Mi convince poco, anzi mi lascia perplesso, questa storia dei furti in casa, che ormai si rinnova e si aggiorna con cadenza quasi quotidiana. Mi convince poco… si, perché ormai risulta quasi palese ed evidente che a gestire il tutto vi è una “attenta regia” pietramelarese. Queste le costanti: i furti avvengono in pieno giorno, approfittando di momenti di temporanea assenza dei proprietari, vengono preferite le zone periferiche e le case abitate da vedove e/o comunque anziani. Sono elementi questi che non possono prescindere da osservazioni ripetute e costanti sul territorio da parte di chi lo conosce, e bene!
Grande è lo sgomento che ne deriva: il solo vedere la propria casa a soqquadro (come dall’immagine di copertina), insieme alla consapevolezza di essere stati violati nelle proprie cose, genera uno stato di rabbia frammisto alla frustrazione per l’impotenza di reagire. E menomale che fino ad adesso, per una serie di coincidenze i furti sono rimasti solo furti, e che finora non c’è mai stata violenza ad accompagnare tali drammatici avvenimenti.
Qualcuno, sull’onda emozionale del momento, ha evidenziato l’importanza e l’opportunità di una rete di videosorveglianza, peraltro già sostenuta finanziariamente dal nostro comune negli anni passati ma mai decollata: a costoro va risposto che tale mezzo si rivela efficace soprattutto nei centri storici e nelle ore serali e notturne, ma il contesto delineato non è proprio quello. Cosa fare allora? … aspettare con ansia il prossimo drammatico episodio? … tapparsi in casa e rinunciare del tutto a quella socialità tipica dei nostri paesi?
Il problema – è chiaro – non può essere risolto dai singoli cittadini, neanche organizzandosi in ronde, come suggestivamente sento ripetere sui social network; tuttavia ritengo i cittadini possano egualmente rendersi protagonisti, che una nuova linea di dialogo vada stabilita con le istituzioni: comune e forze dell’ordine, ad essi va riferita ogni stranezza, ogni frequentazione ritenuta irrituale, ogni comportamento che travalica la normalità specie da parte di persone notoriamente in passato coinvolte in vicende del genere. Ne potrebbero scaturire nuove piste da indagare, anche a carico di insospettabili, e la cosa potrebbe determinare anche l’eliminazione di quella “attenta regia” di cui si parlava all’inizio.
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
sabato 26 maggio 2018
venerdì 18 maggio 2018
Ai Letizia il premio Industria Felix
Ci riempie di gioia e legittimo orgoglio il premio conferito all’Azienda Letizia Srl, sita in Contrada Pantano di Pietramelara. L’ambito riconoscimento denominato “Industria Felix” è nato nel 2015 come sperimentazione regionale in Puglia da un’inchiesta del giornalista Michele Montemurro, ed è stato consegnato nel corso di una cerimonia tenutasi ieri 18 maggio nell'aula Chiesa dell'Università LUISS Guido Carli (vedi foto di copertina).
A scegliere le migliori imprese sulla base dell’oggettività dei bilanci è un Comitato Scientifico composto, tra gli altri, dai delegati dell’Università Luiss Guido Carli e di alcune associazioni degli industriali. Il Comitato Scientifico valuta la sintesi dell’inchiesta su poco più di 70mila bilanci in relazione ad un algoritmo che individua le aziende che, nelle rispettive dimensioni, hanno registrato i migliori risultati di bilancio e incremento nelle unità lavorative impiegate.
La famiglia Letizia, da oltre un quarantennio a Pietramelara, ha creato e sviluppato nel nostro paese un’azienda fortemente legata al territorio e alle sue produzioni di eccellenza, in primo luogo la mozzarella di bufala, prodotto di punta dell’enogastronomia campana. Tuttavia la lungimiranza del capostipite Cristoforo e della coesa famiglia ha interpretato a pieno la multifunzionalità dell’azienda, spingendosi oltre: dalla selezione genetica dei capi allevati, ormai ai vertici, alla produzione rinnovabile di energia da biomasse aziendali. Credere nel territorio e nell’agricoltura, attività legata alla tradizione ma fortemente proiettata nel futuro, alla lunga ha prodotto brillanti risultati economici e riconoscimenti in ambito nazionale.
Leggo da Repubblica di ieri, in un articolo dedicato all’evento “Il sintagma “Industria Felix” vuole costituire il riconoscimento più giusto e più grato all’inventiva, allo zelo e alla determinazione di chiunque abbia inteso mettere a disposizione la propria capacità di “costruire” un’attività, dandole non solo quello sviluppo spaziale, che la fa crescere progressivamente all’interno della sfera dei propri interessi e di quelli della società alla quale il cittadino industrius appartiene, ma anche quel generoso nutrimento che la renda capace di dar frutti copiosi e redditizi in termini di benessere sociale e di progresso economico”.
Complimenti, allora, a tutti i componenti della famiglia Letizia, e che sul loro esempio anche tanti altri imprenditori del territorio sappiano cogliere le sfide legate a un mercato sempre più globalizzato ma comunque in grado di preferire la specificità di aziende, produzioni e tipicità.
A scegliere le migliori imprese sulla base dell’oggettività dei bilanci è un Comitato Scientifico composto, tra gli altri, dai delegati dell’Università Luiss Guido Carli e di alcune associazioni degli industriali. Il Comitato Scientifico valuta la sintesi dell’inchiesta su poco più di 70mila bilanci in relazione ad un algoritmo che individua le aziende che, nelle rispettive dimensioni, hanno registrato i migliori risultati di bilancio e incremento nelle unità lavorative impiegate.
La famiglia Letizia, da oltre un quarantennio a Pietramelara, ha creato e sviluppato nel nostro paese un’azienda fortemente legata al territorio e alle sue produzioni di eccellenza, in primo luogo la mozzarella di bufala, prodotto di punta dell’enogastronomia campana. Tuttavia la lungimiranza del capostipite Cristoforo e della coesa famiglia ha interpretato a pieno la multifunzionalità dell’azienda, spingendosi oltre: dalla selezione genetica dei capi allevati, ormai ai vertici, alla produzione rinnovabile di energia da biomasse aziendali. Credere nel territorio e nell’agricoltura, attività legata alla tradizione ma fortemente proiettata nel futuro, alla lunga ha prodotto brillanti risultati economici e riconoscimenti in ambito nazionale.
Leggo da Repubblica di ieri, in un articolo dedicato all’evento “Il sintagma “Industria Felix” vuole costituire il riconoscimento più giusto e più grato all’inventiva, allo zelo e alla determinazione di chiunque abbia inteso mettere a disposizione la propria capacità di “costruire” un’attività, dandole non solo quello sviluppo spaziale, che la fa crescere progressivamente all’interno della sfera dei propri interessi e di quelli della società alla quale il cittadino industrius appartiene, ma anche quel generoso nutrimento che la renda capace di dar frutti copiosi e redditizi in termini di benessere sociale e di progresso economico”.
Complimenti, allora, a tutti i componenti della famiglia Letizia, e che sul loro esempio anche tanti altri imprenditori del territorio sappiano cogliere le sfide legate a un mercato sempre più globalizzato ma comunque in grado di preferire la specificità di aziende, produzioni e tipicità.
sabato 5 maggio 2018
UNA COMPAGNA DI VIAGGIO
E’ sabato, per molti giorno non lavorativo, se ne approfitta per lo svago, per il bricolage in casa, per sistemare faccende arretrate durante la settimana, la sera poi, quando si può, si esce: locali, la movida per i giovani, birra e pizza. Ecco… proprio di questo volevo scribacchiare, della pizza, divenuta, insieme alla pasta, l'alimento italiano più conosciuto all'estero. Per amore di completezza devo dire che, per quanto amante della buona pizza, non sono particolarmente felice di andare il sabato sera in pizzeria: troppa folla, file interminabili e, per di più, qualità deludente del prodotto e del servizio proprio a causa del sovraffollamento, anche nei posti più rinomati. Meglio i giorni infrasettimanali, in cui si viene serviti nell’arco della mezz’ora (quando va male) e di sicuro la pizza è stata fatta lievitare nei tempi giusti, il forno non viene stressato, gli ingredienti e le varianti preferite sono sempre disponibili. Di sabato no: a metà serata terminano i funghi e le zucchine, il numero di avventori supera ampiamente le stime ed allora bisogna rimpastare, attendere la lievitazione. Ecco come una distensiva uscita serale di sabato può trasformarsi in una snervante attesa di ore (non esagero), e per di più con una pizza al limite dell’immangiabile!
Eppure questo alimento rappresenta una compagna di viaggio che ci accompagna dall’infanzia alla vecchiaia, è uno dei tanti fregi dei quali noi campani dovremmo, a buon diritto esser fieri: la pizza era praticamente ignota al di là della cinta urbana napoletana ancora nel XIX secolo, oggi di sicuro è divenuta “international food”, consumato in ogni continente; anche se è poi difficile mangiarne una buona allontanandosi solo un centinaio di chilometri dalla Campania.
Ha generato in me qualche perplessità il fatto che nel 2017 l'Unesco ha dichiarato l'Arte dei pizzaiuoli napoletani "Patrimonio dell'umanità”, ma la pizza mi piace, a volte la mangio anche a pranzo, nello spacco dell’orario lavorativo: il profumo che sprigiona appena uscita dal forno stimola il mio subconscio, producendo abbondante salivazione, per non parlare poi del primo boccone rovente, ma comunque gradevolissimo.
L'etimologia del nome "pizza" deriverebbe secondo alcuni, da pinsa , cioè alimento steso mediante pressione (delle mani o di un matterello).
La sua storia è lunga, complessa e incerta: le prime attestazioni scritte della parola "pizza" risalgono al latino volgare della città di Gaeta nel 997. Un successivo documento, datato 1201 presente presso la biblioteca della diocesi di Sulmona-Valva, riporta la parola "pizzas" ripetuta due volte. Già comunque nell'antichità focacce schiacciate, lievitate e non, erano diffuse presso gli Egizi, i Greci e i Romani.
Benché si tratti ormai di un prodotto diffuso in tutto il mondo, la pizza è un piatto originario della cucina napoletana. Nel sentire comune, spesso, ci si riferisce con questo termine alla pizza tonda condita con pomodoro e mozzarella, ossia la variante più conosciuta della cosiddetta pizza napoletana, la pizza Margherita.
Va detto che nel nostro dialetto, con il termine “pizza” si indicano anche le torte dolci ma, se a Napoli e dintorni le pizze sono state sempre cotte nel forno senza nessuno stampo, da noi ‘a pizza cu e pummarole si fa nel ruoto, non si usa sugo ma pomodori interi (freschi o conservati quando non è stagione), ed è indissolubilmente legata (almeno nella memoria) alla preparazione del pane fatto in casa.
Eppure questo alimento rappresenta una compagna di viaggio che ci accompagna dall’infanzia alla vecchiaia, è uno dei tanti fregi dei quali noi campani dovremmo, a buon diritto esser fieri: la pizza era praticamente ignota al di là della cinta urbana napoletana ancora nel XIX secolo, oggi di sicuro è divenuta “international food”, consumato in ogni continente; anche se è poi difficile mangiarne una buona allontanandosi solo un centinaio di chilometri dalla Campania.
Ha generato in me qualche perplessità il fatto che nel 2017 l'Unesco ha dichiarato l'Arte dei pizzaiuoli napoletani "Patrimonio dell'umanità”, ma la pizza mi piace, a volte la mangio anche a pranzo, nello spacco dell’orario lavorativo: il profumo che sprigiona appena uscita dal forno stimola il mio subconscio, producendo abbondante salivazione, per non parlare poi del primo boccone rovente, ma comunque gradevolissimo.
L'etimologia del nome "pizza" deriverebbe secondo alcuni, da pinsa , cioè alimento steso mediante pressione (delle mani o di un matterello).
La sua storia è lunga, complessa e incerta: le prime attestazioni scritte della parola "pizza" risalgono al latino volgare della città di Gaeta nel 997. Un successivo documento, datato 1201 presente presso la biblioteca della diocesi di Sulmona-Valva, riporta la parola "pizzas" ripetuta due volte. Già comunque nell'antichità focacce schiacciate, lievitate e non, erano diffuse presso gli Egizi, i Greci e i Romani.
Benché si tratti ormai di un prodotto diffuso in tutto il mondo, la pizza è un piatto originario della cucina napoletana. Nel sentire comune, spesso, ci si riferisce con questo termine alla pizza tonda condita con pomodoro e mozzarella, ossia la variante più conosciuta della cosiddetta pizza napoletana, la pizza Margherita.
Va detto che nel nostro dialetto, con il termine “pizza” si indicano anche le torte dolci ma, se a Napoli e dintorni le pizze sono state sempre cotte nel forno senza nessuno stampo, da noi ‘a pizza cu e pummarole si fa nel ruoto, non si usa sugo ma pomodori interi (freschi o conservati quando non è stagione), ed è indissolubilmente legata (almeno nella memoria) alla preparazione del pane fatto in casa.
sabato 28 aprile 2018
IL DOLORE DI UNA COMUNITA'
Non ho conosciuto Domenico, il giovane che ci ha appena lasciato, pertanto non possiedo particolari ricordi che mi leghino alla sua persona: chissà, sarà stata la forte differenza di età, gli interessi distanti, il fatto che trascorro gran parte della giornata fuori paese!
La vicenda, comunque è sempre la stessa, quando se ne va un giovane, uno che per le leggi della natura e della statistica avrebbe dovuto, ancora per molti anni, continuare a calpestare il suolo di questo strano pianeta: un paese sgomento che si chiede perché, gli amici che ne ricordano il garbo, la sua innata creatività e le altre doti, la famiglia affranta nel dolore.
Mi sembra giusta la decisione della Pro Loco di sospendere l’evento “Monte Maggiore Festival”, ormai imminente e per il quale erano già state impiegate risorse: non poteva che essere così, lo spirito solidale dei giovani pietramelaresi ancora una volta ha dimostrato la sua forza e la sua presenza.
Mi chiedo poi (e non so darmi una risposta definitiva), se è un vantaggio essere “di paese” anche in tale frangente; anche perché in una realtà urbana e sociale più grande di Pietramelara anche la morte passa inosservata o quasi. Si, la cosa avrebbe potuto produrre rumore, sicuramente sarebbe uscito qualche trafiletto sulla stampa locale, ma poi tutto in breve tempo sarebbe tornato nella più terribile delle normalità, lasciando una mamma e dei fratelli nel dolore e nello sgomento. Da noi no! E’ il paese ad essere addolorato, anche chi non ci vive più da decenni: Maria, che vive in Inghilterra, ad esempio, raccomandava ieri su fb agli amici di Domenico di fare visita alla mamma Paolina, di cui era stata amica di infanzia. Dimostrazione questa di una sensibilità derivante da valori che ci sono stati comunicati e che ci hanno reso qualcosa di diverso da “persone che vivono nello stesso luogo”, qualcosa che ci rende comunità; è evidente che per Maria vivere 40 anni tra gente anglosassone, non ha cambiato nulla in lei, che resterà pietramelarese per sempre.
Domenico è stato la tessera di un mosaico, altre ne saranno aggiunte, ma comunque al suo posto resterà il buco di una tessera mancante, che indurrà l’osservatore a chiedersi: “perché?”.
La vicenda, comunque è sempre la stessa, quando se ne va un giovane, uno che per le leggi della natura e della statistica avrebbe dovuto, ancora per molti anni, continuare a calpestare il suolo di questo strano pianeta: un paese sgomento che si chiede perché, gli amici che ne ricordano il garbo, la sua innata creatività e le altre doti, la famiglia affranta nel dolore.
Mi sembra giusta la decisione della Pro Loco di sospendere l’evento “Monte Maggiore Festival”, ormai imminente e per il quale erano già state impiegate risorse: non poteva che essere così, lo spirito solidale dei giovani pietramelaresi ancora una volta ha dimostrato la sua forza e la sua presenza.
Mi chiedo poi (e non so darmi una risposta definitiva), se è un vantaggio essere “di paese” anche in tale frangente; anche perché in una realtà urbana e sociale più grande di Pietramelara anche la morte passa inosservata o quasi. Si, la cosa avrebbe potuto produrre rumore, sicuramente sarebbe uscito qualche trafiletto sulla stampa locale, ma poi tutto in breve tempo sarebbe tornato nella più terribile delle normalità, lasciando una mamma e dei fratelli nel dolore e nello sgomento. Da noi no! E’ il paese ad essere addolorato, anche chi non ci vive più da decenni: Maria, che vive in Inghilterra, ad esempio, raccomandava ieri su fb agli amici di Domenico di fare visita alla mamma Paolina, di cui era stata amica di infanzia. Dimostrazione questa di una sensibilità derivante da valori che ci sono stati comunicati e che ci hanno reso qualcosa di diverso da “persone che vivono nello stesso luogo”, qualcosa che ci rende comunità; è evidente che per Maria vivere 40 anni tra gente anglosassone, non ha cambiato nulla in lei, che resterà pietramelarese per sempre.
Domenico è stato la tessera di un mosaico, altre ne saranno aggiunte, ma comunque al suo posto resterà il buco di una tessera mancante, che indurrà l’osservatore a chiedersi: “perché?”.
venerdì 20 aprile 2018
UN RUOLO DIFFICILE
Sono figlio di insegnanti e può darsi che il mio punto di vista possa essere in qualche modo mediato dalla memoria dei miei genitori, ma quello che sta succedendo oggi nella scuola va ben oltre ogni limite di decenza!
Ricordo e ci sorrido (amaramente) su quanto possa essere cambiato il mondo: un tempo molti genitori, che sulla scorta della fama di educatore severo di mio padre, venivano anche a casa per chiedere come un favore di prendere con se figli particolarmente discoli e pertanto bisognosi di rigore in aula, oggi il contrario: padri che aggrediscono docenti anche per un semplice rimprovero verbale , come nell'immagine di copertina. Studenti che aggrediscono quotidianamente i professori ormai riempiono le cronache: insulti, umiliazioni, violenza fisica non sono purtroppo rari.
Non c’è d’altronde da meravigliarsi: gli episodi che le cronache riportano con tanto clamore, non sono che l’ennesima conferma a quanto vado dicendo da tempo: la perdita della funzione esercitata dai “ruoli”, all’interno della società. Ogni ruolo ha dignità e merita rispetto ma, per chiunque, evolversi da un ruolo ad uno migliore, la norma richiede impegno, studio e sacrificio: sono costi questi che però pochi vogliono sostenere e, nell’illusione di evitarli, ognuno è giunto all’assurda conclusione di poter fare ogni cosa, impresa, funzione. Gli effetti dirompenti di tale perdita sono evidenti un poco dappertutto: in politica, ad esempio, hanno di fatto dato spazio ad una classe dirigente incapace ed autoreferenziale, responsabile di un Paese dal futuro incerto e privo di considerazione internazionale.
“Il ruolo sociale degli insegnanti italiani” viene evocato da ogni ministro dell'Istruzione all'insediamento nella stanza nobile di viale di Trastevere, ma quel "ruolo sociale" calpestato, oggi, è una semplice questione di sicurezza e di onore da difendere, nei rari casi in cui il professore non abbassa la testa. Un ruolo difficile ed impegnativo: non c'è settimana che la cronaca non racconti una storia così. Episodi violenti crescenti in classe, in palestra, al portone. Ragazzini che picchiano in branco vecchi insegnanti, genitori che assalgono professori perché stavano educando i loro figli al vivere in comunità. A Reggio Calabria, in una classe superiore è arrivata la polizia a sedare la rissa tra ragazzine, la prof di turno non c'era riuscita: aveva rimediato uno schiaffone ed era finita al pronto soccorso. Ma non c’è affatto bisogno di andare tanto lontano: nello scorso febbraio, un ragazzo di 17 anni, studente all’istituto superiore Ettore Majorana di Santa Maria a Vico, a pochi chilometri da noi, si è presentato a scuola con un coltello e si è scagliato contro la docente di lettere Franca Di Blasio, di 54 anni, colpendola al volto davanti ai compagni, mentre erano in corso le lezioni, per futili motivi dovuti a presunte offese da parte della stessa: pare che la donna, visti gli scarsi risultati a scuola, volesse interrogarlo per fargli recuperare una insufficienza.
Il recupero dei ruoli parte dalla famiglia: attenzione, se non comunichiamo la loro importanza e funzione insostituibile, ci assumeremo la responsabilità di mandare i nostri figli presuntuosi, ma di fatto indifesi, a misurarsi con una società sempre più competitiva, che non perdona errori a nessuno.
Ricordo e ci sorrido (amaramente) su quanto possa essere cambiato il mondo: un tempo molti genitori, che sulla scorta della fama di educatore severo di mio padre, venivano anche a casa per chiedere come un favore di prendere con se figli particolarmente discoli e pertanto bisognosi di rigore in aula, oggi il contrario: padri che aggrediscono docenti anche per un semplice rimprovero verbale , come nell'immagine di copertina. Studenti che aggrediscono quotidianamente i professori ormai riempiono le cronache: insulti, umiliazioni, violenza fisica non sono purtroppo rari.
Non c’è d’altronde da meravigliarsi: gli episodi che le cronache riportano con tanto clamore, non sono che l’ennesima conferma a quanto vado dicendo da tempo: la perdita della funzione esercitata dai “ruoli”, all’interno della società. Ogni ruolo ha dignità e merita rispetto ma, per chiunque, evolversi da un ruolo ad uno migliore, la norma richiede impegno, studio e sacrificio: sono costi questi che però pochi vogliono sostenere e, nell’illusione di evitarli, ognuno è giunto all’assurda conclusione di poter fare ogni cosa, impresa, funzione. Gli effetti dirompenti di tale perdita sono evidenti un poco dappertutto: in politica, ad esempio, hanno di fatto dato spazio ad una classe dirigente incapace ed autoreferenziale, responsabile di un Paese dal futuro incerto e privo di considerazione internazionale.
“Il ruolo sociale degli insegnanti italiani” viene evocato da ogni ministro dell'Istruzione all'insediamento nella stanza nobile di viale di Trastevere, ma quel "ruolo sociale" calpestato, oggi, è una semplice questione di sicurezza e di onore da difendere, nei rari casi in cui il professore non abbassa la testa. Un ruolo difficile ed impegnativo: non c'è settimana che la cronaca non racconti una storia così. Episodi violenti crescenti in classe, in palestra, al portone. Ragazzini che picchiano in branco vecchi insegnanti, genitori che assalgono professori perché stavano educando i loro figli al vivere in comunità. A Reggio Calabria, in una classe superiore è arrivata la polizia a sedare la rissa tra ragazzine, la prof di turno non c'era riuscita: aveva rimediato uno schiaffone ed era finita al pronto soccorso. Ma non c’è affatto bisogno di andare tanto lontano: nello scorso febbraio, un ragazzo di 17 anni, studente all’istituto superiore Ettore Majorana di Santa Maria a Vico, a pochi chilometri da noi, si è presentato a scuola con un coltello e si è scagliato contro la docente di lettere Franca Di Blasio, di 54 anni, colpendola al volto davanti ai compagni, mentre erano in corso le lezioni, per futili motivi dovuti a presunte offese da parte della stessa: pare che la donna, visti gli scarsi risultati a scuola, volesse interrogarlo per fargli recuperare una insufficienza.
Il recupero dei ruoli parte dalla famiglia: attenzione, se non comunichiamo la loro importanza e funzione insostituibile, ci assumeremo la responsabilità di mandare i nostri figli presuntuosi, ma di fatto indifesi, a misurarsi con una società sempre più competitiva, che non perdona errori a nessuno.
venerdì 13 aprile 2018
CUCCU'
Oggi la pubblicità anima tutti i mass media disponibili: dalla TV ai social network, dalla radio agli sms sui nostri telefonini ma, fino a qualche decennio fa come funzionava? Negli anni sessanta e settanta, la televisione era già entrata in forze in un gran numero di case e famiglie del “bel paese”, che stava vivendo un momento di particolare prosperità economica; era il tempo di “Carosello”: 10 minuti di brevi scenette pubblicitarie appena dopo il telegiornale della sera. Si trattava senz’altro di un segno di grande modernità, tuttavia nei nostri borghi la vita ed il progresso procedevano a ritmo sensibilmente più lento, e il compito di veicolare messaggi ed annunci veniva affidato anche ed ancora a mezzi che oggi potrebbero far sorridere.
Vi era una figura, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, che rispondeva proprio all’esigenza di comunicare notizie, annunci, opportunità offerte alla popolazione: si trattava del banditore, un uomo maturo, dalla voce chiara e forte, che girava per le vie del paese e, dietro compenso, ci diceva che quel giorno sarebbe mancata l’acqua, che in una determinata masseria si vendeva carne “ a basso macello” (con prezzi sensibilmente inferiori a quelli ordinari di mercato), che da Pepp’nella la pescivendola quella mattina, gli alici erano particolarmente freschi e a buon prezzo, che presso tale casa era esposta una “frasca” (insegna per una mescita di vino estemporanea) ...e così via. A fine estate del ’73, in occasione dell’ultima epidemia di colera, il nostro ebbe particolarmente da fare, perché il comune e le autorità sanitarie lo incaricarono di diffondere e ripetere tra la popolazione le più elementari norme igieniche, in modo da prevenire il contagio.
Si chiamava Luigi e veniva da Riardo, forse a causa di questo suo mestiere la feroce ironia della nostra gente gli affibbiò un curioso nomignolo: Cuccù. Non usava la classica trombetta per farsi ascoltare, ma faceva precedere ogni bando con un forte “Attenzione”, seguito dal testo. Un brav’uomo, che cercava di sbarcare il lunario grazie a un mestiere destinato a scomparire di li a poco: forse lui stesso ne era consapevole. Gli ultimi “bandi”, credo che fossero stati gridati per strada all’inizio degli anni ottanta, una pubblicità rurale che vale la pena di ricordare con nostalgia.
Come al solito vi era poi chi con il suo comportamento singolare coloriva il paese, anche in relazione all’argomento di cui scribacchio: si racconta che un tale zì ‘Ntonio, notorio buontempone, un giorno rincasava dal lavoro a ora di pranzo, giunto che fu a casa, evidentemente affamato, chiamò la moglie, ma costei non rispondeva, perché era uscita per commissioni; la delusione si accrebbe quando entrato notò che la tavola non era stata ancora imbandita, allora senza stare li a pensarci più di tanto cercò il banditore e, trovatolo, gli chiese di bandire che “zi ‘Ntonio ha persa a muglière, pe chi ‘a trova, na bella mazzetta”, in sostanza una mancia competente per colui che avesse ritrovato e riaccompagnato a casa la consorte smarrita. La cosa fece scalpore e suscitò l’ira della donna, che si sentì ferocemente derisa, insieme a diffusa ilarità: si sa che la mia gente, un tempo, era serena e quello che era successo bastava ed avanzava, per una sonora risata.
Vi era una figura, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, che rispondeva proprio all’esigenza di comunicare notizie, annunci, opportunità offerte alla popolazione: si trattava del banditore, un uomo maturo, dalla voce chiara e forte, che girava per le vie del paese e, dietro compenso, ci diceva che quel giorno sarebbe mancata l’acqua, che in una determinata masseria si vendeva carne “ a basso macello” (con prezzi sensibilmente inferiori a quelli ordinari di mercato), che da Pepp’nella la pescivendola quella mattina, gli alici erano particolarmente freschi e a buon prezzo, che presso tale casa era esposta una “frasca” (insegna per una mescita di vino estemporanea) ...e così via. A fine estate del ’73, in occasione dell’ultima epidemia di colera, il nostro ebbe particolarmente da fare, perché il comune e le autorità sanitarie lo incaricarono di diffondere e ripetere tra la popolazione le più elementari norme igieniche, in modo da prevenire il contagio.
Si chiamava Luigi e veniva da Riardo, forse a causa di questo suo mestiere la feroce ironia della nostra gente gli affibbiò un curioso nomignolo: Cuccù. Non usava la classica trombetta per farsi ascoltare, ma faceva precedere ogni bando con un forte “Attenzione”, seguito dal testo. Un brav’uomo, che cercava di sbarcare il lunario grazie a un mestiere destinato a scomparire di li a poco: forse lui stesso ne era consapevole. Gli ultimi “bandi”, credo che fossero stati gridati per strada all’inizio degli anni ottanta, una pubblicità rurale che vale la pena di ricordare con nostalgia.
Come al solito vi era poi chi con il suo comportamento singolare coloriva il paese, anche in relazione all’argomento di cui scribacchio: si racconta che un tale zì ‘Ntonio, notorio buontempone, un giorno rincasava dal lavoro a ora di pranzo, giunto che fu a casa, evidentemente affamato, chiamò la moglie, ma costei non rispondeva, perché era uscita per commissioni; la delusione si accrebbe quando entrato notò che la tavola non era stata ancora imbandita, allora senza stare li a pensarci più di tanto cercò il banditore e, trovatolo, gli chiese di bandire che “zi ‘Ntonio ha persa a muglière, pe chi ‘a trova, na bella mazzetta”, in sostanza una mancia competente per colui che avesse ritrovato e riaccompagnato a casa la consorte smarrita. La cosa fece scalpore e suscitò l’ira della donna, che si sentì ferocemente derisa, insieme a diffusa ilarità: si sa che la mia gente, un tempo, era serena e quello che era successo bastava ed avanzava, per una sonora risata.
venerdì 6 aprile 2018
GIALLI E DELITTI PREUNITARI
Siamo comunemente portati a pensare che nei secoli scorsi la vita nel nostro borgo natio fosse scandita esclusivamente da un continuo andirivieni di contadini dal paese alla campagna e viceversa, dal risuonare di botteghe artigiane, da servitori intenti ad occuparsi di signori e delle loro ricche dimore ma… non è proprio così! Dai registri parrocchiali emerge anche una sotterranea e delittuosa Pietramelara sette/ottocentesca, con fatti e misfatti che oggi avrebbero avuto a buon diritto accesso alle pagine di cronaca nera.
Eccovene qualche esempio più significativo.
Santagata Giuseppe di 24 anni, morì il 30/12/1781, in località in via ubi dicitur a castiello , il sacerdote annota: repentina morte propter ictus gladii in gutture receptus (morte improvvisa per un colpo di spada sferrato alla gola). Il progresso intanto va avanti, la polvere e le armi da sparo sono giunte anche dalle nostre parti, e il 18/02/1789 perisce in seguito a ferite mortali Mancino Giulio di 44 anni, in località sotto l'orologio, il sacerdote annota: ictu schopi percussus die trigesima mensis Januarii prope janua ubi dicitur alla Porta dell'Oliva (ferito il 30 gennaio nei pressi della Porta dell’Oliva da un colpo di arma da fuoco).
Un certo Riccio Nicola dell’età di anni 36 , proveniente dalla Calabria ultra (attuali provincie di Reggio e Catanzaro) trovò la morte il 01/05/1796, al Borgo di San Leonardo , il sacerdote annota “ ictu Jati vulgo detto ronga verberatus a latronibus” (per un colpo di roncola sferrato da briganti).
Il doppio nome di De Angelis alias Broccoli Andrea, di età imprecisata , da Riardo, ci induce a pensar male, fu ucciso (per un regolamento di conti?) il 04/04/1799 in località “alli mancini o sia alla cerquella alla massaria dello sipone” , il sacerdote annota “post peritiam judicis delatum” (portato via dopo l’ispezione giudiziaria).
Ed ancora: un tale Lanza Geronimo, età 30 anni “littore del Principe di Roccaromana” , da Marigliano fu assassinato in località all'Acqua sant'Angelo il 11/07/1803; una guardia del corpo, un bodyguard si direbbe oggi, del famoso Lucio Caracciolo (1771-1833), probabilmente perito nell’assolvimento del dovere; si sa infatti che la famiglia Caracciolo aveva vasti possedimenti all’Acqua Sant’Angelo, e probabilmente il delitto avvenne nel corso della visita del famoso personaggio storico a uno di questi, forse (ipotizzo) generato da una controversia particolarmente accesa, con un amministratore o un colono.
Tuttavia il protagonista dell’episodio più sconcertante (tra l’altro segnalatomi dallo stesso Don Roberto), quello che maggiormente desta curiosità ed eccita la fantasia, è un frate alcantarino, ramo della famiglia francescana allora presente nel convento di S. Pasquale. Il suo nome secolare è ignoto, quello da monaco frate Andrea della Santa Visitazione, di anni 45, rimase colpito il 25/09/1796 ai pantani “ictu schopeti” (da un colpo di fucile); un agguato, una rapina, la punizione per aver importunato più del dovuto una fanciulla? … non lo sapremo mai (in foto di copertina la pagina del registro)
Come si spiegano tanti delitti in comunità da sempre dedite al lavoro e notoriamente tranquille? Direi per un insieme di cause e di fattori: la diffusa miseria, in primo luogo, madre di una lotta di classe strisciante ma attiva ancor prima che venissero formulate le teorie marxiste (1867), e che dopo l’unità d’Italia diede vita al brigantaggio come fenomeno socio politico. Va considerata poi una presenza dello stato ancora troppo poco avvertibile, senza risorse e mezzi in un territorio peraltro difficile per morfologia, dotato di rifugi, macchie ed anfratti: la diffusione capillare dei Carabinieri, dopo la riunificazione, è stata dettata proprio da quest’ultima esigenza.
Eccovene qualche esempio più significativo.
Santagata Giuseppe di 24 anni, morì il 30/12/1781, in località in via ubi dicitur a castiello , il sacerdote annota: repentina morte propter ictus gladii in gutture receptus (morte improvvisa per un colpo di spada sferrato alla gola). Il progresso intanto va avanti, la polvere e le armi da sparo sono giunte anche dalle nostre parti, e il 18/02/1789 perisce in seguito a ferite mortali Mancino Giulio di 44 anni, in località sotto l'orologio, il sacerdote annota: ictu schopi percussus die trigesima mensis Januarii prope janua ubi dicitur alla Porta dell'Oliva (ferito il 30 gennaio nei pressi della Porta dell’Oliva da un colpo di arma da fuoco).
Un certo Riccio Nicola dell’età di anni 36 , proveniente dalla Calabria ultra (attuali provincie di Reggio e Catanzaro) trovò la morte il 01/05/1796, al Borgo di San Leonardo , il sacerdote annota “ ictu Jati vulgo detto ronga verberatus a latronibus” (per un colpo di roncola sferrato da briganti).
Il doppio nome di De Angelis alias Broccoli Andrea, di età imprecisata , da Riardo, ci induce a pensar male, fu ucciso (per un regolamento di conti?) il 04/04/1799 in località “alli mancini o sia alla cerquella alla massaria dello sipone” , il sacerdote annota “post peritiam judicis delatum” (portato via dopo l’ispezione giudiziaria).
Ed ancora: un tale Lanza Geronimo, età 30 anni “littore del Principe di Roccaromana” , da Marigliano fu assassinato in località all'Acqua sant'Angelo il 11/07/1803; una guardia del corpo, un bodyguard si direbbe oggi, del famoso Lucio Caracciolo (1771-1833), probabilmente perito nell’assolvimento del dovere; si sa infatti che la famiglia Caracciolo aveva vasti possedimenti all’Acqua Sant’Angelo, e probabilmente il delitto avvenne nel corso della visita del famoso personaggio storico a uno di questi, forse (ipotizzo) generato da una controversia particolarmente accesa, con un amministratore o un colono.
Tuttavia il protagonista dell’episodio più sconcertante (tra l’altro segnalatomi dallo stesso Don Roberto), quello che maggiormente desta curiosità ed eccita la fantasia, è un frate alcantarino, ramo della famiglia francescana allora presente nel convento di S. Pasquale. Il suo nome secolare è ignoto, quello da monaco frate Andrea della Santa Visitazione, di anni 45, rimase colpito il 25/09/1796 ai pantani “ictu schopeti” (da un colpo di fucile); un agguato, una rapina, la punizione per aver importunato più del dovuto una fanciulla? … non lo sapremo mai (in foto di copertina la pagina del registro)
Come si spiegano tanti delitti in comunità da sempre dedite al lavoro e notoriamente tranquille? Direi per un insieme di cause e di fattori: la diffusa miseria, in primo luogo, madre di una lotta di classe strisciante ma attiva ancor prima che venissero formulate le teorie marxiste (1867), e che dopo l’unità d’Italia diede vita al brigantaggio come fenomeno socio politico. Va considerata poi una presenza dello stato ancora troppo poco avvertibile, senza risorse e mezzi in un territorio peraltro difficile per morfologia, dotato di rifugi, macchie ed anfratti: la diffusione capillare dei Carabinieri, dopo la riunificazione, è stata dettata proprio da quest’ultima esigenza.
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