Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

venerdì 8 agosto 2025

UN AMICO GATTO, NELLA SUA GIORNATA

 

La Giornata Internazionale del Gatto, celebrata ogni 8 agosto, è un’occasione non solo per coccolare i nostri amici felini ma anche per riflettere su quanto la loro presenza possa influire sul benessere psicologico. Il legame tra uomo e gatto, infatti, può migliorare l’umore, ridurre la solitudine e favorire una migliore qualità della vita.
Dal punto di vista psicologico, il gatto è uno specchio silenzioso delle emozioni umane. Riesce spesso a cogliere gli stati d’animo senza parole: si avvicina nei momenti di tristezza, si ritira quando percepisce tensione.
Questa sensibilità invita a una maggiore consapevolezza emotiva proprio perché i gatti “sentono” ciò che spesso si ignora (McNicholas & Collis, 2006). A differenza dei cani, i gatti sanno stare da soli, scegliere quando essere presenti e quando ritirarsi.
Il nostro felino, di nome Zampo (cfr. foto di copertina), è con noi da ben nove anni; libero e viziato, è padrone della nostra casa e di molte altre del vicinato, specie quelle a destra e sinistra della nostra abitazione, disabitate nella maggior parte dei giorni, nell’anno. Sparisce e ricompare, a volte dopo giorni, destando in noi preoccupazioni circa la sua incolumità: cosa gli sarà successo? Chissà se lo rivedremo, se tornerà a farci compagnia? Miagola molto di rado, ma, nel suo silenzio, sa farsi capire ed ascoltare. La sua fame, la sua sete, le sue emozioni  ce le comunica in modo ormai inequivocabile, visti tutti gli anni che abbiamo trascorso insieme. E’ la delizia delle mie figlie, quando tornano a casa… lo abbracciano, lo strapazzano e lui ci guarda con quell’espressione paziente che significa in modo chiaro: “debbo sopportarle, visto il trattamento che mi riservate”. Ha un amico della sua stessa specie, dal mantello nero, autore di alcune marachelle compiute in maniera congiunta; anche lui è un emblematico ed autentico rappresentante della specie felina domestica, si tiene alla larga da noi come per dire “godo anch’io dei vostri spazi, vi ringrazio ma… di voi non me ne frega nulla”

lunedì 28 luglio 2025

ANALISI DI UNA FESTA ANTICA

 

Cominciamo dalla fiera: i miei ricordi mi riportano ad un evento in cui non mancavano scambi di animali piccoli e grandi, venditori di finimenti per cavalli, muli e ciucci, artigiani del ferro battuto… tutto ciò è completamente scomparso per effetto di normative sempre più stringenti ed evoluzione generale dell’economia rurale; tuttavia la parte più autentica della fiera ha saputo tenere! I “cipollari”, provenienti per lo più da Alife e dintorni, non sono mancati, e non è mancato soprattutto chi era interessato per tradizione e/o per effettivo bisogno all’acquisto di una ‘nzerta dell’ortaggio che dà nome alla fiera. Come dalla foto di copertina, il modo di preparare e conservare le cipolle consiste nell’intrecciare le code e il prodotto che si presenta agli acquirenti è proprio essa, la ‘nzerta. Tutto il resto ha trasformato la fiera in un mercato più vasto ed articolato dedicato in massima parte all’abbigliamento. E’ questo un frutto dei tempi, a cui non possiamo assolutamente opporci. Non mi sono mai persa una visita alla fiera, anche se poi non ero interessato a nulla di particolare; si tratta di rispettare una tradizione identitaria che affonda le radici in un tempo lontanissimo; tanto per ricordarlo ai miei quattro lettori, le radici storiche della fiera della cipolla, che si tiene a Pietramelara nell’ultima domenica di luglio, affondano nel medioevo allorquando l’Ordine Monastico Cavalleresco dei Cavalieri di Malta, altrimenti detti  monaci ospedalieri, si insediarono qui da noi forti di vasti latifondi posseduti, fondarono la Cappella contenente l’effige della Madonna delle Grazie, coprotettice dell’Ordine, insieme a San Giovanni il Battista. Proprio San Giovanni conferì a tali luoghi il toponimo, che resiste ancor’oggi. La fiera ed il toponimo sono sopravvissuti alla presenza dei Cavalieri di Malta, anche oggi a centosettant'anni dall'Unità Nazionale, allorquando i Cavalieri Malta lasciarono Pietramelara, privati dei loro beni che furono messi all'asta. 
Ed eccoci ai nostri giorni. Alla fiera si è da sempre collegato un insieme di festeggiamenti civili e religiosi; il ciclo di celebrazioni sempre molto frequentato, la processione che porta per le vie del paese l’immagine mariana, di raffinatissima fattura, verosimilmente sei/settecentesca, il ruolo instancabile di Don Paolo, competente per territorio parrocchiale sulla Cappella. Le due serate in musica animate da Antonello, stimato cantautore locale; ed alla fine il clou con i Dik Dik, complesso musicale poco noto ai più giovani, ma famosissimo per noialtri “boomers”, nati fra gli anni cinquanta e l’inizio  dei settanta. Devo dire che sono rimasto ammirato da questo gruppo di ottuagenari, che per ben oltre due ore (anche grazie alla tecnologia) hanno intrattenuto un pubblico numerosissimo ed eterogeneo, fatto di locali e forestieri, giovani e meno giovani; questi ultimi nelle prime file sotto il palco hanno cantato insieme a loro, ricordando a memoria i testi, a volte hanno anche ballato, manifestando un entusiasmo vivo. Alla fine l’indice di gradimento della serata è stato veramente elevato.
Che dire? … la fiera e i festeggiamenti collegati sono il prodotto di un “comune sentire” che, seppur affievolito, resiste ancora forte ed avvertibile nel parroco, nei componenti del comitato e nell’intera comunità pietramelarese, che non può e non vuole disfarsi delle sue tradizioni più autentiche.

Sullo stesso argomento LA FIERA DELLA CIPOLLA (25 luglio 2015) (https://scribacchiandoperme.blogspot.com/2015/07/la-fiera-della-cipolla.html)

mercoledì 16 luglio 2025

DUE NAPOLETANI ED UN PAESE INTERNO

 

Come si percepiscono Pietramelara e pietramelaresi, dal di fuori? Quali sono le note positive e negative del nostro paese, agli occhi di gente che l’ha conosciuto per caso?
Per rispondere a tali domande occorrono donne e uomini dotati del requisito della “terzietà”:  persone che si sono approcciate alla nostra comunità e che, inoltre, hanno spiccato senso critico e ne hanno conoscenza quantomeno pluriennale, se non ultra decennale. Avendoli notati da tempo e avendo frequentato con loro la piazza, la Chiesa e altri luoghi di socialità, ho pensato di rivolgermi a due volti ormai noti a molti dei miei quattro lettori… mi riferisco ai coniugi Rosaria Vallorso e Gianni Giannini, pensionati napoletani, del Vomero, (vedi foto di copertina) con i quali, profittando del loro tempo e della loro disponibilità, ho scambiato dieci minuti di conversazione.
“Ci siamo trovati qui per caso, siamo qui per caso perché all'epoca, grazie all’amicizia dei nostri figli con delle ragazze che avevano un agriturismo a Sessa Aurunca, abbiamo cominciato ad apprezzare le zone interne… ci piaceva la situazione, e così abbiamo detto in giro che cercavamo una casetta nei paraggi, ma non la trovavamo. Ci rivolgemmo a Tecnocasa che dopo poco ci richiamò, l’addetto dell’agenzia ci guidò a Pietramelara ove c’era un immobile disponibile per la vendita e… mentre facevamo un giro, la cosa che ci sorprese, che ci decise, fu che la gente ci salutava senza conoscerci: buongiorno, buonasera, accoglienti, era una bella cosa. Venendo da Napoli, noi stiamo chiusi a ‘ rint, noi non vediamo nessuno”
Diciamo che Pietramelara fino a vent'anni fa, sotto ogni aspetto, era ancora migliore di come l'avete conosciuta voi. Voi state qua da tempo?
"Dal 2006, sì. In contrada San Pasquale, diciamo che siamo un po' defilati, in estrema periferia ma… Sì, è meglio. Siamo tranquilli. Stiamo bene"
Voi venite durante l'estate e nei fine settimana?
"Sì. Volevamo venire più spesso ma abbiamo dei figli che stanno all'estero, quindi spesso andiamo da loro. Viaggiamo. Però anche loro vengono qua volentieri. La famiglia si riunisce a Pietramelara, perché poi la casa che alla fine abbiamo comprata è bella grande.  Ci siamo trovati contenti. Sì, siamo contenti"
Poi io vi vedo pure la sera qua in piazza frequentare delle persone.
"Sono le persone che conosciamo, gli ottimi vicini e la signora Angela della gelateria, persona simpaticissima"
Consigliereste ad altri di ripetere la vostra esperienza?
"Lo abbiamo fatto più e più volte, anche ai nostri ospiti… A Napoli a volte ci rincresce anche di uscire per un caffè, le difficoltà legate al traffico e al parcheggio quasi impossibile ci fanno desistere, qui è diverso gli spazi sono più ampi, ed è un piacere trascorrere un po’ di tempo in piazza al tavolino del bar"
Avete conoscenza dei nostri problemi sociali ed economici, anche il calo della popolazione che da qualche anno si comincia a farsi sentire?
“No, ma comunque è naturale che ci sia... Oggi il lavoro per i giovani è un lavoro sotto retribuito e poco qualificato e purtroppo essi sono costretti a lasciare i luoghi dove sono nati, una dinamica comune a Pietramelara come altrove”
Un’analisi lucida e compiaciuta, quella dei coniugi Giannini che, va detto, solletica non poco il nostro orgoglio comune di pietramelaresi.

martedì 1 luglio 2025

AREE INTERNE SENZA ALCUNA CURA

 

Nei mesi scorsi la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha approvato il Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne (PSNAI), un documento – disponibile sul web - dedicato a coordinare il supporto finanziario rivolto a questi territori e al miglioramento dei loro servizi. Va sottolineato un passaggio di tale documento, presente a pagina 45: “Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”.
Leggere ciò mi ha fatto letteralmente saltare dalla sedia… si tratta della nuova linea di indirizzo strategico dello Stato verso centinaia di Comuni italiani, per lo più montani, collinari o rurali. Si tratta di un cambio di paradigma silenzioso ma devastante: si rinuncia ufficialmente all’idea di invertire la tendenza allo spopolamento. Si pianifica il declino. Lo si accompagna. Lo si normalizza.
Per capire la portata della questione, bisogna risalire alla definizione di Aree Interne: sono quasi 4.000 Comuni italiani, sparsi in ogni regione, che si trovano lontani dai centri dove si concentrano servizi essenziali come sanità, istruzione e mobilità. Coinvolgono oltre 13 milioni di cittadini, il 23% della popolazione, distribuiti su quasi il 60% del territorio nazionale. In pratica, l’Italia profonda. Quella che custodisce boschi, pascoli, acque, borghi storici, comunità coese. E che oggi si vede diagnosticare una malattia terminale.
Qualche genio di Palazzo Chigi, grazie alla consulenza di eminenti professoroni, lautamente ricompensati con danaro pubblico, ha tirato fuori dalla magica lampada la sentenza, la diagnosi per una malattia difficile da curare, è vero, ma non per questo non meritevole della dovuta attenzione. Eticamente, rinunciare alla cura di un malato, significa condannarlo a morte! Il territorio rurale, costituitosi nei millenni grazie alla saggia collaborazione fra uomo e natura, langue per spopolamento; in altre parole viene a mancare una componente fondamentale: la presenza umana… e, in mancanza di essa, i frutti si vedono a stretto giro. Il dissesto idrogeologico, in primo luogo, la sottrazione di una risorsa fondamentale quale il suolo, divorato dall’espandersi del bosco, conseguente all’abbandono. 
E che la nostra Pietramelara sia esente da tale problematica non è assolutamente vero! Dal 2021 in poi, come dimostra l’immagine che allego la popolazione residente ha cominciato a scendere passando da   4800 unità nel 2010 alle 4.400 di oggi (contrazione media annua dell’1%), andando di tale passo tra un secolo il popolo pietramelarese non esisterà proprio più. E se prescindiamo dalle decisioni del governo nazionale, anche quello locale, dedito da un trentennio solo alla ordinaria amministrazione, non tenta neppure di frenare tale calo, mettendo in campo politiche volte all’occupazione, alla tutela della maternità, alla crescita culturale e quant’altro.

giovedì 26 giugno 2025

UN CAMMINO FRA FEDE E BUONA CUCINA

 

San Francesco Caracciolo
In questo momento di auge del cosiddetto “turismo lento” mi sembra opportuno segnalare il “Cammino di San Francesco Caracciolo”.  Non è questo un santo di cui si sente spesso parlare, tuttavia la sua vita fu avventurosa ed articolata.
Ascanio Caracciolo apparteneva a una delle famiglie più influenti di tutto il Regno di Napoli, essa possedeva oltre 500 feudi e decine e decine di titoli nobiliari, oltre a contare ben 10 cardinali e ancora più numerosi vescovi, per non parlare delle cariche civili e militari. Nel 1588 aveva fondato un ordine, quando intorno ai vent’anni, avendo contratto una malattia ritenuta contagiosa, decise di rimanere in isolamento. Guarito miracolosamente, scelse il nome di Francesco, ispirandosi al grande santo di Assisi, al servizio dei più poveri, degli esclusi ed emarginati. Da principe a mendicante, e va detto che aveva aggiunto per sé e i suoi confratelli, accanto ai tre voti di povertà, castità e obbedienza, un quarto voto: quello di “non ambire” alle cariche ecclesiastiche. Nella Napoli vicereale aveva fatto tanto bene, in particolare assistendo i condannati a morte e le loro famiglie prestando servizio presso la Compagnia dei bianchi di giustizia. Già alla sua morte erano avvenute guarigioni miracolose grazie alla sua intercessione, che gli valsero la proclamazione a Santo nel 1807.
Villa Santa Maria, in Abruzzo, dove nacque Ascanio, era tenuta in feudo dalla famiglia Caracciolo. Costoro apprezzavano a tal punto la buona tavola che tutti i garzoni al loro servizio dovevano fare esperienza anche di cucina. I più promettenti venivano inviati a Napoli per imparare i segreti dell’arte culinaria dai celebri “Monsù”. A ciò si deve il fiorire di generazioni di cuochi espertissimi a Villa Santa Maria e dintorni, ove nacque la prima scuola alberghiera d’Italia e forse del mondo. In San Francesco Caracciolo i cuochi hanno trovato colui che riunisce in sé il cibo dell’anima e quello del corpo, pertanto nel 1996 la Santa Sede lo proclamò “patrono dei cuochi d’Italia”.
Il santo nella sua breve vita (44 anni) aveva affrontato anche tre lunghissimi viaggi a piedi fino in Spagna. Nel 1608 si era recato in pellegrinaggio a Loreto e da qui era ripartito alla volta di Napoli attraverso Abruzzo e Molise, seguendo itinerari che si erano andati consolidando dalla seconda metà del Cinquecento.
Da qui l’idea di ideare un cammino per il camminatore-pellegrino di oggi. Grazie alla collaborazione fra padri e laici caracciolini, con il coinvolgimento di professionisti di vari ambiti, il progetto ha iniziato a prendere forma e sostanza nel 2019. La storia della costruzione del Cammino di San Francesco Caracciolo, patrono dei cuochi ha portato al coinvolgimento di giovani allievi e docenti degli Istituti Alberghieri presenti lungo l’itinerario, che ne fanno non un semplice cammino ma un camminare insieme verso l’altro, verso il buono, verso il bello.
Quali i punti di contatto di questa storia con il nostro paese? Prima di tutto citerei il fatto che i Caracciolo sono stati fino agli inizi dell’ottocento feudatari di Pietramelara, sotto il titolo di Duchi di Roccaromana, il grande stemma nella volta dell’androne del Palazzo Ducale ne dà testimonianza. La loro presenza portò addirittura un Re, Ferdinando II di Borbone a visitare Pietramelara, nel maggio 1836: il seguito, lo staff dei Caracciolo, nel tempo ha arricchito il territorio e la sua comunità di saperi e tecnologie sino ad allora sconosciute. Inoltre il Cammino di San Francesco Caracciolo inaugurato nel 2019 passa per il nostro comune, nella tappa n. 4 Piatravairano/Rocchetta e Croce, (vedi locandina) con escursioni programmate, fra le altre ai due eremi di Santa Maria a Fradejanne e del San Salvatore.

martedì 10 giugno 2025

UNA FESTA TRA FEDE, STORIA E TRADIZIONE

 

I “colpi scuri” alle sette circa del mattino costituiscono l’incipit più classico e tipico della festa di stamattina; si tratta dei festeggiamenti in onore della Madonna della Stella, tanto cari ai riardesi ma anche a noi altri dei comuni confinanti. Dei colpi scuri, dicevo, che si avvertivano distintamente anche qui a Pietramelara. Il culto, ancora tanto presente e sentito, si dipana tra il Santuario omonimo e la Chiesa Madre di Riardo.
Ripercorrendo la storia di questo Santuario, apprendo dal web che esso affonda le radici in un passato lontano, precisamente intorno al 1450. Secondo la tradizione popolare, un pastore, alla ricerca di una pecora smarrita, si imbatté in un roveto particolare. La pecora, infatti, aveva l’abitudine di inginocchiarsi proprio sopra quel roveto. Incuriosito, il pastore scrutò tra i rami spinosi e scoprì, nascosta dalla vegetazione, un’antica cappella. Riportata alla luce la cappella, emersero affreschi bizantini raffiguranti la Madonna col Bambino, il Redentore e diverse figure di Santi. Si narra che, tra la gente accorsa, vi fosse una giovane donna affetta da problemi mentali che, alla vista della cappella, gridò di correre dalla “Madonna della Stella”. Questo episodio fu interpretato come un segno divino, e da allora il santuario fu consacrato a Santa Maria della Stella.
Le origini della cappella si fanno risalire alla prima metà dell’XI secolo, epoca altomedioevale. Dopo qualche decennio di abbandono tra il 1191 e il 1230, la Cappella cadde nell’oblio e venne nascosta dalla vegetazione.
I lavori di restauro del 1952, evidentemente condotti senza controllo e guida, causarono la perdita (per sempre) di alcune immagini bizantine; in compenso grazie al distacco di quelli rimasti dalle pareti, gran parte di tali affreschi oggi sono fruibili dai fedeli e dagli appassionati d’arte.
Fino al 2024 il sedime della Cappella giaceva su un fondo di proprietà della Famiglia de Ponte, tuttavia con atto di donazione rogato dal notaio Di Caprio, Andrea de Ponte, in rappresentanza dell’intera famiglia cedette il bene al Comune di Riardo, nella persona del Sindaco Armando Fusco, anche grazie ai “buoni uffici” dell’Assessore Nicola de Nuccio.
Secondo l’indirizzo dell’Amministrazione Fusco la Cappella della Madonna della Stella diventerà non solo un luogo di culto e di pellegrinaggio, ma anche un importante attrattore turistico. La presenza degli affreschi della “scuola campana”, coevi a quelli delle più celebri opere di arte sacra della regione, come Sant’Angelo in Formis e Rongolise, conferisce a questo luogo un’importanza storica e artistica che merita di essere valorizzata e preservata per le generazioni future.
Articolato, quest’anno, il programma dei festeggiamenti: stamattina, nel primo giorno di festa, il Giro della Banda Musicale Città di Gioia del Colle, e due Messe celebrate dal parroco Don Marco Stolfi, in Chiesa Madre, e alle ore 18,00 avrà inizio la tradizionale processione che terminerà al Santuario, dove come tutti gli anni la Statua della Madonna rimarrà fino alla mattina della domenica 15. Stasera, alle 21,30, in Villa Violati, si esibirà il Concerto Musicale Falcicchio di Gioia Del Colle. Nel pomeriggio di Giovedì 12 al Santuario arriveranno i fedeli di Pietramelara che ricambieranno, come da tradizione secolare, il recente pellegrinaggio dei riardesi a San Pasquale. Venerdì 13 giugno, è prevista una celebrazione eucaristica per anziani e infermi, seguirà la Fiaccolata fino al Santuario. Domenica 15, al termine della Santa Messa delle otto in Cappella, è prevista la Processione e la Statua sarà riportata dai fedeli in Chiesa Madre, accompagnata dalla Banda Musicale Ritmo ed Armonia di Riardo, diretta dal Maestro Nicola Tartaglia; i fuochi pirotecnici saranno il materiale coronamento ed epilogo della festa, che sa tanto di tradizioni ed identità condivisa. 

giovedì 5 giugno 2025

GABBIANI ALIENI A PIETRAMELARA

 

Si tratta già il secondo avvistamento da parte del sottoscritto, confermato anche da qualche amico dotato di spirito di osservazione: uno o più gabbiani (larus spp.) incrociano il volo dalle parti delle contrade Dodici e Acqua Sant’Angelo, verosimilmente attirati dalla presenza della cosiddetta isola ecologica, nei pressi del dismesso macello comunale.
Dal web apprendo che la nidificazione del Gabbiano reale in ambienti urbani ha avuto inizio nel XX secolo. I primi episodi sono stati riportati nel Regno Unito a partire dagli anni ’40, sebbene solo a partire dagli anni ’70 il fenomeno si è sviluppato coinvolgendo anche altri Paesi europei: in Francia le prime nidificazioni urbane sono iniziate nel 1970 e in Spagna nel 1975. In Italia il primo caso di nidificazione urbana risale al 1971 con una coppia che è riuscita a portare a termine la riproduzione su di una scogliera artificiale all’interno dello zoo di Roma. La coppia si è riprodotta per diversi anni, ma è rimasto un caso isolato per un lungo periodo, perché è solo a partire dagli anni ’80 che il Gabbiano reale ha incrementato il numero di nidificazioni in aree urbane italiane.
Nei centri urbani il cibo è abbondante e facilmente reperibile, consentendo anche ai giovani del primo anno, ancora inesperti, di procurarlo con facilità. Per molte popolazioni urbane la principale fonte di cibo può essere fornita dalla vicinanza con siti adibiti a discarica. Alcune condizioni ecologiche favorevoli, quali una temperatura media superiore rispetto a quella delle aree extraurbane. IL gabbiano modifica la dieta adeguandola alle risorse più abbondanti e facilmente disponibili presenti nei centri urbani o nelle loro vicinanze, nutrendosi quindi anche di scarti alimentari di origine antropica, e svolgendo un’attiva azione predatoria che riguarda sia insetti e piccoli mammiferi ma anche uccelli, tra cui soprattutto il Piccione domestico, abbondantissimo in tutte le città. (La colonizzazione dei centri urbani italiani da parte del Gabbiano reale, a cura di Maurizio Fraissinet, edito dall’ANCI).
Tanto premesso rivado con la memoria al caso del pappagallo avvistato sul “quartiere svizzero”, qualche mese fa, oggetto anche di una nota su questo blog scribacchiato, del dicembre scorso (https://scribacchiandoperme.blogspot.com/2024/12/il-pappagallo-evaso-ipotesi-e-rischi.html), nella quale si paventavano rischi per la salute umana e danni all’agricoltura. La nostra biodiversità si arricchisce, grazie all’innalzamento delle temperature medie, ma ciò comporta rischi di varia natura! Spetta alle istituzioni (ASL, Istituto Zooprofilattico, ecc.) di monitorare il fenomeno e arginarlo, laddove possibile; ma anche a noi cittadini, primi custodi di un ecosistema in continua evoluzione, di tenere gli occhi aperti e fare le dovute segnalazioni alle competenti autorità.