E’ veramente difficile scrivere dei pregi di persone o di gruppi che vivono ed operano in paese, a quattro passi dalla tua postazione, soprattutto perché si corre il rischio di scadere nella retorica. Quando, poi, si parla di giovani tale rischio è particolarmente elevato; il vostro blogger scribacchiante potrebbe, inoltre, sentirsi in difficoltà a causa del fatto che le proprie figlie ormai da tempo interagiscono a pieno titolo con i vari gruppi giovanili pietramelaresi.
Bando ai preamboli, direi che “in primis” vada citata la forte capacità e propensione all’aggregazione che, grazie a Dio, da decenni ha voluto e saputo liberarsi delle differenze sociali. Basta osservare il gruppo che si occupa delle varie manifestazioni che si tengono nel periodo estivo, per notare con piacere come ragazzi di ogni ceto (…se di ceti è ancora permesso parlare) collaborino con entusiasmo e sinergia alla riuscita di sagre ed eventi vari. Il comune sentire, il senso di appartenenza sono doti importantissime perché conferiscono l’identità alla comunità locali; senza di esse, infatti, vi sono solo persone che vivono nello stesso luogo geografico, quasi per un puro gioco del caso, ma tra loro mancano interazioni positive.
Tale considerazione mi permette di introdurre la seconda qualità dei giovani di Pietramelara, il senso di solidarietà: non è raro vederli prodigare nelle occasioni del dolore, del lutto, di calamità piccole o grandi, per alleviare sofferenze, per provvedere ad esigenze eccetera.
Terzo, ma non ultimo, punto sul quale soffermarsi è la cultura, la voglia di sapere che da sempre li pervade. Mi riferisco ai ragazzi e giovani di Pietramelara che, in ogni tempo vicino o lontano, hanno sfidato difficoltà di ogni tipo (pendolarità, residenza fuori sede) per assicurasi un futuro migliore, per conseguire un diploma o (meglio) una laurea. Certo che oggi è tutto più facile, grazie soprattutto ai miglioramenti economici generali, alla vicinanza di sedi scolastiche ed universitarie, ma fino a qualche decennio fa i sacrifici sostenuti dai nostri giovani per studiare erano veramente ingenti ma, quasi sempre, essi venivano compensati da grandi soddisfazioni per le famiglie. In alcuni casi poi, si è visto che la riuscita professionale di un giovane era tanto più alta quanto più costui aveva affrontato difficoltà di vario tipo.
Difetti?... certamente, ma non penso che questo sia il luogo adatto; mi preme solo additare lo scarso attaccamento alle strutture sociali che la nostra generazione ha usato: la piazza è frequentata dai giovani solo come base di partenza per uscite serali, mentre a mio parere dovrebbe essere usata anche e soprattutto per discutervi ed informarsi sulle varie problematiche ed iniziative in cantiere.
Sicuramente in questa breve disamina, sarà sfuggito qualche aspetto tuttavia, sicuro come sono della benevolenza dei miei “quattro lettori” verso i dilettanti della scrittura, ciò mi sarà senz’altro perdonato.
I giovani vanno guardati con rispetto e considerazione, anche perché sono quello che siamo stati, insieme a ciò che avremmo voluto essere: in ogni loro errore si cela un nostro errore, e ogni loro successo va visto con soddisfazione, da ovunque giunga, perché un contributo, piccolo quanto si vuole, ognuno di noi l’avrà sicuramente dato.
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
sabato 8 novembre 2014
martedì 4 novembre 2014
RIPRENDIAMOCI IL NOSTRO PAESE
La recente ondata di furti, che a volte si trasformano in vere e proprie rapine, in paese, a quattro passi da casa nostra, genera non poca apprensione in tutti noi. La domanda che ci si pone più frequentemente è allora: “quando toccherà a me, alla mia casa, alla mia famiglia?” Saperlo comporterebbe un vantaggio fondamentale: l’eliminazione dell’elemento “sorpresa” sul quale tanti malviventi fanno affidamento. Inoltre, senza sorpresa, il nemico che ti invade la casa, attenta al tuo patrimonio e viola la tua privacy sarebbe affrontato con maggior efficacia, anche dal punto di vista psicologico, oltre che fisico/materiale.
Ed allora si cercano gli strumenti più idonei per arginare, se non eliminare l’attuale flagello: c’è chi invoca un servizio di videosorveglianza del territorio più volte annunciato (ma mai reso operativo), chi arriva ad invocare le ronde, copiando una trita idea partorita in “padania” (notoria patria delle menti più intelligenti del paese), chi ha pensato ad istituire un apposito gruppo su fb,e via discorrendo!
Il vostro blogger che, come sapete, osserva la realtà con l’occhio disincantato del filosofo “del pensiero debole”, seppur convinto che le scelte politiche fin qui operate hanno finito con il favorire tale stato di cose, è costretto ancora una volta a dissentire, ad essere la solita voce “fuori dal coro”. La delocalizzazione del mercato e lo spostamento dell’asse commerciale dal centro storico alla periferia hanno di fatto privato Pietramelara di quella funzione di “assicurazione sociale” rappresentata da una vetrina illuminata, da una persona piena di esperienza che, mentre accontenta l’avventore di turno, continua ad osservare tutt’intorno, allo scopo di salvaguardare la propria attività ed il proprio tornaconto, e mentre fa ciò offre un servizio insostituibile di sorveglianza all’intera popolazione, peraltro assolutamente gratis.
Il male con cui ci confrontiamo e di cui parliamo, oggi come ieri, mi sembra evidente, è figlio di un paese abbandonato a se stesso, certamente dalla politica, ma anche e sopratutto dall’ intera cittadinanza. Chi esce dopo cena è costretto a vagare per le vie del centro praticamente deserte e, badate bene, le condizioni ambientali attuali sono tutt’altro che proibitive: le temperature anche di sera si mantengono miti e l’umidità è contenuta entro limiti più che accettabili. La mia proposta, allora, è semplicemente questa, fino a che il “generale inverno” lo permetta: riappropriamoci del nostro paese! Incontriamoci la sera nelle nostre belle piazze, dimostriamo di esserci, non facciamoci vincere dalla pigrizia e dall’isolazionismo; le “ronde” lasciamole ai padani, a noi riserviamo la frequenza degli amici fuori dalle mura domestiche, magari davanti a un fumante caffè. Ho espresso pubblicamente la mia perplessità riguardo alla celebrazione in paese di una “ricorrenza di importazione” come Halloween, tuttavia, a ragion veduta, va dato atto ai ragazzi di “Terrore al Borgo” di aver intensamente animato il centro storico per lunghe serate (tra prove e rappresentazioni); ciò ha sortito di sicuro anche l’effetto di aver tenuto lontano i malintenzionati da quei posti in quelle sere.
Certo, va preteso che le forze dell’ordine facciano fino in fondo il proprio dovere, collaborando con loro ove se ne ravvisasse la necessità, fornendo utili informazioni ma, è ovvio, senza alcuna pretesa di sostituirci a loro. I vigili facciano i vigili, i carabinieri facciano i carabinieri, ma i cittadini, dal canto loro hanno il diritto/dovere di vivere la propria comunità ed il proprio paese: chiusi ognuno nella propria accogliente casetta diventiamo sempre più deboli ed indifesi.
Ed allora si cercano gli strumenti più idonei per arginare, se non eliminare l’attuale flagello: c’è chi invoca un servizio di videosorveglianza del territorio più volte annunciato (ma mai reso operativo), chi arriva ad invocare le ronde, copiando una trita idea partorita in “padania” (notoria patria delle menti più intelligenti del paese), chi ha pensato ad istituire un apposito gruppo su fb,e via discorrendo!
Il vostro blogger che, come sapete, osserva la realtà con l’occhio disincantato del filosofo “del pensiero debole”, seppur convinto che le scelte politiche fin qui operate hanno finito con il favorire tale stato di cose, è costretto ancora una volta a dissentire, ad essere la solita voce “fuori dal coro”. La delocalizzazione del mercato e lo spostamento dell’asse commerciale dal centro storico alla periferia hanno di fatto privato Pietramelara di quella funzione di “assicurazione sociale” rappresentata da una vetrina illuminata, da una persona piena di esperienza che, mentre accontenta l’avventore di turno, continua ad osservare tutt’intorno, allo scopo di salvaguardare la propria attività ed il proprio tornaconto, e mentre fa ciò offre un servizio insostituibile di sorveglianza all’intera popolazione, peraltro assolutamente gratis.
Il male con cui ci confrontiamo e di cui parliamo, oggi come ieri, mi sembra evidente, è figlio di un paese abbandonato a se stesso, certamente dalla politica, ma anche e sopratutto dall’ intera cittadinanza. Chi esce dopo cena è costretto a vagare per le vie del centro praticamente deserte e, badate bene, le condizioni ambientali attuali sono tutt’altro che proibitive: le temperature anche di sera si mantengono miti e l’umidità è contenuta entro limiti più che accettabili. La mia proposta, allora, è semplicemente questa, fino a che il “generale inverno” lo permetta: riappropriamoci del nostro paese! Incontriamoci la sera nelle nostre belle piazze, dimostriamo di esserci, non facciamoci vincere dalla pigrizia e dall’isolazionismo; le “ronde” lasciamole ai padani, a noi riserviamo la frequenza degli amici fuori dalle mura domestiche, magari davanti a un fumante caffè. Ho espresso pubblicamente la mia perplessità riguardo alla celebrazione in paese di una “ricorrenza di importazione” come Halloween, tuttavia, a ragion veduta, va dato atto ai ragazzi di “Terrore al Borgo” di aver intensamente animato il centro storico per lunghe serate (tra prove e rappresentazioni); ciò ha sortito di sicuro anche l’effetto di aver tenuto lontano i malintenzionati da quei posti in quelle sere.
Certo, va preteso che le forze dell’ordine facciano fino in fondo il proprio dovere, collaborando con loro ove se ne ravvisasse la necessità, fornendo utili informazioni ma, è ovvio, senza alcuna pretesa di sostituirci a loro. I vigili facciano i vigili, i carabinieri facciano i carabinieri, ma i cittadini, dal canto loro hanno il diritto/dovere di vivere la propria comunità ed il proprio paese: chiusi ognuno nella propria accogliente casetta diventiamo sempre più deboli ed indifesi.
giovedì 30 ottobre 2014
31 OTTOBRE: UNA RICORRENZA D'IMPORTAZIONE
Secondo la signora Wikipedia, notoriamente saccente, Halloween “è una festività anglosassone che trae le sue origini da ricorrenze celtiche (All-Hallows-Eve) che ha assunto negli Stati Uniti le forme accentuatamente macabre e spesso violente con cui oggi la conosciamo e che si celebra la notte del 31 ottobre”. Già da questo si dovrebbe evincere con chiarezza che tutto l’ affannarsi di bambini e mamme ansiose, in questo periodo, è del tutto estraneo alla nostra cultura ed alle nostre tradizioni: in effetti si tratta solo dell’ ennesimo inchinarsi alla colonizzazione anglosassone. La diffusione di tale usanza dalle nostre parti verso è iniziata verso la fine degli anni ’90, e da allora si vedono aggirarsi, con il calar dell’ultima sera di ottobre, frotte di bambini ed adolescenti, che bussano e ripetono la solita domanda “dolcetto o scherzetto?” un po’ stupida, non credete… ma sentita e risentita al cinema o in TV. La domandina e l’aggirarsi per le case non hanno nulla di originale, se si pensa all’usanza del “Buonu e buonannu” andata avanti sino qualche decennio fa, e oggi quasi del tutto dimenticata (cfr. su questo stesso blog http://scribacchiandoperme.blogspot.it/2013/01/buonu-e-buonannu.html); se mi spingo ancora un po’ più in là con la mente, posso anche pensare che le due cose forse hanno radici antropologiche analoghe se non comuni.
C’è poi chi di “Halloween e dintorni” ha pensato di fare una grossa speculazione commerciale, con tanto di gadgets vari e costumi macabri per le feste “ a tema”. Inoltre, che dire delle zucche, degradate da nobile ortaggio e fonte di sostentamento, a basi per sculture di dubbio gusto? Devo aggiungere, per completare il quadro, che non mi sono mai piaciuti troppo neanche gli eventi che in qualche modo, da noi, in paese si ricollegano a tale “ricorrenza di importazione”.
La fine di ottobre e l’inizio di novembre, al contrario, per me e tanti altri (per fortuna) sono ancora i giorni dei morti, della memoria di chi ci ha preceduto e che non c’è più, almeno nella forma fisicamente avvertibile. In questi giorni le “urne dei forti”, di foscoliana memoria, dovrebbero indicare la strada a noialtri, infondendo, con l’esempio dato in vita, il coraggio e la volontà di fare “egregie cose” (cfr. U. foscolo, Carme dei sepolcri. versi 151-164) .
I ricordi di un bambino degli anni ’60 mi riportano ad un periodo tutt’altro che triste, solitamente soleggiato, con la consueta puntata in quel di Frignano per onorare i morti della famiglia paterna. In quel cimitero e in quello nostro, di Pietramelara, abituali luoghi di raccoglimento, in questi giorni si respirava e si respira un’atmosfera briosa ed allegra: fiori e luci dappertutto, una festa vera e propria, saluti di parenti ritornati in paese per rendere omaggio ad una sepoltura, sorrisi che si incrociano, abbracci e strette di mano che contrastano non poco con il dolore, recente e cocente, di altri. Ma… tant’è, è la vita! Sono questi i contrasti e le dissonanze avvertibili in una realtà, come la nostra, densa di contraddizioni, ed a volte beffarda e crudele.
C’è poi chi di “Halloween e dintorni” ha pensato di fare una grossa speculazione commerciale, con tanto di gadgets vari e costumi macabri per le feste “ a tema”. Inoltre, che dire delle zucche, degradate da nobile ortaggio e fonte di sostentamento, a basi per sculture di dubbio gusto? Devo aggiungere, per completare il quadro, che non mi sono mai piaciuti troppo neanche gli eventi che in qualche modo, da noi, in paese si ricollegano a tale “ricorrenza di importazione”.
La fine di ottobre e l’inizio di novembre, al contrario, per me e tanti altri (per fortuna) sono ancora i giorni dei morti, della memoria di chi ci ha preceduto e che non c’è più, almeno nella forma fisicamente avvertibile. In questi giorni le “urne dei forti”, di foscoliana memoria, dovrebbero indicare la strada a noialtri, infondendo, con l’esempio dato in vita, il coraggio e la volontà di fare “egregie cose” (cfr. U. foscolo, Carme dei sepolcri. versi 151-164) .
I ricordi di un bambino degli anni ’60 mi riportano ad un periodo tutt’altro che triste, solitamente soleggiato, con la consueta puntata in quel di Frignano per onorare i morti della famiglia paterna. In quel cimitero e in quello nostro, di Pietramelara, abituali luoghi di raccoglimento, in questi giorni si respirava e si respira un’atmosfera briosa ed allegra: fiori e luci dappertutto, una festa vera e propria, saluti di parenti ritornati in paese per rendere omaggio ad una sepoltura, sorrisi che si incrociano, abbracci e strette di mano che contrastano non poco con il dolore, recente e cocente, di altri. Ma… tant’è, è la vita! Sono questi i contrasti e le dissonanze avvertibili in una realtà, come la nostra, densa di contraddizioni, ed a volte beffarda e crudele.
lunedì 27 ottobre 2014
UN TESORO “IGNORATO”
Vi è un bene comune che possediamo, e di cui, forse, pochi di noi conoscono quanto sia prezioso: il nostro paesaggio rurale. Eh già “prezioso”… perché conferisce onore a chi lo ha generato, identità a chi oggi lo abita e ne fruisce, perché è capace di comunicare a chiunque venga a contatto con esso una sensazione di armonia, perché è un indicatore di equilibri ambientali costituiti secoli or sono. Provate a salire sulla nostra torre, nel borgo, oppure su in montagna, al Monticello o al Monte Maggiore: osservando i dintorni e ruotando lo sguardo ne potrete avere un’idea, e vedere quanto la natura sia stata generosa, e quanto i nostri progenitori abbiano fatto per collaborarla, assecondarla e, ove fossero state presenti eventuali negatività, correggerla.
Il paesaggio rurale si è generato, nel corso dei secoli, ad opera della saggia collaborazione, quindi, fra la natura e la mano dell’uomo; elementi caratterizzanti ne sono le alberature di confine, i casolari, le strade rurali, le siepi, i fossi, i rivi. Tale paesaggio, anche se allo stato attuale non può definirsi irrimediabilmente deturpato, ha subìto, specie negli ultimi tre decenni, sensibili disturbi provocati soprattutto da due cause .
In primo luogo la sistemazione delle strade rurali iniziata negli anni ‘70 che, se ha conferito indubbi vantaggi all’economia agricola del paese, è stata in seguito estremizzata ed esagerata con le asfaltificazioni selvagge di quasi tutte le strade rurali.
In secondo luogo la perdita definitiva, all’indomani del terremoto dell’80 dell’architettura rurale nelle sue forme più genuine: il ricorso indiscriminato all’abbattimento e ricostruzione dei fabbricati (previsto dalle leggi post terremoto) ha determinato la perdita di volumetrie, di soluzioni costruttive e manufatti tipici di tali costruzioni, che le giovani generazioni avranno modo di conoscere solo attraverso le immagini del passato (quando disponibili).
Vi sono, poi, gli elementi secondari del paesaggio quali le siepi, i fossi e i rivi: essi assumono un’importanza chiave nell’ambito degli agroecosistemi; la copertura dei rivi o la loro cementificazione, l’eliminazione spinta delle siepi hanno causato nella nostra zona l’estinzione di uccelli nidificanti preferibilmente in tali luoghi; inoltre con la copertura dei rivi, trasformati a volte in veri collettori fognanti, si è persa del tutto la loro efficacia drenante, con il conseguente allagamento delle zone più basse nella stagione piovosa. Al contrario, le paludi stagionali che si formavano nella zona “pantani” si son progressivamente estinte nell’ultimo trentennio, plausibilmente a motivo del notevole abbassamento della falda freatica.
Tuttavia, nonostante le negatività descritte, e questo va detto, Pietramelara può ritenersi piuttosto fortunata sotto il profilo della conservazione del paesaggio; un motivo di tale fortuna va ricercato proprio negli agricoltori, che a differenza di quanto è accaduto a Riardo o altri comuni limitrofi, sono e restano (per lo più) pietramelaresi: la loro cultura comporta l’adozione di indirizzi produttivi più rispettosi dell’ambiente e del paesaggio. Ciò ha impedito in qualche modo che si perpetrassero scempi quali spianamenti di forte impatto visivo ed idrogeologico, tipici di un’agricoltura poco rispettosa dei luoghi, importata anche a pochi chilometri da casa nostra da agricoltori provenienti dall’Agro Aversano e/o dal Giulianese.
Il paesaggio rurale si è generato, nel corso dei secoli, ad opera della saggia collaborazione, quindi, fra la natura e la mano dell’uomo; elementi caratterizzanti ne sono le alberature di confine, i casolari, le strade rurali, le siepi, i fossi, i rivi. Tale paesaggio, anche se allo stato attuale non può definirsi irrimediabilmente deturpato, ha subìto, specie negli ultimi tre decenni, sensibili disturbi provocati soprattutto da due cause .
In primo luogo la sistemazione delle strade rurali iniziata negli anni ‘70 che, se ha conferito indubbi vantaggi all’economia agricola del paese, è stata in seguito estremizzata ed esagerata con le asfaltificazioni selvagge di quasi tutte le strade rurali.
In secondo luogo la perdita definitiva, all’indomani del terremoto dell’80 dell’architettura rurale nelle sue forme più genuine: il ricorso indiscriminato all’abbattimento e ricostruzione dei fabbricati (previsto dalle leggi post terremoto) ha determinato la perdita di volumetrie, di soluzioni costruttive e manufatti tipici di tali costruzioni, che le giovani generazioni avranno modo di conoscere solo attraverso le immagini del passato (quando disponibili).
Vi sono, poi, gli elementi secondari del paesaggio quali le siepi, i fossi e i rivi: essi assumono un’importanza chiave nell’ambito degli agroecosistemi; la copertura dei rivi o la loro cementificazione, l’eliminazione spinta delle siepi hanno causato nella nostra zona l’estinzione di uccelli nidificanti preferibilmente in tali luoghi; inoltre con la copertura dei rivi, trasformati a volte in veri collettori fognanti, si è persa del tutto la loro efficacia drenante, con il conseguente allagamento delle zone più basse nella stagione piovosa. Al contrario, le paludi stagionali che si formavano nella zona “pantani” si son progressivamente estinte nell’ultimo trentennio, plausibilmente a motivo del notevole abbassamento della falda freatica.
Tuttavia, nonostante le negatività descritte, e questo va detto, Pietramelara può ritenersi piuttosto fortunata sotto il profilo della conservazione del paesaggio; un motivo di tale fortuna va ricercato proprio negli agricoltori, che a differenza di quanto è accaduto a Riardo o altri comuni limitrofi, sono e restano (per lo più) pietramelaresi: la loro cultura comporta l’adozione di indirizzi produttivi più rispettosi dell’ambiente e del paesaggio. Ciò ha impedito in qualche modo che si perpetrassero scempi quali spianamenti di forte impatto visivo ed idrogeologico, tipici di un’agricoltura poco rispettosa dei luoghi, importata anche a pochi chilometri da casa nostra da agricoltori provenienti dall’Agro Aversano e/o dal Giulianese.
venerdì 24 ottobre 2014
TURISTI DEL GUSTO
Agricoltura e cultura: la rima non è casuale. Oggi più che mai agricoltura e cultura sono destinate a incontrarsi, influenzarsi, contaminarsi. Offrire e far conoscere il sapore dei campi significa divulgare la storia della civiltà. Il consumatore diventa quindi “turista del gusto”, quel tipo di turista che negli ultimi anni ha scelto in modo sempre più massiccio l’esperienza dell’agriturismo, consolidata fonte di business in zone quali la Toscana, l’Umbria, la Puglia, e che in provincia di Caserta presenta esperienze sempre più interessanti per la professionalità degli operatori nonché per la particolarità e la diversificazione delle offerte.
Oggi sotto il termine “agriturismo” sono comprese varie forme di ospitalità incardinate intorno ad un’azienda agricola: la concessione di alloggio e la prestazione di determinati servizi che vanno dalla somministrazione di pasti alle lezioni di equitazione e di ecologia, fino a realtà particolarmente complesse ed attuali che prendono il nome di “fattorie didattiche”: unità produttive agricole a tutti gli effetti, che nell’ottica della “multifunzionalità” esercitano nei confronti delle scolaresche, specie di quelle provenienti da aree urbane e metropolitane, una importante funzione di riavvicinamento alla natura. Senza podere, quindi, niente agriturismo: da qui una sempre maggiore divaricazione da altre attività definibili di “turismo rurale”, all’affannosa ricerca della qualifica di “agriturismo”, per godere dei vantaggi – fiscali in primo luogo- connessi alla cosa.
Ed è proprio nella multifunzionalità, parolina magica, che si esplicita l’agriturismo come fenomeno di massa e di elite: un concetto di unità produttiva agricola non dedita esclusivamente alla produzione di alimenti, ma che comincia ad erogare, con soddisfazione economica crescente, anche e soprattutto servizi.
Certo molto tempo è passato dai primi anni ’70, che videro la nascita del fenomeno: allora operai, studenti ed altri vacanzieri di limitate possibilità ricevevano spartana ospitalità dai contadini in qualche camerone senza servizi, o addirittura nel fienile, per poche lire a notte; oggi si stanno progettando i primi eliporti a servizio di aziende agrituristiche per consentire lo sbarco di avventori, evidentemente di ben superiori possibilità finanziarie. Chi scrive ha potuto per motivi di lavoro, o per semplice diporto, visitare un gran numero di aziende agrituristiche della provincia e, anche se, come si diceva all’inizio, il panorama non si rivela particolarmente desolante, ancora molta strada va percorsa nel cammino verso la vera qualità totale dei servizi offerti, strategica per uno sviluppo foriero di soddisfazioni economiche e professionali. Prima di tutto gli operatori agrituristici veri dovrebbero isolare e relegare in un angolo il gruppo di coloro che, ritenendosi furbi, propinano ai propri avventori prodotti da supermercato o, peggio, da “hard discount”, cucinati in assenza di norme igieniche e per i quali vengono presentati conti salatissimi. Un ruolo fondamentale lo hanno i comuni: ad essi la legge regionale in materia delega il rilascio delle autorizzazioni all’esercizio dell’attività e il controllo sull’osservanza delle norme.
Sono del parere che, inoltre, vadano sempre di più incrementate le sinergie esistenti fra aziende agrituristiche produttrici di alimenti e servizi diversi: in virtù di ciò, ad esempio, il viticoltore cederà il proprio vino al pastore che lo ripagherà con i suoi formaggi, l’azienda con maneggio potrà offrire lezioni agli ospiti del vicino a condizioni concorrenziali, e via discorrendo sino alla costituzione di una vera e propria rete che, tra i fini perseguiti, metta al primo posto la valorizzazione del territorio e delle sue produzioni tipiche.
Oggi sotto il termine “agriturismo” sono comprese varie forme di ospitalità incardinate intorno ad un’azienda agricola: la concessione di alloggio e la prestazione di determinati servizi che vanno dalla somministrazione di pasti alle lezioni di equitazione e di ecologia, fino a realtà particolarmente complesse ed attuali che prendono il nome di “fattorie didattiche”: unità produttive agricole a tutti gli effetti, che nell’ottica della “multifunzionalità” esercitano nei confronti delle scolaresche, specie di quelle provenienti da aree urbane e metropolitane, una importante funzione di riavvicinamento alla natura. Senza podere, quindi, niente agriturismo: da qui una sempre maggiore divaricazione da altre attività definibili di “turismo rurale”, all’affannosa ricerca della qualifica di “agriturismo”, per godere dei vantaggi – fiscali in primo luogo- connessi alla cosa.
Ed è proprio nella multifunzionalità, parolina magica, che si esplicita l’agriturismo come fenomeno di massa e di elite: un concetto di unità produttiva agricola non dedita esclusivamente alla produzione di alimenti, ma che comincia ad erogare, con soddisfazione economica crescente, anche e soprattutto servizi.
Certo molto tempo è passato dai primi anni ’70, che videro la nascita del fenomeno: allora operai, studenti ed altri vacanzieri di limitate possibilità ricevevano spartana ospitalità dai contadini in qualche camerone senza servizi, o addirittura nel fienile, per poche lire a notte; oggi si stanno progettando i primi eliporti a servizio di aziende agrituristiche per consentire lo sbarco di avventori, evidentemente di ben superiori possibilità finanziarie. Chi scrive ha potuto per motivi di lavoro, o per semplice diporto, visitare un gran numero di aziende agrituristiche della provincia e, anche se, come si diceva all’inizio, il panorama non si rivela particolarmente desolante, ancora molta strada va percorsa nel cammino verso la vera qualità totale dei servizi offerti, strategica per uno sviluppo foriero di soddisfazioni economiche e professionali. Prima di tutto gli operatori agrituristici veri dovrebbero isolare e relegare in un angolo il gruppo di coloro che, ritenendosi furbi, propinano ai propri avventori prodotti da supermercato o, peggio, da “hard discount”, cucinati in assenza di norme igieniche e per i quali vengono presentati conti salatissimi. Un ruolo fondamentale lo hanno i comuni: ad essi la legge regionale in materia delega il rilascio delle autorizzazioni all’esercizio dell’attività e il controllo sull’osservanza delle norme.
Sono del parere che, inoltre, vadano sempre di più incrementate le sinergie esistenti fra aziende agrituristiche produttrici di alimenti e servizi diversi: in virtù di ciò, ad esempio, il viticoltore cederà il proprio vino al pastore che lo ripagherà con i suoi formaggi, l’azienda con maneggio potrà offrire lezioni agli ospiti del vicino a condizioni concorrenziali, e via discorrendo sino alla costituzione di una vera e propria rete che, tra i fini perseguiti, metta al primo posto la valorizzazione del territorio e delle sue produzioni tipiche.
sabato 18 ottobre 2014
SINDROME DEL NIMBY
Secondo wikipedia NIMBY è un acronimo inglese che sta per “Not In My Back Yard”, lett. "Non nel mio cortile" : con esso si indica un atteggiamento che si riscontra nelle proteste contro opere di interesse pubblico o non, che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui verranno costruite, come ad esempio grandi vie di comunicazione, cave, sviluppi insediativi o industriali, termovalorizzatori, discariche, depositi di sostanze pericolose, centrali elettriche e simili. Chi ne viene affetto si dice abbia la Sindrome di Nimby. La cosa curiosa è proprio questa: si riconosce l’utilità dell’opera ma la si vuole comunque lontana.
Tornando al mio piccolo borgo rurale, fanno molto rumore le odierne vicende delle proteste nei confronti di chi, fuggendo da terre meno fortunate caratterizzate da guerre e carestie, dovrebbe trovare ospitalità in un determinato fabbricato sito in via Sanniti. Non entro nell’opportunità delle proteste, comunque una cosa balza agli occhi: esse sono state suscitate e portate avanti da personaggi vicini allo scenario politico, abitanti da quelle parti, e che navigano nell’universo della sinistra, partito democratico o anche più in là . Costoro sono stati sempre, ed evidentemente a parole, paladini dell’accoglienza, della solidarietà, dell’ecumenismo etnico e transnazionale ma… appena la cosa sembra toccarli da vicino, ecco che vengono colpiti dalla “sindrome del nimby”. Non ci sono opere pubbliche da tenere lontane, solo persone diverse ma la sostanza è la stessa. La coerenza, si sa, non è stata mai patrimonio comune a Pietramelara, soprattutto in politica ma che dire di sedicenti uomini di sinistra, arrivati ad organizzare vere e proprie “riunioni condominiali” anti rifugiato? … per me il comportamento è similpadano, alla stregua dei più integri seguaci di Gianfranco Miglio, fondatore e teorico della Lega.
Tornando al mio piccolo borgo rurale, fanno molto rumore le odierne vicende delle proteste nei confronti di chi, fuggendo da terre meno fortunate caratterizzate da guerre e carestie, dovrebbe trovare ospitalità in un determinato fabbricato sito in via Sanniti. Non entro nell’opportunità delle proteste, comunque una cosa balza agli occhi: esse sono state suscitate e portate avanti da personaggi vicini allo scenario politico, abitanti da quelle parti, e che navigano nell’universo della sinistra, partito democratico o anche più in là . Costoro sono stati sempre, ed evidentemente a parole, paladini dell’accoglienza, della solidarietà, dell’ecumenismo etnico e transnazionale ma… appena la cosa sembra toccarli da vicino, ecco che vengono colpiti dalla “sindrome del nimby”. Non ci sono opere pubbliche da tenere lontane, solo persone diverse ma la sostanza è la stessa. La coerenza, si sa, non è stata mai patrimonio comune a Pietramelara, soprattutto in politica ma che dire di sedicenti uomini di sinistra, arrivati ad organizzare vere e proprie “riunioni condominiali” anti rifugiato? … per me il comportamento è similpadano, alla stregua dei più integri seguaci di Gianfranco Miglio, fondatore e teorico della Lega.
giovedì 16 ottobre 2014
TANTA VOTE
Avete mai sentito dire: “tanta vòte” (trad.lett.:tante volte)? Esso è un modo di dire tra l’augurale e lo speranzoso, usato alle nostre parti: “tanta vòte me sposu”, risponderebbe una ragazza in età da marito a chi le chiede perché prepara il corredo. L'espressione sta ad indicare qualcosa di estremamente probabile e in qualche caso imminente; la stessa risposta “tanta vòte me sposu”, sulla bocca di un’acida zitella ultracinquantenne non assume ne lo stesso significato ne la stessa valenza, indicando qualcosa di molto meno probabile.
“Che c’è fa cu sta machina”? “tanta vòte pigliu nu postu, ce vac’ a faticà”, è la risposta di un giovane in attesa di prima occupazione. A Roma direbbero: “Hai visto mai?” che significa esattamente la stessa cosa.
“Tanta vòte” racchiude un concetto basilare della statistica, cioè che la probabilità che un fenomeno assuma caratteristiche positive aumenta all’aumentare delle volte in cui il fenomeno stesso si ripete. Faccio un esempio per essere più chiaro: se non giochiamo mai alla lotteria le probabilità di vincere sono nulle, ma se lo facciamo una o due volte nella vita la cosa non cambia granchè. Se giochiamo frequentemente (un gran numero di volte, tante volte, “tanta vòte”) le probabilità di vincita sono molte di più! Chiaro, adesso?
“Tanta vòte”, allora assume un significato ben preciso che è questo: “vuoi vedere che questa, tra le tante volte, è quella buona?” La speranza di vivere una situazione positiva che potrebbe comportare ricchezza, amore, fortuna, è insita ed innata fra la nostra gente, notoriamente avvezza nel passato ad una vita grama, ma non per questo disperata. La filosofia di vita di costoro, positiva anche quando le condizioni ed il contesto indicano il contrario, si è riflessa in questo modo di dire così curioso e denso di significato: “Tanta vòte”.
“Che c’è fa cu sta machina”? “tanta vòte pigliu nu postu, ce vac’ a faticà”, è la risposta di un giovane in attesa di prima occupazione. A Roma direbbero: “Hai visto mai?” che significa esattamente la stessa cosa.
“Tanta vòte” racchiude un concetto basilare della statistica, cioè che la probabilità che un fenomeno assuma caratteristiche positive aumenta all’aumentare delle volte in cui il fenomeno stesso si ripete. Faccio un esempio per essere più chiaro: se non giochiamo mai alla lotteria le probabilità di vincere sono nulle, ma se lo facciamo una o due volte nella vita la cosa non cambia granchè. Se giochiamo frequentemente (un gran numero di volte, tante volte, “tanta vòte”) le probabilità di vincita sono molte di più! Chiaro, adesso?
“Tanta vòte”, allora assume un significato ben preciso che è questo: “vuoi vedere che questa, tra le tante volte, è quella buona?” La speranza di vivere una situazione positiva che potrebbe comportare ricchezza, amore, fortuna, è insita ed innata fra la nostra gente, notoriamente avvezza nel passato ad una vita grama, ma non per questo disperata. La filosofia di vita di costoro, positiva anche quando le condizioni ed il contesto indicano il contrario, si è riflessa in questo modo di dire così curioso e denso di significato: “Tanta vòte”.
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