La società dell’immagine, che viviamo quotidianamente, impone come valori chiave la ricchezza economica e la visibilità; non è una assoluta novità: rivangando nella nostra memoria comune ci imbattiamo in personaggi per i quali la ricerca spasmodica di visibilità e riconoscimenti pubblici a volte ha condotto ad un tale livello di ridicolo che neppure la fine della vita è riuscita a cancellare. Può anche sembrare un paradosso, ma è storia!... chi voleva essere ricordato per meriti e fama viene piuttosto additato per il ridicolo di cui si è coperto, come dimostra la vicenda che vado a raccontarvi!
Si racconta infatti che, tempo fa, un anziano contadino, avendo notevolmente migliorato la propria posizione economica, grazie al lavoro e ai sacrifici, man mano che diventava vecchio sentiva crescere in sé la voglia di visibilità e prestigio sociale. In particolare, tra le sue massime aspirazioni vi era che coloro i quali fino a quel momento si erano rivolti a lui chiamandolo semplicemente “Zì Pietro” (Zì è un appellativo affettuoso che si dava alle persone anziane e, pertanto, degne di rispetto, NDR), sostituissero quell’appellativo con “Don Pietro”, promuovendolo, almeno nelle intenzioni, nella rigida scala sociale del tempo andato.
La voce e la nomea si diffusero, e la cosa stava ben assumendo i contorni del ridicolo a cui, di solito, queste situazioni ed ambizioni espongono i soggetti: si vuole che, incontrandolo per strada a bordo del suo bel calesse, se si voleva ottenere da lui un passaggio bisognava assolutamente chiamarlo Don Pietro, altrimenti il protagonista della nostra storia fingeva di ignorare la richiesta; se nello svolgere un lavoro, una commissione uno dei suoi numerosi garzoni e mezzadri, distrattamente o anche volutamente, gli si rivolgeva con l’usato vocativo “Zì Piè”, lui seccato ed indispettito lo riprendeva: “E n’ata vota Zi Piè?”, che significava “Ti ho detto e ripetuto che voglio che tu mi ti rivolga chiamandomi Don Pietro, ed allora perché mi chiami ancora Zì Pietro?”.
L’episodio e la taccia sono divenuti talmente famosi da essere entrati nell’uso comune del nostro linguaggio rurale, ed è facile che qualcuno, ancor’oggi, indispettito e contrariato per l’ennesimo e noioso ripetersi di una qualsiasi contrarietà esclami, tra il serio e il faceto: “E n’ata vota Zi Piè…”, richiamando alla memoria un uomo a cui il destino fece un brutto scherzo, consegnandolo alla storia come emblema e modello di presunzione sociale e frustrata voglia di visibilità.
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
martedì 11 dicembre 2012
sabato 1 dicembre 2012
LA VILLETTA
Secondo una tendenza abbastanza diffusa gli anni ’70 sono quelli delle grandi tensioni ideali, delle contestazioni studentesche, degli “autunni caldi” sindacali. Non è così, o meglio, non è solo così! Rivendico a gran voce, anche in nome e per conto di quelli come me, che noi siamo stati la generazione dei “casinisti”… gente abituata e propensa a “fare ammuina”, noi nati fra gli anni ’50 e 60, interessati quindi, anche e soprattutto, a tematiche ben più effimere. Bastava veramente poco: uno stereo da quattro soldi, due o tre dischi (sequenza ideale 4 “lenti” e massimo uno o due “svelti”) e la festa poteva cominciare.
Sono un nostalgico, forse neppure io posseggo la forza e gli argomenti per negarlo, ma quel tempo, quello della nostra giovinezza, dobbiamo riconoscerlo, è stato veramente bello!
In particolare ricordo il giardino di una “villetta” sita nella periferia del paese, forse l’unica allora a disporre di una rudimentale piscina, nel quale si ballava nelle sere d’estate, quasi ogni sabato e domenica; gli amici che possedevano la villetta, oggi trasformata in condominio a più piani, erano particolarmente ospitali ed orgogliosi di accoglierci . La potenza dello stereo era talmente bassa che si poteva rimanere lì a ballare anche ben oltre la mezzanotte, tanto non era in grado di dar fastidio a nessuno! D’altronde, chi si trovava in quel luogo non era affatto interessato ad ascoltare la musica, che, più che altro, rappresentava un buon pretesto. La scaletta sempre la stessa: “Odio l’estate” di Bruno Martino, le cover italiane di Aznavour, Samba pa ti per i lenti, Oye como va e Barry White per gli svelti. Chi tra noi si atteggiava a dj, dizione quanto mai impropria, anche in considerazione dell’amplificazione disponibile, veniva guardato dai presenti con una sottile vena di invidia, anche perché detentore del potere di guidare la festa alternando lenti e svelti ed, in questo modo, fare da facilitatore per certi approcci.
Frequente era poi l’epilogo del finire vestiti nella piscina, soprattutto se tra i presenti si trovava il carissimo Carlo, un ex paracadutista, grande, grosso e forte come un toro, che purtroppo ci ha lasciato da qualche anno: una sera il sottoscritto, vittima designata da Carlo per uno di questi bagni forzati, fu sollevato da costui con un solo braccio e, di peso scaraventato quasi al centro della piscina; riemerso che fui, mi ritrovai costretto a farmi prestare l’intero abbigliamento, mutande comprese, dal padrone di casa, in quanto l’aria della sera di fine estate si era fatta frizzante e non avevo alcuna voglia di ritornare a casa per cambiarmi.
Gli incontri, gli sguardi, amori che nascevano ed altri che finivano, quante cose potrebbe raccontare quel giardino! Sensazioni innocenti, forti emozioni, divertimento conquistato con poco, sono stati questi gli ingredienti (altrettanto importanti)della giovinezza di una generazione cresciuta fra la strada e la piazza.
Sono un nostalgico, forse neppure io posseggo la forza e gli argomenti per negarlo, ma quel tempo, quello della nostra giovinezza, dobbiamo riconoscerlo, è stato veramente bello!
In particolare ricordo il giardino di una “villetta” sita nella periferia del paese, forse l’unica allora a disporre di una rudimentale piscina, nel quale si ballava nelle sere d’estate, quasi ogni sabato e domenica; gli amici che possedevano la villetta, oggi trasformata in condominio a più piani, erano particolarmente ospitali ed orgogliosi di accoglierci . La potenza dello stereo era talmente bassa che si poteva rimanere lì a ballare anche ben oltre la mezzanotte, tanto non era in grado di dar fastidio a nessuno! D’altronde, chi si trovava in quel luogo non era affatto interessato ad ascoltare la musica, che, più che altro, rappresentava un buon pretesto. La scaletta sempre la stessa: “Odio l’estate” di Bruno Martino, le cover italiane di Aznavour, Samba pa ti per i lenti, Oye como va e Barry White per gli svelti. Chi tra noi si atteggiava a dj, dizione quanto mai impropria, anche in considerazione dell’amplificazione disponibile, veniva guardato dai presenti con una sottile vena di invidia, anche perché detentore del potere di guidare la festa alternando lenti e svelti ed, in questo modo, fare da facilitatore per certi approcci.
Frequente era poi l’epilogo del finire vestiti nella piscina, soprattutto se tra i presenti si trovava il carissimo Carlo, un ex paracadutista, grande, grosso e forte come un toro, che purtroppo ci ha lasciato da qualche anno: una sera il sottoscritto, vittima designata da Carlo per uno di questi bagni forzati, fu sollevato da costui con un solo braccio e, di peso scaraventato quasi al centro della piscina; riemerso che fui, mi ritrovai costretto a farmi prestare l’intero abbigliamento, mutande comprese, dal padrone di casa, in quanto l’aria della sera di fine estate si era fatta frizzante e non avevo alcuna voglia di ritornare a casa per cambiarmi.
Gli incontri, gli sguardi, amori che nascevano ed altri che finivano, quante cose potrebbe raccontare quel giardino! Sensazioni innocenti, forti emozioni, divertimento conquistato con poco, sono stati questi gli ingredienti (altrettanto importanti)della giovinezza di una generazione cresciuta fra la strada e la piazza.
sabato 24 novembre 2012
DUE STELLE
A volte penso a me stesso come un marinaio, un navigante costretto a solcare mari insidiosi. Onde alte e possenti si scaricano sul fragile vascello che conduco e sono in grado di farmi deviare dalla rotta! Come ogni buon marinaio, tuttavia, so bene che, per non perdere la rotta, per condurre la nave in un porto sicuro, si devono guardare le stelle, si devono avere dei punti di riferimento fissi, precisi ed inequivocabili.
Con il timone ben stretto tra le mani, alzo lo sguardo e vedo le due stelle che mi guidano, splendono fortemente nello specchio di cielo che si riflette nel mio mare; sono molto diverse fra loro: la prima è un puntino lontano ma luminosissimo, splende di una luce bianca ed un po’ algida, i suoi raggi disegnano geometrie nette e precise. La seconda, invece, appare più grande e vicina, emana una luce molto più calda e rassicurante. Il loro allineamento, la loro posizione nella volta celeste mi sono noti a memoria, le individuo appena alzo gli occhi. E’ per loro che riesco ancora ad orientarmi, anche tra mille difficoltà e problemi, anche quando sembra che ogni riferimento sia stato annullato, che ogni cardine sia stato divelto; grazie a loro sono uscito indenne dalle tempeste violente che mi hanno coinvolto: sono, semplicemente, l’alfa e l’omega di ogni mia azione.
Fare a meno dell’una come dell’altra sarebbe impossibile, un vero atto contro natura: mi perderei di sicuro, ed un mare cupo ed oscuro sarebbe pronto ad inghiottirmi.
Con il timone ben stretto tra le mani, alzo lo sguardo e vedo le due stelle che mi guidano, splendono fortemente nello specchio di cielo che si riflette nel mio mare; sono molto diverse fra loro: la prima è un puntino lontano ma luminosissimo, splende di una luce bianca ed un po’ algida, i suoi raggi disegnano geometrie nette e precise. La seconda, invece, appare più grande e vicina, emana una luce molto più calda e rassicurante. Il loro allineamento, la loro posizione nella volta celeste mi sono noti a memoria, le individuo appena alzo gli occhi. E’ per loro che riesco ancora ad orientarmi, anche tra mille difficoltà e problemi, anche quando sembra che ogni riferimento sia stato annullato, che ogni cardine sia stato divelto; grazie a loro sono uscito indenne dalle tempeste violente che mi hanno coinvolto: sono, semplicemente, l’alfa e l’omega di ogni mia azione.
Fare a meno dell’una come dell’altra sarebbe impossibile, un vero atto contro natura: mi perderei di sicuro, ed un mare cupo ed oscuro sarebbe pronto ad inghiottirmi.
giovedì 8 novembre 2012
In quella bottiglia d'olio
Ho portato con me in ufficio una bottiglia d’olio appena prodotto: simbolico omaggio ai miei colleghi, estemporaneo condimento di bruschette e zuppa di fagioli, così…tanto per ripercorrere un uso ormai quasi consolidatosi in tradizione.
Mentre ci si preparava all’estemporanea colazione, in pausa mensa, guardavo in trasparenza quell’olio grezzo ed opaco, ancora tutt'altro che limpido, e consideravo cosa potesse contenere quella bottiglia.
Lontanissimo dal pensare ad acidi grassi monoinsaturi e a quelli polinsaturi, ai polifenoli nelle mille varianti, ai pigmenti naturali ed alle vitamine, ho letto, in primo luogo, trasparire da quella bottiglia i sacrifici ed il sudore di mio nonno, tanti anni fa in America, per mettere da parte il gruzzolo che gli avesse permesso di acquistare il fondo “Spitalera” in agro del comune di Roccaromana; terra generosa, dal suolo sciolto e fresco, di natura vulcanica, in grado di produrre ogni cosa le fosse stato richiesto: grano, granturco, fagioli, ortaggi, foraggio ed infine, dopo vari decenni, olive da olio, una volta ereditata da mia madre.
Era netta, poi, guardando in controluce, l’immagine della passione mia per la terra e le attività ad essa connesse; passione che mi permette di trascorrere ore ed ore del mio tempo libero in campagna, dimentico di tutto e di tutti, a zappare, vangare, potare, trattare ed, infine, a raccogliere i frutti di un intero anno di lavoro.
Era distinguibile, inoltre, in modo netto l’impegno e la fatica di Giovanni, sessantenne raccoglitore di olive, tutto nervi e muscoli, una vera scimmia, capace anche di raggiungere a vari metri di altezza sparuti gruppetti di drupe, mezza Marlboro fra le labbra, in equilibrio sicuro anche su fuscelli sottilissimi, favorito dal fisco esile e minuto e da un’agilità non comune, soprattutto data l’età.
Infine, quella bottiglia conteneva, e ne sono certo, la sapienza e le tradizioni di generazioni di contadini, gente della terra, che si sono dedicati all’olivo, autentico dono del Creato, sperimentando e diffondendo varietà, tecniche di produzione e quant’altro avesse potuto condurre a quel liquido dorato e prezioso, dal profumo inebriante.
Mentre ci si preparava all’estemporanea colazione, in pausa mensa, guardavo in trasparenza quell’olio grezzo ed opaco, ancora tutt'altro che limpido, e consideravo cosa potesse contenere quella bottiglia.
Lontanissimo dal pensare ad acidi grassi monoinsaturi e a quelli polinsaturi, ai polifenoli nelle mille varianti, ai pigmenti naturali ed alle vitamine, ho letto, in primo luogo, trasparire da quella bottiglia i sacrifici ed il sudore di mio nonno, tanti anni fa in America, per mettere da parte il gruzzolo che gli avesse permesso di acquistare il fondo “Spitalera” in agro del comune di Roccaromana; terra generosa, dal suolo sciolto e fresco, di natura vulcanica, in grado di produrre ogni cosa le fosse stato richiesto: grano, granturco, fagioli, ortaggi, foraggio ed infine, dopo vari decenni, olive da olio, una volta ereditata da mia madre.
Era netta, poi, guardando in controluce, l’immagine della passione mia per la terra e le attività ad essa connesse; passione che mi permette di trascorrere ore ed ore del mio tempo libero in campagna, dimentico di tutto e di tutti, a zappare, vangare, potare, trattare ed, infine, a raccogliere i frutti di un intero anno di lavoro.
Era distinguibile, inoltre, in modo netto l’impegno e la fatica di Giovanni, sessantenne raccoglitore di olive, tutto nervi e muscoli, una vera scimmia, capace anche di raggiungere a vari metri di altezza sparuti gruppetti di drupe, mezza Marlboro fra le labbra, in equilibrio sicuro anche su fuscelli sottilissimi, favorito dal fisco esile e minuto e da un’agilità non comune, soprattutto data l’età.
Infine, quella bottiglia conteneva, e ne sono certo, la sapienza e le tradizioni di generazioni di contadini, gente della terra, che si sono dedicati all’olivo, autentico dono del Creato, sperimentando e diffondendo varietà, tecniche di produzione e quant’altro avesse potuto condurre a quel liquido dorato e prezioso, dal profumo inebriante.
sabato 27 ottobre 2012
LAMP'M 'LLA'
Si racconta dalle nostre parti che, tempo fa, un musicante, un suonatore della locale banda, in una notte di fitta pioggia tornava a casa con il fido strumento sotto braccio, percorrendo un viottolo di campagna; arrivato sulla sponda di un ruscello, reso impetuoso e pieno dall’abbondante pioggia, costui implorò il Cielo che un fulmine illuminasse la notte fitta e buia, affinché egli potesse individuare un guado praticabile senza bagnarsi eccessivamente.
Il fulmine non arrivò e, alla men peggio, il brav’uomo dovette farsi coraggio ed attraversare il ruscello fidando su quel poco che riusciva a vedere:si bagnò fino alla cintola e, appena giunto alla sponda opposta, ecco che un fulmine potente e luminosissimo rischiarò l’intera volta celeste, campagna circostante e ruscello compresi. Roso dall’ira per quanto gli era appena accaduto e dalla beffa giocatagli dal caso, si vuole che il protagonista della nostra storiella esclamasse, a gran voce, al Cielo che gli aveva negato il favore, per poi beffarlo: “Lamp’m ‘llà”, cioè “Adesso che sono già passato e mi sono bagnato, illuminami pure il deretano”.
L’episodio è gustoso ed emblematico, tanto da essere entrato da tempo nel linguaggio comune delle nostre parti e, ogni qual volta attendiamo un intervento esterno, un aiuto miracoloso e risolutivo per un problema che ci attanaglia, per cancellare una negatività che ci angoscia, e che questo prezioso aiuto manca fino alla risoluzione del problema, per poi puntualmente verificarsi a problema risolto, ormai del tutto inutile, siamo soliti ripetere “Lamp’m ‘llà”.
Quante e quante volte, fuori di metafora, carissimi, ci siamo trovati in una situazione analoga a quella del nostro amico musicante: la vita di ogni giorno, il tran tran lavorativo ci mette nelle sue condizioni con cadenza, oserei dire, quotidiana.
Avete presente, a me è capitato, quelle volte in cui ci arrovelliamo il cervello per dare il tocco finale ad un lavoro in via di completamento, ma a cui manca quella nota fortemente positiva per farlo divenire “eccellente”; ci pensiamo e ripensiamo, ma… tutto inutile, alla fine ci arrendiamo e concludiamo la cosa come ci riesce, nel modo migliore a cui hanno portato le nostre possibilità, positivamente ma, purtroppo, senza brillare; e poi, poco dopo aver pronunciato la parola "fine" e, forse, ancor prima che il nostro lavoro cominci a destare effetti, poche righe lette da un libro dimenticato ci aprono al mente, o qualcosa del genere; vorremmo tornare sui nostri passi ma è troppo tardi, quel si doveva fare era già stato fatto, ed allora l’espressione vien fuori spontanea: “Lamp’m ‘llà”.
Il fulmine non arrivò e, alla men peggio, il brav’uomo dovette farsi coraggio ed attraversare il ruscello fidando su quel poco che riusciva a vedere:si bagnò fino alla cintola e, appena giunto alla sponda opposta, ecco che un fulmine potente e luminosissimo rischiarò l’intera volta celeste, campagna circostante e ruscello compresi. Roso dall’ira per quanto gli era appena accaduto e dalla beffa giocatagli dal caso, si vuole che il protagonista della nostra storiella esclamasse, a gran voce, al Cielo che gli aveva negato il favore, per poi beffarlo: “Lamp’m ‘llà”, cioè “Adesso che sono già passato e mi sono bagnato, illuminami pure il deretano”.
L’episodio è gustoso ed emblematico, tanto da essere entrato da tempo nel linguaggio comune delle nostre parti e, ogni qual volta attendiamo un intervento esterno, un aiuto miracoloso e risolutivo per un problema che ci attanaglia, per cancellare una negatività che ci angoscia, e che questo prezioso aiuto manca fino alla risoluzione del problema, per poi puntualmente verificarsi a problema risolto, ormai del tutto inutile, siamo soliti ripetere “Lamp’m ‘llà”.
Quante e quante volte, fuori di metafora, carissimi, ci siamo trovati in una situazione analoga a quella del nostro amico musicante: la vita di ogni giorno, il tran tran lavorativo ci mette nelle sue condizioni con cadenza, oserei dire, quotidiana.
Avete presente, a me è capitato, quelle volte in cui ci arrovelliamo il cervello per dare il tocco finale ad un lavoro in via di completamento, ma a cui manca quella nota fortemente positiva per farlo divenire “eccellente”; ci pensiamo e ripensiamo, ma… tutto inutile, alla fine ci arrendiamo e concludiamo la cosa come ci riesce, nel modo migliore a cui hanno portato le nostre possibilità, positivamente ma, purtroppo, senza brillare; e poi, poco dopo aver pronunciato la parola "fine" e, forse, ancor prima che il nostro lavoro cominci a destare effetti, poche righe lette da un libro dimenticato ci aprono al mente, o qualcosa del genere; vorremmo tornare sui nostri passi ma è troppo tardi, quel si doveva fare era già stato fatto, ed allora l’espressione vien fuori spontanea: “Lamp’m ‘llà”.
venerdì 19 ottobre 2012
Scagnajurnata
Noto con piacere che i miei amici di facebook sorridano e si interessino molto al fatto che io riproponga, con ironia ed un pizzico di malcelata nostalgia, proverbi, modi di dire ed espressioni che fanno parte del mio dialetto: lo arguisco dai commenti, dai “mi piace”, dalle condivisioni sulle varie bacheche personali.
Il dialetto pietramelarese e la saggezza di quella antica gente contadina che lo ha usato, ci rimandano in un’altra dimensione, ormai del tutto tramontata, anche se a tratti quanto mai attuale. Il dialetto, espressione di quella civiltà contadina fatta di lavoro mezzadrile, sudore, sacrifici, a volte persino miseria, ma anche da tutta una serie di elevate positività: valori solidaristici che traspaiono da tradizioni e modi di essere.
Ho già avuto modo di parlare degli “arrusti” che si scambiavano fra famiglie nel periodo invernale, allorquando si consumava il cruento rito del sacrificio del suino di turno (*), del “frischiare” nelle serate estive, eccetera. Ma, da tante e tante ulteriori usanze e tradizioni trapela un senso di solidarietà diffusa fra famiglie, ormai perduta, diciamolo; chi, come me, ha più di un capello bianco dovrebbe ricordare, a tal proposito un’altra consuetudine dei nostri contadini, tenuta in vita sino a qualche decennio fa: lo “scagnajurnata” (scambiagiornata, ndr). Nei periodi in cui nelle nostre campagne diventava più intenso il fabbisogno di braccia e di lavoro, la mietitura, la fienagione, la vendemmia e così via, si usava che gli uomini lavorassero gratis nelle altrui masserie e venissero ricambiati con lo stesso servigio nella propria, da coloro stessi che avevano goduto di quella collaborazione indispensabile, per quei tempi. Detto così la cosa non ha nulla di speciale e pittoresco: un semplice “do ut des” lavorativo, nient’altro, cancellato definitivamente dall’avvento e la diffusione della meccanizzazione agricola! Vedete, a pensarci bene, c’è anche un risvolto sociale e sentimentale della faccenda: poteva succedere, infatti, che in questo continuo andirivieni di persone da una casa all’altra, da un’aia a quella lì vicino, il padre non poteva andare e così ricambiare il favore ricevuto e perciò, in sua sostituzione, mandava il figlio maggiore, già forte ed esperto del mestiere; si sa come vanno le cose, nella masseria vicina potevano esserci una o più ragazze in età da marito e… da cosa nasce cosa, quanti amori sono iniziati in tal modo, quanti matrimoni sono stati celebrati, quante famiglie, infine, hanno rimescolato il proprio sangue per dar luogo a quella gente meravigliosa, con il volto perennemente scottato dal sole, che abitava le nostre campagne.
(*)cfr. su questo blog “Arrustu: tra storia ed antropologia”, 15 febbraio 2011 e “Una mattina di gennaio un sacrificio pagano” 18 gennaio 2012, ndr
Il dialetto pietramelarese e la saggezza di quella antica gente contadina che lo ha usato, ci rimandano in un’altra dimensione, ormai del tutto tramontata, anche se a tratti quanto mai attuale. Il dialetto, espressione di quella civiltà contadina fatta di lavoro mezzadrile, sudore, sacrifici, a volte persino miseria, ma anche da tutta una serie di elevate positività: valori solidaristici che traspaiono da tradizioni e modi di essere.
Ho già avuto modo di parlare degli “arrusti” che si scambiavano fra famiglie nel periodo invernale, allorquando si consumava il cruento rito del sacrificio del suino di turno (*), del “frischiare” nelle serate estive, eccetera. Ma, da tante e tante ulteriori usanze e tradizioni trapela un senso di solidarietà diffusa fra famiglie, ormai perduta, diciamolo; chi, come me, ha più di un capello bianco dovrebbe ricordare, a tal proposito un’altra consuetudine dei nostri contadini, tenuta in vita sino a qualche decennio fa: lo “scagnajurnata” (scambiagiornata, ndr). Nei periodi in cui nelle nostre campagne diventava più intenso il fabbisogno di braccia e di lavoro, la mietitura, la fienagione, la vendemmia e così via, si usava che gli uomini lavorassero gratis nelle altrui masserie e venissero ricambiati con lo stesso servigio nella propria, da coloro stessi che avevano goduto di quella collaborazione indispensabile, per quei tempi. Detto così la cosa non ha nulla di speciale e pittoresco: un semplice “do ut des” lavorativo, nient’altro, cancellato definitivamente dall’avvento e la diffusione della meccanizzazione agricola! Vedete, a pensarci bene, c’è anche un risvolto sociale e sentimentale della faccenda: poteva succedere, infatti, che in questo continuo andirivieni di persone da una casa all’altra, da un’aia a quella lì vicino, il padre non poteva andare e così ricambiare il favore ricevuto e perciò, in sua sostituzione, mandava il figlio maggiore, già forte ed esperto del mestiere; si sa come vanno le cose, nella masseria vicina potevano esserci una o più ragazze in età da marito e… da cosa nasce cosa, quanti amori sono iniziati in tal modo, quanti matrimoni sono stati celebrati, quante famiglie, infine, hanno rimescolato il proprio sangue per dar luogo a quella gente meravigliosa, con il volto perennemente scottato dal sole, che abitava le nostre campagne.
(*)cfr. su questo blog “Arrustu: tra storia ed antropologia”, 15 febbraio 2011 e “Una mattina di gennaio un sacrificio pagano” 18 gennaio 2012, ndr
martedì 2 ottobre 2012
NONNI
Sono “figlio di persone antiche”, come diceva anche il grande Luciano De Crescenzo, e anche se porto il nome del padre di mio padre, i miei nonni paterni li ho conosciuti solo in fotografia. Ricordo molto bene, invece, quelli dalla parte di mia madre: nonno Pasquale e nonna Peppinella.
Il primo era un vero e proprio modello italo/meridionale per antonomasia: di famiglia contadina, imparò un mestiere e, poco più che adolescente emigrò negli USA. Anni difficili, quelli, anche nel paese più ricco del mondo: la grande depressione del ’29, il proibizionismo, lo strisciante sentimento antitaliano; passato questo periodo buio gli andò, tutto sommato, bene, essendo l’attività di carpentiere molto apprezzata allora da quelle parti. Ritornò in Italia con un consistente gruzzolo da parte, che investì in un bene (immateriale) allora del tutto sconosciuto: la cultura. Spese, infatti, tanti soldi per far studiare mia madre e gli altri figli, cosa di cui non si pentì mai; un vero e proprio innovatore, in anni in cui era raro anche spendere soldi per far studiare figli maschi lui volle figlie femmine laureate. La sue idee, per certi versi rivoluzionarie, suscitarono anche un po’ di ironia e di malcelata gelosia in paese, specie fra le famiglie più benestanti ed altolocate, fra le quali predominava in genere una diffusa e crassa ignoranza; ebbe anche qualche problema nel "Ventennio" per il suo antifascismo di “importazione americana”.
La nonna Peppinella proveniva da una famiglia giunta in paese dal Salernitano, commercianti in legname attratti a Pietramelara dai boschi del Monte Maggiore; era una donna di grande senso pratico, autoritaria e dolcissima allo stesso tempo. Impartiva ordini con il piglio di un sergente prussiano e, appena dopo, era capace di trascorrere accanto a te ore e ore per narrare antichi “cunti”, appresi quanto anche ella era bambina. Il suo pragmatismo la rendevano speculare e complementare rispetto alla figura del coniuge.
Questa breve nota storica sulle mie origini cade in un giorno dedicato ai nonni ed alla loro memoria, quando essi continuano ad esistere solo nel nostro ricordo; il contributo offerto, in termini di idee e di sacrificio affinché noi fossimo diventati, nel bene e nel male, quelli che siamo, è straordinario, e ritengo sia nostro dovere un sentimento di imperitura gratitudine nei loro confronti.
Il primo era un vero e proprio modello italo/meridionale per antonomasia: di famiglia contadina, imparò un mestiere e, poco più che adolescente emigrò negli USA. Anni difficili, quelli, anche nel paese più ricco del mondo: la grande depressione del ’29, il proibizionismo, lo strisciante sentimento antitaliano; passato questo periodo buio gli andò, tutto sommato, bene, essendo l’attività di carpentiere molto apprezzata allora da quelle parti. Ritornò in Italia con un consistente gruzzolo da parte, che investì in un bene (immateriale) allora del tutto sconosciuto: la cultura. Spese, infatti, tanti soldi per far studiare mia madre e gli altri figli, cosa di cui non si pentì mai; un vero e proprio innovatore, in anni in cui era raro anche spendere soldi per far studiare figli maschi lui volle figlie femmine laureate. La sue idee, per certi versi rivoluzionarie, suscitarono anche un po’ di ironia e di malcelata gelosia in paese, specie fra le famiglie più benestanti ed altolocate, fra le quali predominava in genere una diffusa e crassa ignoranza; ebbe anche qualche problema nel "Ventennio" per il suo antifascismo di “importazione americana”.
La nonna Peppinella proveniva da una famiglia giunta in paese dal Salernitano, commercianti in legname attratti a Pietramelara dai boschi del Monte Maggiore; era una donna di grande senso pratico, autoritaria e dolcissima allo stesso tempo. Impartiva ordini con il piglio di un sergente prussiano e, appena dopo, era capace di trascorrere accanto a te ore e ore per narrare antichi “cunti”, appresi quanto anche ella era bambina. Il suo pragmatismo la rendevano speculare e complementare rispetto alla figura del coniuge.
Questa breve nota storica sulle mie origini cade in un giorno dedicato ai nonni ed alla loro memoria, quando essi continuano ad esistere solo nel nostro ricordo; il contributo offerto, in termini di idee e di sacrificio affinché noi fossimo diventati, nel bene e nel male, quelli che siamo, è straordinario, e ritengo sia nostro dovere un sentimento di imperitura gratitudine nei loro confronti.
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