Scribacchiando per me

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il blog di un pietramelarese

sabato 22 dicembre 2012

IL "DIO NIGLIU"

Per coloro che ancora lo ricordano, nella nostra antica lingua, “Nigliu” era nient’altro che il vezzeggiativo di “puorcu”, nella semplice accezione di animale domestico (senza alcuna allusione a condotte etiche e morali di particolari persone che venivano animalizzate in tale figura colorita) .
Nigliu veniva per lo più utilizzato nel caratteristico richiamo, a volte cantilenato “nigliu tè, tè, tè” che, in buona sostanza, voleva dire “grazioso maialino avvicinatiti, avvicinati, avvicinati”. Mi sembra ancora di sentirlo risuonare: era il richiamo del tardo pomeriggio, momento in cui il suino doveva ricevere la quotidiana razione ed era destinato, dopo una giornata trascorsa all’aria aperta, a rientrare nell’angusta “rolla”, che raramente superava un paio di metri quadri. Un richiamo che si poteva facilmente ascoltare tanto negli angusti vicoli e vinelle all’interno del borgo, quanto tra campagne e masserie; quasi ogni famiglia di estrazione popolare, infatti, allevava almeno uno o due suini. Se, invece, lo stesso richiamo era riferito ad un suino di sesso femminile, il “nigliu” diventava “nella”, ed allora: “nella tè, tè, tè”.
Quale l’esigenza, vi chiederete voi, di usare un richiamo così dolce e musicale per un animale da millenni additato (immeritatamente) come simbolo vivente di sporcizia fisica e morale?
Avete mai sentito parlare del “Dio Bisonte” dei Pellerossa d’America? Ta Tanka, patrono delle cerimonie della salute e del nutrimento, nella religione del popolo delle praterie, era venerato perché il bisonte, appunto, animale di cui rappresentava la deizzazione, forniva carne per sfamarsi, pelle per coprirsi e grasso per gli usi più svariati.
Ritengo, allora, che, nel coniare il vezzeggiativo “nigliu”, la nostra gente abbia seguito (più o meno) lo stesso percorso antropologico: il maiale, infatti, corrispondeva un po’ al bisonte nelle nostre contrade, essendo in grado di sfamare l’uomo con ogni parte del suo corpo; un vero modello di efficienza nella catena alimentare, ormai perduta. Del maiale domestico tutto veniva mangiato o comunque utilizzato: carni, grasso, interiora, orecchie, piedi, pelle ecc., persino le ossa venivano ricotte dopo essere state scarnite, allo scopo di staccarvi gli ultimi brandelli di muscolo.
Una risorsa preziosa per i tempi magri vissuti dai nostri progenitori; tanto preziosa da indurre due popoli, il nostro e quelle pellerossa, così distanti in tutto, ad adottare comportamenti, se non simili ed analoghi, almeno spiegabili facendo ricorso a motivazioni comuni.

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