Stamattina, domenica 10 novembre 2013, nel salone del “piano nobile” del Palazzo Ducale di Pietramelara, a mio parere si è scritta una pagina di storia: da tempo immemore in quel luogo non si tenevano eventi; almeno questa era la mia opinione, peraltro demolita dal “sempreverde” Don Roberto Mitrano, il quale, intervenuto a conclusione dei lavori del Convegno sul recupero dei centri storici, organizzato dall’Associazione “Artes Loci”, presieduta dall’arch. Nunzio Della Torre, ci ha raccontato che nel corso dell’ultimo conflitto mondiale fu organizzata dalle truppe di occupazione alleate un serata di gala danzante a cui prese parte il Gen. Dwight D. Eisenhower, allora poco noto ufficiale americano, destinato a divenire l’inquilino della Casa Bianca da tutti conosciuto.
Folta la partecipazione al convegno, interessante il dibattito incentratosi sui temi delle relazioni.
Il vostro blogger scribacchiante, da sempre impegnato in tali tematiche, pubblicò sul periodico “Paese” nell’ormai lontano luglio 2005, questa nota sul palazzo ducale che accolto il convegno. A rileggerla adesso, in alcuni passaggi sembra essere dotata del dono della profezia:
“La sua facciata, visibile da parte di chiunque entri in paese, è stato da sempre il biglietto da visita della città. Parliamo del Palazzo Ducale, senz’altro il monumento più importante, imponente e ricco di storia di cui possa disporre l’intera comunità pietramelarese. Fatto iniziare nel tardo rinascimento da Faustina Colonna, signora della città, e arricchito da un sontuoso giardino, conservatosi sino agli anni sessanta, il “Pomaro”, e da una chiesa satellite, l’Annunziata, è un monumento imponente nel vero senso della parola: pochi edifici della nostra provincia, infatti, possono competere con esso per dimensioni. Dal momento della sua realizzazione, ultimata presumibilmente verso la metà del XVI secolo, è cominciata l’espansione urbanistica di Pietramelara nella parte pianeggiante. Suggestive ed antiche leggende popolari parlano di passaggi segreti e trabocchetti nei suoi sotterranei; quella che è certa è senz’altro la sua destinazione d’uso: dalla documentazione disponibile emerge che esso nel periodo di massimo splendore era un’unità produttiva agricola basata sul modello della “villa veneta”, una sorta di brulicante villaggio all’interno del quale convivevano il signore e la sua famiglia, insieme ad amministratori, stallieri, giardinieri e contadini. Posseduto sino a qualche decennio fa dalla famiglia Caracciolo, la proprietà finì all’asta e fu smembrata; essa sembrava, pertanto, destinata al più triste declino ed abbandono. Tuttavia, è ormai certo che i momenti più tristi siano terminati: dall’autunno del 2003 sono iniziati i lavori di consolidamento strutturale, finanziati con la legge 219/81, progettati e diretti da un’ equipe di professionisti locali. I lavori, già giunti ad un buon stato di avanzamento, consistono in rifacimento della copertura, sostituzione di alcuni solai, rinforzo di alcune bellissime volte, rinforzo dello scalone principale di ingresso. Essi sono stati, inoltre, l’occasione propizia per il ripristino dell’originale aspetto delle facciate interne ed esterna; la previsione della loro conclusione può verosimilmente datarsi al prossimo autunno del 2006. Era veramente ora che si procedesse a restituire l’originaria dignità al fiero monumento, vero simbolo di una storia che permea ogni tradizione e la memoria collettiva di Pietramelara! I presupposti perché ciò avvenga ci sono tutti, sufficiente dotazione finanziaria, professionisti esperti,sensibili e legati al territorio, un impresa da sempre impegnata con rigore alla realizzazione di tali tipi di opere; a coronamento di tale intensa opera di restauro, a parere di chi scrive, dovrebbe esservi la definitiva acquisizione da parte dell’Ente Comunale del “piano nobile”: i saloni resisi disponibili potranno sicuramente recuperati per ospitare, ad esempio, una realizzazione polifunzionale in grado di fungere da auditorium, sala congressi, cinema e teatro”.
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
domenica 10 novembre 2013
sabato 2 novembre 2013
PUORCI A CUNFIETTI
Il racconto è questo: un furbo commerciante di bestiame aveva portato al mercato un gruppo di suini pronti per la vendita, ma la cosa non destò molto successo quella mattina, ed allora un uomo alla ricerca di affari molto vantaggiosi si avvicinò e propose a costui di vendergli tutti i maiali ad un prezzo misero, veramente “stracciato”. Si vuole, allora, che il protagonista della nostra storia, per dimostrare di che pasta era fatto, tirò fuori dalla tasca una manciata di confetti, e li buttò in pasto ai maiali destinati alla vendita, dichiarando allo sprovveduto avventore: “I puorci miei gl’jaggiu missi a cunfietti!” (trad. : i miei maiali li nutro abitualmente con i confetti, quindi non ho cosa fare della miseria che mi proponi).
I confetti non sono un alimento abituale per suini destinati all’ingrasso, ed il paradosso è evidente!... forse i simpatici porcelli sono divenuti inconsapevolmente protagonisti di un episodio ad alto valore simbolico, abitualmente citato, anche perché il fatto è stato traslato nell’uso comune, ed ogniqualvolta si vuole additare un trattamento eccessivamente benevolo o vantaggioso destinato a qualcuno che non lo merita e/o non se ne è dimostrato degno, si usa dire dalle nostre parti, ricordando, appunto, il gustoso episodio “Ammu missu i puorci a cunfietti”.
“Ammu missu i puorci a cunfietti”, quando chi ci amministra non si dimostra all’altezza delle responsabilità a cui è chiamato.
“Ammu missu i puorci a cunfietti”, ogni qualvolta un uomo o una donna si dimostrano indegni dell’amore o del profondo affetto del coniuge o comunque di un compagno/a.
“Ammu missu i puorci a cunfietti” se un padre o una madre continuano ad amare dal profondo del cuore un figlio che gliene combina di tutti i colori, e per tale figlio impiegano ogni risorsa ed energia, nella speranza di un tardivo ravvedimento.
“Ammu missu i puorci a cunfietti”, infine, quando qualcuno senza alcun carisma, per amore ed ansia di visibilità, si autopropone per ruoli e compiti importanti, e grazie al caso ed alla fortuna riesce anche ad accedervi, salvo poi produrre con il proprio comportamento e la propria formazione una serie infinita di risultati disastrosi!
I confetti non sono un alimento abituale per suini destinati all’ingrasso, ed il paradosso è evidente!... forse i simpatici porcelli sono divenuti inconsapevolmente protagonisti di un episodio ad alto valore simbolico, abitualmente citato, anche perché il fatto è stato traslato nell’uso comune, ed ogniqualvolta si vuole additare un trattamento eccessivamente benevolo o vantaggioso destinato a qualcuno che non lo merita e/o non se ne è dimostrato degno, si usa dire dalle nostre parti, ricordando, appunto, il gustoso episodio “Ammu missu i puorci a cunfietti”.
“Ammu missu i puorci a cunfietti”, quando chi ci amministra non si dimostra all’altezza delle responsabilità a cui è chiamato.
“Ammu missu i puorci a cunfietti”, ogni qualvolta un uomo o una donna si dimostrano indegni dell’amore o del profondo affetto del coniuge o comunque di un compagno/a.
“Ammu missu i puorci a cunfietti” se un padre o una madre continuano ad amare dal profondo del cuore un figlio che gliene combina di tutti i colori, e per tale figlio impiegano ogni risorsa ed energia, nella speranza di un tardivo ravvedimento.
“Ammu missu i puorci a cunfietti”, infine, quando qualcuno senza alcun carisma, per amore ed ansia di visibilità, si autopropone per ruoli e compiti importanti, e grazie al caso ed alla fortuna riesce anche ad accedervi, salvo poi produrre con il proprio comportamento e la propria formazione una serie infinita di risultati disastrosi!
sabato 12 ottobre 2013
Autunno, autunni
Puntuale come non mai, l’autunno è ormai giunto!... ma non si tratta dell’autunno gioioso dai variegati colori, delle calde ottobrate, dei frutti vari e dolcissimi: questo è un autunno freddo e piagnucoloso, tipico di novembre, che infonde solo tristezza. Le giornate, ormai brevi, si trascorrono con un occhio al lavoro e l’altro alla finestra, il sole fa capolino rarissimamente tra le nubi, e per lo più si nega. Avvolti e concentrati, come siamo, nei nostri pensieri , veniamo distratti all’improvviso dai fragori di un temporale: scrosci di pioggia, fitti ed intensi, saette e tuoni rompono la monotonia di mattinate e pomeriggi grigi. Anche adesso, mentre scrivo, fuori piove intensamente; inutile dire quanto sia forte la nostalgia della bella stagione, del caldo e delle giornate luminose. Dovrei prepararmi ai lavori autunnali in campagna, ma è impossibile, dato questo tempo, e anche se le condizioni lo permettessero, me ne manca la voglia. E’ incredibile quanto l’ambiente esterno con la sua mutevolezza possa influenzare i nostri stati d’animo. Un autunno di questo tipo, poi, è particolarmente poco gradito a coloro che, come chi scrive, attraversano quell’età grigia (non solo per il colore dei capelli) che va sotto il nome di “autunno della vita”.
L’inverno (della vita), è vero, non è ancora giunto, ma si sente forte il dovere e la necessità di prepararvisi! Con responsabilità, come una brava massaia che si dota di provviste varie, anche io cerco di capitalizzare quanto mi rimane a disposizione affinché, una volta giunto l’inverno, possa affrontarlo nel migliore dei modi: lo farò servendomi della salute del corpo , che spero saprò tutelare, dell’equilibrio mentale , e con la consapevolezza di me stesso e del tempo che si attraversa.
In qualche modo bisogna lasciarsi dietro le spalle i rimpianti per ciò che non è stato fatto al tempo debito, e conservare gelosamente il ricordo di istanti felici , emozioni intense, volti ed immagini che mi hanno colpito; saranno i migliori compagni, nell’inverno che mi preparo ad affrontare. Grande cura va dedicata agli affetti, mi sosterranno.
Quanto grande sarebbe la voglia di ripercorrere i passi della gioventù, con le stesse risate fragorose, con gli stessi amici, con la stessa voglia di fare, disfare, progettare per il futuro; ma il tempo per questo è ormai trascorso! Arrendersi agli anni che passano inesorabili, allora? Giammai! Un pezzo di vita mi è ancora davanti e voglio viverlo nel migliore dei modi, plasmando il destino con le “mie” mani.
Ho ancora tanto da fare, voglio farlo bene e, soprattutto, di testa mia!
Francesco, filosofo del pensiero debole
L’inverno (della vita), è vero, non è ancora giunto, ma si sente forte il dovere e la necessità di prepararvisi! Con responsabilità, come una brava massaia che si dota di provviste varie, anche io cerco di capitalizzare quanto mi rimane a disposizione affinché, una volta giunto l’inverno, possa affrontarlo nel migliore dei modi: lo farò servendomi della salute del corpo , che spero saprò tutelare, dell’equilibrio mentale , e con la consapevolezza di me stesso e del tempo che si attraversa.
In qualche modo bisogna lasciarsi dietro le spalle i rimpianti per ciò che non è stato fatto al tempo debito, e conservare gelosamente il ricordo di istanti felici , emozioni intense, volti ed immagini che mi hanno colpito; saranno i migliori compagni, nell’inverno che mi preparo ad affrontare. Grande cura va dedicata agli affetti, mi sosterranno.
Quanto grande sarebbe la voglia di ripercorrere i passi della gioventù, con le stesse risate fragorose, con gli stessi amici, con la stessa voglia di fare, disfare, progettare per il futuro; ma il tempo per questo è ormai trascorso! Arrendersi agli anni che passano inesorabili, allora? Giammai! Un pezzo di vita mi è ancora davanti e voglio viverlo nel migliore dei modi, plasmando il destino con le “mie” mani.
Ho ancora tanto da fare, voglio farlo bene e, soprattutto, di testa mia!
Francesco, filosofo del pensiero debole
sabato 5 ottobre 2013
TEMPO DI VENDEMMIA
E’ un momento magico e ricco di suggestioni, questo che si vive tra la fine dell’estate e le prime settimane dell’ autunno: la vendemmia.
Il mio Paese, anche se non ha mai avuto una forte e spiccata vocazionalità vitivinicola, continua a mantenere comunque una viva tradizione in tal senso. Fino a qualche decennio fa ogni famiglia, o quasi, possedeva un appezzamento vitato, una piccola vigna in cui produrre il vino da consumare in casa, per l’intero anno. Il vino allora era sostanzialmente considerato un alimento, capace di apportare nella dieta di quel tempo, povera ed essenziale, una buona quantità di energia a buon mercato. Oggi no: le superfici vitate si vanno contraendo sempre di più e resistono solo nelle zone più vocate del nostro territorio comunale; le cause quasi sempre la contrazione nel consumo di vino, la mancanza di personale adeguato per seguire, in campo ed in cantina, una produzione tanto delicata, il tramonto della tradizione. Tuttavia se ci si aggira per le vie e i vicoli, è facile e frequente imbattersi, di questi tempi , in una folata di quel piacevole e tanto caratteristico profumo del mosto in fermentazione, ed entrare a contatto con esso evoca immediatamente alla mente i ricordi legati a tale periodo dell’anno così suggestivo e caratteristico.
Ed allora riemerge l’immagine dell’arrivo delle carrette e delle “trainelle”, tirate da pazienti somari, al calar del sole, ricolme fino all’inverosimile di cassette d’uva appena vendemmiata; queste cassette, in legno di castagno in grado di contenere circa mezzo quintale d’uva, venivano scaricate e condotte nei “cellari”, locali terranei, un po’ oscuri, destinati alla vendemmia ed altre attività, ove avveniva la pigiatura e la fermentazione. Dopo qualche giorno si “ammuttava”, ossia il mosto veniva spillato e separato dalle vinacce. La famiglia si riuniva in tale occasione, e la vendemmia e tutte le operazioni consecutive erano condotte secondo un rituale rigido e codificato, tramandato oralmente di padre in figlio. L’emozione più forte, per me come per tanti ragazzi e bambini che hanno avuto la possibilità di viverla, era rappresentata dal fontanone di vino che sgorgava libero appena tolto il tappo del tino,nel nostro dialetto detto “maf’ru”, dalla caratteristica forma troncoconica; il mosto con impeto e gioioso fragore passava dal tino, detto “laviegliu”, al “ ‘nnanzilaviegliu”, un recipiente di circa cento litri, diffondendo per l’intero vicinato quei sentori e quegli aromi, che oggi i sommelier si sforzano di cercare un po’ in ogni vino posto sul mercato. La vendemmia aveva come epilogo costante la torchiatura, “a turcitura”, contraddistinta dal suono caratteristico e ritmato prodotto dal torchio, simile al tintinnare di una campana al collo di un animale al pascolo, capace di farsi udire anche a distanza. Ed era proprio tale tintinnio, nelle ore serali, a guidare ed attirare sparuti gruppi di buontemponi, picari di casa nostra, che si aggiravano di cellaro in cellaro, alla ricerca di una bevuta generosa e gratuita; “facet’ne assai” (“fatene molto”, alludendo al vino)era l’espressione grata e benaugurante che si rivolgeva al padrone di casa e a coloro che erano impegnati in tali attività, con essa si salutava e si passava oltre, in un altro cellaro, in un’altra cucina.
Il mio Paese, anche se non ha mai avuto una forte e spiccata vocazionalità vitivinicola, continua a mantenere comunque una viva tradizione in tal senso. Fino a qualche decennio fa ogni famiglia, o quasi, possedeva un appezzamento vitato, una piccola vigna in cui produrre il vino da consumare in casa, per l’intero anno. Il vino allora era sostanzialmente considerato un alimento, capace di apportare nella dieta di quel tempo, povera ed essenziale, una buona quantità di energia a buon mercato. Oggi no: le superfici vitate si vanno contraendo sempre di più e resistono solo nelle zone più vocate del nostro territorio comunale; le cause quasi sempre la contrazione nel consumo di vino, la mancanza di personale adeguato per seguire, in campo ed in cantina, una produzione tanto delicata, il tramonto della tradizione. Tuttavia se ci si aggira per le vie e i vicoli, è facile e frequente imbattersi, di questi tempi , in una folata di quel piacevole e tanto caratteristico profumo del mosto in fermentazione, ed entrare a contatto con esso evoca immediatamente alla mente i ricordi legati a tale periodo dell’anno così suggestivo e caratteristico.
Ed allora riemerge l’immagine dell’arrivo delle carrette e delle “trainelle”, tirate da pazienti somari, al calar del sole, ricolme fino all’inverosimile di cassette d’uva appena vendemmiata; queste cassette, in legno di castagno in grado di contenere circa mezzo quintale d’uva, venivano scaricate e condotte nei “cellari”, locali terranei, un po’ oscuri, destinati alla vendemmia ed altre attività, ove avveniva la pigiatura e la fermentazione. Dopo qualche giorno si “ammuttava”, ossia il mosto veniva spillato e separato dalle vinacce. La famiglia si riuniva in tale occasione, e la vendemmia e tutte le operazioni consecutive erano condotte secondo un rituale rigido e codificato, tramandato oralmente di padre in figlio. L’emozione più forte, per me come per tanti ragazzi e bambini che hanno avuto la possibilità di viverla, era rappresentata dal fontanone di vino che sgorgava libero appena tolto il tappo del tino,nel nostro dialetto detto “maf’ru”, dalla caratteristica forma troncoconica; il mosto con impeto e gioioso fragore passava dal tino, detto “laviegliu”, al “ ‘nnanzilaviegliu”, un recipiente di circa cento litri, diffondendo per l’intero vicinato quei sentori e quegli aromi, che oggi i sommelier si sforzano di cercare un po’ in ogni vino posto sul mercato. La vendemmia aveva come epilogo costante la torchiatura, “a turcitura”, contraddistinta dal suono caratteristico e ritmato prodotto dal torchio, simile al tintinnare di una campana al collo di un animale al pascolo, capace di farsi udire anche a distanza. Ed era proprio tale tintinnio, nelle ore serali, a guidare ed attirare sparuti gruppi di buontemponi, picari di casa nostra, che si aggiravano di cellaro in cellaro, alla ricerca di una bevuta generosa e gratuita; “facet’ne assai” (“fatene molto”, alludendo al vino)era l’espressione grata e benaugurante che si rivolgeva al padrone di casa e a coloro che erano impegnati in tali attività, con essa si salutava e si passava oltre, in un altro cellaro, in un’altra cucina.
mercoledì 25 settembre 2013
GIORNATE "NORMALI"
E’ da tempo, caro “scribacchiando”, che, ad imbrattare le tue pagine, non ci provo neppure. Tempo di crisi!... mi lamentavo già qualche mese fa, ma oggi sembra che non abbia proprio più nulla da dirti. La mia vena, la mia voglia di scrivere, che qualche consenso lo hanno pur destato, sembra si siamo momentaneamente assopite, per non dire che ormai ronfano a più non posso. Visto che ci sono, e siccome è passato un bel po’ di tempo che non comunico più con te, provo a raccontarti la mia giornata, così … tanto per trascorrere un po’ di tempo insieme.
Si inizia di buon mattino, quando l’alba è ancora nascosta fra i monti ed il cielo è ancora scuro: piccola colazione, telegiornale, e la solita mezz’ora al PC, per coltivare passioni che solo a quell’ora posso permettermi di coltivare. Viaggio prima in auto, poi in treno, discorrendo con i soliti amici e/o con occasionali compagni di viaggio, a Caserta mi attende la fida bici, che assolve al compito di recarmi dalla stazione in ufficio, luogo in cui trascorro la maggior parte della mia giornata.
E qui viene il bello (se di bello si può parlare). Sono stati chiusi nei giorni scorsi vari bandi del PSR, a cui hanno partecipato un numero di richiedenti superiore ad ogni rosea (o pessimistica?) previsione; ed allora, appena passate le otto e mezza, la mia stanza comincia a mutare di aspetto e, dapprima con gradualità, poi via via con sempre maggior vigore, si trasforma in qualcosa che somiglia da vicino a uno di quei suk brulicanti delle città arabe, dove le voci degli avventori si sommano a quelle di coloro che sono li per vendere qualcosa, ed ognuno alzando la voce cerca di prendere il sopravvento e di prevalere. Suona il telefono, fingo di ignorarlo, ma il furbo, dall’altro lato del filo, pensa bene di chiamare al cellulare (sia stramaledetto l’inventore dell’unico strumento di tortura divenuto status simbol). Intanto entra il capo, reca anch’egli il diabolico telefonino nel palmo della mano, mi dice che tale sindaco vuole conferire con me, assorto come sono nelle mie cose,distrattamente gli rispondo “fallo accomodare” senza degnarlo di un solo sguardo, ma lui comincia ad innervosirsi e replica “non è qui ma al telefono”, sorridiamo entrambi. Si avvicina l’ora del pranzo, la gente e le telefonate non ne vogliono proprio sapere di concedermi questa pausa (meritata, che dici?), cerco allora di fare uno sforzo per completare un po’ di cose, ci riesco.
Dopo pranzo i ritmi si fanno più soft, l’utenza non può più accedere agli uffici e ci si può dedicare a tirare le fila del discorso, tentare di stilare un bilancio provvisorio della giornata, anche per chiedersi, come diceva qualcuno, se “lo stipendio per questo giorno l’ho meritato o no?”.
Si ritorna a casa: bici, treno, auto, percorso a ritroso. Un po’ di musica dalle cuffiette, nella parte ferroviaria; mancano i compagni di viaggio? … tanto meglio, si può anche schiacciare un pisolino. Non mi è mai capitato di andare oltre la destinazione, a causa di queste sieste ferroviarie, ma qualche volta ci è mancato molto poco!
A casa la famiglia, gli affetti e gli altri impegni propri del sottoscritto: i lavoretti di casa, il giardino, la campagna e se avanza un po’ di tempo si va camminare all’aria aperta.
Giornate “normali” per gente “normale”.
Si inizia di buon mattino, quando l’alba è ancora nascosta fra i monti ed il cielo è ancora scuro: piccola colazione, telegiornale, e la solita mezz’ora al PC, per coltivare passioni che solo a quell’ora posso permettermi di coltivare. Viaggio prima in auto, poi in treno, discorrendo con i soliti amici e/o con occasionali compagni di viaggio, a Caserta mi attende la fida bici, che assolve al compito di recarmi dalla stazione in ufficio, luogo in cui trascorro la maggior parte della mia giornata.
E qui viene il bello (se di bello si può parlare). Sono stati chiusi nei giorni scorsi vari bandi del PSR, a cui hanno partecipato un numero di richiedenti superiore ad ogni rosea (o pessimistica?) previsione; ed allora, appena passate le otto e mezza, la mia stanza comincia a mutare di aspetto e, dapprima con gradualità, poi via via con sempre maggior vigore, si trasforma in qualcosa che somiglia da vicino a uno di quei suk brulicanti delle città arabe, dove le voci degli avventori si sommano a quelle di coloro che sono li per vendere qualcosa, ed ognuno alzando la voce cerca di prendere il sopravvento e di prevalere. Suona il telefono, fingo di ignorarlo, ma il furbo, dall’altro lato del filo, pensa bene di chiamare al cellulare (sia stramaledetto l’inventore dell’unico strumento di tortura divenuto status simbol). Intanto entra il capo, reca anch’egli il diabolico telefonino nel palmo della mano, mi dice che tale sindaco vuole conferire con me, assorto come sono nelle mie cose,distrattamente gli rispondo “fallo accomodare” senza degnarlo di un solo sguardo, ma lui comincia ad innervosirsi e replica “non è qui ma al telefono”, sorridiamo entrambi. Si avvicina l’ora del pranzo, la gente e le telefonate non ne vogliono proprio sapere di concedermi questa pausa (meritata, che dici?), cerco allora di fare uno sforzo per completare un po’ di cose, ci riesco.
Dopo pranzo i ritmi si fanno più soft, l’utenza non può più accedere agli uffici e ci si può dedicare a tirare le fila del discorso, tentare di stilare un bilancio provvisorio della giornata, anche per chiedersi, come diceva qualcuno, se “lo stipendio per questo giorno l’ho meritato o no?”.
Si ritorna a casa: bici, treno, auto, percorso a ritroso. Un po’ di musica dalle cuffiette, nella parte ferroviaria; mancano i compagni di viaggio? … tanto meglio, si può anche schiacciare un pisolino. Non mi è mai capitato di andare oltre la destinazione, a causa di queste sieste ferroviarie, ma qualche volta ci è mancato molto poco!
A casa la famiglia, gli affetti e gli altri impegni propri del sottoscritto: i lavoretti di casa, il giardino, la campagna e se avanza un po’ di tempo si va camminare all’aria aperta.
Giornate “normali” per gente “normale”.
sabato 21 settembre 2013
ESSERE PIETRAMELARESE
Essere pietramelarese costituisce da sempre motivo d’orgoglio in chi lo è: tale condizione, infatti, eleva anche il più semplice dei cittadini ad un rango privilegiato rispetto alle realtà ed ai paesi che ci circondano: la cultura diffusa, il senso di ospitalità, la bellezza del paese, delle campagne e dei monti che lo circondano conferiscono in chiunque un forte carattere di appartenenza che porta i singoli ad identificarsi pienamente nella comunità. Vi è da dire che oggi questi sentimenti si sono in parte affievoliti ma, per fortuna, non annullati: essi resistono in un numero elevato di persone appartenenti ad ogni classe di età e ceto sociale!
Per quello che mi riguarda, penso che la mia “pietramelaresità” traspaia da qualsiasi gesto ed espressione: a volte, devo confessarlo, essa è divenuta anche motivo di ironia - se non di scherno - per i miei compagni di lavoro, persone che – per forza di cose - non possono rendersi conto di quanto questo sentimento sia presente in tutti noi. Vado ripetendo che il dialetto Pietramelarese è da sempre il modo che preferisco per esprimermi, specie quando mi trovo tra persone che gradiscono la riscoperta di termini e modi di dire del passato. Nel corso degli anni che ho vissuto ho sentito sempre aumentare il bisogno di trascorrere parte del mio tempo libero in piazza, ad ascoltare le persone, a capirne i problemi e gli interessi; ho sentito crescere l’esigenza di percorrere a piedi, in bicicletta o, al limite, con la mia vecchia moto, le nostre contrade rurali, per assaporare gli odori ed i colori di una natura lussureggiante, per leggere e studiare un paesaggio frutto della saggia collaborazione fra l’uomo e la natura.
Se me lo consentite, anche la mia passione per lo scrivere è stata dettata, imposta dall’esigenza di far conoscere ad un gran numero di persone le tante cose belle e buone di Pietramelara, nonché a stimolare e far aumentare in chi la amministra l’attaccamento alla missione che gli è stata affidata. Non so in quale misura i miei scritti abbiano centrato questo obiettivo ma, vi assicuro, le intenzioni erano le migliori: collaborare con la stampa locale ha costituito per me un’esperienza esaltante , ricca di motivazioni.
Essere e sentirsi di Pietramelara, a mio modo di vedere, significa anche e soprattutto preferire che chi mi rivolge la parola mi chiami per nome, senza inutili sovrastrutture di titoli accademici .
Amare Pietramelara costituisce, è ovvio, il primo dovere per chi si propone alla guida della comunità che vi dimora. Ma, vi siete mai chiesti come si fa ad amare il proprio paese se non si conoscono le persone, se non si ha almeno una vaga idea di come siano composte le famiglie e le parentele, se non si conoscono le località ed i toponimi che, nel corso di una storia plurimillenaria, sono stati ad esse attribuiti, se non si possiede l’abitudine di frequentare la piazza: come si fa ad amare Pietramelara, se non si è nemmeno di Pietramelara?
Per quello che mi riguarda, penso che la mia “pietramelaresità” traspaia da qualsiasi gesto ed espressione: a volte, devo confessarlo, essa è divenuta anche motivo di ironia - se non di scherno - per i miei compagni di lavoro, persone che – per forza di cose - non possono rendersi conto di quanto questo sentimento sia presente in tutti noi. Vado ripetendo che il dialetto Pietramelarese è da sempre il modo che preferisco per esprimermi, specie quando mi trovo tra persone che gradiscono la riscoperta di termini e modi di dire del passato. Nel corso degli anni che ho vissuto ho sentito sempre aumentare il bisogno di trascorrere parte del mio tempo libero in piazza, ad ascoltare le persone, a capirne i problemi e gli interessi; ho sentito crescere l’esigenza di percorrere a piedi, in bicicletta o, al limite, con la mia vecchia moto, le nostre contrade rurali, per assaporare gli odori ed i colori di una natura lussureggiante, per leggere e studiare un paesaggio frutto della saggia collaborazione fra l’uomo e la natura.
Se me lo consentite, anche la mia passione per lo scrivere è stata dettata, imposta dall’esigenza di far conoscere ad un gran numero di persone le tante cose belle e buone di Pietramelara, nonché a stimolare e far aumentare in chi la amministra l’attaccamento alla missione che gli è stata affidata. Non so in quale misura i miei scritti abbiano centrato questo obiettivo ma, vi assicuro, le intenzioni erano le migliori: collaborare con la stampa locale ha costituito per me un’esperienza esaltante , ricca di motivazioni.
Essere e sentirsi di Pietramelara, a mio modo di vedere, significa anche e soprattutto preferire che chi mi rivolge la parola mi chiami per nome, senza inutili sovrastrutture di titoli accademici .
Amare Pietramelara costituisce, è ovvio, il primo dovere per chi si propone alla guida della comunità che vi dimora. Ma, vi siete mai chiesti come si fa ad amare il proprio paese se non si conoscono le persone, se non si ha almeno una vaga idea di come siano composte le famiglie e le parentele, se non si conoscono le località ed i toponimi che, nel corso di una storia plurimillenaria, sono stati ad esse attribuiti, se non si possiede l’abitudine di frequentare la piazza: come si fa ad amare Pietramelara, se non si è nemmeno di Pietramelara?
domenica 1 settembre 2013
PIANETA GIOCHI
Viaggiando, viaggiando fra l’attuale galassia e quella del passato prossimo (vedi su questo blog “Due galassie” , 30 ottobre 2011), la fantastica astronave della memoria potrebbe anche far tappa sul pianeta “Giochi”.
Soffermandomi a considerare nella mente, oggi, bambini, adolescenti e giovani (ma anche qualche adulto) concentrati all’inverosimile su uno smartphone o una play station, dal finestrino dell’astronave e dal mio punto di vista, non potrei fare a meno di osservare quanto più aggreganti e divertenti fossero i nostri giochi, quelli a cui abbiamo giocato in interminabili e bellissimi pomeriggi, con il sole ancora alto nel cielo o, appena finito un temporale, come rischizzati in strada, oppure ancora “fore Sant’Austinu” (in Piazza Sant’Agostino), aspettando l’orario del catechismo, da noi detto “ ’a luttrina” (dottrina).
Praticati in strada, dicevo, su una piccola piazza o ai margini di un campo coltivato i giochi di allora non erano mai solitari: si andava dalla “campagnella” al “padrone del marciapiede” , dalla “bandierina” (ruba bandiera) al “ciucciu ‘nterra” , e così via. Essi esaltavano, appunto la funzione aggregante del gioco, cosa che, con l’evoluzione sociale e la massiccia introduzione dell’elettronica nelle attività ludiche, è andata definitivamente perduta. Ma, non solo … impegnavano fortemente la mente ed il corpo e non solo i polpastrelli! In altre parole la faceva da padrone quel connubio di fisicità, esperienza e intelligenza che si profondeva nel gioco, come nel citato “ciucciu ‘nterra” (VEDI FOTO), in cui veniva esaltata la capacità di resistere (al peso) di chi stava “sotto” e l’abilità nel saltare di chi era sopra; o anche e la fisicità insieme alla memoria come nell’ ormai quasi del tutto dimenticato “ a chi è primu è primu monta” consistente nel dover saltare i compagni “alla cavallina” e mentre si saltava recitare anche una breve filastrocca e, mentre si procedeva nei livelli di gioco, il salto e la filastrocca divenivano via via più difficili; una sorta di metafora della vita, insomma!...che dire poi Il nascondino o “celariegliu”, fatto di capacità di nascondersi e mimetizzarsi e velocità nella corsa? …dei “quattro cantoni”, della “palla avvelenata” e della “palla prigioniera”?
Descrivere ora l’intero corpo di regole che i giocatori in erba si erano dati e tramandati oralmente per generazioni, sarebbe un esercizio impegnativo e, tutto sommato, poco gradito ai pregiati “quattro lettori” di questo “blog scribacchiato” ed anche , francamente, impossibile dato il tempo trascorso; rimane, però, una inguaribile (sigh) e struggente nostalgia per quelle ore trascorse insieme, per quelle sonore risate e per quei richiami imperiosi delle mamme a ritirarsi, quando il sole cominciava a calare.
Soffermandomi a considerare nella mente, oggi, bambini, adolescenti e giovani (ma anche qualche adulto) concentrati all’inverosimile su uno smartphone o una play station, dal finestrino dell’astronave e dal mio punto di vista, non potrei fare a meno di osservare quanto più aggreganti e divertenti fossero i nostri giochi, quelli a cui abbiamo giocato in interminabili e bellissimi pomeriggi, con il sole ancora alto nel cielo o, appena finito un temporale, come rischizzati in strada, oppure ancora “fore Sant’Austinu” (in Piazza Sant’Agostino), aspettando l’orario del catechismo, da noi detto “ ’a luttrina” (dottrina).
Praticati in strada, dicevo, su una piccola piazza o ai margini di un campo coltivato i giochi di allora non erano mai solitari: si andava dalla “campagnella” al “padrone del marciapiede” , dalla “bandierina” (ruba bandiera) al “ciucciu ‘nterra” , e così via. Essi esaltavano, appunto la funzione aggregante del gioco, cosa che, con l’evoluzione sociale e la massiccia introduzione dell’elettronica nelle attività ludiche, è andata definitivamente perduta. Ma, non solo … impegnavano fortemente la mente ed il corpo e non solo i polpastrelli! In altre parole la faceva da padrone quel connubio di fisicità, esperienza e intelligenza che si profondeva nel gioco, come nel citato “ciucciu ‘nterra” (VEDI FOTO), in cui veniva esaltata la capacità di resistere (al peso) di chi stava “sotto” e l’abilità nel saltare di chi era sopra; o anche e la fisicità insieme alla memoria come nell’ ormai quasi del tutto dimenticato “ a chi è primu è primu monta” consistente nel dover saltare i compagni “alla cavallina” e mentre si saltava recitare anche una breve filastrocca e, mentre si procedeva nei livelli di gioco, il salto e la filastrocca divenivano via via più difficili; una sorta di metafora della vita, insomma!...che dire poi Il nascondino o “celariegliu”, fatto di capacità di nascondersi e mimetizzarsi e velocità nella corsa? …dei “quattro cantoni”, della “palla avvelenata” e della “palla prigioniera”?
Descrivere ora l’intero corpo di regole che i giocatori in erba si erano dati e tramandati oralmente per generazioni, sarebbe un esercizio impegnativo e, tutto sommato, poco gradito ai pregiati “quattro lettori” di questo “blog scribacchiato” ed anche , francamente, impossibile dato il tempo trascorso; rimane, però, una inguaribile (sigh) e struggente nostalgia per quelle ore trascorse insieme, per quelle sonore risate e per quei richiami imperiosi delle mamme a ritirarsi, quando il sole cominciava a calare.
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