Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

mercoledì 16 novembre 2016

A CERA SE CUNSUMA...

Appena due mesi fa, a proposito delle polemiche ingeneratesi a cavallo dell’inaugurazione della nuova scuola elementare ebbi a scrivere “Sbaglia chi fugge in avanti e affida alla stampa mancanza di certificazioni, autorizzazioni, contratto ENEL non stipulato, suppellettili vecchie,ecc… c’è poco da dire: l’opera è un fatto” (cfr. su questo blog: http://scribacchiandoperme.blogspot.it/2016/09/edificio-scolastico-di-via-marconi-che.html) . Ero allora e rimango adesso dello stesso avviso! L’episodio di qualche giorno fa non scalfisce le mie convinzioni: l’allagamento nel nuovo edificio scolastico deve essere stato la conseguenza di un tubo fornito difettoso, di un raccordo fatto male o roba del genere. Punto… si facciano le riparazioni nel modo più scrupoloso e si ritorni a lavorare. La scuola, a mio avviso, dovrebbe rimanere fuori dalle polemiche: essa è qualcosa di sacro, in essa si produce sapere e si progetta il futuro di intere generazioni. Mai i risentimenti personali dovrebbero intaccarla, neppure di striscio!
Non c’è dubbio, la campagna elettorale per le amministrative di primavera è già entrata nel vivo! “A cera s’ cunsuma e a prucessione nun cammina”, recitava un vecchio proverbio delle nostre parti, e stava a significare che mentre ci si consuma in sterili polemiche la comunità soffre per mille cose da completare, per tante omissioni e per indebite ingerenze. Che qualcosa si sia rotto nei banchi dell’opposizione consiliare non è un segreto per nessuno: proprio ieri leggevo da un seguito web giornale di una interrogazione “al vetriolo” che sarebbe stata depositata a firma del consigliere di opposizione De Robbio; a tal proposito il buon Giovanni insieme alla sua “musa ispiratrice” dovrebbero sapere, per ultraventennale esperienza, che un attacco così diretto e frontale nei confronti di chi, per proprio dire è “in perenne cerca di consensi elettorali trasversali”, prima di tutto non risolverà il problema idraulico/impiantistico di cui stiamo parlando, ma soprattutto non porterà vantaggi a nessuno, se non a chi (esclusivamente) per buona sorte era in amministrazione al momento della conclusione dei lavori di realizzazione della nuova scuola. La politica, almeno come la intendo io, la si fa con i progetti e con le idee; innescare polemiche su fatti contingenti che si sono verificati e che si verificheranno sempre e comunque, abbassa -e di molto- il piano del confronto.
Ed allora: quale strategia per il futuro ventennio in paese? Il borgo è o non è una priorità politico/amministrativa? Il PUC (piano regolatore) appena redatto è veramente uno strumento di sviluppo urbanistico ordinato e corretto, oppure solo l’ennesima occasione per adempiere a patti stipulati in campagna elettorale? Come riordinare e rendere più efficiente ed efficace l’ordinamento dell’Ente Comunale?... e via dicendo!

sabato 29 ottobre 2016

LA VUOLA?

La profonda differenza fra il modo di esser stato giovane quarant’anni or sono e quello di oggi, la si può capire anche da cose e situazioni in apparenza secondarie che, invece, la dicono lunga su come siamo cambiati. Ad esempio, il modo di impiegare il tempo libero, di passare una serata sono mutati, in dipendenza di una serie di cause, nell’arco di quattro decenni; e se volessimo proporre ad un attuale adolescente o giovane di oggi l’esperienza che vi vado a raccontare, costui non vi troverebbe alcun interesse, al contrario di noi, adolescenti e giovani di allora, che accorrevamo numerosi perché anche quell’uomo (per noi) “faceva spettacolo”.
A tal proposito ricordo, e sicuramente i miei quattro lettori ricorderanno, un personaggio non pietramelarese, che periodicamente ritornava dalle nostre parti, generalmente nella tarda primavera. Doveva essere di Napoli o dell’hinterland partenopeo, poco più che cinquantenne, sbarcava il lunario organizzando e gestendo una sorta di rurale lotteria a premi: arrivava generalmente in Piazza Sant’Agostino e metteva su un baraccone pieno di oggetti e cose, biciclette, motorini, elettrodomestici piccoli e grandi, qualche autoradio, mangiadischi ed altro, esposti in bella vista ed illuminati. Restava in paese una o due settimane, e vestiva a suo modo con eleganza: immancabile cravatta sul gessato a doppio petto, tipico del guappo, capelli alla mascagna tenuti insieme da abbondate brillantina, voce tipica del fumatore incallito, ma con una parlantina capace di catturare l’attenzione di un gran numero di persone. Si serviva di un microfono, anche se comunque la gente si accalcava nei primi metri intorno al baraccone, e veniva coadiuvato nella vendita dei biglietti da un aiutante più giovane, che lui, con una certa ironia, chiamava “o’ ragiuniere” : era evidente che si trattava di una sorta di apprendista che voleva far propria quella sua particolare arte .
Il copione era sempre lo stesso: ogni giocatore con cento lire (duecento più di recente) comprava dal ragioniere un biglietto con nove numeri, e il vincitore risultava colui che trovava sul proprio il numero estratto da un cestino, tipo tombola. Chi aveva vinto quella manche allora doveva scegliere una busta da un mazzo, che rimaneva chiusa: essa conteneva l’indicazione del premio esposto nel baraccone. A questo punto si sviluppava il fine gioco di psicologia tra il banditore e il giocatore, fatto di offerte e, dall’altra parte, accentazioni o rifiuti; un po’ l’antesignano quindi del popolare gioco televisivo serale “Affari Tuoi”. Era evidente che il nostro personaggio disponeva di qualche sistema che gli permetteva di conoscere il contenuto della busta, e che pertanto, lui a differenza del giocatore andava sul sicuro; quindi se la busta conteneva un motorino o un premio importante faceva offerte in danaro, mentre altre volte bleffando induceva, invece, a far credere che nella busta vi era un premio importante, e offriva in cambio di essa somme notevoli per l’epoca: di fronte all’ostinazione della controparte nel voler aprire la busta, acconsentiva e ne usciva solo un bigliettino con su scritto “cinquanta lire”. Che tipo!
Lo spettacolo era proprio questo, assistere al fine duello fra uno sprovveduto ragazzotto di campagna, che non voleva apparire tale, e il furbo banditore che, invece, la sapeva lunga assai. Nella trattativa il linguaggio usato dai contendenti era generalmente il dialetto, ma il nostro aveva il vezzo di italianizzare il suo napoletano e ciò rendeva lo spettacolo ancora più godibile; in particolare rivolgendosi al vincitore del momento e, fatta un offerta, per sapere se l’accettava, usava dire “la vuola?”, ripeteva questa domanda un’infinità di volte, e tale espressione arrivò a caratterizzarlo a tal punto che noi tutti finimmo per identificare come “la vuola” il colorito personaggio. Date le rare novità del tempo e l’attrazione che determinava, quando si spargeva voce del suo arrivo in paese, qualcuno compiaciuto diffondeva la voce: “wuagliù… è turnatu a venì la vuola”.
Sono anni ormai che il baraccone non viene più montato e anche se oggi questo potesse succedere, dubito che intorno ad esso si formi la calca di quel tempo; i ragazzi di allora, vergini di PC, Play station e telefonini , erano in possesso di un prezioso dono, a loro stessi sconosciuto: l’incanto e la meraviglia anche nei confronti di fatti, personaggi e situazioni tutto sommato “di poco conto”.

lunedì 24 ottobre 2016

PRO LOCO: RICUCIRE I MILLE COCCI

La notizia è recente, ancora calda: con Decreto Dirigenziale n. 85 del 13/10/2016, pubblicato in data 17 ottobre 2016 sul n. 69 del Bollettino Ufficiale della Regione Campania, è stata decretata la “Cancellazione dall'Albo regionale delle Pro Loco della Pro Loco Pietramelara - CE 53”. Le motivazioni del provvedimento sono in sostanza due, di seguito elencate: l’ Associazione non ha prodotto, per gli anni 2015 e 2016, la documentazione prevista all'art. 5, comma 2 del Regolamento regionale n. 2/2015 (bilanci consuntivi e preventivi,relazione sull’attività svolta nell’anno precedente e in programmazione per l’anno in corso) ; con nota del 26/07/2016, l’amministrazione Regionale ha provveduto a dare comunicazione di avvio del procedimento per la cancellazione d'ufficio dall'Albo regionale e, a seguito della ricezione della comunicazione di avvio del procedimento in data 02/08/2016, come comprovato dalla ricevuta di ritorno agli atti, l’Associazione non ha provveduto ad integrare la documentazione richiesta . Omissioni ed errori, perseverati nonostante il chiaro sollecito.
Che dire?...già in tempi non sospetti questo blog ha sottolineato la crisi istituzionale, operativa e progettuale di tale importantissimo organismo (“UNA PRO LOCO IN CRISI” 30/07/2014, cfr. http://scribacchiandoperme.blogspot.it/2014/07/una-pro-loco-in-crisi.html), soprattutto per dare lo svegliarino a chi di dovere, per sollecitare un’attività più intensa e continuativa, purtroppo tutto è caduto nel vuoto e chi doveva ricevere il messaggio ha continuato imperterrito nella propria linea di condotta, e oggi ci troviamo con in mano i mille cocci di qualcosa che, partito negli anni 70, in forte anticipo sui paesi circostanti, ha colto in passato lusinghieri traguardi. Come non ricordare quegli eventi? …le sagre, il carnevale di allora, la voglia di partecipare, di dare una mano, il coinvolgimento di larghissimi strati della popolazione. Per una serie di motivi, che non ritengo il caso di ritornare ad elencare, siamo giunti a questo punto, che qualcuno potrebbe giudicare di non ritorno: non è così, o almeno non è del tutto così, la nostra Pro Loco è solo stata cancellata dall’Albo, ma non per questo ha cessato di esistere, in quanto soggetto giuridico ed istituzionale. Cosa fare, allora?
Non è pensabile che una Pro Loco possa operare al di fuori dell’Albo, infatti l’inserimento in esso consente l’accesso a strumenti finanziari ed altro, senza i quali l’operatività è fortemente compromessa. Correttezza imporrebbe, allora, le immediate dimissioni di presidente e consiglio di amministrazione, ma ritengo che sia meglio essere prudenti: ciò potrebbe creare un vuoto imbarazzante. Il mandato è alla scadenza e pertanto sarebbe maggiormente auspicabile un tesseramento aperto, pubblico, trasparente e (soprattutto) pubblicizzato con i mezzi più potenti: manifesti, sito web, facebook e stampa locale, ed elezioni immediate, a tesseramento completato. Allargando infatti la base sociale dell’associazione si immetterebbero nuove energie a disposizione di essa, si potrebbe cercare in qualche modo di ricucire i cocci, recuperando il tempo perduto, e producendo la documentazione richiesta e sollecitata dai competenti organi regionali, in vista di una eventuale riammissione nell’Albo. D’altronde lo stesso regolamento regionale annovera fra le finalità istituzionali delle pro loco quelle di mettere in campo “iniziative idonee a favorire, attraverso la partecipazione popolare, il raggiungimento degli obiettivi sociali del turismo”. Invece, se guardiamo al passato più prossimo è proprio questa partecipazione popolare ciò che è mancato. L’Associazione si è chiusa in un ghetto, che poi fatalmente è diventato il suo stesso patibolo. Se diamo un’occhiata al contesto, la prima considerazione che emerge è questa: il proliferare a Pietramelara di tanti organismi associativi giovanili, che a volte in forte rivalità fra loro prendono il posto della Pro Loco, trova anch’esso spiegazione nell’incolmabile vuoto che si è creato con tanti anni di mediocrità palese.E’ innegabile a questo punto la necessità di voltar pagina, di riformare il modo di pensare e di porsi, e tale cambiamento deve precedere quello delle persone. Le strade da percorrere ci sono, basta la buona volontà e l’apertura mentale.

lunedì 17 ottobre 2016

OTTOBRATA

Il cielo di una bella giornata di ottobre è blu, più che azzurro; il verde della montagna non è ancora del tutto spento ma volge al rosso delle foglie, ormai rinsecchite e sul punto di cadere dai rami; laddove il pendio si smorza ed inizia la campagna, i colori variano dal bruno della terra appena lavorata, pronta per le semine, fino al verde intenso dei medicai ravvivato dalle recenti piogge unite al tempo mite. Le vigne, appena vendemmiate, offrono al passante uno spettacolo malinconico, ma non propriamente triste, nel senso stretto della parola, essendo state private dai grappoli maturi. La luce del sole intensa, quasi abbacinante, si riflette nelle pozzanghere e colpisce gli occhi con violenza, ed insieme al risciacquio dell’acqua in un fosso, sta lì a ricordarti che la pioggia è passata appena da qualche ora e che potrebbe ripresentarsi quanto prima, senza tanti preavvisi; nell’osservare tale immagine consideri quanto sia aderente alla vita tale metafora: la gioia della bellezza, vissuta con serenità ma, con la consapevolezza, tuttavia, di un problema imminente.Sembra che l’estate“di San Martino” sia giunta con quasi un mese di anticipo sulla regolare “tabella di marcia”.
È grande l’armonia di questi momenti: nelle strade ed i vicoli del paese è ancora possibile imbattersi nel sentore di vinaccia e dei mosti in fermentazione, portato dal vento d’autunno: questo da noi avviene in misura minore rispetto al passato, ma comunque avviene! La suggestione allora induce di sera a mettere al fuoco le caldarroste (le vrole), da sposare con uno di quei mosti di cui si diceva prima, secondo la tradizione del posto; la temperatura magari è ancora sensibilmente alta, e si sa che per gradire meglio le vrole, ci vorrebbe qualche grado in meno, magari al tepore di un focolare che riscaldi l’anima, prima che il corpo.
Nei borghi e nei paesi tutt’intorno è in atto una rinascita: eventi, sagre, feste che vedono riunire la gente di ogni origine, ceto e provenienza intorno a tradizioni antiche, a sapori dimenticati, a cibi poveri ma buonissimi. Al di la dell’inevitabile retorica è questa la vera bellezza di ottobre e dell’autunno in generale.

domenica 9 ottobre 2016

VINCENZO E FRANCO

Voglio adesso illustrarvi il caso di una realtà vicina alla nostra che soffriva di un male quasi identico a quello di Pietramelara, l’abbandono e il degrado del centro storico, ma che, a giudicare da quanto si vede, ce l’ha fatta!
Parlo di Caiazzo: sino a due o tre anni fa il centro storico di questo paese (un po’ più grande del nostro), era solitario ed abbandonato, le facciate dei suoi palazzi storici narravano di un passato florido legato ad un’agricoltura fiorente e a commerci sviluppati, tuttavia l’immagine che davano di se era comunque triste; per strade e vicoli pochi passanti costretti, più che altro, a rimanere in quei luoghi. E dire che sono veramente pochi i chilometri da Caserta!
Da qualche tempo tuttavia la situazione si è invertita ed il centro storico è divenuto il nucleo di una frequentazione intensa, specie nelle sere dei fine settimana. Ci sono stato ieri sera con amici, il tempo non era neanche troppo buono e piovigginava ad intermittenza, ma già la difficoltosa ricerca di un parcheggio libero la diceva lunga; per strade e vicoli donne, uomini, giovani e bambini avevano ravvivato ciò che, sino a qualche tempo fa, mostrava l’inizio di uno stato di progressivo abbandono.
Era evidente che qualcosa di positivo era successo! Di che si tratta? A mio parere, soprattutto dell’intraprendenza di un ristoratore locale che ha fatto della sua pizza non solo un prodotto dell’enogastronomia apprezzato da tutti, ma anche e soprattutto un fenomeno mediatico presente con lusinghiere recensioni sia sulla carta stampata che sul web. Le pizze di Franco Pepe sono ormai note al vasto pubblico che apprezza l’enogastronomia, ma hanno per fama anche sfidato e superato quelle sfornate nei vari "templi" dei vicoli di Napoli (Sorbillo, Di Matteo, Il presidente, ecc.). Incuriositi e/o interessati, sono centinaia i buongustai che vogliono gustarle, ma non è raro neppure incontrarvi attori, calciatori famosi e personaggi vari dello “jet set”. Tale insperata rianimazione ha ingenerato un processo positivo che si è tradotto in negozi aperti fino a tarda ora, insieme al sorgere di iniziative analoghe, basate sull’enogastronomia di qualità che si sono sviluppate negli immediati paraggi. Il mio amico e collega Vincenzo Coppola, ad esempio, proprio li vicino ha realizzato “Terrae Motus”, coronando un sogno fatto di futuro coniugato con la tradizione millenaria di quelle terre: un ketchup che ha per base un pomodoro locale, da poco recuperato, bruschette che sanno di ceci caiazzani, provole e carni provenienti dagli allevamenti caiatini. Il panino, poi, tanto apprezzato dai giovani, emblema altrove di una ristorazione globale e massificata, da Terrae Motus è stato rivisto e corretto con una filosofia molto “slow”, che ne ha stravolto la natura ed anche il significato, in una armonia di sapori e profumi che sanno soprattutto di territorio. Va detto che i protagonisti di questa storia, Vincenzo e Franco (nella foto di copertina) sono amici nella vita, ed hanno da tempo intrapreso un percorso comune, volto alla qualità, da ricercare soprattutto nella tipicità delle materie prime.
Sono questi gli esempi da imitare, i percorsi da seguire, se si vuole realmente che anche la nostra Pietramelara, con il suo borgo millenario si salvi dall’abbandono e dal degrado. Tradizione e futuro in uno, paradigma di una ripresa e di un recupero che non possono più attendere, componenti di una mentalità imprenditoriale da troppo tempo assente dalle nostre parti, devono indurre la creazione di elementi e prospere realtà che facciano da traino al risorgere della nostra, come di tante altre realtà locali.

sabato 24 settembre 2016

ALLEANZE ELETTORALI

Le elezioni amministrative della prossima primavera sono alle porte e la campagna elettorale, se non è nel pieno, è senz’altro iniziata! Comincia a correr voce di incontri semiclandestini, ospitati da dimore site in periferia del paese o in campagna. È un costume, questo, che parte da lontano, almeno dagli anni 70 quando, per scalfire il potere della Democrazia Cristiana che, fino ad allora, aveva sempre vinto ogni consultazione, cominciarono ad essere intessute alleanze di vario genere. La fase della trattativa richiedeva discrezione pertanto si ricorreva agli incontri semiclandestini di cui sopra. Fatto sta che il riserbo totale quasi mai veniva osservato e, nei giorni successivi agli incontri, si conoscevano con dovizia di particolari i partecipanti, gli argomenti in discussione, i punti di contatto e quelli di attrito. Si sa che il passaparola dei “mi raccomando… non lo deve sapere nessuno”, alla fine rende noto a tutti o quasi anche i particolari più riservati.
A parte questa nota di colore, bisogna dire che poi la storia ha dimostrato con il tempo che le improbabili alleanze alla fine sono crollate su se stesse ed hanno dato luogo a risvolti politico/amministrativi che definire disastrosi è voler esser buoni. Sicuramente i miei lettori dai capelli grigi ricorderanno (solo a titolo di esempio) come finì l’asse creatosi fra i socialisti del compianto Gianni Sorbo e l’ala dissidente democristiana, a metà degli anni settanta: nel primo mandato ci fu il distacco di un certo numero di consiglieri, che costituirono un gruppo autonomo, e la seconda sindacatura si concluse con un anno di anticipo, perché venne meno la maggioranza consiliare. Altri tempi, direte voi… senz’altro rispondo io; ma il dato di fatto consegnatoci dalle ultime tornate amministrative a Pietramelara e dintorni ci indicano con chiarezza che l’elettorato forte di quelle lezioni, non capisce e non condivide il significato e l’utilità di certe alleanze particolarmente ardite, e/o i cambiamenti di casacca pochi giorni prima delle urne.
Comportamento conseguenziale del corpo elettorale, quindi? … non direi.E’ uno strano paese, il nostro! Da almeno due decenni si assiste ad una stasi che coinvolge la politica, la cultura, i servizi e l’economia, mentre nei dintorni è evidente un risveglio quasi speculare e di segno opposto. Progetti come il recupero del castello di Riardo o della torre di Roccaromana, o ancora gli scavi al teatro tempio di Pietravairano, che fino a pochi anni fa potevano sembrare mera utopia, sono divenuti con il tempo una realtà attuale e tangibile; basati su risorse locali, quindi disponibili “in via esclusiva”, possono, se ben gestiti,produrre in termini economici risultati molto interessanti. Al loro confronto potremmo proporre al massimo un canalone destinato a risolvere un problema idrogeologico mai esistito, oppure una circumvallazione utile solo ad una ditta di autotrasporto. Qualche assessore, in vena di autocelebrazione, arriva a vantarsi anche di azioni obbligatorie, previste dalla legge, atti dovuti la cui non realizzazione costituirebbe comportamento omissivo della Pubblica Amministrazione.
Di tutto ciò i nostri elettori sembrano non accorgersene, o meglio: commentano a gran voce nei capannelli della piazza gli altrui progressi e li confrontano con i nostri sostanziali arretramenti ma poi … nelle urne continuano ad infilare schede votate sempre allo stesso modo.

giovedì 22 settembre 2016

LA CHIESA DI SANT'AGOSTINO

E’ tra i luoghi da me più frequentati nell’infanzia ed adolescenza, vi ho trascorso tante serene ore in allegria con gli amici di un tempo, a vigilare su di noi e sulla nostra esuberanza la figura severa ma bonaria di Don Pasqualino. Sto parlando della Chiesa di Sant’Agostino, edificio di notevoli dimensioni che accoglie, fra l’altro, opere d’arte di grande importanza.
Fu costruita nel 1420 per volere di Giovanna di Celano, signora di Pietramelara e, insieme all’annesso convento, attuale palazzo municipale, prese il nome di Santa Maria della Carità. Nel 1461 ci fu un primo restauro ad opera dei Padri Agostiniani, che ne presero possesso e ne cambiarono il nome in Sant’Agostino. Con il sacco di Pietramelara e le relative distruzioni, avvenute nel marzo del 1496, anche questa chiesa fu saccheggiata dalle truppe mercenarie al soldo degli aragonesi. A latere di tale tragico episodio storico, l’appropriazione di una campana ad opera dei rocca romanesi, sottratta a Sant’Agostino ed utilizzata a corredo della Chiesa dell’Annunziata di quel paese confinante; i pochi supersiti della distruzione di Pietramelara chiesero allora al Re Federico d’Aragona la restituzione della campana ma, con due note regie, costui ne confermò la donazione a favore della Chiesa dell’Annunziata di Roccaromana, respingendo anche con un certo fastidio le suppliche pervenute da Pietramelara dopo il primo diniego.
Rinata Pietramelara, nei secoli seguenti la comunità agostiniana era notevolmente costituita e possedeva anche un patrimonio di una certa importanza: da documenti di archivio è emersa infatti la presenza un tempo di una “masseria degli Agostiniani”, ubicata in contrada pescara .
Nel 1808, epoca della monarchia murattiana, il convento fu espropriato agli Agostiniani e destinato ad ospitare il Municipio, e la Chiesa venne concessa alla Congregazione “Ave Gratia Plena”, ancora esistente e volgarmente detta “cungrega r’i signuri”, perché raggruppa le famiglie nobili di Pietramelara. Poco prima dell’Unità d’Italia, al passaggio dei garibaldini, la chiesa fu occupata da costoro ed utilizzata quale temporaneo accampamento.
Il corpo dell’aula è a navata unica, con tre cappelle per lato; unico nel suo genere il campanile di stile orientaleggiante, con il tetto a pagoda, il cui progetto è dovuto, forse, a qualche monaco agostiniano missionario, di ritorno dalla Cina ed evidentemente suggestionato dalle architetture di quei posti. L’interno ospita grandi tele settecentesche e un gruppo scultoreo in legno raffigurante l’Addolorata con il cuore trafitto, Gesù morto in grembo ad essa e San Giovanni Apostolo. L’opera di raffinata fattura, realizzata dallo scultore partenopeo Arcangelo Testa, fu donata dal Canonico Don Vincenzo de Ponte nel 1854, che all’epoca espletava le funzioni di “penitenziere” nella Diocesi di Teano; costui a proprie spese, fece celebrare una festa per l’Addolorata sino alla sua morte, avvenuta nel 1884 . A tale donazione si può ricollegare l’origine del culto dell’Addolorata in paese e quella del pellegrinaggio a Castelpetroso (cfr. su questo blog “Castelpetroso un po’ di storia”, 7/05/2011 - http://scribacchiandoperme.blogspot.it/2011/05/castelpetroso-un-po-di-storia.html). La parrocchia che vi aveva sede fino a qualche decennio fa era intitolata a San Lorenzo Martire, oggi a Sant’Agostino.
La chiesa rimase chiusa, per seri danni e lesioni riportati in seguito al terremoto del novembre 1980, fino al 1984.
Questa breve nota storica, che ripercorre circa sei secoli, è stata scritta attingendo a fonti bibliografiche e documenti vari di cui ho potuto prendere visione, ed è legata alla memoria che mi lega a quel luogo; è per me, infatti, sempre un’emozione forte ritornare fra quelle mura, quando posso : immediatamente mi ritornano alla mente i giorni felici dell’infanzia, il catechismo ( ‘a luttrina), i giochi, le funzioni della settimana santa, Don Pasqualino e la sua infinita pazienza ; quello che mi ha sempre colpito, allora come oggi, è la luce particolare che vi domina, intensa ma allo stesso tempo discreta, particolarmente adatta al raccoglimento e alla preghiera.