Scribacchiando per me

Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese

sabato 28 aprile 2018

IL DOLORE DI UNA COMUNITA'

Non ho conosciuto Domenico, il giovane che ci ha appena lasciato, pertanto non possiedo particolari ricordi che mi leghino alla sua persona: chissà, sarà stata la forte differenza di età, gli interessi distanti, il fatto che trascorro gran parte della giornata fuori paese!
La vicenda, comunque è sempre la stessa, quando se ne va un giovane, uno che per le leggi della natura e della statistica avrebbe dovuto, ancora per molti anni, continuare a calpestare il suolo di questo strano pianeta: un paese sgomento che si chiede perché, gli amici che ne ricordano il garbo, la sua innata creatività e le altre doti, la famiglia affranta nel dolore.
Mi sembra giusta la decisione della Pro Loco di sospendere l’evento “Monte Maggiore Festival”, ormai imminente e per il quale erano già state impiegate risorse: non poteva che essere così, lo spirito solidale dei giovani pietramelaresi ancora una volta ha dimostrato la sua forza e la sua presenza.
Mi chiedo poi (e non so darmi una risposta definitiva), se è un vantaggio essere “di paese” anche in tale frangente; anche perché in una realtà urbana e sociale più grande di Pietramelara anche la morte passa inosservata o quasi. Si, la cosa avrebbe potuto produrre rumore, sicuramente sarebbe uscito qualche trafiletto sulla stampa locale, ma poi tutto in breve tempo sarebbe tornato nella più terribile delle normalità, lasciando una mamma e dei fratelli nel dolore e nello sgomento. Da noi no! E’ il paese ad essere addolorato, anche chi non ci vive più da decenni: Maria, che vive in Inghilterra, ad esempio, raccomandava ieri su fb agli amici di Domenico di fare visita alla mamma Paolina, di cui era stata amica di infanzia. Dimostrazione questa di una sensibilità derivante da valori che ci sono stati comunicati e che ci hanno reso qualcosa di diverso da “persone che vivono nello stesso luogo”, qualcosa che ci rende comunità; è evidente che per Maria vivere 40 anni tra gente anglosassone, non ha cambiato nulla in lei, che resterà pietramelarese per sempre.
Domenico è stato la tessera di un mosaico, altre ne saranno aggiunte, ma comunque al suo posto resterà il buco di una tessera mancante, che indurrà l’osservatore a chiedersi: “perché?”.

venerdì 20 aprile 2018

UN RUOLO DIFFICILE

Sono figlio di insegnanti e può darsi che il mio punto di vista possa essere in qualche modo mediato dalla memoria dei miei genitori, ma quello che sta succedendo oggi nella scuola va ben oltre ogni limite di decenza!
Ricordo e ci sorrido (amaramente) su quanto possa essere cambiato il mondo: un tempo molti genitori, che sulla scorta della fama di educatore severo di mio padre, venivano anche a casa per chiedere come un favore di prendere con se figli particolarmente discoli e pertanto bisognosi di rigore in aula, oggi il contrario: padri che aggrediscono docenti anche per un semplice rimprovero verbale , come nell'immagine di copertina. Studenti che aggrediscono quotidianamente i professori ormai riempiono le cronache: insulti, umiliazioni, violenza fisica non sono purtroppo rari.
Non c’è d’altronde da meravigliarsi: gli episodi che le cronache riportano con tanto clamore, non sono che l’ennesima conferma a quanto vado dicendo da tempo: la perdita della funzione esercitata dai “ruoli”, all’interno della società. Ogni ruolo ha dignità e merita rispetto ma, per chiunque, evolversi da un ruolo ad uno migliore, la norma richiede impegno, studio e sacrificio: sono costi questi che però pochi vogliono sostenere e, nell’illusione di evitarli, ognuno è giunto all’assurda conclusione di poter fare ogni cosa, impresa, funzione. Gli effetti dirompenti di tale perdita sono evidenti un poco dappertutto: in politica, ad esempio, hanno di fatto dato spazio ad una classe dirigente incapace ed autoreferenziale, responsabile di un Paese dal futuro incerto e privo di considerazione internazionale.
“Il ruolo sociale degli insegnanti italiani” viene evocato da ogni ministro dell'Istruzione all'insediamento nella stanza nobile di viale di Trastevere, ma quel "ruolo sociale" calpestato, oggi, è una semplice questione di sicurezza e di onore da difendere, nei rari casi in cui il professore non abbassa la testa. Un ruolo difficile ed impegnativo: non c'è settimana che la cronaca non racconti una storia così. Episodi violenti crescenti in classe, in palestra, al portone. Ragazzini che picchiano in branco vecchi insegnanti, genitori che assalgono professori perché stavano educando i loro figli al vivere in comunità. A Reggio Calabria, in una classe superiore è arrivata la polizia a sedare la rissa tra ragazzine, la prof di turno non c'era riuscita: aveva rimediato uno schiaffone ed era finita al pronto soccorso. Ma non c’è affatto bisogno di andare tanto lontano: nello scorso febbraio, un ragazzo di 17 anni, studente all’istituto superiore Ettore Majorana di Santa Maria a Vico, a pochi chilometri da noi, si è presentato a scuola con un coltello e si è scagliato contro la docente di lettere Franca Di Blasio, di 54 anni, colpendola al volto davanti ai compagni, mentre erano in corso le lezioni, per futili motivi dovuti a presunte offese da parte della stessa: pare che la donna, visti gli scarsi risultati a scuola, volesse interrogarlo per fargli recuperare una insufficienza.
Il recupero dei ruoli parte dalla famiglia: attenzione, se non comunichiamo la loro importanza e funzione insostituibile, ci assumeremo la responsabilità di mandare i nostri figli presuntuosi, ma di fatto indifesi, a misurarsi con una società sempre più competitiva, che non perdona errori a nessuno.

venerdì 13 aprile 2018

CUCCU'

Oggi la pubblicità anima tutti i mass media disponibili: dalla TV ai social network, dalla radio agli sms sui nostri telefonini ma, fino a qualche decennio fa come funzionava? Negli anni sessanta e settanta, la televisione era già entrata in forze in un gran numero di case e famiglie del “bel paese”, che stava vivendo un momento di particolare prosperità economica; era il tempo di “Carosello”: 10 minuti di brevi scenette pubblicitarie appena dopo il telegiornale della sera. Si trattava senz’altro di un segno di grande modernità, tuttavia nei nostri borghi la vita ed il progresso procedevano a ritmo sensibilmente più lento, e il compito di veicolare messaggi ed annunci veniva affidato anche ed ancora a mezzi che oggi potrebbero far sorridere.
Vi era una figura, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, che rispondeva proprio all’esigenza di comunicare notizie, annunci, opportunità offerte alla popolazione: si trattava del banditore, un uomo maturo, dalla voce chiara e forte, che girava per le vie del paese e, dietro compenso, ci diceva che quel giorno sarebbe mancata l’acqua, che in una determinata masseria si vendeva carne “ a basso macello” (con prezzi sensibilmente inferiori a quelli ordinari di mercato), che da Pepp’nella la pescivendola quella mattina, gli alici erano particolarmente freschi e a buon prezzo, che presso tale casa era esposta una “frasca” (insegna per una mescita di vino estemporanea) ...e così via. A fine estate del ’73, in occasione dell’ultima epidemia di colera, il nostro ebbe particolarmente da fare, perché il comune e le autorità sanitarie lo incaricarono di diffondere e ripetere tra la popolazione le più elementari norme igieniche, in modo da prevenire il contagio.
Si chiamava Luigi e veniva da Riardo, forse a causa di questo suo mestiere la feroce ironia della nostra gente gli affibbiò un curioso nomignolo: Cuccù. Non usava la classica trombetta per farsi ascoltare, ma faceva precedere ogni bando con un forte “Attenzione”, seguito dal testo. Un brav’uomo, che cercava di sbarcare il lunario grazie a un mestiere destinato a scomparire di li a poco: forse lui stesso ne era consapevole. Gli ultimi “bandi”, credo che fossero stati gridati per strada all’inizio degli anni ottanta, una pubblicità rurale che vale la pena di ricordare con nostalgia.
Come al solito vi era poi chi con il suo comportamento singolare coloriva il paese, anche in relazione all’argomento di cui scribacchio: si racconta che un tale zì ‘Ntonio, notorio buontempone, un giorno rincasava dal lavoro a ora di pranzo, giunto che fu a casa, evidentemente affamato, chiamò la moglie, ma costei non rispondeva, perché era uscita per commissioni; la delusione si accrebbe quando entrato notò che la tavola non era stata ancora imbandita, allora senza stare li a pensarci più di tanto cercò il banditore e, trovatolo, gli chiese di bandire che “zi ‘Ntonio ha persa a muglière, pe chi ‘a trova, na bella mazzetta”, in sostanza una mancia competente per colui che avesse ritrovato e riaccompagnato a casa la consorte smarrita. La cosa fece scalpore e suscitò l’ira della donna, che si sentì ferocemente derisa, insieme a diffusa ilarità: si sa che la mia gente, un tempo, era serena e quello che era successo bastava ed avanzava, per una sonora risata.

venerdì 6 aprile 2018

GIALLI E DELITTI PREUNITARI

Siamo comunemente portati a pensare che nei secoli scorsi la vita nel nostro borgo natio fosse scandita esclusivamente da un continuo andirivieni di contadini dal paese alla campagna e viceversa, dal risuonare di botteghe artigiane, da servitori intenti ad occuparsi di signori e delle loro ricche dimore ma… non è proprio così! Dai registri parrocchiali emerge anche una sotterranea e delittuosa Pietramelara sette/ottocentesca, con fatti e misfatti che oggi avrebbero avuto a buon diritto accesso alle pagine di cronaca nera.
Eccovene qualche esempio più significativo.
Santagata Giuseppe di 24 anni, morì il 30/12/1781, in località in via ubi dicitur a castiello , il sacerdote annota: repentina morte propter ictus gladii in gutture receptus (morte improvvisa per un colpo di spada sferrato alla gola). Il progresso intanto va avanti, la polvere e le armi da sparo sono giunte anche dalle nostre parti, e il 18/02/1789 perisce in seguito a ferite mortali Mancino Giulio di 44 anni, in località sotto l'orologio, il sacerdote annota: ictu schopi percussus die trigesima mensis Januarii prope janua ubi dicitur alla Porta dell'Oliva (ferito il 30 gennaio nei pressi della Porta dell’Oliva da un colpo di arma da fuoco).
Un certo Riccio Nicola dell’età di anni 36 , proveniente dalla Calabria ultra (attuali provincie di Reggio e Catanzaro) trovò la morte il 01/05/1796, al Borgo di San Leonardo , il sacerdote annota “ ictu Jati vulgo detto ronga verberatus a latronibus” (per un colpo di roncola sferrato da briganti).
Il doppio nome di De Angelis alias Broccoli Andrea, di età imprecisata , da Riardo, ci induce a pensar male, fu ucciso (per un regolamento di conti?) il 04/04/1799 in località “alli mancini o sia alla cerquella alla massaria dello sipone” , il sacerdote annota “post peritiam judicis delatum” (portato via dopo l’ispezione giudiziaria).
Ed ancora: un tale Lanza Geronimo, età 30 anni “littore del Principe di Roccaromana” , da Marigliano fu assassinato in località all'Acqua sant'Angelo il 11/07/1803; una guardia del corpo, un bodyguard si direbbe oggi, del famoso Lucio Caracciolo (1771-1833), probabilmente perito nell’assolvimento del dovere; si sa infatti che la famiglia Caracciolo aveva vasti possedimenti all’Acqua Sant’Angelo, e probabilmente il delitto avvenne nel corso della visita del famoso personaggio storico a uno di questi, forse (ipotizzo) generato da una controversia particolarmente accesa, con un amministratore o un colono.
Tuttavia il protagonista dell’episodio più sconcertante (tra l’altro segnalatomi dallo stesso Don Roberto), quello che maggiormente desta curiosità ed eccita la fantasia, è un frate alcantarino, ramo della famiglia francescana allora presente nel convento di S. Pasquale. Il suo nome secolare è ignoto, quello da monaco frate Andrea della Santa Visitazione, di anni 45, rimase colpito il 25/09/1796 ai pantani “ictu schopeti” (da un colpo di fucile); un agguato, una rapina, la punizione per aver importunato più del dovuto una fanciulla? … non lo sapremo mai (in foto di copertina la pagina del registro)
Come si spiegano tanti delitti in comunità da sempre dedite al lavoro e notoriamente tranquille? Direi per un insieme di cause e di fattori: la diffusa miseria, in primo luogo, madre di una lotta di classe strisciante ma attiva ancor prima che venissero formulate le teorie marxiste (1867), e che dopo l’unità d’Italia diede vita al brigantaggio come fenomeno socio politico. Va considerata poi una presenza dello stato ancora troppo poco avvertibile, senza risorse e mezzi in un territorio peraltro difficile per morfologia, dotato di rifugi, macchie ed anfratti: la diffusione capillare dei Carabinieri, dopo la riunificazione, è stata dettata proprio da quest’ultima esigenza.

sabato 24 marzo 2018

AVANTI CON BRIO

I risultati dell’attività della Pro Loco Pietramelara sono sotto gli occhi di tutti. Ritengo che ormai sia priva di qualsiasi senso la distinzione fra vecchia e nuova Pro Loco Pietramelara, e chi la fa ha il solo scopo di continuare a creare attriti e divisioni. E’ un fatto che ognuno degli appartenenti alla Pro Loco che ha preceduto l’attuale, laddove l’abbia voluto, è stato accolto a pieno titolo nel gruppo più operativo tra i partecipanti. Le attività che si cerca di portare avanti, con grande sforzo, sono state finora solo frutto di autofinanziamento e sponsor che hanno creduto in esse. La più viva gratitudine va ai titolari delle ditte che, anche in un momento di difficoltà e crisi, hanno voluto tenere alto il nome di Pietramelara, sostenendo materialmente le iniziative che di volta in volta venivano proposte.
E’ tornata la primavera ed allora si deve cominciare a fare sul serio, programmando e mettendo in campo iniziative già collaudate e introducendone di nuove. Sarebbe comodo riproporre sempre lo stesso, ma il direttivo ha accettato a pieno titolo la sfida dell’innovazione, e sono sicuro che il pubblico, l’Amministrazione Comunale, e gli altri soggetti cointeressati apprezzeranno lo sforzo.
Il tesseramento si è appena concluso con risultati incoraggianti, a chi la cosa è sfuggita e fosse interessato a divenire socio Pro Loco, comunichiamo di essere ancora in tempo: avverta il Presidente Tabacchino, o altri componenti del Direttivo e sarà accolto. Il bisogno di energie rinnovate ed estese è generalmente avvertito, perché di “ carne a cuocere” ce n’è tanta, quindi ben vengano coloro che vogliono dare una mano, collaborare, suggerire, realizzare.
Dopo il successo di un Carnevale appena scalfito dalla pioggia, pieno di spettacolo, tradizione e innovazione, che ha visto, tra l’altro, il gradito ritorno del “Gruppo Scenico dei 12 Mesi" (in versione motorizzata), il prossimo primo maggio si rinnoverà l’appuntamento con un evento innovativo e coinvolgente, denominato “Montemaggiore Festival”, una sintesi di natura, tradizioni, fisicità e musica. Una rilassante passeggiata tra i boschi e i sentieri del nostro Monte Maggiore, in mattinata, sulle orme dei Pietramelaresi di ieri che la montagna l’hanno vissuta e che da essa sono stati nutriti, riscaldati e protetti, nel corso dell’ultimo conflitto mondiale.
L’impegno della Pro Loco andrà nel corso del 2018 con i consueti appuntamenti primaverili ed estivi: Pietramelara Village e la Sagra al Borgo, evento clou della stagione. Il video promo della Sagra 2017, realizzato con poche risorse, ha avuto un effetto dirompente sulla conoscenza di Pietramelara, delle sue bellezze e delle tradizioni gastronomiche del territorio; un plauso ai giovani che l’hanno realizzato mostrando un talento fuori dal comune.
Un calendario denso di appuntamenti, che richiederà un impegno organizzativo intenso e costante, perché mentre si realizza un evento si è già con la mente al prossimo.

sabato 17 marzo 2018

IL CONDANNATO

Le cronache e i tg di questi giorni sono state contraddistinte da una nota ricorrente: la rievocazione a 40 anni di distanza del cosiddetto “caso Moro”.
Poco più che diciottenne “di paese”, frequentavo, “spaesato” mo ce vò, il primo anno di università in una facoltà estremamente politicizzata: il collettivo filocomunista impegnato in un continuo braccio di ferro con quello filo maoista, più estremo nelle tesi, a ciò si aggiungeva la presenza di un gruppo nutrito, ma più silenzioso di “ciellini”. Assemblee che interrompevano le lezioni con metodi abbastanza spicci, continui comunicati scritti a pennarello ed affissi alle bacheche, la bellissima Reggia di Portici, trasformata dalle circostanze, da luogo di studio e ricerca in laboratorio politico: erano così quegli anni!
Mi trovavo a Pietramelara la mattina del 16 marzo 1978, perché trattenuto da un’influenza, ascoltai la notizia dalla radio, dapprima incredulo, poi via via sempre più persuaso del fatto che quei 55 giorni a venire sarebbero entrati a far parte della storia. Quel giorno il nuovo Governo guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia. In pochi secondi, sparando con armi automatiche, i brigatisti rossi uccisero i due carabinieri a bordo dell'auto di Moro (Oreste Leonardi e Domenico Ricci), i tre poliziotti che viaggiavano sull'auto di scorta (Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana. Onore a loro per sempre!
Dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale Moro fu sottoposto a un processo politico da parte del cosiddetto «tribunale del popolo» istituito dalle Brigate Rosse e dopo aver chiesto invano uno scambio di prigionieri con lo Stato italiano, il presidente della DC fu ucciso, il suo cadavere fu ritrovato a Roma il 9 maggio.
Su Pietramelara pochi riflessi, se si prescinde dei commenti nei capannelli della piazza: il paese era retto da una Amministrazione vicina al PSI, partito che voleva una soluzione umanitaria del caso Moro, trattando con le B.R., il sindaco era Gianni Sorbo, qualche omelia in chiesa accennò a quello che stava succedendo.
Ho assistito ieri sera in TV all’interessante documentario curato da Ezio Mauro, dato su RAI 3: “Il condannato, cronaca di un sequestro”; buona la qualità giornalistica, tuttavia ritengo che siano state le parole di Giovanni Moro, figlio del politico rapito, dette in conclusione del documentario, la parte saliente delle discussione: “… è ammissione comune che vi siano zone d’ombra, contraddizioni, questioni non chiarite e spiegazioni non ragionevoli date a fatti, fenomeni ed eventi”. In altre parole, a distanza di un quarantennio, nonostante processi, sentenze e condanne il “caso moro” resta aperto, ma allora, chi volle veramente il rapimento e l’uccisione di Moro?
Un bieco intreccio di interessi, poteri forti, potenze straniere, servizi deviati, in cui le B.R. appaiono come burattini senz’anima i cui fili vengono tirati, secondo una sapiente regia. Al proposito trovo plausibile la tesi di Antonio Ferrari , settant’anni, storica penna del Corriere :"Aldo Moro? Voleva emancipare l’Italia dall’abbraccio soffocante degli americani. Così come Berlinguer voleva emancipare il Pci dall’abbraccio soffocante di Mosca. Per questo il leader della Dc è stato rapito e ucciso". (vedi immagine di copertina)
La storia, con l’abbattimento del muro di Berlino e la rimozione della “cortina di ferro”, ha dato torto ai veri mandanti del delitto Moro, interessati ad impedire il “compromesso storico” fra DC e PCI? Da un mondo fatto di frontiere rigide e due blocchi, sé passato ad un “villaggio globale” senza confini insuperabili, in cui guerre locali e terrorismo hanno buon gioco, il caso moro resterà aperto ancora per anni, prima che emerga l’effettiva verità, che a riprendere ancora le parole di Giovanni Moro “…è l’unica forma di giustizia possibile!”.



domenica 4 marzo 2018

L'ULTIMO CARRETTIERE

La recente scomparsa di Gaetanino ci priva dell’ultimo ed unico rappresentante ancora vivente di una categoria ormai da tempo estinta: quella dei carrettieri. Lui si che l’ha rappresentata con spirito autentico: sembra di rivederlo in piedi, fiero sul carretto, con lo scuriato (frusta in legno e corda, n.d.r.) in una mano e le redini nell’altra, passare fiero per le strade del paese.
Un mestiere antico quasi quanto l’uomo, oggi del tutto estinto, si diceva: correva il secondo dopoguerra, il conflitto aveva causato immani distruzioni, ed un’ economia che voleva rialzarsi aveva bisogno di un flusso di merci continuo, costante e veloce; la figura romantica del carrettiere unita alla bassa capacità di trasporto del carretto, pertanto non bastavano più. D’altronde c’era stata la guerra, gli eserciti, soprattutto gli americani, avevano lasciato dietro di se molti residuati, i famosi “camion” (cami nel nostro dialetto), disponibili a buon mercato ed in grado di rispondere a tale esigenza; ed allora ecco che proprio tra le fila dei carrettieri qualcuno, forse più giovane e più dotato di senso del progresso e spirito d’iniziativa, si riconvertiva a camionista, ne abbiamo conosciuto tanti esempi : intere famiglie passate dalle redini e i finimenti, al volante di un camion.
Una scelta anche di comodità -diciamolo- nella cabina di guida si soffriva meno il caldo, il freddo e soprattutto la pioggia, anche se poi era richiesta una maggiore concentrazione alla guida. Quanti carrettieri si addormentavano lungo il viaggio ed il cavallo, esperto, a volte vecchio, continuava per la sua strada, il tutto senza che si fossero creati pericoli di sorta… quale camionista potrebbe permettersi oggi di fare altrettanto?
Per chi restava carrettiere nell’animo le alternative erano quindi due, lasciare il carretto e darsi alla guida di un camion, oppure sopravvivere con gli ultimi sprazzi di un mestiere, come tanti, destinato inevitabilmente all’oblio. E’ trascorso così quasi un cinquantennio ormai dalla definitiva scomparsa delle carrette dalle nostre strade.
Il romanticismo della figura del carrettiere era tale da eccitare anche la fantasia e l’estro di un grande poeta come Giovanni Pascoli , tanto da dedicargli una breve poesia contenuta nella raccolta “Myricae”, intitolata appunto “Il carrettiere”, da cui ho tratto questi versi:
….Ma tu dormivi sopra il tuo carbone.
A mano a mano lungo lo stradale
venìa fischiando un soffio di procella:
ma tu sognavi ch'era di natale;
udivi i suoni d'una cennamella.

il poeta s’immerge nella vita della natura, obliando ogni pena, a volte nella contemplazione della semplice vita degli umili. In questa lirica, il carrettiere che fra la tempesta dorme e sogna la semplice gioia del Natale, diviene il simbolo di questa condizione, aperto ancora al fascino della vita.
Buon viaggio Gaetanino, placidamente addormentato sul tuo carico di carbone, proprio come il carrettiere pascoliano!