da te è stata aggravata, da qualche anno, dalla scomparsa di mamma privandoci di quell’ormai unico, insostituibile riferimento: sembra che nella nostra famiglia tutti gli eventi più drammatici si debbano, per un assurdo gioco del destino, verificarsi solo nel periodo natalizio.
Non è stato facile fare a meno del tuo esempio, dei tuoi pareri, del tuo stile di vita semplice e schietto, ma proprio per questo altamente condivisibile.
A volte mi rendo conto di quanto tempo sia esattamente passato solo constatando quando siamo cambiati noi, il contesto in cui viviamo, la comunità con cui interagiamo. E’ veramente enorme, infatti, la distanza fra quel giovanotto di cui ti compiacevi, appena uscito dall’università, pieno di sogni, ambizioni e progetti e l’uomo che ti sta scrivendo; la vita va avanti e mi sforzo di contemperare qualche livido o qualche ferita con le soddisfazioni che la vita e la sorte non fanno, per fortuna, mancare. Due giovani donne costituiscono oggi il nucleo dei miei interessi, delle mie gioie e delle mie quotidiane ansie.
E’ cambiato il nostro Paese che tu amavi e rispettavi, in cui non sei nato ma che ti ha accolto con calore ed empatia; la gente di adesso pensa molto di più ai fatti propri, tendendo con miopia a piccoli vantaggi, trascurando ciò che veramente potrebbe andare nel segno del riscatto e dello sviluppo. Non saprei dirti se la considerazione di cui hai goduto, tu che per tutti qui eri “ju pruf’ssore”, sarebbe la stessa oggi: i ruoli nella società si sono annullati, chiunque si ritiene in grado di qualsiasi cosa o impresa, ed il degrado, frutto di tale stato di cose, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti.
Vedi… è anche cambiato il modo di crescere e diventare grandi e se, quando hai vissuto, “bastava” essere una brava persona, onesta, colta e preparata, per conquistare stima e prestigio sociale, oggi ci vuole ben altro: denaro (e molto), spregiudicatezza, visibilità su più fronti. Ti basti sapere che siamo arrivati al punto da far dire ad un famoso personaggio del momento: “Le persone «perbene», oneste e con senso civico non riescono a fare carriera. Spesso vengono emarginate proprio perchè hanno un'etica del lavoro”. Un vero e proprio ribaltamento del merito che lascerebbe interdetto certamente chi, come te, ha educato generazioni di pietramelaresi per decenni ai valori fondanti.
Sarebbe bello rincontrarti trent’anni dopo, papà, e scambiare ancora quattro chiacchiere, ma temo che ciò possa avvenire solo in un tempo lontano ed in una dimensione diversa dalla nostra. ARRIVEDERCI
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
martedì 29 dicembre 2015
giovedì 24 dicembre 2015
AUGURI
Auguri a coloro che seguono con interesse e simpatia questo blog “scribacchiato”: mi riempite di orgoglio e soddisfazione quando leggo dei vostri “mi piace” e, parimenti, mi interesso alle vostre critiche ritenendole istruttive ed insostituibili; auguri a quanti incontro per strada e mi dimostrano apprezzamento per tale modo di comunicare i miei ricordi e le mie emozioni, invitandomi semmai a trattare questo o quell’aspetto della “pietramelaresità” finora tralasciato.
Auguri a mille e mille amici che ho trovato nel gruppo “Coltivare l’orto”, il nostro modo di scambiarci esperienze e immagini in tale hobby, sempre più diffuso, senza pretese e saccenterie sia preso a modello anche in altri contesti.
Auguri a quanti si ricorderanno di me tra oggi e domani: sarò felicissimo di leggere e avrò cura di ricambiare ogni pensiero gentile pervenuto da un social network, da un sms o da una breve telefonata.
Auguri a quelle donne e a quegli uomini forti, ai quali le traversie, i guai e i problemi non hanno fatto perdere il coraggio di vivere: leggere sul loro volto un piccolo accenno di sorriso, seppur velato di malinconia, è il miglior incoraggiamento per andare avanti.
Auguri a coloro che perpetuano le tradizioni natalizie: la pratica religiosa, la voglia di uscire e stare insieme, nonostante il freddo pungente, la grande gastronomia derivante da un retroterra culturale unico nel suo genere. Il Natale, festa cardine della cristianità, è minato oggi nei suoi simboli più essenziali, e non ritengo giusto che chi (sottolineo) doverosamente dobbiamo accogliere, si senta leso da un presepe, da un decoro natalizio o da altre manifestazioni esterne. A mio parere la tolleranza deve diventare un paradigma di questi giorni e per il resto dell’anno, ma deve esserlo in modo bilaterale e paritario, senza gli sciocchi ideologismi che fanno del cosiddetto “politically correct” lo scudo e la bandiera portati avanti da una certa parte.
Auguri alla mia famiglia, porto di riferimento del viaggio che vivo giorno per giorno: con l’astronave che conduco ho visitato due galassie (http://scribacchiandoperme.blogspot.it/2011/10/due-galassie.html), ho conosciuto luoghi, uomini e donne diversissimi fra loro ma il traguardo, alla fine, è sempre lo stesso.
Auguri infine e soprattutto a chi non sta bene, a chi si sente debole e minato nel corpo e nello spirito: sappiate anche voi gioire di questi giorni, la famiglia ed il calore della casa vi siano prossimi, vedrete che anche tali piccole cose contribuiranno a farvi stare meglio.
Auguri a mille e mille amici che ho trovato nel gruppo “Coltivare l’orto”, il nostro modo di scambiarci esperienze e immagini in tale hobby, sempre più diffuso, senza pretese e saccenterie sia preso a modello anche in altri contesti.
Auguri a quanti si ricorderanno di me tra oggi e domani: sarò felicissimo di leggere e avrò cura di ricambiare ogni pensiero gentile pervenuto da un social network, da un sms o da una breve telefonata.
Auguri a quelle donne e a quegli uomini forti, ai quali le traversie, i guai e i problemi non hanno fatto perdere il coraggio di vivere: leggere sul loro volto un piccolo accenno di sorriso, seppur velato di malinconia, è il miglior incoraggiamento per andare avanti.
Auguri a coloro che perpetuano le tradizioni natalizie: la pratica religiosa, la voglia di uscire e stare insieme, nonostante il freddo pungente, la grande gastronomia derivante da un retroterra culturale unico nel suo genere. Il Natale, festa cardine della cristianità, è minato oggi nei suoi simboli più essenziali, e non ritengo giusto che chi (sottolineo) doverosamente dobbiamo accogliere, si senta leso da un presepe, da un decoro natalizio o da altre manifestazioni esterne. A mio parere la tolleranza deve diventare un paradigma di questi giorni e per il resto dell’anno, ma deve esserlo in modo bilaterale e paritario, senza gli sciocchi ideologismi che fanno del cosiddetto “politically correct” lo scudo e la bandiera portati avanti da una certa parte.
Auguri alla mia famiglia, porto di riferimento del viaggio che vivo giorno per giorno: con l’astronave che conduco ho visitato due galassie (http://scribacchiandoperme.blogspot.it/2011/10/due-galassie.html), ho conosciuto luoghi, uomini e donne diversissimi fra loro ma il traguardo, alla fine, è sempre lo stesso.
Auguri infine e soprattutto a chi non sta bene, a chi si sente debole e minato nel corpo e nello spirito: sappiate anche voi gioire di questi giorni, la famiglia ed il calore della casa vi siano prossimi, vedrete che anche tali piccole cose contribuiranno a farvi stare meglio.
martedì 15 dicembre 2015
STORIELLE MUSICALI
“Il mondo a 45 giri” è una trasmissione televisiva di prossima programmazione su RAI 3, essa ripercorrerà trent’anni di storia della musica italiana raccontando la storia della RCA, la mitica casa discografica che con i suoi artisti ha fatto la colonna sonora del nostro paese dagli anni ’50 alla fine degli ’80.
La nota casa discografica ha annoverato fra le sue file, infatti, i più rappresentativi protagonisti della musica leggera, voci di canzonette e canzone d’autore che hanno fatto storia tra festival e jukebox: Gianni Morandi, Paolo Conte, Rita Pavone, Edoardo Vianello, Patty Pravo, Gino Paoli, Ron, Francesco De Gregori, Mal, Riccardo Cocciante, Luca Carboni, Shel Shapiro, Gianna Nannini, Nico Fidenco, Mario Lavezzi, Tosca, Fiorella Mannoia.
Sarà un modo come un’altro per ritornare con la memoria al passato prossimo, agli anni dell’adolescenza e della gioventù , con una colonna sonora emozionale ed evocativa, le canzonette dei festival e delle “canzonissime” televisive. Era il tempo in cui si ascoltava alla radio la hit parade di Lelio Luttazzi (se non mi sbaglio il venerdì), il sabato sera televisivo era dedicato al varietà con presentatori e ospiti di successo: Enrico Simonetti, Mina, la Carrà, Loretta Goggi, Panelli hanno dato vita a trasmissioni passate, a buon diritto, nella memoria collettiva: Studio Uno, Senza Rete, le varie edizioni di Canzonissima, i Festival di Sanremo in inverno e “Un disco per l’estate” appunto in estate.
La domenica poi la storia continuava al cinema, con i film che oggi con un certo sussiego sono stati definiti “musicarelli”, ma che per noi tutti erano “film ‘e cantanti”. Si trattava di un genere abbastanza in voga: quando un pezzo raggiungeva il grande successo, poco dopo veniva girato un film con lo stesso titolo, che per protagonista aveva in genere l’interprete del brano musicale, in coppia con una starlet del momento, in quanto le trame raccontavano sempre storie d’amore abbastanza scontate (amori contrastati, amori finiti, ecc.), il tradimento non era contemplato neppure da lontano, data la “prouderie” del periodo. Quelle domeniche al Cinema Moderno o all’Arena Gloria, ambedue del Barone Sanniti, la platea era subito piena: ragazzi, ragazze, famiglie intere accorrevano attirati da quel genere musical/cinematografico che tanto successo destava un po’ dappertutto, quasi sempre in tali occasioni il film veniva replicato nelle ore serali. Nei bar suonavano i juke box, una canzone cinquanta lire, tre cento lire.
Il disco, piccolo a 45 giri, quello in vinile, per intenderci, era comunque il protagonista, e per suonarlo una “fonovaligia” o un mangiadischi; due i brani, quello di successo sul lato A, quello secondario sul B, anche se non mancano casi in cui il brano accessorio finiva con il riscuotere un successo ancora maggiore, soprattutto fra ascoltatori dal “palato fine”. Con tale attrezzatura da poche lire si poteva ascoltare la musica oppure, volendo, anche ballare.
Roba diversa quella di oggi: al posto dei vinili CD in grado di contenere decine di brani, e per riprodurre fantascientifici impianti Hi-Fi con centinaia e centinaia di Watt di potenza, un suono pulito, privo di fruscii ed assolutamente fedele, ma diciamolo: freddo e privo di qualsiasi poesia.
La nota casa discografica ha annoverato fra le sue file, infatti, i più rappresentativi protagonisti della musica leggera, voci di canzonette e canzone d’autore che hanno fatto storia tra festival e jukebox: Gianni Morandi, Paolo Conte, Rita Pavone, Edoardo Vianello, Patty Pravo, Gino Paoli, Ron, Francesco De Gregori, Mal, Riccardo Cocciante, Luca Carboni, Shel Shapiro, Gianna Nannini, Nico Fidenco, Mario Lavezzi, Tosca, Fiorella Mannoia.
Sarà un modo come un’altro per ritornare con la memoria al passato prossimo, agli anni dell’adolescenza e della gioventù , con una colonna sonora emozionale ed evocativa, le canzonette dei festival e delle “canzonissime” televisive. Era il tempo in cui si ascoltava alla radio la hit parade di Lelio Luttazzi (se non mi sbaglio il venerdì), il sabato sera televisivo era dedicato al varietà con presentatori e ospiti di successo: Enrico Simonetti, Mina, la Carrà, Loretta Goggi, Panelli hanno dato vita a trasmissioni passate, a buon diritto, nella memoria collettiva: Studio Uno, Senza Rete, le varie edizioni di Canzonissima, i Festival di Sanremo in inverno e “Un disco per l’estate” appunto in estate.
La domenica poi la storia continuava al cinema, con i film che oggi con un certo sussiego sono stati definiti “musicarelli”, ma che per noi tutti erano “film ‘e cantanti”. Si trattava di un genere abbastanza in voga: quando un pezzo raggiungeva il grande successo, poco dopo veniva girato un film con lo stesso titolo, che per protagonista aveva in genere l’interprete del brano musicale, in coppia con una starlet del momento, in quanto le trame raccontavano sempre storie d’amore abbastanza scontate (amori contrastati, amori finiti, ecc.), il tradimento non era contemplato neppure da lontano, data la “prouderie” del periodo. Quelle domeniche al Cinema Moderno o all’Arena Gloria, ambedue del Barone Sanniti, la platea era subito piena: ragazzi, ragazze, famiglie intere accorrevano attirati da quel genere musical/cinematografico che tanto successo destava un po’ dappertutto, quasi sempre in tali occasioni il film veniva replicato nelle ore serali. Nei bar suonavano i juke box, una canzone cinquanta lire, tre cento lire.
Il disco, piccolo a 45 giri, quello in vinile, per intenderci, era comunque il protagonista, e per suonarlo una “fonovaligia” o un mangiadischi; due i brani, quello di successo sul lato A, quello secondario sul B, anche se non mancano casi in cui il brano accessorio finiva con il riscuotere un successo ancora maggiore, soprattutto fra ascoltatori dal “palato fine”. Con tale attrezzatura da poche lire si poteva ascoltare la musica oppure, volendo, anche ballare.
Roba diversa quella di oggi: al posto dei vinili CD in grado di contenere decine di brani, e per riprodurre fantascientifici impianti Hi-Fi con centinaia e centinaia di Watt di potenza, un suono pulito, privo di fruscii ed assolutamente fedele, ma diciamolo: freddo e privo di qualsiasi poesia.
domenica 22 novembre 2015
EFFETTI COLLATERALI
E’ proprio vero!.. è venuto il momento di reagire, è questo il momento di riaffermare la positività della nostra civiltà occidentale, a volte un po’ sbiadita e senz’anima; è questo il momento di gridare con orgoglio che essa nel tempo ha prodotto progresso sociale ed economico, innalzamento culturale, emancipazione delle fasce più deboli, democrazia!
Il folle fondamentalismo islamico si è macchiato della “mattanza” di Parigi di venerdì scorso e, accanto alla pietà diffusa, ha scatenato, come effetto collaterale, una catena senza fine, sui principali media, sulla carta stampata, ma specialmente sui social networks fatta di riaffermazioni, a volte – diciamolo - un po’ trite. Tra queste le più frequenti: “si al crocifisso nelle aule scolastiche”, “si al presepe”. Condivido senza riserve, è d’altronde veramente difficile, da parte nostra, non essere d’accordo.
Ma poi, a sangue freddo i dubbi e le perplessità cominciano a montare; ed allora viene da chiedersi: quanti di costoro, che in coro a volte un po’ stonato, si ostinano a ripetere “si al crocifisso nelle aule scolastiche”, “si al presepe”, conoscono e condividono i valori che stanno ad indicare un crocifisso appeso alla parete? … quanti amano il presepe per il simbolico messaggio di amore insito in esso? Non sarà che in tal modo questi due simboli siano stati un po’ sviliti nel loro significato più autentico, solo allo scopo di ridare smalto ad un sistema un po’ sbiadito?
La croce di Cristo, trascinata a stento sul Calvario, è la stessa, per dimensioni, natura e destino, di quella dei due famigerati ladroni crocifissi con lui, racchiude sofferenza estrema e morte; essa sta inequivocabilmente ad indicare la catarsi a cui deve, per forza di cose, sottostare il genere umano se non si vuole perdere.
Il presepe parla di un bambino nato in una povera stamberga, perché il papà e la mamma (oggi sarebbero stati definiti barboni o homeless) non disponevano neppure di quel poco sufficiente per una notte e un parto in un misero alberghetto; ci tramanda di pastori svegliati nella notte che in un moto di solidarietà recano piccoli doni al bambino per alleviarne il freddo; ci racconta di tre sapienti, qualcuno di essi era anche di pelle nera, che viaggiano per mesi (forse per anni) seguendo una stella, da oriente verso occidente. Quanta similitudine con i viaggi della speranza, dal sud al nord del mondo, dall’oriente dilaniato dalla guerra all’occidente opulento e (solo in apparenza) pacifico!
Il folle fondamentalismo islamico si è macchiato della “mattanza” di Parigi di venerdì scorso e, accanto alla pietà diffusa, ha scatenato, come effetto collaterale, una catena senza fine, sui principali media, sulla carta stampata, ma specialmente sui social networks fatta di riaffermazioni, a volte – diciamolo - un po’ trite. Tra queste le più frequenti: “si al crocifisso nelle aule scolastiche”, “si al presepe”. Condivido senza riserve, è d’altronde veramente difficile, da parte nostra, non essere d’accordo.
Ma poi, a sangue freddo i dubbi e le perplessità cominciano a montare; ed allora viene da chiedersi: quanti di costoro, che in coro a volte un po’ stonato, si ostinano a ripetere “si al crocifisso nelle aule scolastiche”, “si al presepe”, conoscono e condividono i valori che stanno ad indicare un crocifisso appeso alla parete? … quanti amano il presepe per il simbolico messaggio di amore insito in esso? Non sarà che in tal modo questi due simboli siano stati un po’ sviliti nel loro significato più autentico, solo allo scopo di ridare smalto ad un sistema un po’ sbiadito?
La croce di Cristo, trascinata a stento sul Calvario, è la stessa, per dimensioni, natura e destino, di quella dei due famigerati ladroni crocifissi con lui, racchiude sofferenza estrema e morte; essa sta inequivocabilmente ad indicare la catarsi a cui deve, per forza di cose, sottostare il genere umano se non si vuole perdere.
Il presepe parla di un bambino nato in una povera stamberga, perché il papà e la mamma (oggi sarebbero stati definiti barboni o homeless) non disponevano neppure di quel poco sufficiente per una notte e un parto in un misero alberghetto; ci tramanda di pastori svegliati nella notte che in un moto di solidarietà recano piccoli doni al bambino per alleviarne il freddo; ci racconta di tre sapienti, qualcuno di essi era anche di pelle nera, che viaggiano per mesi (forse per anni) seguendo una stella, da oriente verso occidente. Quanta similitudine con i viaggi della speranza, dal sud al nord del mondo, dall’oriente dilaniato dalla guerra all’occidente opulento e (solo in apparenza) pacifico!
venerdì 13 novembre 2015
DAVANTI A UN FALLIMENTO
E’ veramente difficile in questi momenti pensare, agire, parlare e scrivere di ciò che sta accadendo. Il primo pensiero va alle vittime degli attentati, alle loro famiglie e a quanti si sono separati per sempre da queste vite innocenti.
Non è certamente compito di un “blogger scribacchiante” come il sottoscritto, analizzare ciò che sta accadendo sulla sponda nord e sulla quella sud del mediterraneo: un intero bacino comprendente decine e decine di paesi e ben tre continenti, ormai in perenne allarme per guerre guerregiate, guerriglie e atti di terrorismo vari, ma il sangue versato e lo stato di inquietudine generale impongono anche a chi scrive di esprimere con chiarezza le proprie idee in merito .
Purtroppo agli episodi accaduti ieri in Parigi, si deve apporre un aggettivo “ennesimi” a cui nessuno sarebbe voluto giungere. La degenerazione della cosiddetta “guerra santa”, combattuta da vari gruppi estremisti islamici, riempie le cronache purtroppo con cadenza quotidiana. Essa non è altro che il frutto della destabilizzazione di un’area, già di per se ribollente, sulla quale i paesi occidentali si sono innestati, essendone dapprima consapevoli spettatori ben informati dei fatti, dopo protagonisti e quindi vittime. Gli enormi interessi in gioco hanno indotto l’abbattimento di regimi duri e sanguinari, nei quali il diritto era assente ma hanno, al contempo, concesso spazio di manovra a gruppuscoli, dapprima isolati, che si sono man mano organizzati in modo sempre più terribilmente efficiente, fino a giungere a ciò a cui stiamo assistendo.
Riacquistare il controllo pieno delle aree petrolifere, tenere alto il prezzo del petrolio, questo il vero obiettivo, mai dichiarato, delle “campagne di liberazione”, gestite dalle cancellerie occidentali. E adesso? Il controllo sui giacimenti è oggi più che mai lontano, il greggio viene venduto a prezzi stracciati e in più come effetti collaterali abbiamo da una parte un terrorismo islamico sempre più agguerrito, audace ed efficace, dall’altra centinaia di migliaia di profughi innocenti che bussano alle nostre porte in cerca di asilo per se e le proprie famiglie.
Davanti al fallimento completo di una politica estera fortemente condizionata dalle lobbies petrolifere, non possiamo che constatare tale situazione caotica che, per essere riassestata, ha bisogno di decenni.
Liberarsi dalla schiavitù dei combustibili fossili (petrolio e gas naturali) come fonte primaria di energia nei paesi industrializzati, diventa sempre più urgente. Già nel settembre 2002 (13 anni fa!!!) con l’uscita in libreria del best seller di Jeremy Rifkin “Economia all'idrogeno”, furono azzardate varie previsioni sullo scenario che stiamo vivendo e che, purtroppo, si sono rivelate quanto mai profetiche; le strade che conducono all’affrancamento dal petrolio, senza rinunciare a quei minimi a cui la civiltà occidentale ci ha abituato, sono svariate: energie rinnovabili, uso dell’idrogeno, ritorno alla ricerca sul “nucleare pulito”. Tutto ciò indurrebbe nel contempo ad un interesse internazionale sempre minore su quelle aree dove il petrolio si produce e sulle popolazioni che vi vivono; e i gruppi terroristici che si finanziano commerciando petrolio sul mercato nero avrebbero sempre meno risorse da dedicare alle guerre “sante” che combattono. Pensiamoci.
Non è certamente compito di un “blogger scribacchiante” come il sottoscritto, analizzare ciò che sta accadendo sulla sponda nord e sulla quella sud del mediterraneo: un intero bacino comprendente decine e decine di paesi e ben tre continenti, ormai in perenne allarme per guerre guerregiate, guerriglie e atti di terrorismo vari, ma il sangue versato e lo stato di inquietudine generale impongono anche a chi scrive di esprimere con chiarezza le proprie idee in merito .
Purtroppo agli episodi accaduti ieri in Parigi, si deve apporre un aggettivo “ennesimi” a cui nessuno sarebbe voluto giungere. La degenerazione della cosiddetta “guerra santa”, combattuta da vari gruppi estremisti islamici, riempie le cronache purtroppo con cadenza quotidiana. Essa non è altro che il frutto della destabilizzazione di un’area, già di per se ribollente, sulla quale i paesi occidentali si sono innestati, essendone dapprima consapevoli spettatori ben informati dei fatti, dopo protagonisti e quindi vittime. Gli enormi interessi in gioco hanno indotto l’abbattimento di regimi duri e sanguinari, nei quali il diritto era assente ma hanno, al contempo, concesso spazio di manovra a gruppuscoli, dapprima isolati, che si sono man mano organizzati in modo sempre più terribilmente efficiente, fino a giungere a ciò a cui stiamo assistendo.
Riacquistare il controllo pieno delle aree petrolifere, tenere alto il prezzo del petrolio, questo il vero obiettivo, mai dichiarato, delle “campagne di liberazione”, gestite dalle cancellerie occidentali. E adesso? Il controllo sui giacimenti è oggi più che mai lontano, il greggio viene venduto a prezzi stracciati e in più come effetti collaterali abbiamo da una parte un terrorismo islamico sempre più agguerrito, audace ed efficace, dall’altra centinaia di migliaia di profughi innocenti che bussano alle nostre porte in cerca di asilo per se e le proprie famiglie.
Davanti al fallimento completo di una politica estera fortemente condizionata dalle lobbies petrolifere, non possiamo che constatare tale situazione caotica che, per essere riassestata, ha bisogno di decenni.
Liberarsi dalla schiavitù dei combustibili fossili (petrolio e gas naturali) come fonte primaria di energia nei paesi industrializzati, diventa sempre più urgente. Già nel settembre 2002 (13 anni fa!!!) con l’uscita in libreria del best seller di Jeremy Rifkin “Economia all'idrogeno”, furono azzardate varie previsioni sullo scenario che stiamo vivendo e che, purtroppo, si sono rivelate quanto mai profetiche; le strade che conducono all’affrancamento dal petrolio, senza rinunciare a quei minimi a cui la civiltà occidentale ci ha abituato, sono svariate: energie rinnovabili, uso dell’idrogeno, ritorno alla ricerca sul “nucleare pulito”. Tutto ciò indurrebbe nel contempo ad un interesse internazionale sempre minore su quelle aree dove il petrolio si produce e sulle popolazioni che vi vivono; e i gruppi terroristici che si finanziano commerciando petrolio sul mercato nero avrebbero sempre meno risorse da dedicare alle guerre “sante” che combattono. Pensiamoci.
sabato 7 novembre 2015
DONI INASPETTATI
Il tardo autunno ci sta regalando uno sprazzo di “quasi estate”; dopo le abbondanti piogge la terra è tornata asciutta grazie alle temperature elevate, le mattine sono nebbiose si, ma dopo, a nebbia diradata, il paesaggio rurale si rallegra per un ricco ornamento di raggi solari. I colori dell’autunno, vivi in settembre ed ottobre, sono ormai spenti e gli alberi sono quasi del tutto privi di fogliame. In campagna è tutto un andirivieni di uomini e mezzi che si danno da fare per completare le semine, perché questa pausa calda e soleggiata potrebbe finire da un momento all’altro. Chi le ha… raccoglie le olive, chi no, come il sottoscritto, non si perde d’animo e pensa ad organizzarsi per l’anno prossimo.
Chi, solo dieci giorni fa, avrebbe immaginato tanto splendore? Ricordate: piogge che hanno prodotto danni ed eventi luttuosi a pochi passi da noi, sembrava proprio che il tempo fosse orientato all’inverno senza alcun tipo di indugio o ripensamento, ed invece… qualcuno, facendo bene, oggi approfittando del sabato, va addirittura al mare.
Sono doni inaspettati che la natura concede, e di cui dobbiamo essere grati: manca poco più di un mese e mezzo e saremo nel pieno del periodo natalizio. Per la verità io non sono affatto contento: le festività imminenti comporteranno spostamenti, spese, a volte malumori. Il freddo si farà sentire e le giornate particolarmente corte non predisporranno lo spirito ad essere allegro ma… così è la vita! Non lamentiamoci, via.
Chi, solo dieci giorni fa, avrebbe immaginato tanto splendore? Ricordate: piogge che hanno prodotto danni ed eventi luttuosi a pochi passi da noi, sembrava proprio che il tempo fosse orientato all’inverno senza alcun tipo di indugio o ripensamento, ed invece… qualcuno, facendo bene, oggi approfittando del sabato, va addirittura al mare.
Sono doni inaspettati che la natura concede, e di cui dobbiamo essere grati: manca poco più di un mese e mezzo e saremo nel pieno del periodo natalizio. Per la verità io non sono affatto contento: le festività imminenti comporteranno spostamenti, spese, a volte malumori. Il freddo si farà sentire e le giornate particolarmente corte non predisporranno lo spirito ad essere allegro ma… così è la vita! Non lamentiamoci, via.
domenica 1 novembre 2015
I MORTI
Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fa' chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero
L’ incipit della celeberrima “livella” decurtisiana , introduce al tema del giorno: il culto dei defunti. A dire il vero da bambino io questa ricorrenza l’ho vissuta più come una festa, nel senso stretto della parola, che come un’occasione per il ricordo ed il rimpianto. Vedere tanta gente nel cimitero aggirarsi fra i vialetti mi riempiva d’allegria. E tale clima festoso era percepito come tale non solo dal sottoscritto ma anche da tante altre persone; il tutto accompagnato dal fatto che il tempo meteorologico in genere in questi giorni ha offerto giornate limpide e soleggiate. La gente venuta da fuori a far visita al cimitero incontrava parenti e amici che non vedeva, semmai, da anni e la gioia nel salutarsi ed abbracciarsi dopo un lungo periodo di lontananza era evidente anche da lontano.
Il tutto è cominciato a cambiare da quando quelle tombe, tra le quali mi aggiravo allegro e spensierato, hanno cominciato ad accogliere le persone che avevo amato, nonni prima, genitori poi. Uso frequentare il cimitero in ogni periodo dell’anno, anche quando il tempo è freddo o pioviggina, nel trascorrere della domenica o di qualunque altro giorno festivo per me è una tappa obbligata, dalla quale mi sottraggo raramente. Pertanto in questi primi giorni di novembre mi reco si al cimitero, ma lo faccio quasi per consolidare una tradizione ancora viva. I sentimenti e le emozioni dell’infanzia sono oggi mutati se non opposti, e mi viene da chiedere, a volte, cosa ci fa tanta gente nel nostro cimitero, quale sia l’utilità di queste visite. Cosa cercano donne e uomini affardellati di ceri e fiori pagati a peso d’oro. Il culto dei morti, secondo il mio modo di vedere, impone una visita raccolta, e il raccoglimento è favorito dal silenzio, cosa che manca assolutamente in questi giorni. Ed allora…
A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta
Va cercato, forse in tali versi foscoliani la risposta al mio interrogativo? Una visita, seppure fugace e poco raccolta, al cimitero in questi giorni potrebbe in qualche modo migliorare chi la fa, nel ricordo della condotta di vita di un parente o di un amico ormai scomparso. Le “urne dei forti” d’altronde sono un po’ dovunque, nei grandi cimiteri monumentali delle metropoli, come in quelli dei piccoli paesi di campagna; donne e uomini, a volte senza alcuna fama, che dormono ed il cui esempio tuttavia ha costituito e costituisce ancora un paradigma di vita per tanti di noi che restiamo. E tali urne, tra l’altro, hanno il merito di fare “bella e santa” la terra che le accoglie al “peregrin”, poco importa se costui al cimitero ci viene, si o no, una volta l’anno.
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fa' chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero
L’ incipit della celeberrima “livella” decurtisiana , introduce al tema del giorno: il culto dei defunti. A dire il vero da bambino io questa ricorrenza l’ho vissuta più come una festa, nel senso stretto della parola, che come un’occasione per il ricordo ed il rimpianto. Vedere tanta gente nel cimitero aggirarsi fra i vialetti mi riempiva d’allegria. E tale clima festoso era percepito come tale non solo dal sottoscritto ma anche da tante altre persone; il tutto accompagnato dal fatto che il tempo meteorologico in genere in questi giorni ha offerto giornate limpide e soleggiate. La gente venuta da fuori a far visita al cimitero incontrava parenti e amici che non vedeva, semmai, da anni e la gioia nel salutarsi ed abbracciarsi dopo un lungo periodo di lontananza era evidente anche da lontano.
Il tutto è cominciato a cambiare da quando quelle tombe, tra le quali mi aggiravo allegro e spensierato, hanno cominciato ad accogliere le persone che avevo amato, nonni prima, genitori poi. Uso frequentare il cimitero in ogni periodo dell’anno, anche quando il tempo è freddo o pioviggina, nel trascorrere della domenica o di qualunque altro giorno festivo per me è una tappa obbligata, dalla quale mi sottraggo raramente. Pertanto in questi primi giorni di novembre mi reco si al cimitero, ma lo faccio quasi per consolidare una tradizione ancora viva. I sentimenti e le emozioni dell’infanzia sono oggi mutati se non opposti, e mi viene da chiedere, a volte, cosa ci fa tanta gente nel nostro cimitero, quale sia l’utilità di queste visite. Cosa cercano donne e uomini affardellati di ceri e fiori pagati a peso d’oro. Il culto dei morti, secondo il mio modo di vedere, impone una visita raccolta, e il raccoglimento è favorito dal silenzio, cosa che manca assolutamente in questi giorni. Ed allora…
A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta
Va cercato, forse in tali versi foscoliani la risposta al mio interrogativo? Una visita, seppure fugace e poco raccolta, al cimitero in questi giorni potrebbe in qualche modo migliorare chi la fa, nel ricordo della condotta di vita di un parente o di un amico ormai scomparso. Le “urne dei forti” d’altronde sono un po’ dovunque, nei grandi cimiteri monumentali delle metropoli, come in quelli dei piccoli paesi di campagna; donne e uomini, a volte senza alcuna fama, che dormono ed il cui esempio tuttavia ha costituito e costituisce ancora un paradigma di vita per tanti di noi che restiamo. E tali urne, tra l’altro, hanno il merito di fare “bella e santa” la terra che le accoglie al “peregrin”, poco importa se costui al cimitero ci viene, si o no, una volta l’anno.
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