Si racconta dalle nostre parti che, tempo fa, un musicante, un suonatore della locale banda, in una notte di fitta pioggia tornava a casa con il fido strumento sotto braccio, percorrendo un viottolo di campagna; arrivato sulla sponda di un ruscello, reso impetuoso e pieno dall’abbondante pioggia, costui implorò il Cielo che un fulmine illuminasse la notte fitta e buia, affinché egli potesse individuare un guado praticabile senza bagnarsi eccessivamente.
Il fulmine non arrivò e, alla men peggio, il brav’uomo dovette farsi coraggio ed attraversare il ruscello fidando su quel poco che riusciva a vedere:si bagnò fino alla cintola e, appena giunto alla sponda opposta, ecco che un fulmine potente e luminosissimo rischiarò l’intera volta celeste, campagna circostante e ruscello compresi. Roso dall’ira per quanto gli era appena accaduto e dalla beffa giocatagli dal caso, si vuole che il protagonista della nostra storiella esclamasse, a gran voce, al Cielo che gli aveva negato il favore, per poi beffarlo: “Lamp’m ‘llà”, cioè “Adesso che sono già passato e mi sono bagnato, illuminami pure il deretano”.
L’episodio è gustoso ed emblematico, tanto da essere entrato da tempo nel linguaggio comune delle nostre parti e, ogni qual volta attendiamo un intervento esterno, un aiuto miracoloso e risolutivo per un problema che ci attanaglia, per cancellare una negatività che ci angoscia, e che questo prezioso aiuto manca fino alla risoluzione del problema, per poi puntualmente verificarsi a problema risolto, ormai del tutto inutile, siamo soliti ripetere “Lamp’m ‘llà”.
Quante e quante volte, fuori di metafora, carissimi, ci siamo trovati in una situazione analoga a quella del nostro amico musicante: la vita di ogni giorno, il tran tran lavorativo ci mette nelle sue condizioni con cadenza, oserei dire, quotidiana.
Avete presente, a me è capitato, quelle volte in cui ci arrovelliamo il cervello per dare il tocco finale ad un lavoro in via di completamento, ma a cui manca quella nota fortemente positiva per farlo divenire “eccellente”; ci pensiamo e ripensiamo, ma… tutto inutile, alla fine ci arrendiamo e concludiamo la cosa come ci riesce, nel modo migliore a cui hanno portato le nostre possibilità, positivamente ma, purtroppo, senza brillare; e poi, poco dopo aver pronunciato la parola "fine" e, forse, ancor prima che il nostro lavoro cominci a destare effetti, poche righe lette da un libro dimenticato ci aprono al mente, o qualcosa del genere; vorremmo tornare sui nostri passi ma è troppo tardi, quel si doveva fare era già stato fatto, ed allora l’espressione vien fuori spontanea: “Lamp’m ‘llà”.
Scribacchiando per me
il blog di un pietramelarese
sabato 27 ottobre 2012
venerdì 19 ottobre 2012
Scagnajurnata
Noto con piacere che i miei amici di facebook sorridano e si interessino molto al fatto che io riproponga, con ironia ed un pizzico di malcelata nostalgia, proverbi, modi di dire ed espressioni che fanno parte del mio dialetto: lo arguisco dai commenti, dai “mi piace”, dalle condivisioni sulle varie bacheche personali.
Il dialetto pietramelarese e la saggezza di quella antica gente contadina che lo ha usato, ci rimandano in un’altra dimensione, ormai del tutto tramontata, anche se a tratti quanto mai attuale. Il dialetto, espressione di quella civiltà contadina fatta di lavoro mezzadrile, sudore, sacrifici, a volte persino miseria, ma anche da tutta una serie di elevate positività: valori solidaristici che traspaiono da tradizioni e modi di essere.
Ho già avuto modo di parlare degli “arrusti” che si scambiavano fra famiglie nel periodo invernale, allorquando si consumava il cruento rito del sacrificio del suino di turno (*), del “frischiare” nelle serate estive, eccetera. Ma, da tante e tante ulteriori usanze e tradizioni trapela un senso di solidarietà diffusa fra famiglie, ormai perduta, diciamolo; chi, come me, ha più di un capello bianco dovrebbe ricordare, a tal proposito un’altra consuetudine dei nostri contadini, tenuta in vita sino a qualche decennio fa: lo “scagnajurnata” (scambiagiornata, ndr). Nei periodi in cui nelle nostre campagne diventava più intenso il fabbisogno di braccia e di lavoro, la mietitura, la fienagione, la vendemmia e così via, si usava che gli uomini lavorassero gratis nelle altrui masserie e venissero ricambiati con lo stesso servigio nella propria, da coloro stessi che avevano goduto di quella collaborazione indispensabile, per quei tempi. Detto così la cosa non ha nulla di speciale e pittoresco: un semplice “do ut des” lavorativo, nient’altro, cancellato definitivamente dall’avvento e la diffusione della meccanizzazione agricola! Vedete, a pensarci bene, c’è anche un risvolto sociale e sentimentale della faccenda: poteva succedere, infatti, che in questo continuo andirivieni di persone da una casa all’altra, da un’aia a quella lì vicino, il padre non poteva andare e così ricambiare il favore ricevuto e perciò, in sua sostituzione, mandava il figlio maggiore, già forte ed esperto del mestiere; si sa come vanno le cose, nella masseria vicina potevano esserci una o più ragazze in età da marito e… da cosa nasce cosa, quanti amori sono iniziati in tal modo, quanti matrimoni sono stati celebrati, quante famiglie, infine, hanno rimescolato il proprio sangue per dar luogo a quella gente meravigliosa, con il volto perennemente scottato dal sole, che abitava le nostre campagne.
(*)cfr. su questo blog “Arrustu: tra storia ed antropologia”, 15 febbraio 2011 e “Una mattina di gennaio un sacrificio pagano” 18 gennaio 2012, ndr
Il dialetto pietramelarese e la saggezza di quella antica gente contadina che lo ha usato, ci rimandano in un’altra dimensione, ormai del tutto tramontata, anche se a tratti quanto mai attuale. Il dialetto, espressione di quella civiltà contadina fatta di lavoro mezzadrile, sudore, sacrifici, a volte persino miseria, ma anche da tutta una serie di elevate positività: valori solidaristici che traspaiono da tradizioni e modi di essere.
Ho già avuto modo di parlare degli “arrusti” che si scambiavano fra famiglie nel periodo invernale, allorquando si consumava il cruento rito del sacrificio del suino di turno (*), del “frischiare” nelle serate estive, eccetera. Ma, da tante e tante ulteriori usanze e tradizioni trapela un senso di solidarietà diffusa fra famiglie, ormai perduta, diciamolo; chi, come me, ha più di un capello bianco dovrebbe ricordare, a tal proposito un’altra consuetudine dei nostri contadini, tenuta in vita sino a qualche decennio fa: lo “scagnajurnata” (scambiagiornata, ndr). Nei periodi in cui nelle nostre campagne diventava più intenso il fabbisogno di braccia e di lavoro, la mietitura, la fienagione, la vendemmia e così via, si usava che gli uomini lavorassero gratis nelle altrui masserie e venissero ricambiati con lo stesso servigio nella propria, da coloro stessi che avevano goduto di quella collaborazione indispensabile, per quei tempi. Detto così la cosa non ha nulla di speciale e pittoresco: un semplice “do ut des” lavorativo, nient’altro, cancellato definitivamente dall’avvento e la diffusione della meccanizzazione agricola! Vedete, a pensarci bene, c’è anche un risvolto sociale e sentimentale della faccenda: poteva succedere, infatti, che in questo continuo andirivieni di persone da una casa all’altra, da un’aia a quella lì vicino, il padre non poteva andare e così ricambiare il favore ricevuto e perciò, in sua sostituzione, mandava il figlio maggiore, già forte ed esperto del mestiere; si sa come vanno le cose, nella masseria vicina potevano esserci una o più ragazze in età da marito e… da cosa nasce cosa, quanti amori sono iniziati in tal modo, quanti matrimoni sono stati celebrati, quante famiglie, infine, hanno rimescolato il proprio sangue per dar luogo a quella gente meravigliosa, con il volto perennemente scottato dal sole, che abitava le nostre campagne.
(*)cfr. su questo blog “Arrustu: tra storia ed antropologia”, 15 febbraio 2011 e “Una mattina di gennaio un sacrificio pagano” 18 gennaio 2012, ndr
martedì 2 ottobre 2012
NONNI
Sono “figlio di persone antiche”, come diceva anche il grande Luciano De Crescenzo, e anche se porto il nome del padre di mio padre, i miei nonni paterni li ho conosciuti solo in fotografia. Ricordo molto bene, invece, quelli dalla parte di mia madre: nonno Pasquale e nonna Peppinella.
Il primo era un vero e proprio modello italo/meridionale per antonomasia: di famiglia contadina, imparò un mestiere e, poco più che adolescente emigrò negli USA. Anni difficili, quelli, anche nel paese più ricco del mondo: la grande depressione del ’29, il proibizionismo, lo strisciante sentimento antitaliano; passato questo periodo buio gli andò, tutto sommato, bene, essendo l’attività di carpentiere molto apprezzata allora da quelle parti. Ritornò in Italia con un consistente gruzzolo da parte, che investì in un bene (immateriale) allora del tutto sconosciuto: la cultura. Spese, infatti, tanti soldi per far studiare mia madre e gli altri figli, cosa di cui non si pentì mai; un vero e proprio innovatore, in anni in cui era raro anche spendere soldi per far studiare figli maschi lui volle figlie femmine laureate. La sue idee, per certi versi rivoluzionarie, suscitarono anche un po’ di ironia e di malcelata gelosia in paese, specie fra le famiglie più benestanti ed altolocate, fra le quali predominava in genere una diffusa e crassa ignoranza; ebbe anche qualche problema nel "Ventennio" per il suo antifascismo di “importazione americana”.
La nonna Peppinella proveniva da una famiglia giunta in paese dal Salernitano, commercianti in legname attratti a Pietramelara dai boschi del Monte Maggiore; era una donna di grande senso pratico, autoritaria e dolcissima allo stesso tempo. Impartiva ordini con il piglio di un sergente prussiano e, appena dopo, era capace di trascorrere accanto a te ore e ore per narrare antichi “cunti”, appresi quanto anche ella era bambina. Il suo pragmatismo la rendevano speculare e complementare rispetto alla figura del coniuge.
Questa breve nota storica sulle mie origini cade in un giorno dedicato ai nonni ed alla loro memoria, quando essi continuano ad esistere solo nel nostro ricordo; il contributo offerto, in termini di idee e di sacrificio affinché noi fossimo diventati, nel bene e nel male, quelli che siamo, è straordinario, e ritengo sia nostro dovere un sentimento di imperitura gratitudine nei loro confronti.
Il primo era un vero e proprio modello italo/meridionale per antonomasia: di famiglia contadina, imparò un mestiere e, poco più che adolescente emigrò negli USA. Anni difficili, quelli, anche nel paese più ricco del mondo: la grande depressione del ’29, il proibizionismo, lo strisciante sentimento antitaliano; passato questo periodo buio gli andò, tutto sommato, bene, essendo l’attività di carpentiere molto apprezzata allora da quelle parti. Ritornò in Italia con un consistente gruzzolo da parte, che investì in un bene (immateriale) allora del tutto sconosciuto: la cultura. Spese, infatti, tanti soldi per far studiare mia madre e gli altri figli, cosa di cui non si pentì mai; un vero e proprio innovatore, in anni in cui era raro anche spendere soldi per far studiare figli maschi lui volle figlie femmine laureate. La sue idee, per certi versi rivoluzionarie, suscitarono anche un po’ di ironia e di malcelata gelosia in paese, specie fra le famiglie più benestanti ed altolocate, fra le quali predominava in genere una diffusa e crassa ignoranza; ebbe anche qualche problema nel "Ventennio" per il suo antifascismo di “importazione americana”.
La nonna Peppinella proveniva da una famiglia giunta in paese dal Salernitano, commercianti in legname attratti a Pietramelara dai boschi del Monte Maggiore; era una donna di grande senso pratico, autoritaria e dolcissima allo stesso tempo. Impartiva ordini con il piglio di un sergente prussiano e, appena dopo, era capace di trascorrere accanto a te ore e ore per narrare antichi “cunti”, appresi quanto anche ella era bambina. Il suo pragmatismo la rendevano speculare e complementare rispetto alla figura del coniuge.
Questa breve nota storica sulle mie origini cade in un giorno dedicato ai nonni ed alla loro memoria, quando essi continuano ad esistere solo nel nostro ricordo; il contributo offerto, in termini di idee e di sacrificio affinché noi fossimo diventati, nel bene e nel male, quelli che siamo, è straordinario, e ritengo sia nostro dovere un sentimento di imperitura gratitudine nei loro confronti.
venerdì 21 settembre 2012
UN MOSAICO MERAVIGLIOSO
Eh si, è proprio vero, miei cari “quattro lettori”, ultimamente vi ho lasciato soli, vi ho fatto mancare i “miei scritti”.
Ovviamente scherzavo, e l’autoironia serve anche perché così mi scuso un poco con voi per il fatto che, ultimamente, sto “vivendo di rendita” e cerco di mantenere viva l’attenzione su “Scribacchiando per me” ripostando vecchi pezzi.
Vedete, carissimi, i vostri feedback mi raggiungono in continuazione e sono, per lo più fortemente positivi; a volte tale positività si abbassa e, in qualche caso, al posto del gradimento espresso trovo l’insulto ma…poco male! Chi scrive o scribacchia, come il sottoscritto, sottoponendo ai media il prodotto della propria penna e del proprio pensiero, deve mettere in conto anche questo; e poi ritengo che vi sia una certa positività anche nell’insulto: se non altro, quello che hai scritto è stato letto da qualcuno.
La filosofia del “pensiero debole”, che professo da sempre, nell’infanzia ed adolescenza inconsapevolmente ed, adesso, con piena cognizione di causa, mi ha insegnato che bisogna anche saper passar sopra alle critiche, alle calunnie ed agli insulti; l’importante è avere la coscienza a posto.
Ma, veniamo al dunque: l’estate è trascorsa, le vacanze ci hanno ritemprato, abbiamo sofferto il caldo e l’afa e, appena dopo, è ricominciata la vita di sempre, quella che amiamo, fatta di sveglia presto al mattino, viaggio in treno, in compagnia di amici che ogni giorno diventano più cari, ufficio con mille incombenze e responsabilità, ma senza il quale non ti sentiresti mai lo stesso, e poi ogni giorno incontrare persone nuove, a volte meravigliose, in grado di colpirti, a volte un po’ meno; il mio mestiere è bello anche per questo.
Poi il ritorno a casa, gli affetti, la famiglia e, se c’è tempo, puoi dedicarti ai passatempo preferiti: la campagna, la bicicletta, la moto (quando funziona). E’ la mia vita, fatta di cose piccole e preziose, tessere di un mosaico meraviglioso (per me) che da cinquantatre anni continuo a comporre. Ignoro, come tutti, il momento in cui questa “opera d’arte” sarà completa e dovrò renderne conto a Qualcuno ma… la serenità non mi manca.
Ovviamente scherzavo, e l’autoironia serve anche perché così mi scuso un poco con voi per il fatto che, ultimamente, sto “vivendo di rendita” e cerco di mantenere viva l’attenzione su “Scribacchiando per me” ripostando vecchi pezzi.
Vedete, carissimi, i vostri feedback mi raggiungono in continuazione e sono, per lo più fortemente positivi; a volte tale positività si abbassa e, in qualche caso, al posto del gradimento espresso trovo l’insulto ma…poco male! Chi scrive o scribacchia, come il sottoscritto, sottoponendo ai media il prodotto della propria penna e del proprio pensiero, deve mettere in conto anche questo; e poi ritengo che vi sia una certa positività anche nell’insulto: se non altro, quello che hai scritto è stato letto da qualcuno.
La filosofia del “pensiero debole”, che professo da sempre, nell’infanzia ed adolescenza inconsapevolmente ed, adesso, con piena cognizione di causa, mi ha insegnato che bisogna anche saper passar sopra alle critiche, alle calunnie ed agli insulti; l’importante è avere la coscienza a posto.
Ma, veniamo al dunque: l’estate è trascorsa, le vacanze ci hanno ritemprato, abbiamo sofferto il caldo e l’afa e, appena dopo, è ricominciata la vita di sempre, quella che amiamo, fatta di sveglia presto al mattino, viaggio in treno, in compagnia di amici che ogni giorno diventano più cari, ufficio con mille incombenze e responsabilità, ma senza il quale non ti sentiresti mai lo stesso, e poi ogni giorno incontrare persone nuove, a volte meravigliose, in grado di colpirti, a volte un po’ meno; il mio mestiere è bello anche per questo.
Poi il ritorno a casa, gli affetti, la famiglia e, se c’è tempo, puoi dedicarti ai passatempo preferiti: la campagna, la bicicletta, la moto (quando funziona). E’ la mia vita, fatta di cose piccole e preziose, tessere di un mosaico meraviglioso (per me) che da cinquantatre anni continuo a comporre. Ignoro, come tutti, il momento in cui questa “opera d’arte” sarà completa e dovrò renderne conto a Qualcuno ma… la serenità non mi manca.
giovedì 6 settembre 2012
PENSIERI DA BLOGGER (DI PAESE)
…eppure vorrei proprio sapere chi è. Chi mi ha letto l’altro ieri dalla Cina, chi sono i tre che assiduamente mi leggono dalla Federazione Russa, per quale strano gioco del caso o del destino si sono imbattuti nei miei scritti due o tre lettori del Vietnam? Li vorrei conoscere di persona, parlare con loro, delle loro cose e del loro modo di vedere la realtà. Vorrei compiacermi insieme a loro di quanto piccolo sia diventato il mondo, grazie ad uno strumento meraviglioso quale la “rete”. Sono tanto lontani ma sembra di sentirli dalla stanza affianco, se sto zitto per un momento mi pare addirittura di percepire il loro respiro e di rendermi conto delle loro emozioni.
Roba moderna, il web, tanto lontana dalle pietramelaresità nelle quali mi piace intrattenervi, miei cari quattro lettori. Scusatemi la nostalgia (e la presunzione), ma penso proprio che questo sconosciuto blogger di paese, ammalato di passato prossimo, dobbiate consideralo come una risorsa da difendere e valorizzare. Cosa volete importi a chi vive tra i grattacieli di Singapore dei “Ciucci turrunari”, del mio dialetto, duro ma musicale, degli usi, oggi apparentemente bizzarri, ma un tempo dettati da stretta necessità? Per loro il mio “borgo natio” è solo un microscopico punto sulla carta geografica di un paese misconosciuto chiamato Italia…ed intanto, eccoli lì i miei lettori lontanissimi decine di migliaia di chilometri, ma allo stesso tempo “inquilini della porta accanto”.
Non mi meravigliano affatto le centinaia di accessi dagli USA, dalla Svizzera e altri paesi in cui la presenza italiana e specialmente meridionale è ormai un dato consolidato nei decenni e, a volte, nei secoli. Ma sono questi accessi “esotici” a generare in me un’ansia di conoscere e di sapere assolutamente fuori dal comune. Come avranno fatto le loro remote entità ad intrufolarsi nei microchip del mio PC? A volte, lo confesso, mi sono sentito anche spiato quando ho visto che qualcuno addirittura dall’IRAN mi aveva letto ma, tant’è: abituiamoci a queste modernità tenendo sempre ben presente, però, chi siamo, chi siamo stati e da dove veniamo; è questa l’unica sicura bussola in un cammino tanto aspro ed accidentato come quello che stiamo percorrendo!
Roba moderna, il web, tanto lontana dalle pietramelaresità nelle quali mi piace intrattenervi, miei cari quattro lettori. Scusatemi la nostalgia (e la presunzione), ma penso proprio che questo sconosciuto blogger di paese, ammalato di passato prossimo, dobbiate consideralo come una risorsa da difendere e valorizzare. Cosa volete importi a chi vive tra i grattacieli di Singapore dei “Ciucci turrunari”, del mio dialetto, duro ma musicale, degli usi, oggi apparentemente bizzarri, ma un tempo dettati da stretta necessità? Per loro il mio “borgo natio” è solo un microscopico punto sulla carta geografica di un paese misconosciuto chiamato Italia…ed intanto, eccoli lì i miei lettori lontanissimi decine di migliaia di chilometri, ma allo stesso tempo “inquilini della porta accanto”.
Non mi meravigliano affatto le centinaia di accessi dagli USA, dalla Svizzera e altri paesi in cui la presenza italiana e specialmente meridionale è ormai un dato consolidato nei decenni e, a volte, nei secoli. Ma sono questi accessi “esotici” a generare in me un’ansia di conoscere e di sapere assolutamente fuori dal comune. Come avranno fatto le loro remote entità ad intrufolarsi nei microchip del mio PC? A volte, lo confesso, mi sono sentito anche spiato quando ho visto che qualcuno addirittura dall’IRAN mi aveva letto ma, tant’è: abituiamoci a queste modernità tenendo sempre ben presente, però, chi siamo, chi siamo stati e da dove veniamo; è questa l’unica sicura bussola in un cammino tanto aspro ed accidentato come quello che stiamo percorrendo!
martedì 28 agosto 2012
...a primm’ acqua è viernu
“…e roppu San Roccu, a primm’ acqua è viernu”, (dopo la metà di agosto la prima pioggia segna l’inizio dell’inverno, ndr) un adagio fin troppo noto qui da noi, un modo come un altro di predisporre l’animo ai giorni che stanno per venire.
Ai tempi in cui la società era quasi solo rurale, fine agosto e inizio settembre significavano soprattutto metter mano agli attrezzi, predisporre la vendemmia, preparare i campi alla semina dei cereali, raccogliere il “raurignu” (granturco, ndr), fare una provvista di legna da ardere.
E oggi?... qual’ è il portato di questi ultimi giorni di agosto, con le vacanze ancora fresche nella memoria?
La società è cambiata, e continua a cambiare: pochi di noi hanno da fare in campagna, ma comunque questo periodo sembra sempre l’inizio di qualcosa di nuovo, un caposaldo da cui partire per cominciare un nuovo ciclo.
Certo, la giornata sempre più corta intristisce l’animo, tuttavia l’impressione di qualcosa di nuovo che stia per cominciare è sempre viva; del caldo non se ne può più e le giornate terse ed assolate di settembre, con il cielo azzurro intenso e la brezza che si respira dopo che è piovuto, sono un dono che ognuno di noi si aspetta.
…A primm’acqua è viernu: un monito che incombe quanto una minaccia; ma la pioggia continua a farsi desiderare, e l’afa la fa ancora da padrona. I meteorologi televisivi, moderni sciamani mediatici, avevano annunciato la “burrasca di fine agosto” come in genere si fa per le star dello spettacolo, o come una sorta di supereroe in grado di liberare il pianeta da una calamità incombente, ma le previsioni, almeno dalle nostre parti, si sono rivelate infondate.
Ansia, speranza, positività dell’attesa, sensazioni dell’animo che contrastano in noi stessi sono la costante del momento: anche se ci rifacciamo alla storia recente, settembre è un mese che in genere connota sempre qualcosa di nuovo, rispetto ai giorni di inizio estate, anche se, in più di un caso, le novità si sono rivelate tutt’altro che positive.
Ai tempi in cui la società era quasi solo rurale, fine agosto e inizio settembre significavano soprattutto metter mano agli attrezzi, predisporre la vendemmia, preparare i campi alla semina dei cereali, raccogliere il “raurignu” (granturco, ndr), fare una provvista di legna da ardere.
E oggi?... qual’ è il portato di questi ultimi giorni di agosto, con le vacanze ancora fresche nella memoria?
La società è cambiata, e continua a cambiare: pochi di noi hanno da fare in campagna, ma comunque questo periodo sembra sempre l’inizio di qualcosa di nuovo, un caposaldo da cui partire per cominciare un nuovo ciclo.
Certo, la giornata sempre più corta intristisce l’animo, tuttavia l’impressione di qualcosa di nuovo che stia per cominciare è sempre viva; del caldo non se ne può più e le giornate terse ed assolate di settembre, con il cielo azzurro intenso e la brezza che si respira dopo che è piovuto, sono un dono che ognuno di noi si aspetta.
…A primm’acqua è viernu: un monito che incombe quanto una minaccia; ma la pioggia continua a farsi desiderare, e l’afa la fa ancora da padrona. I meteorologi televisivi, moderni sciamani mediatici, avevano annunciato la “burrasca di fine agosto” come in genere si fa per le star dello spettacolo, o come una sorta di supereroe in grado di liberare il pianeta da una calamità incombente, ma le previsioni, almeno dalle nostre parti, si sono rivelate infondate.
Ansia, speranza, positività dell’attesa, sensazioni dell’animo che contrastano in noi stessi sono la costante del momento: anche se ci rifacciamo alla storia recente, settembre è un mese che in genere connota sempre qualcosa di nuovo, rispetto ai giorni di inizio estate, anche se, in più di un caso, le novità si sono rivelate tutt’altro che positive.
giovedì 16 agosto 2012
CIUCCI TURRUNARI
E’ uno stereotipo diffuso nel linguaggio delle nostre zone rurali: avete mai sentito qualcuno apostrofarvi con la seguente espressione: “Me pari ju ciucciu r’ju turrunaru” (per il tuo comportamento ti posso accostare al somaro del torronaio, ndr). Ma perché? …cosa aveva di tanto singolare il mansueto animale, da renderlo noto a generazioni e generazioni di pietramelaresi, affini e confinanti? La tradizione tramanda che il venditore di torrone/tipo girava con un carrettino tutte le feste, le sagre e le fiere di paese e, naturalmente, questo carrettino era trainato da un paziente somaro: in ogni occasione, piccola o grande, in cui era presente il torronaio non poteva assolutamente mancare il relativo ciuccio al seguito; da qui la taccia: accostare, perciò, qualcuno al nostro simpatico equino significava che costui era particolarmente avvezzo a frequentare ogni luogo in cui vi era occasione o notizia di festa e di a’mmuina . Oggi i torronai si sono, al pari di altre categorie di ambulanti, evoluti e dispongono di furgoni e banchi di esposizione a norma di legge, ma la memoria del nostro ciuccio resiste e persiste, e raramente un clichè tanto colorito è stato così aderente a determinate tipologie umane.
Di “ciucci turrunari” (umani) è pieno anche il mondo moderno, e in nessun ambiente lavorativo, familiare, sociale o politico mancano.
Li trovi presenti immancabilmente ad ogni evento, cena, banchetto, festa o raduno, non importa chi l’abbia organizzato, il partito o il sodalizio promotore.
Sono di carattere allegro e gioviale, ed anche di buona compagnia, ma raramente si tratta di persone sincere. Sono inclini a scrutare lo scenario ed il contesto e, a valutazioni fatte, si schierano sempre dalla parte del più forte, del vincente, nella considerazione che ciò arrecherà loro vantaggi immediati o futuri.
Fatte le opportune eccezioni, alla lunga la loro conoscenza non si rivela mai un’esperienza pienamente positiva.
Di “ciucci turrunari” (umani) è pieno anche il mondo moderno, e in nessun ambiente lavorativo, familiare, sociale o politico mancano.
Li trovi presenti immancabilmente ad ogni evento, cena, banchetto, festa o raduno, non importa chi l’abbia organizzato, il partito o il sodalizio promotore.
Sono di carattere allegro e gioviale, ed anche di buona compagnia, ma raramente si tratta di persone sincere. Sono inclini a scrutare lo scenario ed il contesto e, a valutazioni fatte, si schierano sempre dalla parte del più forte, del vincente, nella considerazione che ciò arrecherà loro vantaggi immediati o futuri.
Fatte le opportune eccezioni, alla lunga la loro conoscenza non si rivela mai un’esperienza pienamente positiva.
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